È allarmante il numero degli incendi che, in estate, colpiscono anche il nostro territorio, reso sempre più fragile dalla crisi climatica mai così intensa come quest’anno: l’origine è prevalentemente di natura umana e dolosa, ma gli effetti devastanti sono amplificati dalle temperature estreme e dalla siccità prolungata.
E’ ormai un’emergenza destinata ad aggravarsi senza risposte strutturali.
I danni vanno ben oltre la perdita di alberi, in un’area tutelata dal Parco ricca di boschi, campagne e habitat preziosi, dove il fuoco distrugge rifugi e fonti di nutrimento per gli animali, altera gli equilibri ecologici e impoverisce la biodiversità.
A loro volta, gli incendi riducono la capacità delle foreste di assorbire carbonio, aggravando il riscaldamento globale.
Si innesca così un circolo vizioso: gli incendi liberano il carbonio accumulato dagli alberi rilasciando grandi quantità di CO₂ e riducono la capacità del territorio di assorbire anidride carbonica, alimentando il riscaldamento globale. A essere colpite sono anche la qualità dell’aria, il paesaggio e l’economia locale. Il fumo minaccia la salute; abitazioni e strade possono essere raggiunte dalle fiamme, mentre agricoltura e turismo subiscono gravi conseguenze.
Di fronte a roghi dolosi o comunque riconducibili all’azione umana, la prevenzione non può limitarsi agli appelli alla prudenza. Servono pattugliamenti coordinati tra guardiaparco, Carabinieri forestali, polizie locali e volontari, telecamere nei punti sensibili e sistemi di avvistamento tempestivo, con droni e sensori. Occorre rafforzare le indagini sugli inneschi, aggiornare il catasto delle aree percorse dal fuoco e applicare sanzioni e vincoli, impedendo ogni vantaggio economico derivante dagli incendi.
Alla sorveglianza, e repressione, deve affiancarsi la lotta alla crisi climatica, con serie politiche locali di transizione energetica, incentivando le rinovabili e spingendo sulle Comunità Energetiche Rinnovabili, e misure concrete di “adattamento”: manutenzione delle fasce tagliafuoco, gestione della vegetazione secca, pulizia dei bordi stradali, accessi per i soccorsi e recupero delle aree danneggiate con specie autoctone più resistenti. Servono inoltre campagne informative e un piano operativo condiviso dai Comuni.
Occorre un salto di qualità, nelle politiche nazionali e locali e nella consapevolezza di tutti noi per difendere un bene comune da incuria e interessi criminali, e contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico.
La riuscita dell’iniziativa HERO, un Lago per Tutti, ha regalato alla nostra comunità una giornata speciale, nella quale lo sport è stato protagonista e, allo stesso tempo, strumento di partecipazione, inclusione, solidarietà e valorizzazione del territorio.
Domenica il Lungolago Argenti si è trasformato in un Villaggio Sportivo Inclusivo, grazie alla presenza e all’entusiasmo delle numerose associazioni sportive del territorio, che hanno avuto l’occasione di incontrare cittadini e visitatori, presentare le proprie attività e condividere i valori positivi che lo sport sa trasmettere, soprattutto alle nuove generazioni.
La straordinaria impresa di Umberto Casani, impegnato nella circumnavigazione a nuoto del Lago di Bracciano per circa 30 chilometri, ha rappresentato il cuore di una manifestazione capace di unire idealmente e concretamente Bracciano, Anguillara Sabazia, Trevignano Romano e il XV Municipio di Roma Capitale.
È stata un’occasione per ritrovarsi, stare insieme e riaffermare il valore dello sport come elemento di coesione sociale e di promozione del benessere, nonché come straordinario veicolo per far conoscere e vivere il nostro territorio.
Rivolgo un sincero grazie agli atleti, a tutte le associazioni sportive, ai volontari, a tutte le amministrazioni e gli enti coinvolti, al CONI Lazio e Comitato Italiano Paralimpico – Lazio, alla Polizia Locale, all’associazione Insieme per Elena, a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione dell’iniziativa e, naturalmente, a Umberto Casani per aver portato sulle acque del nostro lago una sfida così ambiziosa e significativa.
Da Sindaco, sono orgoglioso che Bracciano abbia potuto ospitare questa iniziativa e trasformare il nostro Lungolago in una grande piazza dello sport, aperta a tutti.
Grazie a chi ha partecipato, a chi ha sostenuto HERO e a chi ogni giorno, attraverso lo sport, contribuisce a rendere più forte e inclusiva la nostra comunità.
Dal 18 settembre al 17 novembre il Festival Internazionale di Danza Contemporanea torna nei Castelli Romani con oltre 30 appuntamenti affidati a compagnie italiane e internazionali, progetti per le nuove generazioni, incontri e attività formative. Una programmazione diffusa porta la danza nelle piazze, nei palazzi storici, negli spazi culturali e nei teatri di Velletri e Genzano di Roma.
Per due mesi Paesaggi del Corpo – Festival Internazionale di Danza Contemporanea, diretto da Patrizia Cavola, torna a Velletri e Genzano di Roma con un programma che riunisce spettacoli, performance, formazione e incontri con il pubblico. Dal 18 settembre al 17 novembre, la danza contemporanea dialoga con i luoghi e con il presente attraverso linguaggi e prospettive differenti, affrontando temi come il rapporto tra individuo e comunità, la crisi climatica, la memoria, la tecnologia, l’identità e l’alterità.
