Per la prima volta dal 2002, l’euro si prepara a un restyling completo e questa volta a decidere come sarà il denaro che usiamo ogni giorno saranno, almeno in parte, i cittadini stessi.
Lo scorso 23 luglio la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, ha presentato i dieci progetti finalisti per la nuova serie di banconote, frutto di un concorso che ha raccolto oltre 1.200 candidature da parte di designer di tutta Europa. Una giuria indipendente di 21 esperti, tra grafica, storia e comunicazione, ha selezionato venticinque proposte, poi ridotte a dieci: cinque dedicate al tema “Cultura europea”, con ritratti di figure come Maria Callas, Beethoven o Leonardo da Vinci, e cinque al tema “Fiumi e uccelli”, che raccontano paesaggi naturali e specie come il martin pescatore e la cicogna bianca, in continuità con la scelta di evitare simboli legati a un singolo Paese.
Da qui parte la fase più partecipativa del percorso: fino al 21 settembre 2026 tutti i residenti dell’area euro potranno esprimere online la propria preferenza, valutando ogni serie grafica con un giudizio da uno a cinque e motivando la scelta. In parallelo, un istituto di ricerca indipendente condurrà un sondaggio analogo su un campione rappresentativo della popolazione. Non si tratta di un voto diretto e vincolante: i risultati confluiranno, insieme alle valutazioni tecniche e al parere della giuria, nella decisione finale che il Consiglio direttivo della BCE dovrebbe adottare entro la fine del 2026. Solo successivamente inizieranno lo sviluppo definitivo e i test di pre-produzione: le nuove banconote, una volta pronte, circoleranno per anni insieme a quelle attuali.
Un gesto comunque significativo, che restituisce ai cittadini un piccolo ma reale ruolo nella definizione dell’identità visiva della moneta comune, rafforzando quel legame simbolico tra Unione Europea e vita quotidiana che accompagna l’euro fin dalla sua introduzione. Un’occasione, anche, per tornare a riflettere sulla storia della moneta unica e sui vantaggi e le criticità che la sua adozione ha comportato, in questi oltre vent’anni, per l’Italia e per l’intera Unione.
Sabato 5 e domenica 6 settembre due iniziative gratuite per vivere e conoscere il patrimonio naturale del Parco
MANZIANA– Sarà un fine settimana dedicato alla scoperta della natura e alla conoscenza del territorio quello proposto dall’Ente Parco Naturale Regionale Bracciano-Martignano, nell’ambito delle iniziative estive “Tesori Naturali 2026”, promosse con il sostegno della Regione Lazio.
Due gli appuntamenti in programma a Manziana, pensati per coinvolgere adulti, famiglie e bambini attraverso esperienze all’aria aperta e attività di divulgazione ambientale.
Si parte sabato 5 settembre alle ore 17 con la “Caccia al tesoro alla Caldara”, un’iniziativa organizzata per grandi e piccoli e dedicata alla scoperta del particolare patrimonio naturalistico della Caldara di Manziana. Attraverso un percorso a tema natura, i partecipanti saranno accompagnati alla conoscenza di questo straordinario monumento naturale, imparando a riconoscerne caratteristiche, peculiarità e valore ambientale.
L’appuntamento è fissato presso il parcheggio di via della Caldara, traversa via Lazio, a Manziana. La partecipazione è gratuita, ma è necessaria la prenotazione, curata da Geoarchè APS, ai numeri 339 6019678 – 339 6017485.
Il secondo appuntamento è in programma domenica 6 settembre alle ore 18, con “Il mondo delle api – Api, piante e fiori”, un incontro dedicato all’affascinante universo delle api e al loro fondamentale rapporto con la vegetazione e gli ecosistemi.
L’iniziativa si terrà in via Pontone Lungo 15, Manziana (RM) e permetterà di approfondire il ruolo degli impollinatori, il legame tra api, piante e fiori e l’importanza della loro tutela per l’equilibrio naturale.
Anche questo appuntamento è gratuito e su prenotazione. Per informazioni e prenotazioni è possibile contattare info@ilmielebuono.it oppure il numero 391 1044404.
«Con questi due appuntamenti – sottolinea l’Ente Parco Naturale Regionale Bracciano-Martignano – vogliamo offrire un’occasione concreta per vivere il territorio, conoscerne le peculiarità e comprendere quanto sia importante tutelare la biodiversità. La natura diventa così non soltanto uno spazio da visitare, ma un patrimonio da conoscere, rispettare e condividere, coinvolgendo anche le nuove generazioni».
Il weekend rappresenta quindi un’ulteriore occasione per scoprire alcuni dei “tesori naturali” del Parco, attraverso attività capaci di unire educazione ambientale, conoscenza scientifica e partecipazione.
Due giorni, due esperienze diverse, un unico obiettivo: conoscere e vivere la natura del Parco Bracciano-Martignano.
