L’Italia e l’euro: la storia di un ingresso mai scontato

Quando l’Italia uscì dalla Seconda guerra mondiale era un Paese stremato: infrastrutture distrutte, industria ferita, inflazione altissima, una lira debole da ricostruire dalle fondamenta. Il Piano Marshall (ufficialmente European Recovery Program, il programma di aiuti economici statunitensi per la ricostruzione dell’Europa occidentale) e la stabilizzazione monetaria del 1947 diedero il primo impulso; fu però negli anni Cinquanta e Sessanta che arrivò il “miracolo economico”, una crescita impetuosa con industrializzazione, migrazioni interne, consumi in aumento, sostenuto da una lira che, dentro il sistema di Bretton Woods, viveva ancora in un mondo di cambi fissi.

Con il crollo di Bretton Woods, la lira, già strutturalmente fragile, cominciò a oscillare e a essere bersaglio ricorrente di speculazioni e svalutazioni. I governi scelsero una strada che sembrava pragmatica: accettare un’inflazione più alta pur di rendere più competitive le esportazioni italiane. Per qualche anno funzionò, ma il conto lo pagarono i cittadini: salari erosi, risparmi indeboliti, il costo della vita in aumento costante. Per difendere il potere d’acquisto, nel 1975, nel pieno della crisi petrolifera, con l’inflazione che sfiorò il 25%, sindacati e Confindustria riformarono un meccanismo già esistente dagli anni Quaranta, la scala mobile, unificandone il “punto di contingenza” (la componente della retribuzione pensata per adeguare automaticamente i salari all’aumento del costo della vita) e rendendolo uguale per tutti i lavoratori. Una difesa dei salari che finì però per alimentare essa stessa la spirale prezzi-salari: più i salari salivano automaticamente, più le imprese scaricavano l’aumento sui prezzi, più l’inflazione cresceva, anche se non tutti gli economisti, ancora oggi, concordano su quanto questo meccanismo sia stato davvero la causa principale, più che un sintomo, di quella spirale.

Fu il governo Craxi, il 14 febbraio 1984, a tagliare alcuni punti dell’indicizzazione automatica dei salari con il cosiddetto “decreto di San Valentino”. Sorse uno scontro durissimo con il PCI di Enrico Berlinguer, che vi si oppose fino in piazza. Gli italiani furono chiamati a decidere con un referendum il 9 e 10 giugno 1985: vinse il No all’abrogazione, con il 54,3% dei voti, confermando la linea del governo. Fu l’inizio di un lungo percorso di disinflazione: la scala mobile sarebbe stata definitivamente abolita solo nel luglio 1992, proprio nell’estate della grande crisi valutaria.

Un secondo tassello, altrettanto decisivo, riguardò il modo in cui lo Stato finanziava il proprio debito. Fino al 1981, se il mercato non assorbiva tutti i titoli di Stato emessi, la Banca d’Italia li acquistava automaticamente, un meccanismo che teneva bassi gli interessi, ma alimentava l’inflazione. Il 12 febbraio 1981 il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta scrisse al governatore Carlo Azeglio Ciampi, sancendo con un semplice scambio di lettere la fine di quell’automatismo: da luglio, lo Stato avrebbe dovuto convincere il mercato a comprare i propri titoli, offrendo interessi più alti per renderli appetibili. La Banca d’Italia guadagnò così una politica monetaria più indipendente e l’inflazione iniziò a scendere, ma il costo del debito esplose: dal 57% del PIL nel 1980, l’Italia superò il 100% già nel 1990, per stabilizzarsi attorno al 117% a metà degli anni Novanta: quasi il doppio del limite che l’Europa avrebbe fissato di lì a poco.

Fu in questo contesto di debito enorme e credibilità fragile che l’Italia arrivò all’appuntamento più drammatico. Tra il 9 e il 10 luglio 1992 il neonato governo Amato, per reperire le ultime risorse necessarie a una manovra correttiva imponente, decise nottetempo un prelievo forzoso del 6 per mille su tutti i conti correnti degli italiani, un provvedimento d’emergenza che scioccò il Paese, ma che si rivelò solo il preludio a una crisi ben più grande. Due mesi dopo, la speculazione internazionale, con il fondo ‘Quantum’ di George Soros tra i protagonisti più noti, attaccò simultaneamente lira e sterlina. La Banca d’Italia bruciò riserve e portò i tassi d’interesse a livelli quasi proibitivi (sul mercato monetario si sfiorò il 40% l’11 settembre) mentre la Bank of England alzò il proprio tasso base dal 10 al 12%, annunciando (senza mai renderlo operativo) un ulteriore balzo al 15%. Non bastò: il 13 settembre Amato annunciò in diretta televisiva un riallineamento della lira; il 16 settembre, il “mercoledì nero”, la sterlina fu costretta a uscire dallo SME; il giorno successivo toccò anche all’Italia sospendere la propria partecipazione. La lira si svalutò pesantemente, ma l’Italia, a differenza di quanto si temeva, uscì ferita, non travolta. Si calcola che Soros e il suo Quantum Fund abbiano guadagnato oltre un miliardo di dollari dalla sola operazione sulla sterlina; sulla lira i profitti degli speculatori furono minori, ma comunque rilevanti.

Fu proprio da quella crisi che nacque, in tutta Europa, la convinzione che coordinare le monete non bastasse più: serviva una moneta unica. Ma a metà degli anni Novanta l’Italia sembrava il Paese meno pronto ad arrivarci. Nel 1995 il deficit pubblico superava il 7% del PIL, ben oltre il 3% richiesto da Maastricht; il debito restava vicino al 120%, il doppio del limite; l’inflazione, dopo decenni di instabilità, non aveva mai dimostrato una vera continuità e la credibilità internazionale del Paese, dopo la crisi della lira, era ai minimi. Francia e Germania erano scettiche e non lo nascondevano: il cancelliere Helmut Kohl arrivò a dire pubblicamente che rispettare i criteri di Maastricht “è come fare i compiti a scuola”, mentre alcune ricostruzioni giornalistiche dell’epoca raccontano di ambienti tedeschi che ipotizzavano apertamente un euro a due velocità, con l’Italia esclusa dalla prima fase.

Quando Romano Prodi arrivò a Palazzo Chigi nel maggio 1996, con Carlo Azeglio Ciampi al Tesoro, la sfida sembrava quasi impossibile. Il governo varò manovre pesantissime (tagli alla spesa, privatizzazioni, disciplina di bilancio) e nel 1997 introdusse un contributo straordinario passato alla storia come “Eurotassa”, che fruttò circa 4.300 miliardi di lire (in parte restituiti l’anno successivo dal governo D’Alema). Il risultato, definito da Ciampi stesso “il miracolo del 1997”, fu impressionante: il deficit crollò da oltre il 7% a meno del 3% in un solo anno. Nel maggio 1998 il Consiglio europeo certificò che l’Italia rispettava i criteri di Maastricht (il debito era ancora alto, ma “in calo e gestibile”) e il Paese entrò a pieno titolo nel gruppo dei fondatori dell’euro.

Fu la chiusura di un percorso lunghissimo, iniziato nella ricostruzione del dopoguerra e passato attraverso l’inflazione, la scala mobile, il divorzio Bankitalia-Tesoro e la crisi della lira: la scelta, alla fine, di legare il destino economico dell’Italia a quello dell’Europa, dopo aver imparato quanto possa essere fragile una moneta lasciata sola in mezzo alle tempeste dei mercati.

 

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Riccardo Agresti

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