Il festival accoglie sia realtà affermate della scena italiana e internazionale, sia nuove generazioni di autrici e autori. Compagnia Atacama, Cie Irene K, Balletto Civile, Motus, EnClaveDANZA, Naturalis Labor, Ersilia Danza, Compagnia Francesca Selva, Balletto Teatro di Torino, Mandala Dance Company, Compagnia degli Istanti, Cie Vialuni, Kinesis CDC, AiEP Ariella Vidach, Arabesque, Enzo Cosimi, ASMED-Balletto di Sardegna, Larumbe Danza, Borderline Danza, Megakles Ballet, Silvia Gribaudi ed EgriBiancoDanza compongono un mosaico articolato di linguaggi e percorsi artistici, restituendo la ricchezza e la varietà della scena contemporanea.
Il programma inaugurale di venerdì 18 settembre prende il via a Velletri con la presentazione di un estratto di Anghingò di Compagnia Atacama, creazione di Patrizia Cavola e Ivan Truol, alle 17.30 in Piazza Cairoli. Ispirato al libro Amblimblè – Rime e riti dei giochi di strada di Piero Dorfles, lo spettacolo recupera l’immaginario dei giochi collettivi di un tempo, quando la strada era luogo di incontro, invenzione e costruzione condivisa delle regole. Conte, filastrocche, voce, ritmo, suono e movimento compongono una partitura che guarda anche all’infanzia nell’epoca dei dispositivi digitali e alla progressiva perdita degli spazi di socialità spontanea.
Nella stessa giornata è in scena La nature n’aime pas le vide di Cie Irene K, della coreografa belga Irene Kalbusch. Due individui si incontrano con cautela e cercano progressivamente una vicinanza, in una tensione continua tra trattenere e lasciar andare. Attrazione e separazione, fascinazione per ciò che è sconosciuto e accettazione dell’altro diventano gli elementi di una performance costruita sulla prossimità e sulla distanza. Completa l’apertura Balletto Civile con Tebe, ideazione e regia di Michela Lucenti. Ispirato a Le Fenicie di Euripide, il lavoro guarda alla tragedia classica per interrogare le tensioni del presente: la lotta tra Eteocle e Polinice diventa una riflessione su potere, guerra, tirannia e democrazia.
Sabato 19 settembre alle 11.30, Piazza Frasconi a Genzano di Roma ospita un estratto di La nature n’aime pas le vide di Cie Irene K. La creazione di Irene Kalbusch assume lo spazio pubblico come elemento della propria scrittura, in continuità con il percorso della compagnia belga, impegnata da anni nella realizzazione di performance teatrali e interventi pensati per luoghi non convenzionali. Alle 17.30, a Palazzo Sforza Cesarini, la stessa creazione torna a confrontarsi con un nuovo contesto architettonico. Il passaggio dalla piazza al palazzo storico modifica la percezione del gesto, la distanza tra i performer e lo sguardo del pubblico. La giornata prosegue con MOTUS e Invidia (Genesi dell’invidia), concept e drammaturgia di Rosanna Cieri e coreografia di Simona Cieri. Un sentimento antico viene osservato nella sua dimensione contemporanea, alimentata dal confronto permanente con le vite e le immagini degli altri attraverso i social network. L’invidia diventa così una lente per leggere una società nella quale il desiderio può trasformarsi in frustrazione, odio e autodistruzione. Al programma si affianca EnClaveDANZA con Terra Ferida. La compagnia madrilena porta in scena una riflessione sul cambiamento climatico nata dall’esperienza delle devastanti piogge DANA che nel 2024 hanno colpito la Spagna. I movimenti dell’acqua – la quiete, i cicli, lo straripamento – diventano metafora della fragilità degli equilibri contemporanei. La ricerca è stata sviluppata anche attraverso il lavoro sul campo a Valencia e a Mira, in Castiglia-La Mancia, mettendo in connessione territorio, memoria ed evento.
Domenica 20 settembre alle 11.30, in Piazza Frasconi a Genzano, un estratto di Anghingò di Compagnia Atacama porta nuovamente in scena giochi, riti, conte e filastrocche. Alle 17.30, a Palazzo Sforza Cesarini, il lavoro torna in programma accanto a una serie di creazioni che affrontano il tema della perdita, dell’amore e della possibilità di trovare nuovi equilibri. Tra queste, Naufraghi (Jules) di Naturalis Labor, coreografia di Luciano Padovani, guarda al naufragio come immagine di un limite improvviso, capace di spezzare equilibri e aprire nuove possibilità. Al centro della creazione c’è un amore impossibile e il disorientamento che accompagna la perdita: la fragilità diventa il punto di partenza per cercare nuove traiettorie e un diverso approdo.
Segue Ersilia Danza con La Passeggiata, coreografia di Laura Corradi ispirata all’omonimo dipinto di Marc Chagall. L’amore tra Chagall e la moglie Bella diventa immagine di una leggerezza capace di elevarsi sopra il peso della storia e della tragedia. La creazione traduce in movimento quella sospensione onirica nella quale la bellezza può diventare una forma di resistenza.
