Perché sulle monete italiane non c’è mai scritto “1999” e chi ha scelto Dante e Leonardo

Chi ha in tasca una moneta da 1 o 2 euro straniera avrà notato date curiose: 1999, 2000, 2001, anni in cui l’euro non era ancora entrato in circolazione. Non è un errore di conio, ma il riflesso di una storia poco raccontata.

L’euro nasce ufficialmente il 1° gennaio 1999, ma solo come valuta scritturale: serve per i mercati finanziari, i pagamenti elettronici, i titoli di Stato, non ancora per fare la spesa. Il contante, banconote e monete, arriva fisicamente nelle tasche dei cittadini solo il 1° gennaio 2002, quando sostituisce le valute nazionali di dodici Paesi.

Alcuni Stati membri iniziarono a coniare fisicamente le monete già a partire dal 1999, per prepararsi in anticipo all’enorme distribuzione richiesta dal 2002: si tratta di Francia, Spagna, Belgio, Paesi Bassi e Finlandia, le uniche a presentare esemplari con quelle date. L’Italia scelse una strada diversa: sebbene una parte delle monete italiane sia stata effettivamente coniata già nel 2001 per essere pronta nei cosiddetti “starter kit” di fine anno, tutti gli esemplari riportano comunque l’anno 2002, quello dell’effettiva entrata in circolazione, la stessa scelta adottata da Grecia, Austria, Portogallo, Germania e Irlanda.

Curiosità a parte: nel 1999 la Zecca italiana coniò per errore oltre un milione di monete da 20 centesimi datate proprio “1999” anziché “2002”; l’errore fu scoperto e il lotto avrebbe dovuto essere distrutto, ma un numero imprecisato di esemplari sfuggì comunque alla deformazione, diventando oggi una piccola rarità da collezione.

Ogni moneta euro condivide lo stesso verso (valore e mappa d’Europa, disegnato dal belga Luc Luycx, vincitore a sua volta di un concorso europeo) ma lascia libero ogni Paese di scegliere il proprio lato “nazionale”. Una libertà negata alle banconote, dove la sicurezza anticontraffazione richiede standard identici ovunque, ma resa possibile sulle monete da caratteristiche tecniche meno complesse. Il risultato è una scelta che rispecchia bene il motto dell’Unione, “Uniti nella diversità”: la moneta come oggetto quotidiano, vicino alla cultura materiale dei cittadini, può permettersi di restare legata alla storia dei singoli Stati.

Il nostro Paese fu tra i pochi a coinvolgere direttamente i cittadini nella scelta dei soggetti. Una commissione tecnico-artistica selezionò preliminarmente le proposte, che vennero poi sottoposte al pubblico l’8 febbraio 1998 durante la trasmissione “Domenica In” su Rai 1: oltre un milione e mezzo di telefonate decisero il risultato finale. Con un’eccezione, però: la moneta da 1 euro non fu messa ai voti, perché l’allora ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi aveva già stabilito che dovesse raffigurare l’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci, simbolo perfetto, nelle sue stesse parole, di “una moneta al servizio dell’uomo” anziché il contrario.

Ecco così la serie italiana che conosciamo: Castel del Monte sull’1 centesimo, la Mole Antonelliana sui 2, il Colosseo sui 5, un dettaglio della Nascita di Venere di Botticelli sui 10, la scultura futurista di Boccioni sui 20, la statua equestre di Marco Aurelio sui 50, l’Uomo Vitruviano sull’euro, il ritratto di Dante sui 2 euro. Una sequenza che attraversa la storia italiana dal Medioevo al Novecento, tenuta insieme da un criterio semplice: riconoscibilità internazionale, equilibrio tra epoche e territori diversi, e un forte valore simbolico, proprio come l’Uomo Vitruviano, icona di armonia e proporzione scelta a rappresentare, letteralmente, l’unità di misura tra la moneta e la persona.

 

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Riccardo Agresti

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