Per capire cosa sta accadendo al Lungolago di Bracciano basta passarci una sera d’estate. Le auto non ci sono più, il rumore del traffico è diventato un ricordo e al suo posto si sente il vociare dei bagnanti, quello di intere famiglie, il passo lento dei turisti, la musica che arriva dai mercatini del venerdì. È un paesaggio diverso, quasi inatteso, che racconta una città in movimento: “Abbiamo riconsegnato alla comunità un Lungolago che oggi vuole essere prima di tutto un luogo di aggregazione, di incontro e di vita, non più una strada attraversata continuamente da automobili, traffico e caos” ha detto il sindaco di Bracciano Marco Crocicchi.
“Come Amministrazione abbiamo creduto fortemente in questo progetto e siamo consapevoli che si tratta di un cambiamento importante, che modifica le abitudini e il modo stesso di vivere uno degli spazi più belli e rappresentativi della nostra città”.Occorre dire che questo cambiamento sembra essere stato accolto con favore da tanti cittadini e da chi sta vivendo il Lungolago in queste settimane. “Abbiamo accompagnato la nuova organizzazione con una serie di servizi pensati per rendere questa trasformazione concreta e accessibile a tutti” ha continuato il sindaco ”È attiva la navetta all’interno della ZTL del Lungolago Argenti e, nelle giornate di venerdì, sabato e domenica, il servizio di navetta che collega il centro con Bracciano Nuova, con particolare attenzione alle persone con disabilità e a ridotta mobilità.
Abbiamo inoltre istituito una spiaggia accessibile e gratuita, disponibile sette giorni su sette, che consente anche alle persone in sedia a rotelle di accedere all’acqua, perché uno spazio pubblico deve essere davvero fruibile da tutti”.Siamo stati informati che per garantire maggiore attenzione e sicurezza, nei mesi di agosto e settembre sono previste, grazie alla collaborazione dell’Associazione Nazionale Carabinieri – Protezione Civile, attività di monitoraggio e presidio del Lungolago.Il sindaco Marco Crocicchi ci ha comunicato che fino al 30 settembre, ogni venerdì, il Lungolago sarà animato da mercatini e musica, con l’obiettivo di continuare a promuovere iniziative di questo tipo anche nei mesi successivi.
“Su questo siamo già al lavoro, perché vogliamo che il Lungolago diventi sempre più un luogo vivo durante tutto l’anno e non soltanto durante la stagione estiva” ha tenuto a precisare, con visibile orgoglio, il primo cittadino, che subito haaggiunto: “Il lavoro, naturalmente, non si ferma qui. L’impegno dell’Amministrazione per migliorare i servizi prosegue: implementeremo l’illuminazione pubblica e stiamo lavorando per ampliare la rete dei parcheggi, così da rendere sempre più sostenibile e funzionale la nuova organizzazione dell’area”.Sulle rive del lago esiste davvero un cantiere aperto, non solo fisico ma culturale: un modo diverso di immaginare il paese e i suoi spazi mentre il Lungolago continua a riempirsi ed è proprio da questa semplice annotazione che si capisce che qualcosa, davvero è cambiato in uno degli spazi più simbolici di Bracciano.
“Ancora una volta la rassegna on line Arte d’aMare ha visto una massiccia partecipazione di artisti, bambini e famiglie, l’ennesima dimostrazione che Ladispoli ha un patrimonio culturale e creativo che si è valorizzato ed incentivato negli ultimi anni grazie all’impegno dell’amministrazione comunale”.
A parlare è la delegata all’Arte, Felicia Caggianelli, che alla conclusione della mostra virtuale sul web ha voluto ringraziare tutte le persone che hanno partecipato con creatività ed entusiasmo, inviando oltre duecento tra disegni, acquerelli, poesie, brevi racconti e semplici pensieri per esprimere la propria visione del mare e dell’estate a Ladispoli.
“A nome dell’amministrazione comunale del sindaco Grando – continua la delegata Felicia Caggianelli – esprimiamo un immenso grazie a tutti coloro che si sono riscoperti artisti valorizzando ed impreziosendo gli eventi che si ponevano l’obiettivo di far venire alla luce lo spirito creativo di ognuno. La formula vincente della rassegna sul web si è confermata, più volte abbiamo sottolineato come non tutti riescano a vincere la timidezza e la riservatezza nel partecipare ad una mostra dal vivo. Arte d’aMare ha superato questo ostacolo, permettendo di esporre le proprie creazioni on line dove peraltro ottengono una maggiore visibilità rispetto ad una esposizione tradizionale. Per il terzo anno consecutivo il messaggio è stato raccolto, Ladispoli e località limitrofe hanno confermato di essere una fucina di potenziali, amatoriali, ma apprezzabili artisti che possono realizzare opere interessanti ed originali. I bambini, come sempre, hanno recitato un ruolo da protagonisti, rivolgiamo un grande grazie alle scuole per aver collaborato e reso possibile il successo degli eventi organizzati dall’amministrazione comunale. Ora ci metteremo subito al lavoro per la nuova edizione dell’iniziativa culturale Caravaggio in vetrina, trasformando il centro di Ladispoli in un museo a cielo aperto”.