Chiude la giornata Mater Sola della Compagnia Francesca Selva, terzo quadro della Trilogia del Tempo Sospeso. Il lavoro guarda alle vittime delle guerre contemporanee attraverso la figura archetipica della madre, presenza che resta di fronte alla perdita e alle macerie. La creazione assume così una dimensione di testimonianza e responsabilità civile.
Il festival torna a Velletri venerdì 25 settembre, dalle 17.30, alla Casa delle Culture e della Musica, con una giornata dedicata al dialogo tra materia, corpo e natura. Il Balletto Teatro di Torino presenta ALISEO variation, coreografia di Manfredi Perego interpretata da Bailey Kager. Il vento diventa metafora di un’energia invisibile capace di modificare il paesaggio e ciò che incontra. Il movimento segue intensità differenti, tra sospensione, spinta e cambiamento. Con Mandala Dance Company arriva Stone, nuova produzione 2026 firmata da Paola Sorressa. Sette pietre accompagnano un rito coreografico nel quale materia, memoria e spiritualità si incontrano, fino alla composizione di un totem finale. L’immaginario richiama i giardini Zen e una concezione della natura come spazio di ascolto e contemplazione.
La giornata continua con Compagnia degli Istanti e Suddenly Here. Dire, fare, baciare, ideazione di Simona Bucci. Il celebre gioco “Dire-Fare-Baciare-Lettera-Testamento” viene riletto come metafora di presenze che appaiono, si incontrano e scompaiono, come pensieri fuggevoli. A chiudere il programma è Cie Vialuni, dalla Francia, con La Performance Agricole, creazione di Michèle Ettori. Terra, acqua, piante e altri elementi del vivente entrano direttamente nella performance, costruita come una partitura aperta agli interpreti e agli spettatori. Il paesaggio agricolo diventa uno spazio di osservazione e connessione tra ambiente e gesto.
Sabato 26 settembre alle 17.30, Palazzo Sforza Cesarini a Genzano di Roma ospita una giornata dedicata a tecnologia, natura, società e identità. Kinesis CDC presenta Hu|Or|ME – Animal Farm, ispirato all’universo di Animal Farm di George Orwell. Lo spettacolo non mette in scena la novella, ma parte da una domanda: se un animale fosse posto nella condizione dell’essere umano, si comporterebbe diversamente o riprodurrebbe gli stessi meccanismi? Da questa premessa prende forma una ricerca sulle strutture della società e sui comportamenti umani. Con AiEP – Ariella Vidach arriva KOPPELIA_giardino13, progetto che rilegge il personaggio di Coppélia in chiave postumana. Tecnologia, natura e presenza artificiale entrano in un sistema di connessioni nel quale la figura tecnologica non è più soltanto oggetto di controllo, ma presenza autonoma e sensibile. Danza, realtà virtuale, ambienti 3D, motion capture e un cane robotico contribuiscono alla costruzione di una nuova idea di coesistenza tra umano e non umano. In duetX, Associazione Arabesque mette in scena due individui intrappolati in un universo regolato da aspettative, routine e controllo. La precisione e la disciplina diventano progressivamente strumenti di fuga, fino a trasformarsi in poesia e libertà. Il lavoro interroga il confine tra dovere e desiderio, ordine e caos, controllo e autodeterminazione.
Chiude la giornata Compagnia Enzo Cosimi con la nuova produzione Amore Capitale. Roma viene osservata come materia viva, stratificata e contraddittoria attraverso le suggestioni di Pasolini, Belli, Fellini, Caravaggio, Artaud e Petrolini. La città diventa così il centro della scena, attraversata dalle memorie e dalle immagini che ne hanno costruito il racconto nel corso del tempo. Enzo Cosimi, tra i più rappresentativi coreografi italiani, ha firmato oltre sessanta coreografie presentate in Italia e all’estero.
Domenica 27 settembre alle 17.30, ancora a Palazzo Sforza Cesarini, torna STONE di Mandala Dance Company, la nuova produzione di Paola Sorressa dedicata al rapporto tra pietra, gesto e simbolo. Il mito diventa invece materia coreografica con ASMED – Balletto di Sardegna e IKARO, coreografia di Rocco Suma. Icaro è assunto come metafora della libertà, del desiderio di superare i propri limiti e del rischio implicito in ogni slancio verso l’ignoto. Ambienti distopici, sonorità emotive e corpi fragili e potenti costruiscono un’immagine del contemporaneo sospesa tra aspirazione e pericolo. La relazione tra danza e tecnologia torna protagonista con Larumbe Danza e STAGE: ON THE ROAD, installazione immersiva che integra danza dal vivo, video, ambienti virtuali e realtà aumentata ed estesa. Il progetto crea uno spazio di mediazione e incontro pensato per avvicinare le arti performative a pubblici diversi, con particolare attenzione alle giovani generazioni. Chiude la giornata Borderline Danza con Sustraiak, lavoro di Alessandro Esposito e Maite Rodgers Gastaka. Nel “deserto” della società contemporanea la natura torna a manifestarsi e a riappropriarsi delle proprie radici, penetrando fino allo spirito umano.
