La discussione sulla educazione sessuale e affettiva nelle scuole è tornata al centro del dibattito pubblico, anche attraverso una raccolta firme per un referendum che mira a introdurre programmi strutturati e obbligatori. È un tema che non riguarda soltanto la crescita individuale, ma tocca direttamente la prevenzione dei reati di genere, la tutela delle vittime e la costruzione di una cultura relazionale più sana. Come criminologo forense, non posso che osservare quanto questo nodo educativo sia oggi decisivo.
L’educazione sessuale e affettiva non è un insieme di nozioni tecniche: è un percorso che aiuta i giovani a comprendere il proprio corpo, le emozioni, i limiti, il consenso, la responsabilità. È un processo che incide sui meccanismi mentali da cui nascono comportamenti sessisti, possessivi, violenti. Molti studi internazionali mostrano che nei Paesi dove questi programmi sono presenti da anni — come Svezia, Paesi Bassi e Germania — i tassi di femminicidio risultano mediamente più bassi rispetto alla media europea. Non perché l’educazione risolva tutto, ma perché contribuisce a creare un contesto culturale meno tollerante verso la violenza di genere e più attento ai segnali precoci.
La prevenzione, infatti, non è mai un atto isolato: è un sistema. E in questo sistema, la scuola è solo uno dei pilastri. L’altro, forse il più fragile, è la famiglia. L’educazione familiare incide profondamente sulla percezione del ruolo della donna, sulla gestione delle emozioni, sulla capacità di tollerare frustrazioni e rifiuti. Un contesto familiare rigido, svalutante o affettivamente povero può favorire la nascita di modelli mentali distorti, che in adolescenza e in età adulta possono trasformarsi in comportamenti sessisti o violenti.
A questo si aggiunge un terzo elemento: il contesto sociale, oggi dominato dagli strumenti di comunicazione di massa e dai social network. La rete, con la sua velocità e la sua assenza di filtri, spesso amplifica modelli relazionali tossici: ipersessualizzazione precoce, linguaggi aggressivi, dinamiche di possesso, narrazioni che normalizzano la gelosia patologica o la violenza come forma di controllo. Molti adolescenti costruiscono la propria identità affettiva e sessuale attraverso contenuti che non hanno alcuna base educativa, ma che esercitano un forte potere condizionante. In questo senso, una “purificazione” dai social — o almeno una loro educazione all’uso consapevole — diventa parte integrante della prevenzione.
La domanda, allora, è inevitabile: quanto può incidere davvero l’educazione scolastica? La risposta, scientificamente, è duplice. Da un lato, l’educazione sessuale e affettiva è uno strumento efficace: aiuta a riconoscere i segnali di una relazione violenta, a comprendere il valore del consenso, a sviluppare empatia e rispetto. Dall’altro, non può sostituire una revisione profonda dell’educazione familiare e una riflessione collettiva sull’ambiente digitale in cui i giovani crescono.
La prevenzione dei reati di genere richiede un approccio integrato: sono necessarie la scuola, per fornire conoscenze e strumenti emotivi; la famiglia, per modellare comportamenti e valori; una società sana, per limitare la diffusione di modelli tossici; e l’uso consapevole della rete, per ridurre l’impatto di contenuti distorti e ipersessualizzati.
L’educazione sessuale e affettiva non è una soluzione immediata, ma è una condizione necessaria. È un investimento culturale che può contribuire a ridurre la violenza di genere, a proteggere le vittime e a formare cittadini più consapevoli. Non è un tema ideologico: è un tema umano, psicologico, sociale. E riguarda tutti noi, perché la prevenzione non nasce dal divieto, ma dalla conoscenza.
Gianluca Di Pietrantonio, Criminologo forense


