Il Piano Werner: il sogno di un euro nato vent’anni troppo presto

Prima che l’euro diventasse realtà, l’Europa aveva già provato, e fallito, a costruire una moneta comune. È una storia poco raccontata, ma che spiega bene perché, quando negli anni Novanta si tornò a parlarne, i protagonisti sapessero esattamente quali insidie evitare.

Fin dalla fine degli anni Sessanta, l’Unione economica e monetaria (UEM) era già un obiettivo dichiarato della Comunità Economica Europea: serviva a coordinare le politiche economiche tra Stati membri, a stabilizzare cambi messi a rischio dalle tensioni monetarie internazionali del dopoguerra e a proteggere il Mercato Comune, in particolare il delicato sistema dei prezzi agricoli, dalle oscillazioni valutarie. Mentre il sistema di Bretton Woods iniziava a scricchiolare sotto il peso delle tensioni internazionali, in Europa cresceva un’altra inquietudine: che le fluttuazioni dei cambi potessero far saltare il fragile edificio appena costruito. Svalutazioni improvvise, un marco tedesco sempre più forte, una dipendenza pesante dal dollaro: tutto ricordava quanto l’Europa fosse ancora priva di una vera autonomia monetaria.

Fu in questo clima che alcuni leader iniziarono a immaginare una moneta unica come strumento di stabilità, ma anche come progetto politico. Georges Pompidou, appena succeduto a de Gaulle alla presidenza francese, vi vedeva un modo per affrancarsi dall’egemonia del dollaro e contenere la forza crescente del marco; il cancelliere tedesco Willy Brandt intuiva che una cooperazione più stretta avrebbe consolidato il progetto comunitario, in un momento in cui la sua stessa Ostpolitik verso l’Est generava sospetti tra gli alleati occidentali. Al vertice dell’Aia, nel dicembre 1969, i capi di Stato e di governo della Comunità decisero formalmente di esplorare la strada verso l’unione economica e monetaria, raccogliendo un’aspirazione all’integrazione monetaria che risaliva già ai tempi dei negoziati sui trattati istitutivi della Comunità, anni prima.

Il Consiglio affidò l’incarico di elaborare una proposta concreta a un comitato guidato da Pierre Werner, primo ministro e ministro delle Finanze del Lussemburgo, un uomo di formazione giuridica, avvocato di professione, ma con una lunga carriera nella finanza e nella banca alle spalle. Il comitato iniziò i lavori nel marzo 1970 e presentò il proprio rapporto l’8 ottobre dello stesso anno: un piano per tappe, pensato per realizzare l’Unione economica e monetaria, con tanto di moneta unica, entro il 1980. Werner era convinto che solo un mondo monetario ordinato potesse permettere di costruire una moneta comune: il suo piano si fondava esplicitamente sulla stabilità dei cambi internazionali garantita, fino a quel momento, proprio da Bretton Woods.

Fu proprio quella premessa a tradire il progetto. Quando il sistema di Bretton Woods crollò nell’agosto 1971, le valute europee iniziarono a oscillare con violenza; alcuni Paesi furono costretti a svalutare più volte; le divergenze economiche tra le economie della Comunità si allargarono invece di ridursi. La crisi petrolifera del 1973 diede il colpo finale, rendendo di fatto irrealizzabile qualunque tentativo di fissare i cambi europei e avanzare verso una moneta condivisa. Del piano Werner sopravvisse solo un pallido erede, il cosiddetto “serpente monetario”, mentre l’idea di un euro dovette attendere altri vent’anni, e un contesto internazionale diverso, per tornare sul tavolo.

 

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Riccardo Agresti

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