Sabato 3 ottobre, alle 18.30, il Teatro Artemisio Gian Maria Volonté di Velletri ospita il debutto assoluto di Anghingò di Compagnia Atacama. La creazione di Patrizia Cavola e Ivan Truol, nata dal recupero di giochi di strada, filastrocche e rituali collettivi, viene presentata nella sua versione integrale. Al centro c’è il confronto tra un’infanzia fondata sulla condivisione e sul gioco e una contemporaneità sempre più segnata dalla presenza dei dispositivi digitali. In programma anche Compagnia Petranuradanza / Megakles Ballet con Panta Rhei, coreografia di Salvatore Romania e Laura Odierna. Ispirato al celebre principio eracliteo del divenire, il lavoro mette in scena due corpi immersi nel flusso continuo dell’esistenza. Cicli, mutamenti e instabilità diventano elementi di una ricerca sul movimento e sulla natura transitoria dell’esperienza.
Una diversa idea di virtuosismo arriva sabato 11 ottobre alle 18.30, ancora al Teatro Artemisio Gian Maria Volontè, con R.OSA – 10 esercizi per nuovi virtuosismi di Silvia Gribaudi, interpretato da Claudia A. Marsicano. Lo spettacolo ribalta i codici tradizionali del virtuosismo e mette al centro un corpo libero dalle norme imposte. Con ironia e complicità, la performer affronta dieci esercizi coinvolgendo direttamente il pubblico. Il lavoro interroga così il modo in cui guardiamo il corpo, la donna e i modelli sociali.
Una particolare attenzione è rivolta alle nuove generazioni con Paesaggi Kids, sezione dedicata a bambine e bambini, scuole e famiglie, che propone matinée e percorsi di avvicinamento alla danza e alle arti performative. Venerdì 13 novembre alle 10, al Teatro Artemisio Gian Maria Volontè di Velletri, Compagnia Atacama presenta Il Brutto Anatroccolo, creazione di Patrizia Cavola e Ivan Truol ispirata alla fiaba di Hans Christian Andersen. La vicenda dell’anatroccolo emarginato diventa una riflessione sulla diversità, sull’accettazione di sé e degli altri e sulla ricerca del proprio posto nel mondo. A chiudere il percorso di Paesaggi Kids sarà EgriBiancoDanza con Storie di un burattino, in programma martedì 17 novembre alle 10 al Teatro Artemisio Gian Maria Volontè di Velletri.
Il 14 e 15 novembre Paesaggi del Corpo ospita inoltre il progetto speciale L’Eredità del Burattino / Sulle tracce di Pinocchio, dedicato alla figura di Pinocchio e realizzato da La Scatola dell’Arte con il contributo del MIC – Ministero della Cultura, il Patrocinio culturale della Fondazione Nazionale Carlo Collodi e del Comitato Nazionale delle Celebrazioni del Bicentenario della nascita di Carlo Collodi. Il progetto si sviluppa attraverso tre differenti performance dedicate a Pinocchio, affidate a tre distinti percorsi coreografici, mettendo a confronto sensibilità e linguaggi della danza contemporanea.
Sabato 14 novembre alle 18, al Teatro Artemisio Gian Maria Volontè di Velletri, il progetto entra nel vivo con la prima delle tre performance, Sulle tracce di Pinocchio, con coreografia di Raphael Bianco. Nella stessa giornata e nello stesso spazio è in programma una seconda creazione dedicata al burattino, con coreografie di Patrizia Cavola e Ivan Truol, ampliando il confronto tra differenti interpretazioni sceniche del personaggio di Collodi. Il progetto prosegue domenica 15 novembre alla Casa delle Culture e della Musica di Velletri. Alle 16 il pubblico incontra Daniela Marcheschi, critica letteraria e italianista, per un approfondimento dedicato all’opera e all’universo creativo di Carlo Collodi.
Alle 18 il percorso torna alla scena con la terza performance di Sulle tracce di Pinocchio, affidata alle coreografie di Giorgio Rossi, con musica dal vivo di Livio Minafra. La giornata mette così in relazione approfondimento critico e spettacolo, offrendo al pubblico due differenti modalità di avvicinamento alla figura di Pinocchio.
La programmazione di Paesaggi del Corpo 2026 porta per due mesi la danza tra Velletri e Genzano, mettendo in dialogo spettacoli, luoghi e comunità. Piazze, palazzi storici e teatri diventano spazi di visione e incontro, mentre le attività dedicate alle nuove generazioni ampliano il programma con occasioni di partecipazione, scoperta e confronto. Paesaggi del Corpo – Festival Internazionale Danza Contemporanea è un progetto de La Scatola dell’Arte ETS, realizzato con il contributo di Regione Lazio, in collaborazione e con il patrocinio del Comune di Velletri e del Comune di Genzano di Roma.
La società è cambiata, eppure agosto continua a segnare il tempo delle ferie: c’è chi le aspetta, chi le subisce, chi ci finisce dentro per forza. Per i ragazzi, però, l’estate finisce prima. Negli ultimi giorni del mese, quando l’aria resta calda, ma ha già un’altra consistenza, il pensiero che “tra poco si ricomincia” arriva di colpo, senza preavviso. Il cantautore Francesco Guccini, nella Canzone dei dodici mesi, scrive che “settembre è il mese del ripensamento sugli anni e su l’età, dopo l’estate porta il dono usato della perplessità”. E aggiunge: “ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità, come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità”.