Per la speciale ricorrenza dell’Ottavo Centenario del transito di San Francesco d’Assisi dalla vita terrena alla gloria del cielo, avvenuto il 3 ottobre 1226, é stato indetto l’Anno Giubilare Francescano. Il Santo Padre, Leone XIV, ha concesso l’Indulgenza Plenaria a tutte le persone che, nelle modalità previste dalla Chiesa cattolica, visiteranno fino al giorno 10 gennaio 2027 in forma di pellegrinaggio qualsiasi chiesa conventuale francescana, o luogo di culto in ogni parte del mondo intitolato al Santo Poverello di Assisi.
Come in tutte le chiese francescane sparse nel mondo, lo straordinario dono dell’indulgenza potrà essere ricevuto anche ad Anguillara nella Chiesa di San Francesco che fin dalla sua fondazione porta il titolo di dedicazione al Santo Serafico.
Sorta nel corso del secolo XIII, come si può riscontrare dall’impianto architettonico complessivo delle strutture, nonchè da alcuni suoi elementi caratteristici costitutivi, l’insigne luogo di culto, vero scrigno di fede, di storia e di arte costituisce un importante punto di riferimento nel tessuto urbano, simbolo identitario dell’intera zona circostante.
La stampigliatura dello stemma comitale degli Anguillara sulle antiche travature della Chiesa porta a dedurre una stretta connessione tra l’edificazione della Chiesa e
la Casata degli Anguillara, amica, sostenitrice e devota di San Francesco fin dagli inizi della sua missione.
Fu Pandolfo, conte dell’Anguillara che insieme alla nobile Giacomina de’ Settesoli dei Normanni sua parente, chiamata da San Francesco affettuosamente Frate Jacopa, a finanziare nel 1231 la tasformazione dell’antico ospedale di San Biagio nella zona di Trastevere nel nuovo grande complesso dato ai seguaci del Poverello e che diventerà la Chiesa e il Convento di San Francesco a Ripa a Roma dove si conserva l’umile cella usata da San Francesco, ospite della Casata, durante le sue visite a Roma per gli incontri con il Papa.
Fin dall’inizio ad officiare la Chiesa di Anguillara furono i Francescani
Interessanti ricerche condotte da Mons. Angelo Zibellini e Mons. Domenico Agrestini riferiscono che la Chiesa di San Francesco fu luogo di sosta e di servizio di grandi figure del carisma francescano, legate al ramo dell’Osservanza, la corrente che sosteneva il ritorno alla rigorosa fedeltà originaria della Regola di San Francesco. Per un periodo si fermò San Giovanni da Capestrano (1386-1456), inviato dal superiore del Convento dell’Ara Coeli di Roma, Fr. Pietro Jacometti. Dimorò a San Francesco anche San Giacomo della Marca (1393-1476), il cui ritratto su tavola, oggi disperso, fino ai primi anni del 1960 era conservato nella sacrestia della Collegiata di Anguillara.
Di certo il momento di maggiore impulso dato alla vita della chiesa e alla comunità francescana giunse con l’avvio dei lavori di costruzione di un grande convento per i frati annesso alla chiesa in conformità alla licenza rilasciata nel 1468 dal Pontefice Paolo II, il veneziano Pietro Barbo, all’Università e ai Cittadini di Anguillara “con la speranza che essi (i cittadini) avevano concepito che con la vita lodevole ed esemplare di quelli, con la predicazione della Parola di Dio e con le esortazioni a vivere bene e santamente, sarebbero stati rigogliosi i frutti spirituali per la salute delle anime”.
Attraverso l’avvicendamento delle varie famiglie dell’Ordine dei Frati Minori i seguaci del Poverello di Assisi portarono avanti il loro servizio ad Anguillara, seppur in modo non continuo a causa dei ricorrenti abbandoni, dei ripetuti rientri, delle frequenti sospensioni, fino al 1783 quando a loro subentrò la famiglia religiosa della Congregazione dei Chierici Scalzi della Santissima Croce e Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, fondata da San Paolo della Croce e che successivamente prenderà il nome di Passionisti. Seguì un periodo travagliato per la vita degli Ordini e delle Congregazioni religiose scatenato dalla devastante occupazione francese per cui i Passionisti furono costretti a lasciare il complesso di San Francesco con profondo dispiacere della popolazione tutta che apprezzava i Padri e il loro proficuo impegno svolto in ogni campo per la crescita sociale, culturale e spirituale del paese.
Sedata la tempesta anticlericale, nel Complesso di San Francesco potettero fare ritorno nel 1821 i Frati Francescani del Terzo Ordine Regolare ma solo per un breve periodo. A loro subentrarono i seguaci della Compagnia di Gesù. Sotto i Gesuiti il Convento ricevette un nuovo incisivo rilancio, affermandosi come centro studi e efficiente sede di servizio di assistenza medico ospedaliera.
