Da Maastricht al portafoglio: come nascono (davvero) le banconote che usiamo ogni giorno

L’euro non Γ¨ nato il primo gennaio 2002. Quella data, che tutti ricordiamo, Γ¨ solo l’ultimo passo di un percorso iniziato tre anni prima. Il 1Β° gennaio 1999 l’euro diventa infatti valuta ufficiale per le transazioni finanziarie e i mercati, sostituendo virtualmente le monete nazionali nei bilanci e nelle contrattazioni. Solo tre anni dopo, il 1Β° gennaio 2002, arriva fisicamente nelle tasche dei cittadini, sostituendo banconote e monete di dodici Paesi, tra cui la lira italiana. Un doppio obiettivo guidava l’operazione: facilitare gli scambi commerciali e finanziari tra Stati membri e, insieme, consolidare l’integrazione politica ed economica dell’Unione.

Fin dall’inizio, le banconote in euro sono state progettate per essere identiche in ogni angolo dell’Eurozona: stessi standard di sicurezza, stessa grafica, nessuna differenza tra un taglio da 10 euro stampato per l’Italia e uno stampato per la Germania o la Finlandia. Le immagini scelte (ponti, archi, finestre) non raffigurano monumenti realmente esistenti: richiamano stili architettonici delle diverse epoche europee, dal classico al moderno, proprio per evitare di privilegiare un singolo Paese e per simboleggiare apertura e collegamento tra i popoli.

La BCE non possiede una propria tipografia: la stampa Γ¨ affidata a stabilimenti nazionali autorizzati, che si dividono ogni anno la produzione dei diversi tagli secondo un sistema di quote. In Italia se ne occupa l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato per conto della Banca d’Italia; in Francia la Banque de France; in Germania la Bundesdruckerei di Berlino e Giesecke+Devrient di Lipsia; in Spagna la FΓ‘brica Nacional de Moneda y Timbre; nei Paesi Bassi la Royal Joh. EnschedΓ©; in Austria la Γ–sterreichische Banknoten- und Sicherheitsdruck. Ad alcuni Paesi che non stampano banconote proprie, come Lussemburgo o Malta, la produzione viene invece affidata su commissione ad altre stamperie del sistema, incluse alcune aziende private come la britannica De La Rue o la francese Oberthur Fiduciaire.

Ogni banconota reca, all’inizio del numero di serie, una lettera che identifica la banca centrale che ne ha commissionato la stampa: la S per l’Italia, la U per la Francia, la X per la Germania, e cosΓ¬ via per ciascun Paese dell’area euro. Nella serie “Europa”, quella attualmente in circolazione, un secondo codice piΓΉ piccolo indica invece lo specifico stabilimento di stampa, che non sempre coincide con il Paese di emissione.

Le banconote sono realizzate in fibra di cotone puro al 100%, un materiale scelto per la sua resistenza, dura molto piΓΉ a lungo della carta ordinaria, la flessibilitΓ  alle piegature, la capacitΓ  di assorbire in modo controllato gli inchiostri speciali e quel caratteristico tatto ruvido e fibroso, difficile da imitare. Durante la lavorazione vi vengono integrati filigrana, filo di sicurezza, microfibre colorate, vernici protettive e gli elementi che permettono la stampa in rilievo. Tra le cartiere storicamente autorizzate dalla BCE a produrre questa speciale carta di sicurezza figura anche lo stabilimento di Fabriano, nelle Marche, erede di una tradizione cartaria plurisecolare: negli ultimi anni la produzione di carta per l’euro nell’impianto marchigiano ha conosciuto una pausa, ma l’azienda continua a puntare sul settore della carta di sicurezza come uno dei suoi asset strategici.

Dietro un gesto quotidiano come pagare in contanti, insomma, si nasconde un sistema industriale complesso quanto la stessa architettura politica dell’euro: nazionale nella produzione, ma rigorosamente unico nel risultato.

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Riccardo Agresti

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