È un messaggio universale, ma quel settembre mi piace leggerlo così: il ritorno a scuola è un nuovo modo di stare dentro un luogo che li cambia, anche quando il timore del dubbio li spinge a desiderare di restare uguali o di crescere senza pagare un prezzo troppo alto. Ogni anno entra in classe una versione diversa di loro stessi, anche se non lo sanno. Si cresce senza accorgersene: l’orizzonte si allarga, le domande aumentano e le risposte non bastano mai. E intanto la scuola riparte con le stesse criticità che l’estate non ha risolto.
È rimasta ferma davanti a ragazzi che invece cambiano, e che tornano carichi di paure che non riconoscono e di speranze che non sanno mostrare. Gli insegnanti guardano a programmi, voti e verifiche con un occhio tecnico; gli studenti, con un altro. Per loro la scuola è un ambiente da abitare, un percorso da capire. Si chiedono se il nuovo insegnante lascerà un segno. Cercano tra i compagni amicizie che durino, non solo risate sottobanco. Ogni ragazzo, a settembre, porta un bagaglio di aspettative che nessuna circolare può contenere. Non parlano di voti o di programmi: sono attese intime, difficili da esprimere, ma decisive nel definire un percorso. Da fuori, il settembre scolastico è cronaca: una scuola che riapre, studenti che rientrano, un articolo che lo descrive.
In realtà è il ritorno di chi porterà avanti il futuro del Paese. Li guardi e ti chiedi chi erano, chi sono, chi vorrebbero diventare. Entrano in un luogo dove passeranno la maggior parte del loro tempo. Non è solo muri e corridoi: è teatro di crescita, che comporta prove, errori, nuove scoperte. È una zona emotiva, dove a volte hanno riso troppo forte, dove sono inciampati, dove hanno capito qualcosa di sé senza che nessuno glielo spiegasse. Chi ha qualche anno in più e ha studiato nel secolo scorso, forse non sarà stato un modello, ma sa che le lezioni che restano non sono quelle scritte sui quaderni, sulle lavagne o ascoltate durante le lezioni. Restano le cose accadute ai margini: una frase pronunciata al momento giusto, un sorriso che scioglie una giornata storta, una forte discussione che a volte ha fatto cambiare opinione. E anche un errore, che ti insegna a procedere senza imbarazzo.
Molte nozioni imparate a memoria restano, soprattutto con l’età: i ricordi antichi resistono più di quelli appena registrati. Ma oggi servono a poco, al massimo a fare bella figura con gli amici. Le lezioni che contano non hanno voto, programma o orario. Sono quelle che costruiscono davvero le persone che diventeranno. La scuola non è solo istruzione. È un laboratorio di identità, dove si impara a stare con gli altri, si affrontano i limiti, si scopre che il mondo non coincide con il sapere ma con la crescita personale. Settembre è un semplice passaggio della propria vita: un ponte breve, passato il quale conta ciò che si conosce, ma molto di più ciò che si diventa. E la scuola si deve dotare degli strumenti più idonei per accompagnare questo straordinario cammino.
La rubrica “Paesi che vai” oggi ci porta in Abruzzo e ci racconta un paese quasi fantasma che richiama le fiabe.
C’è un punto dell’Abruzzo interno dove il mondo sembra rallentare fino quasi a fermarsi. Un luogo che non si attraversa per caso, che non si incontra lungo una strada principale, che non si scopre seguendo le mappe del turismo. Si chiama Fallascoso, frazione di Torricella Peligna, mille metri d’altitudine sul versante carricino della Maiella, un pugno di case in pietra affacciate su un orizzonte che spazia dalle creste della montagna fino al mare Adriatico, lontano ma visibile nelle giornate più limpide.
Tutt’intorno e prossimo siti che raccontano pagine di storia, il parco Nazionale della Maiella, un’ambiente incorrotto, castelli, fauna protetta ed esperienze enograstronomiche che sfideranno la dimenticanza sensoriale. Ma non è questo che vogliamo raccontarvi, tutto questo è da vivere. Vorremmo provare a condividervi il privilegio di un’esperienza totalizzante, fuori tempo, distante dalle logiche del consumismo. Vorremmo provare a raccontarvi questo piccolo borgo visto oltre che con i sensi, anche con l’anima.
“Diciotto abitanti e quindici gatti”, ha detto una delle residenti più anziane, con un sorriso che non è ironia ma consapevolezza. Una definizione che è già un racconto: Fallascoso è un microcosmo montano dove la vita si misura in presenze, non in numeri.
Non ci sono negozi. Non ci sono rumori. Non ci sono servizi a portata di mano: il comune, con i suoi presidi di civilizzazione, è a quasi quattro chilometri. Eppure, in un luogo dove apparentemente non c’è niente, dopo pochi giorni si scopre che non manca nulla. O meglio: non manca nulla di ciò che davvero serve.
Quando abbiamo chiesto a Doralice, una delle residenti più anziane, ipovedente e costretta su una sedia a rotelle, cosa mancasse a Fallascoso, ha risposto senza esitazione: «Niente. Qui non manca niente.»
È una frase che non si dimentica. È la pietra preziosa che ci portiamo via da qui, noi che viviamo in luoghi dove manca sempre qualcosa: un servizio, un comfort, un’opportunità, un tempo che non basta mai. A Fallascoso, invece, il tempo è sufficiente. E la vita anche.
