Luci e ombre di una moneta: il bilancio dell’euro, oltre vent’anni dopo

È il momento di tirare le somme. L’euro ha davvero cambiato in meglio l’economia italiana ed europea? La risposta, come spesso accade in economia, è: dipende da cosa si guarda.

Il primo vantaggio, forse il più tangibile, è la stabilità monetaria: l’euro ha ridotto drasticamente l’inflazione nei Paesi che, come l’Italia negli anni Ottanta e Novanta, avevano convissuto per decenni con oscillazioni valutarie e prezzi rincorsi a fatica dai salari. A questo si aggiunge la riduzione dei costi di transazione: niente più commissioni di cambio tra i Paesi membri, scambi commerciali interni all’Unione più semplici e meno costosi per le imprese. La moneta unica ha inoltre favorito una maggiore integrazione finanziaria, con mercati europei più connessi che facilitano investimenti e flussi di capitale. Infine, c’è la forza internazionale della moneta stessa: secondo l’ultimo rapporto della BCE, l’euro rappresenta oggi circa il 20% delle riserve valutarie ufficiali mondiali, ben distante dal 57% del dollaro, ma saldamente al secondo posto tra le valute globali, un peso che si traduce anche in maggiore rilevanza geopolitica per l’Unione.

Il rovescio della medaglia è la perdita di sovranità monetaria: l’Italia non può più svalutare la propria moneta per rendere più competitive le esportazioni. La politica monetaria unica della BCE, per quanto necessaria, deve conciliare le esigenze di economie con cicli e strutture molto diverse tra loro, una tensione che non sempre trova una sintesi soddisfacente per tutti. Nei momenti di crisi, poi, l’assenza di una banca centrale nazionale limita gli strumenti di intervento a disposizione dei singoli Stati: lo hanno mostrato con chiarezza sia la crisi del 2008 sia quella del debito sovrano.

Un capitolo a parte merita la percezione dei cittadini. Il passaggio dalla lira all’euro nel 2002 fu accompagnato da una diffusa sensazione di rincaro generalizzato, eppure i dati ISTAT raccontano una storia diversa: l’inflazione di quell’anno fu del 2,5%, di cui l’effetto diretto della conversione pesò per soli 0,8 punti. Il divario tra percezione e realtà nacque soprattutto da un errore di conversione mentale molto diffuso, il moltiplicare per due anziché per 1.936,27, la vera parità lira-euro, e dal fatto che alcuni beni di consumo quotidiano, dal caffè al bar agli ortaggi freschi, subirono aumenti reali ben superiori alla media generale. Un caso in cui la percezione individuale, pur comprensibile, non coincideva con il dato aggregato.

L’euro ha rappresentato un passo decisivo verso l’integrazione europea, con benefici evidenti in termini di stabilità, commercio e peso internazionale. Ma quei benefici non sono mai stati gratuiti: hanno richiesto, e continuano a richiedere, politiche fiscali più coordinate e una maggiore armonizzazione economica tra Stati che restano, in fondo, ancora molto diversi tra loro. La moneta unica, in questo senso, resta ciò che era fin dall’inizio: non un punto d’arrivo, ma una scommessa politica ancora aperta.

 

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 Riccardo Agresti

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