La società è cambiata, eppure agosto continua a segnare il tempo delle ferie: c’è chi le aspetta, chi le subisce, chi ci finisce dentro per forza. Per i ragazzi, però, l’estate finisce prima. Negli ultimi giorni del mese, quando l’aria resta calda, ma ha già un’altra consistenza, il pensiero che “tra poco si ricomincia” arriva di colpo, senza preavviso. Il cantautore Francesco Guccini, nella Canzone dei dodici mesi, scrive che “settembre è il mese del ripensamento sugli anni e su l’età, dopo l’estate porta il dono usato della perplessità”. E aggiunge: “ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità, come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità”.
È un messaggio universale, ma quel settembre mi piace leggerlo così: il ritorno a scuola è un nuovo modo di stare dentro un luogo che li cambia, anche quando il timore del dubbio li spinge a desiderare di restare uguali o di crescere senza pagare un prezzo troppo alto. Ogni anno entra in classe una versione diversa di loro stessi, anche se non lo sanno. Si cresce senza accorgersene: l’orizzonte si allarga, le domande aumentano e le risposte non bastano mai. E intanto la scuola riparte con le stesse criticità che l’estate non ha risolto.
È rimasta ferma davanti a ragazzi che invece cambiano, e che tornano carichi di paure che non riconoscono e di speranze che non sanno mostrare. Gli insegnanti guardano a programmi, voti e verifiche con un occhio tecnico; gli studenti, con un altro. Per loro la scuola è un ambiente da abitare, un percorso da capire. Si chiedono se il nuovo insegnante lascerà un segno. Cercano tra i compagni amicizie che durino, non solo risate sottobanco. Ogni ragazzo, a settembre, porta un bagaglio di aspettative che nessuna circolare può contenere. Non parlano di voti o di programmi: sono attese intime, difficili da esprimere, ma decisive nel definire un percorso. Da fuori, il settembre scolastico è cronaca: una scuola che riapre, studenti che rientrano, un articolo che lo descrive.
In realtà è il ritorno di chi porterà avanti il futuro del Paese. Li guardi e ti chiedi chi erano, chi sono, chi vorrebbero diventare. Entrano in un luogo dove passeranno la maggior parte del loro tempo. Non è solo muri e corridoi: è teatro di crescita, che comporta prove, errori, nuove scoperte. È una zona emotiva, dove a volte hanno riso troppo forte, dove sono inciampati, dove hanno capito qualcosa di sé senza che nessuno glielo spiegasse. Chi ha qualche anno in più e ha studiato nel secolo scorso, forse non sarà stato un modello, ma sa che le lezioni che restano non sono quelle scritte sui quaderni, sulle lavagne o ascoltate durante le lezioni. Restano le cose accadute ai margini: una frase pronunciata al momento giusto, un sorriso che scioglie una giornata storta, una forte discussione che a volte ha fatto cambiare opinione. E anche un errore, che ti insegna a procedere senza imbarazzo.
Molte nozioni imparate a memoria restano, soprattutto con l’età: i ricordi antichi resistono più di quelli appena registrati. Ma oggi servono a poco, al massimo a fare bella figura con gli amici. Le lezioni che contano non hanno voto, programma o orario. Sono quelle che costruiscono davvero le persone che diventeranno. La scuola non è solo istruzione. È un laboratorio di identità, dove si impara a stare con gli altri, si affrontano i limiti, si scopre che il mondo non coincide con il sapere ma con la crescita personale. Settembre è un semplice passaggio della propria vita: un ponte breve, passato il quale conta ciò che si conosce, ma molto di più ciò che si diventa. E la scuola si deve dotare degli strumenti più idonei per accompagnare questo straordinario cammino.
Lorenzo Avincola