Il paese dove la comunicazione passa dalle finestre
Qui la comunicazione non segue le vie della rete. Ci si chiama dalla strada, ci si parla dai balconi, ci si preoccupa se una finestra non si apre alla solita ora o se un’abitudine non viene confermata. La comunità è un sistema di segnali minimi, di prossimità, di attenzione reciproca. Non c’è bisogno di definirla: esiste, funziona, sostiene.
Quassù la cronaca con i suoi morti, le sue storture, il senso violentato della giustizia, sembrano racconti fantascientifici nemmeno tanto interessanti.
Fallascoso è un luogo dove si vive un tempo sospeso, un intervallo tra un passato dimenticato e un presente lontanissimo, quasi inconcepibile. Il futuro non è una preoccupazione: ciò che conta è l’immediato, il gesto quotidiano, la presenza dell’altro. È un modo di stare al mondo che ribalta le priorità e ridisegna le logiche dell’appartenenza.
L’amministrazione che custodisce l’essenziale
In un contesto così piccolo, l’amministrazione comunale ha un ruolo decisivo. Il sindaco Carmine Ficca e la sua amministrazione, in particolar modo l’assessore Nicola Di Pietrantonio, che alle origini di Fallascoso è tornato a prestare il proprio contributo dopo una vita lavorativa trascorsa a Roma, garantiscono una presenza attenta e concreta. Il medico e la farmacia assicurano il supporto sanitario necessario. Gli ambulanti e le consegne a domicilio garantiscono gli approvvigionamenti, soprattutto nei mesi invernali, quando la neve rallenta la mobilità e il paese sembra ancora più isolato.
Non manca nemmeno l’attenzione alla cultura. Fallascoso è impregnato di storia: qui, durante la II gueraa Mondiale, passava la Linea Gustav, qui i partigiani hanno resistito e difeso la nostra libertà con una determinazione che ancora oggi si percepisce nelle pietre delle case e nei racconti degli anziani. La memoria non è un elemento accessorio: è parte del paesaggio, come la Maiella che domina il borgo e ne custodisce il silenzio.
Proprio nella stupenda piazzetta del belvedere, affacciata sulla maestosità della montagna, ogni anno si apre il Festival John Fante – “Il dio di mio padre”, manifestazione culturale di livello internazionale dedicata allo scrittore abruzzese‑americano. Un festival che porta qui studiosi, lettori, appassionati, e che dimostra come anche un luogo minuscolo possa diventare centro di gravità culturale, spazio di incontro, di parola, di memoria condivisa. È un modo per ricordare che la cultura non ha bisogno di grandi platee: ha bisogno di luoghi che sappiano ascoltare.
San Rinaldo e il senso del rito
La piccola chiesa del paese ospita una funzione a settimana. Il patrono, San Rinaldo, eremita che cercava la via essenziale del Signore nella solitudine di una grotta, incarna perfettamente lo spirito del borgo: silenzio, misura, interiorità.
Durante i festeggiamenti patronali, Fallascoso rivede il concetto stesso di festa. Niente palchi, niente programmi costosi, niente eventi da migliaia di euro. Solo il ripetersi di tradizioni antiche, come la Conocchia, rito offertorio in cui uomini e donne in costumi tradizionali percorrono le poche vie del paese, bussano porta a porta, cantano antichi canti locali e raccolgono offerte in generi alimentari. La sera, tutto viene riproposto in un’asta comunitaria, semplice e solenne.
Nessun gruppo rinomato, nessun cabarettista prezzolato: solo fisarmoniche, organetti, chitarre e voci che si intrecciano. E passi di danza che sembrano uscire da un tempo remoto, propiziatori, circolari, condivisi. La vera festa è esserci, ritrovarsi, ricordare.
Nei tre giorni di festa, Fallascoso si riempie. Arrivano gli emigrati, quelli che tanti lustri fa si disseminarono per i capoluoghi e le regioni più diverse della nostra Italia ma emigrarono anche, per cercare fortuna in ogni angolo del mondo. Tornano immancabilmente, attratti dal richiamo delle radici. È forse questo il vero miracolo del paese: la capacità di richiamare chi è lontano, di ricordare che l’appartenenza non è un concetto, ma una condizione dell’anima.
Case che aspettano e un silenzio che orienta
Centinaia di case in pietra aspettano solo di essere fatte rivivere. Non con le logiche del turismo mordi‑e‑fuggi, ma con quelle dimenticate della cura, della presenza, della continuità. Fallascoso non chiede di essere visitato: chiede di essere ascoltato. E chi lo ascolta, difficilmente se ne dimentica.
Aprire la finestra la mattina significa affacciarsi su un silenzio irreale. Le prospettive sono limpide: la Maiella di fronte, il mare sullo sfondo, la luce che cambia lentamente. È un silenzio che non isola, ma orienta. Che non toglie, ma restituisce.
Descrivere e raccontare Fallascoso potrebbe essere semplice e al tempo stesso complicato. Semplice, perché qui tutto è caratterizzato da semplicità: i paesaggi e la gente, le strade e le prospettive, gli usi e i costumi, i rapporti interpersonali e la forma. Ma anche complicato: come si racconta il silenzio quasi assoluto, il ritmo del tempo scandito da un orologio senza lancette ma fatto di riti e passaggi, l’orologio della chiesa, il mezzo della nettezza urbana predisposto alla raccolta differenziata porta a porta, questa relazione innaturale tra semplice e funzionale?