Con la presa di Roma e l’avvento dello Stato unitario che dispone l’applicazione delle leggi eversive dell’asse ecclesiastico con la conseguente soppressione di tutti gli Ordini e le Congregazioni religiose e l’incameramento da parte dell’autorità civile di tutti i loro beni, inizia in modo ineluttabile la parabola discendente dell’antica chiesa e del convento di San Francesco.
Contesa la proprietà nonchè lo stesso uso del complesso tra l’autorità ecclesiastica e l’autorità civile trascorrono anni di completo abbandono e incuria, riducendo le vetuste strutture in un ammasso di indicibile degrado. Al clero locale viene riconosciuta la sola proprietà di qualche suppellettile, di elementi di arredo liturgico, nonché della campana staccata dal campaniletto a vela dell’edificio sacro. E’ la campana dedicata a Santo Serafico d’Assisi fusa nel 1622, in seguito collocata nella cella del campanile della Collegiata, dove tuttora si trova, popolarmente chiamata “la Scola” per la sua funzione principale di dare avviso ogni mattina a tutti gli alunni delle scuole locali dell’inizio delle lezioni scolastiche. Una funzione svolta fino agli ultimi anni del 1950.
Sopraggiungono tempi oscuri.
Agli inizi del 1900, soprattutto dopo la sospensione delle cerimonie di culto, la situazione della chiesa si fa drammatica. Viene trasformata in magazzino di attrezzature agricole e deposito di materiali ingombranti in disuso addossati alle pareti affrescate fino a danneggiarle in modo irreparabile. Il tavolato del controsoffitto dipinto a finto cassettonato cade a brandelli marcito dalle infiltrazioni di acqua piovana che scendono dalle fessurazioni del tetto che si allargano sempre più. Vengono apportate modifiche alle strutture senza un piano programmato. Si tamponano le aperture del cleristorio in alto sulla parete sinistra e le finestre della facciata, mentre viene aperto il finestrone dell’abside, amputando per sempre la scena della Crocifissione nel registro superiore del grande affresco absidale con grave scempio della figura centrale di Gesù Crocifisso. Accorta e lodevole l’iniziativa del clero locale di aver provveduto a recuperare in tempo tra le macerie il frammento del Volto di Gesù per poi collocarlo in una slanciata edicola in stucco applicata sulla parete a sinistra del portico del santuario della Madonna delle Grazie sul lungolago. Ancora oggi la sacra Immagine del “Christus patiens” di chiaro stampo francescano é esposta alla devozione dei fedeli .
Le rare foto esistenti sulla chiesa scattate in questo periodo e giunte a noi trasmettono in modo eloquente il raccapricciante stato di rovina in cui l’edificio drammaticamente versava. L’impeto della devastazione però non si ferma, continua con la sconsiderata demolizione delle cappelle laterali aperte sulla parete sinistra in prossimità della controfacciata e dedicate rispettivamente all’Immacolata Concezione, patrona dell’Ordine francescano, e a San Francesco d’Assisi, fondatore dell’Ordine dei Frati Minori.
All’indomani del secondo conflitto mondiale, dopo una vibrata a accorata protesta dell’allora Parroco di Anguillara, Don Angelo Zibellini, contro la profanazione di alcuni vani del convento ridotti a bordello, si fecero avanti nuovi tentativi di recupero del bene monumentale all’uso per il culto e la formazione spirituale della popolazione mediante la concessione dei locali da parte del Comune ad una nuova famiglia religiosa che mostrò interesse all’inizio ma poi, non riuscendo a sostenere gli onerosi impegni di spesa per il ripristino in piena efficienza del complesso, dovette lasciare.
Specie per il convento la fine fu ineluttabile. Acquisita l’autorizzazione dell’ente competente alla tutela del patrimonio monumentale, una decisione avventata per permettere la realizzazione del nuovo edificio scolastico del paese, arrivarono le ruspe che rasero al suolo tutta la costruzione conventuale, comprese le superfici affrescate dei locali di vita comunitaria e del chiostro. Le macerie, una volta ammassate, furono portate via e andarono a costituire materiale inerte di sedime della maglia viaria della nuova lottizzazione dei Prati della Rena sul lungolago.
Bisogna arrivare agli inizi degli anni 70 per assistere alla rinascita della Chiesa di San Francesco. Con mirati finanziamenti pubblici, integrati da cospicui fondi per interventi nel 2000 viene messo a punto un progetto organico di opere strutturali e di restauro dell’intero edificio di culto allo scopo di riportarlo alla sua piena funzionalità.
Viene rimosso il controsoffitto ad assi dipinte e ripristinata l’originaria copertura a capriate con il completo rifacimento del tetto. Il piano absidale viene abbassato per connettere meglio lo spazio della navata all’area del coro e dare maggiore slancio al grande arco centrale. Tutte le superfici affrescate vengono recuperate e restaurate insieme al ripresa radicale degli stucchi degli altari laterali.
