La Grecia e l’euro: la parabola di un ingresso rimandato e di una bugia costata carissimo

La storia della Grecia nell’euro è una parabola complessa: un ingresso tardivo, una crescita apparentemente brillante, poi il crollo improvviso e una crisi che ha messo alla prova la tenuta dell’intera eurozona. È il caso più emblematico di come l’integrazione monetaria possa amplificare tanto le opportunità quanto le fragilità di un Paese.

Quando nel 1998 l’Unione Europea selezionò i Paesi fondatori dell’euro, la Grecia fu l’unico Stato tra i candidati a restarne fuori per ragioni puramente economiche: non rispettava quasi nessuno dei criteri di Maastricht e la distanza dalla disciplina richiesta era strutturale, non un semplice ritardo tecnico. Diverso il caso degli altri Paesi rimasti fuori dalla prima ondata: Regno Unito e Danimarca avevano negoziato deroghe formali già nel trattato di Maastricht, mentre la Svezia scelse deliberatamente di non allineare la propria valuta ai parametri richiesti, evitando così l’adesione senza mai chiederla davvero.

L’esclusione fu vissuta ad Atene come uno shock politico. Il governo greco avviò un programma di stabilizzazione economica per dimostrare all’Europa una rapida convergenza, tanto che già nel 2000 la Grecia presentò domanda di adesione: il Consiglio la accolse, e dal 1° gennaio 2001 il Paese entrò ufficialmente nell’area euro, con l’introduzione fisica della moneta nel 2002 in contemporanea con gli altri undici Stati fondatori. Fu celebrato come una vittoria politica: la Grecia entrava nel cuore dell’Europa.

Negli anni successivi, però, emersero crepe profonde. Già nel 2004, dopo un cambio di governo, una revisione dei conti pubblici rivelò che il deficit greco non era mai stato realmente sotto la soglia del 3% richiesta da Maastricht: lo aveva superata ogni singolo anno fin dal 1999, sulla base di dati sottostimati o classificati impropriamente. Il verdetto implicito era pesante: la stessa ammissione all’euro nel 2000-2001 si era basata su numeri non pienamente affidabili. Nel frattempo l’euro aveva abbassato artificialmente il costo del debito greco, rendendo l’indebitamento facile e conveniente, una finestra che Atene sfruttò senza consolidare davvero i propri conti.

La bomba esplose il 18 ottobre 2009, quando il neoeletto governo di George Papandreou rivelò che il deficit pubblico, dichiarato dal governo uscente al 3,7% del PIL, era in realtà pari al 12,7% (più di tre volte tanto) e sarebbe stato rivisto ancora al rialzo, fino al 15,4%, nei mesi successivi. Fu un terremoto: le agenzie di rating declassarono il debito greco nel giro di poche settimane, i mercati internazionali si chiusero al Paese e quella che sembrava una crisi nazionale si trasformò rapidamente in una crisi dell’intera eurozona. La Grecia visse, più che una recessione, una vera e propria depressione economica.

Per evitare il default, la Grecia dovette chiedere aiuto: arrivarono tre programmi di sostegno finanziario, gestiti dalla Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale) nel 2010, nel 2012 e nel 2015, in cambio di misure di austerità durissime che pesarono a lungo su salari, pensioni e servizi pubblici. Nell’estate del 2015 la crisi arrivò al suo apice: un referendum popolare respinse a larga maggioranza le condizioni proposte dai creditori e per alcune settimane un’uscita della Grecia dall’euro, il celebre “Grexit”, sembrò concreta e imminente. Alla fine il governo di Alexis Tsipras scelse di restare nell’unione monetaria, accettando condizioni persino più severe di quelle appena bocciate dagli elettori: un epilogo doloroso, ma che tenne la Grecia dentro l’euro.

 

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Riccardo Agresti

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