Come si racconta la sensazione di ascoltare i propri passi sul selciato, le evoluzioni volitive delle nuvole, la generosità del sole e la pioggia di stelle delle notti d’estate, la musica del vento che arpeggia tra gli alberi, le case, i vicoli, gli scorci? E come si racconta l’acqua delle fonti, fresca e allegra, che scende cantando tra le pietre come una nenia antica, ricordando che la vita, qui, scorre con un ritmo che non si può accelerare?
Camminare in un posto che talvolta dà l’idea di essere disabitato equivale a camminare dentro se stessi, per trovare — talvolta — anche ciò che non ci piace, ma esiste e riemerge prendendo una definizione nuova e diversa.
E poi c’è un’ultima verità, quella che scopriamo ogni anno tornando qui, da una vita intera. A Fallascoso non ci sono soltanto le nostre radici: c’è qualcosa di più. C’è un senso di riequilibrio che altrove non troviamo, uno spazio di pensiero laterale, più alto — forse perché montano — dove le idee respirano e le prospettive si allargano. Qui c’è lo spazio per orientarsi verso possibilità che non si erano considerate, verso una prossimità che purifica dal cinismo delle nostre vite frenetiche e veloci.
Qui gli elementi naturali della vita — il fuoco, il legno, la pietra, l’acqua — insegnano più dei libri. Qui i racconti antichi di gente semplice di montagna valgono più delle valanghe di mondo con cui ci travolge la rete. E a proposito di rete: anche qui è arrivata, hanno da poco installato la fibra. Eppure a nessuno sembra interessare. Perché tutto l’universo mondo è già nelle piccole cose possibili, e la velocità delle connessioni diventa irrilevante di fronte alla lentezza dei ritmi che riportano ciascuno a sé stesso, al senso ancestrale dell’esistere.
Fallascoso è un calibro di passi possibili. E forse, proprio per questo, può portare più lontano di dove stiamo cercando di andare correndo a perdifiato.
Agosto arriva sempre così: in punta di piedi, ma con la forza di un mese che non somiglia a nessun altro. È il tempo della sospensione, il ponte fragile tra ciò che abbiamo attraversato e ciò che ancora non conosciamo. Un mese che non è solo vacanza, ma attesa, respiro, intervallo. E in questo intervallo, ogni anno, anche nel nostro territorio, proviamo a riporre un po’ di fiducia, un po’ di speranza, un po’ di quella ostinazione che ci permette di guardare avanti anche quando il presente sembra chiedere troppo.
La stagione che ci lasciamo alle spalle è stata complessa. Le criticità irrisolte sono rimaste lì, come onde che continuano a battere sulle nostre rive: i conflitti che da troppo tempo affliggono varie parti del mondo, la crisi energetica che ha innalzato il costo del petrolio e del gas, i rincari delle materie prime e dei generi di prima necessità. Le famiglie del nostro territorio — quelle che vivono tra il lago e il mare, tra i borghi collinari e le frazioni più isolate — hanno sentito il peso di un’economia che non concede tregua. Molti non hanno potuto permettersi una vacanza, eppure hanno cercato in questo mese un piccolo spazio di tregua, un luogo mentale dove riporre la speranza che l’autunno possa portare con sé qualche risposta.
Agosto è un mese caldo, quest’anno più che mai. Un caldo che non è solo meteorologico, ma simbolico: è il calore delle attese, delle preoccupazioni, delle responsabilità che non vanno in ferie. È il caldo che avverte chi ha il potere decisionale che il tempo delle scelte sagge non può più essere rimandato. La prossima legge finanziaria dovrà tener conto dell’aggravio economico che pesa sui cittadini e, soprattutto, sulle fasce più deboli. Serviranno politiche più attente, più lungimiranti, più capaci di sostenere famiglie e imprese del nostro territorio, che vive di turismo, agricoltura, piccole attività, artigianato, servizi locali spesso fragili e sottodimensionati.
In questa sospensione agostana, non possiamo dimenticare chi non ha potuto fermarsi: gli anziani soli nelle frazioni più distanti, le famiglie alle prese con le malattie, chi vive difficoltà economiche o emotive che non conoscono stagioni. Non possiamo dimenticare che il riposo non è un diritto garantito per tutti, e che la nostra comunità è fatta anche di chi attraversa l’estate con più fatica che leggerezza.
Agosto è anche il mese in cui il nostro ambiente chiede aiuto con voce più forte. Il lago di Bracciano che soffre le oscillazioni dei livelli idrici, il litorale che combatte l’erosione, le campagne della Tuscia che affrontano la siccità, le colline di Roma Nord che convivono con un clima sempre più estremo. Gli effetti di anni di politiche energetiche poco attente e poco lungimiranti sono sotto gli occhi di tutti. Chi ha responsabilità pubbliche non può ignorare che la tutela dell’ambiente è ormai una priorità assoluta, un’urgenza che riguarda la salute, l’economia, la qualità della vita.
E allora questo agosto diventa davvero un tempo sospeso: un luogo di mezzo, un passaggio, un confine sottile tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. Un mese che ci invita a fermarci, a riflettere, a guardare con sincerità alle nostre fragilità e alle nostre speranze. Un mese che ci ricorda che la comunità è fatta di persone, non di numeri; di storie, non di statistiche; di bisogni, non di slogan.