La chiesa diventa un polo di grande attrazione per quanti desiderano ammirare le opere d’arte che custodisce. A cominciare dall’esteso affresco della parete del coro, un capolavoro attribuito alla mano di Domenico Velandi (sec. XV-XVI), un pittore attivo nelle zone dell’Alto Lazio che si formò nella cerchia degli Zacchi e di Lorenzo da Viterbo (1444/-1476) sotto l’influsso dei grandi esponenti della pittura senese. Ad uno Zacchi, Francesco d’Antonio (1407-1476), detto il Balletta, é attribuito l’affresco della Madonna delle Grazie venerata nel santuario sul lungolago di Anguillara. Nell’affresco absidale della Chiesa di san Francesco articolato su due registri sovrapposti é raffigurata in alto la scena della Crocifissione e in basso una Madonna in trono adorante il Bambino, affiancate entrambe da santi dell’Ordine francescano, santi Protettori e padri della Chiesa. Nell’affresco alla composta e ieratica postura delle figure bilanciate in perfetto equilibrio simmetrico fa riscontro un timido tentativo di movimento sulle pieghe appena abbozzate delle vesti. Mentre nella solenne e solida staticità delle architetture dipinte, entro le quali si inquadrano le figure, spiccano rapidi scorci di profondità spaziale nei giochi prospettici delle intersezioni delle strutture verticali con il piano del pavimento.
Ad impreziosire gli altari laterali sono una pregevole tela della Crocifissione di Antonio Cavallucci da Sermoneta (1752-1795) commissionata nel 1786 dai Padri Passionisti del Ritiro di Anguillara per la chiesa Collegiata e il Volto Santo dipinto su tela dal pittore spagnolo contemporaneo Pedro Cano, donato alla comunità locale dallo stesso artista nel 2008 in occasione del X anniversario del gemellaggio tra Blanca e Anguillara. Sulle pareti della chiesa risaltano ripetute figure di Santi Protettori invocati dai fedeli nei momenti di particolare necessità per la salute del corpo e dell’anima. Oltre all’interessante sequenza dei piccoli riquadri affrescati in maniera grossolana sulla vita e le tentazioni di sant’Antonio Abate a destra dell’ingresso, sulla zona destra della controfacciata entro una raffinata cornice di trabeazioni e paraste con candelabre fiorite campeggia il pregevole affresco di una Madonna in trono dalle espressioni tenerissime, in adorazione verso il Bambino Gesù disteso sulle ginocchia, con ai lati i Santi Sebastiano e Rocco, e di fianco a destra, in posizione isolata, la figura assai deteriorata di Sant’Antonio di Padova, riconoscibile per la croce ghiandata accanto, simbolo araldico della sua famiglia d’origine. Ma a richiamare l’attenzione e la curiosità dei visitatori é un lunettone affrescato applicato alla parete dell’arco cieco di una cappella demolita.
Si tratta di un affresco staccato, l’unico superstite delle opere che decoravano l’antico chiostro del convento. Nello stile è rintracciabile il carattere di un distinto gusto tardo-manierista, la cui esecuzione con molta probabilità é da far coincidere con il ritorno dei Frati nel convento nel 1595, menzionato dalla lapide che recentemente é stata affissa accanto, un documento importante per la conoscenza di alcuni passaggi storici dell’intero complesso monumentale. Spesso nelle descrizioni l’affresco viene citato sbrigativamente come semplice “natività”. In realtà é un’immagine singolarissima e molto rara nelle raffigurazioni pittoriche della vita del Santo. Pochissime sono in pittura le rappresentazioni riguardanti la nascita del Poverello di Assisi. Sullo stesso tema un’opera di straordinario valore artistico si ha nella Chiesa di San Francesco a Montefalco (PG), oggi museo, nel ciclo di affreschi sulle Storie della Vita di San Francesco, eseguiti da Benozzo Gozzoli (1420-1497).
Sulla scia del capolavoro gozzoliano anche l’affresco di Anguillara si ispira al racconto di frate Nicola di Assisi, un seguace e coetaneo del Serafico.
Il racconto della tradizione popolare tramanda che Francesco nacque in una stalla in piena conformità con la nascita di Gesù.
Frate Nicola narra: “Mentre la madre del beato Francesco stava distesa sul letto, come sono solite fare le donne dopo il parto, e le donne del vicinato stavano intorno a lei, venne alla porta un pellegrino come per chiedere l’elemosina. Ma quando gli fu consegnata da parte della madre del beato Francesco una porzione di pollo, cominciò a pregare con insistenza e a dire che voleva vedere il neonato. Le donne tentarono di allontanarlo, ma quegli ripeteva che non se ne sarebbe andato senza avere prima visto il bambino. Allora donna Pica, la madre del beato Francesco disse: “Portategli il bambino perché lo veda”.
Nel lunettone di Anguillara, anche se l’architettura dell’ambiente sembra portare altrove, tanti elementi presenti nella scena concorrono a confermare il luogo-stalla: un cavallo sullo sfondo, la mangiatoia con la paglia ammassata, un grosso e rozzo basto su cui si appoggia la puerpera circondata dalle donne che la assistono, mentre il misterioso pellegrino alla porta entra spedito per vedere il neonato.