Quando l’autunno arriverà, porterà con sé il peso delle scelte che dovremo affrontare. Ma porterà anche la possibilità di ricominciare, di correggere, di migliorare. Agosto, con la sua sospensione, ci offre il tempo per prepararci a questo nuovo inizio.
E forse è proprio questo il suo dono più grande: ricordarci che, nonostante tutto, la speranza è ancora una possibilità. E che il futuro del nostro territorio, se lo vogliamo davvero, può essere costruito con responsabilità, con cura e con quella umanità che nessuna crisi dovrebbe mai farci perdere.
«Se pensano che qualcosa di tutto questo mi possa intimorire o possa fare in modo che io non lotti per Alberto Stasi, vuol dire che non hanno capito assolutamente nulla di me». L’avvocato Antonio De Rensis, legale di Alberto Stasi, risponde così agli attacchi ricevuti nelle ultime settimane. Ospite questa sera a Filorosso, su Rai 3, il programma condotto da Antonino Monteleone con Adele Grossi, De Rensis ha ribadito di essere pronto ad andare avanti nella sua battaglia: «Io ho abbastanza energia, abbastanza risorse e abbastanza coraggio per andare avanti con queste persone per dieci anni. Io vado avanti con loro per dieci anni».
L’avvocato ha poi reagito alle accuse secondo cui avrebbe orchestrato un piano mediatico per mettere Stefania Cappa al centro della scena. «Siccome in questa conversazione io sono l’epicentro, fra di loro, sono il nuovo avvocato che entra, tu dopo cinque giorni chiami l’avvocato che ha creato tutta questa roba», ha detto.
Sul fatto che siano aumentati gli attacchi nei suoi confronti, De Rensis ha risposto senza esitazioni: «Molto, vuol dire che sto facendo bene quello che devo fare». Poi il tema del perdono, legato anche alla sua storia personale. «Se sono cresciuto con mio zio e mia nonna, vuol dire che da bambino qualcosa di particolarmente gravoso l’ho vissuto», ha raccontato. Quella vicenda, ha spiegato, «l’ho già lasciata alle spalle e l’ho perdonata». Ma oggi, davanti agli attacchi che ritiene rivolti anche ad altre persone, il percorso è più difficile: «Se avessero attaccato me sarebbe stato più facile». Secondo De Rensis, infatti, «queste persone hanno cercato, cercano e cercheranno di attaccare me, Giada Bocellari, Alberto Stasi, la Procura di Pavia, Alessandro De Giuseppe, che è un galantuomo, e i carabinieri di Moscova». E proprio sui carabinieri ha aggiunto: «Io nutro un’ammirazione e una stima che è indescrivibile». «Queste persone stanno cercando di fare del male a tanta gente», ha concluso, «quindi sul mio perdono devo lavorare ancora molto, soprattutto dopo venerdì».
“Se viene messa a rischio la mia incolumità e quella dei miei familiari, sarebbe utile sporgere querela”». È quanto ha sottolineato il magistrato Annalisa Imparato, ospite questa sera a Filorosso, su Rai 3, il programma condotto da Antonino Monteleone con Adele Grossi, commentando l’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci.
Imparato ha richiamato l’attenzione sulla posizione della persona offesa, sottolineando come, allo stato, nonostante la situazione di cui sarebbe vittima, sembrerebbe non aver ancora sporto querela. Il magistrato si è poi soffermato sugli esecutori materiali, descrivendoli come “personaggi cresciuti in un contesto ad alta densità criminale”, usciti da istituti penitenziari dopo aver scontato pene anche lontane nel tempo, ma “lontani da logiche di potere”. Sul movente, Imparato ha quindi rimarcato la distinzione tra chi esegue materialmente il delitto e chi lo preordina: “Le logiche di potere alla base della scelta di Lavitola non devono necessariamente essere conosciute dagli esecutori. Il movente spetta a chi preordina e sceglie di commettere quel delitto”. Quanto alla contestazione dell’ufficio di procura, il sostituto procuratore ha spiegato che viene contestato il ruolo dei singoli, richiamando il concetto di metodo mafioso: “Il metodo mafioso sta nella forza intimidatrice”.
Domenica 6 Settembre Aism Roma ti aspetta a Piazza del Molo a Trevignano per vivere da vicino le emozioni della “Nuotata Infnita”, il tentativo di record del mondo della nuotata continuativa piu lunga ad opera di Marco Fratini, medico e ultraswimmer, .
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Si è conclusa ieri la festa dedicata a San Giovanni Battista, patrono di Manziana, e vogliamo dedicare un ringraziamento speciale a tutte le persone che hanno contribuito a renderla un successo.
Un grazie sincero al Comitato spontaneo Festa San Giovanni Battista per lo straordinario lavoro svolto, per l’impegno, la passione e la dedizione messi in campo nella realizzazione di questi giorni di festa. Dietro ogni evento ci sono tempo, energie, idee e tanta voglia di fare. Il risultato è stato un programma ricco di appuntamenti, musica, tradizioni e momenti di incontro che hanno saputo coinvolgere la comunità e far vivere il nostro paese.
Grazie ai volontari, alle associazioni, agli esercenti, agli artisti, a tutti coloro che hanno collaborato e, naturalmente, a tutte le cittadine e i cittadini che hanno partecipato con entusiasmo. È anche grazie a questo impegno collettivo che le tradizioni di Manziana continuano a vivere e a rinnovarsi.