Una visita alla chiesa di San Francesco ad Anguillara é sempre una esperienza stimolante da vivere per la presenza del ricco patrimonio di opere d’arte che custodisce. Il maestoso spazio interno inondato di luce e immerso nel silenzio suscita stupore e trasmette un immediato senso di raccoglimento che aiuta ad innalzare la mente e a distendere lo spirito, specie in questo Anno Giubilare Francescano, guardando a San Francesco d’Assisi, Messaggero di Pace, nel mondo di oggi sfigurato dalle divisioni, dalle violenze, dalle guerre.
A pochi giorni dal ritorno sui banchi, torna anche una domanda sempre più attuale: quale spazio deve avere la tecnologia nella vita scolastica degli studenti? Computer, tablet e smartphone sono ormai strumenti quotidiani, spesso utili, ma non sempre innocui quando entrano in classe senza regole chiare.
A riaccendere il dibattito è l’esperienza di Maureen Mulvaney, insegnante di letteratura alla Washburn High School di Minneapolis, negli Stati Uniti. Durante l’anno scolastico 2025-2026, la docente ha scelto di eliminare telefoni e laptop dalle sue lezioni, chiedendo agli studenti di tornare a libri, quaderni, carta e penna.
Secondo quanto riportato dai media americani, all’inizio dell’esperimento solo il 46% degli studenti dichiarava di sentirsi sicuro nelle proprie capacità di lettura. Dopo alcuni mesi, la percentuale sarebbe salita a oltre il 95%. Anche la resistenza alla lettura e alla scrittura sarebbe migliorata: gli studenti, inizialmente in difficoltà nel concentrarsi per pochi minuti o nello scrivere a mano più di mezza pagina, sarebbero arrivati a leggere in silenzio per circa mezz’ora e a produrre testi più lunghi.
Non si tratta di uno studio scientifico strutturato, ma di un’esperienza scolastica che offre comunque uno spunto interessante, soprattutto alla vigilia del nuovo anno. Il tema, infatti, non è demonizzare la tecnologia, ma imparare a usarla con consapevolezza. Gli strumenti digitali possono aiutare nello studio, nella ricerca e nell’inclusione, ma se diventano una presenza costante rischiano di interrompere attenzione, memoria e capacità di riflessione.
Il rientro a scuola può allora diventare l’occasione per ristabilire qualche equilibrio. Studiare senza notifiche, leggere alcune pagine ogni giorno senza interruzioni, usare carta e penna per appunti e riassunti, spegnere il cellulare durante i compiti o lasciarlo in un’altra stanza sono piccoli gesti che possono aiutare ragazzi e ragazze a ritrovare concentrazione.
Anche in famiglia il tema può essere affrontato senza imposizioni rigide, ma con regole semplici e condivise. Per esempio, si può stabilire un tempo dedicato allo studio senza schermi, alternare l’uso del digitale con momenti di lettura tradizionale, oppure evitare smartphone e tablet nell’ultima parte della giornata, quando il cervello ha bisogno di rallentare.
La scuola di oggi non può ignorare la tecnologia, ma può educare a non esserne dipendenti. La vera sfida non è tornare indietro, ma insegnare agli studenti a scegliere quando uno strumento serve davvero e quando, invece, diventa solo una distrazione.
L’esperimento americano, proprio mentre si avvicina il ritorno in classe, ricorda una cosa semplice: l’attenzione si allena. E forse, prima ancora di riempire zaini e diari, il nuovo anno scolastico potrebbe cominciare da qui: dal recupero del tempo lento della lettura, della scrittura e del pensiero.
Paola Forte redattrice L’agone
L’esperienza della Washburn High School di Minneapolis è stata raccontata da Futuro Prossimo nell’articolo “USA, prof vieta la tecnologia: capacità di lettura raddoppiata”.
La discussione sulla educazione sessuale e affettiva nelle scuole è tornata al centro del dibattito pubblico, anche attraverso una raccolta firme per un referendum che mira a introdurre programmi strutturati e obbligatori. È un tema che non riguarda soltanto la crescita individuale, ma tocca direttamente la prevenzione dei reati di genere, la tutela delle vittime e la costruzione di una cultura relazionale più sana. Come criminologo forense, non posso che osservare quanto questo nodo educativo sia oggi decisivo.
L’educazione sessuale e affettiva non è un insieme di nozioni tecniche: è un percorso che aiuta i giovani a comprendere il proprio corpo, le emozioni, i limiti, il consenso, la responsabilità. È un processo che incide sui meccanismi mentali da cui nascono comportamenti sessisti, possessivi, violenti. Molti studi internazionali mostrano che nei Paesi dove questi programmi sono presenti da anni — come Svezia, Paesi Bassi e Germania — i tassi di femminicidio risultano mediamente più bassi rispetto alla media europea. Non perché l’educazione risolva tutto, ma perché contribuisce a creare un contesto culturale meno tollerante verso la violenza di genere e più attento ai segnali precoci.
La prevenzione, infatti, non è mai un atto isolato: è un sistema. E in questo sistema, la scuola è solo uno dei pilastri. L’altro, forse il più fragile, è la famiglia. L’educazione familiare incide profondamente sulla percezione del ruolo della donna, sulla gestione delle emozioni, sulla capacità di tollerare frustrazioni e rifiuti. Un contesto familiare rigido, svalutante o affettivamente povero può favorire la nascita di modelli mentali distorti, che in adolescenza e in età adulta possono trasformarsi in comportamenti sessisti o violenti.
A questo si aggiunge un terzo elemento: il contesto sociale, oggi dominato dagli strumenti di comunicazione di massa e dai social network. La rete, con la sua velocità e la sua assenza di filtri, spesso amplifica modelli relazionali tossici: ipersessualizzazione precoce, linguaggi aggressivi, dinamiche di possesso, narrazioni che normalizzano la gelosia patologica o la violenza come forma di controllo. Molti adolescenti costruiscono la propria identità affettiva e sessuale attraverso contenuti che non hanno alcuna base educativa, ma che esercitano un forte potere condizionante. In questo senso, una “purificazione” dai social — o almeno una loro educazione all’uso consapevole — diventa parte integrante della prevenzione.
La domanda, allora, è inevitabile: quanto può incidere davvero l’educazione scolastica? La risposta, scientificamente, è duplice. Da un lato, l’educazione sessuale e affettiva è uno strumento efficace: aiuta a riconoscere i segnali di una relazione violenta, a comprendere il valore del consenso, a sviluppare empatia e rispetto. Dall’altro, non può sostituire una revisione profonda dell’educazione familiare e una riflessione collettiva sull’ambiente digitale in cui i giovani crescono.
La prevenzione dei reati di genere richiede un approccio integrato: sono necessarie la scuola, per fornire conoscenze e strumenti emotivi; la famiglia, per modellare comportamenti e valori; una società sana, per limitare la diffusione di modelli tossici; e l’uso consapevole della rete, per ridurre l’impatto di contenuti distorti e ipersessualizzati.
L’educazione sessuale e affettiva non è una soluzione immediata, ma è una condizione necessaria. È un investimento culturale che può contribuire a ridurre la violenza di genere, a proteggere le vittime e a formare cittadini più consapevoli. Non è un tema ideologico: è un tema umano, psicologico, sociale. E riguarda tutti noi, perché la prevenzione non nasce dal divieto, ma dalla conoscenza.
Il mese di agosto per chi vive sotto l’incubo dei bombardamenti, non porta sollievo, ma soltanto giornate più lunghe in cui cercare di sopravvivere. Ovunque, eccetto nei paesi in conflitto, l’estate è da sempre sinonimo di vacanze: le città si svuotano, le spiagge si affollano, il ritmo lavorativo rallenta.
Al contrario, nei contesti di guerra, la bella stagione vede intensificarsi gli attacchi, aggravandoil divario economico, sociale ed emotivo tra chi vive in pace e chi si trova sotto le bombe.
A causa dei conflitti, spesso i campi non vengono coltivati per la presenza di mine, privando le popolazioni dei frutti stagionali. Le industrie sono ferme a causa della distruzione delle infrastrutture oppure riconvertite per fabbricare armi; l’inflazionegaloppa; le risorse primarie scarseggiano e il senso di alienazione è enorme. Cresce così, il bisogno di supporto psicologico ed economico.
L’estate, nell’immaginario collettivo, è legata alla luce, alla socialità e alla vita all’aperto. Vivere la stagione calda al chiuso di un rifugio, sotto la costante minaccia delle incursioni nemiche, amplifica il disagio, la sfiducia e la paura.
Rifletteresul drammadelle popolazioni colpite significa ricordare che la pace non è soltanto l’assenza di guerra, ma la possibilità stessa di disporre del proprio tempo, di sentirsi liberi di pianificare il futuro, di concedersi un riposo sereno e meritato.Fermarsi a pensare sulle sofferenze altrui è un dovere morale per sconfiggerela “malattia dell’indifferenza”,una delle manifestazioni più stridenti delle disuguaglianze del nostro tempo. Ricordare i popoli afflitti non è un mero esercizio di empatia, ma un promemoria essenziale sull’urgenza di non distogliere lo sguardo dalle crisi globali, neanche nei mesi di pausa.
Sappiamo bene che le conseguenze dei conflitti armati si ripercuotono a macchia d’olio ben oltre i confini del fronte. L’Italia ne è una prova: tali ripercussioni vanno ad aggravare una crescita economica già fragile e un elevato debito pubblico. Molti Stati, pur non essendo coinvolti direttamente, risentono dell’instabilità globale, alimentata dalle tensioni commerciali internazionali, dai dazi imposti da Trump,dalla chiusura dello stretto di Hormuz, dalle criticità climatiche e dal costo dei carburanti alle stelle.
Inevitabilmente la comunità di Bracciano non fa eccezione.
I rincari dell’energia e la spinta inflazionistica si riflettono direttamente sulle tasche dei cittadini e sui bilanci familiari. I costi crescenti dei beni di prima necessità e delle bollette riducono la capacità di spesa, generando un effetto a catena sul commercio di vicinato e sulle attività artigianali locali, che vedono contrarsi i consumi.
Riscoprire il valore del rispetto e della speranza, a partire da ciascuno di noi, e credere che un mondo migliore sia possibile rappresenterebbe già una luce in fondo al tunnel: il primo passo verso un mondo di pace.
È allarmante il numero degli incendi che, in estate, colpiscono anche il nostro territorio, reso sempre più fragile dalla crisi climatica mai così intensa come quest’anno: l’origine è prevalentemente di natura umana e dolosa, ma gli effetti devastanti sono amplificati dalle temperature estreme e dalla siccità prolungata.
E’ ormai un’emergenza destinata ad aggravarsi senza risposte strutturali.
I danni vanno ben oltre la perdita di alberi, in un’area tutelata dal Parco ricca di boschi, campagne e habitat preziosi, dove il fuoco distrugge rifugi e fonti di nutrimento per gli animali, altera gli equilibri ecologici e impoverisce la biodiversità.
A loro volta, gli incendi riducono la capacità delle foreste di assorbire carbonio, aggravando il riscaldamento globale.
Si innesca così un circolo vizioso: gli incendi liberano il carbonio accumulato dagli alberi rilasciando grandi quantità di CO₂ e riducono la capacità del territorio di assorbire anidride carbonica, alimentando il riscaldamento globale. A essere colpite sono anche la qualità dell’aria, il paesaggio e l’economia locale. Il fumo minaccia la salute; abitazioni e strade possono essere raggiunte dalle fiamme, mentre agricoltura e turismo subiscono gravi conseguenze.
Di fronte a roghi dolosi o comunque riconducibili all’azione umana, la prevenzione non può limitarsi agli appelli alla prudenza. Servono pattugliamenti coordinati tra guardiaparco, Carabinieri forestali, polizie locali e volontari, telecamere nei punti sensibili e sistemi di avvistamento tempestivo, con droni e sensori. Occorre rafforzare le indagini sugli inneschi, aggiornare il catasto delle aree percorse dal fuoco e applicare sanzioni e vincoli, impedendo ogni vantaggio economico derivante dagli incendi.
Alla sorveglianza, e repressione, deve affiancarsi la lotta alla crisi climatica, con serie politiche locali di transizione energetica, incentivando le rinovabili e spingendo sulle Comunità Energetiche Rinnovabili, e misure concrete di “adattamento”: manutenzione delle fasce tagliafuoco, gestione della vegetazione secca, pulizia dei bordi stradali, accessi per i soccorsi e recupero delle aree danneggiate con specie autoctone più resistenti. Servono inoltre campagne informative e un piano operativo condiviso dai Comuni.
Occorre un salto di qualità, nelle politiche nazionali e locali e nella consapevolezza di tutti noi per difendere un bene comune da incuria e interessi criminali, e contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico.
La riuscita dell’iniziativa HERO, un Lago per Tutti, ha regalato alla nostra comunità una giornata speciale, nella quale lo sport è stato protagonista e, allo stesso tempo, strumento di partecipazione, inclusione, solidarietà e valorizzazione del territorio.
Domenica il Lungolago Argenti si è trasformato in un Villaggio Sportivo Inclusivo, grazie alla presenza e all’entusiasmo delle numerose associazioni sportive del territorio, che hanno avuto l’occasione di incontrare cittadini e visitatori, presentare le proprie attività e condividere i valori positivi che lo sport sa trasmettere, soprattutto alle nuove generazioni.
La straordinaria impresa di Umberto Casani, impegnato nella circumnavigazione a nuoto del Lago di Bracciano per circa 30 chilometri, ha rappresentato il cuore di una manifestazione capace di unire idealmente e concretamente Bracciano, Anguillara Sabazia, Trevignano Romano e il XV Municipio di Roma Capitale.
È stata un’occasione per ritrovarsi, stare insieme e riaffermare il valore dello sport come elemento di coesione sociale e di promozione del benessere, nonché come straordinario veicolo per far conoscere e vivere il nostro territorio.
Rivolgo un sincero grazie agli atleti, a tutte le associazioni sportive, ai volontari, a tutte le amministrazioni e gli enti coinvolti, al CONI Lazio e Comitato Italiano Paralimpico – Lazio, alla Polizia Locale, all’associazione Insieme per Elena, a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione dell’iniziativa e, naturalmente, a Umberto Casani per aver portato sulle acque del nostro lago una sfida così ambiziosa e significativa.
Da Sindaco, sono orgoglioso che Bracciano abbia potuto ospitare questa iniziativa e trasformare il nostro Lungolago in una grande piazza dello sport, aperta a tutti.
Grazie a chi ha partecipato, a chi ha sostenuto HERO e a chi ogni giorno, attraverso lo sport, contribuisce a rendere più forte e inclusiva la nostra comunità.