Dal serpente all’euro: gli anni in cui l’Europa imparò a fidarsi delle proprie monete

Dopo il crollo di Bretton Woods, l’Europa non si arrese all’idea di cambi stabili. Ci provò e riprovò, per quasi trent’anni, prima di arrivare alla moneta unica.

Già nel 1972 i Paesi della Comunità (Germania Ovest, Francia, Italia e Benelux) siglarono un primo accordo per contenere le oscillazioni reciproche delle proprie valute entro margini strettissimi, poco più dell’1% tra loro, il 2,25% verso il dollaro. Fu soprannominato “serpente nel tunnel”, per il modo in cui le valute europee sembravano muoversi in gruppo, oscillando appena, dentro il più ampio margine di fluttuazione consentito verso il dollaro. Il serpente si rivelò fragilissimo: la crisi petrolifera del 1973 fece esplodere l’inflazione e le divergenze economiche, costringendo Regno Unito e Irlanda a uscirne già nel 1972, l’Italia nel 1973 e la Francia, che vi rientrò e ne uscì una seconda volta, nel 1974. Il marco tedesco, il più solido, finì per dominare quel poco che restava del sistema.

Il 13 marzo 1979 nacque qualcosa di più strutturato: il Sistema Monetario Europeo (SME), basato su una nuova unità di conto, l’ECU (un paniere che rifletteva il peso delle diverse valute comunitarie) e su bande di oscillazione più ampie ma vincolanti (±2,25%, arrivate al 6% per Italia, Spagna, Regno Unito e Portogallo). Non era più un semplice accordo tecnico: prevedeva interventi obbligatori delle banche centrali quando una valuta si avvicinava ai limiti della banda. Il meccanismo, però, scaricava un peso sproporzionato sulla Bundesbank: essendo il marco la valuta più solida e desiderata, la banca centrale tedesca si trovava spesso a dover sostenere le monete più deboli dei partner, vendendo marchi per comprare quelle valute quando rischiavano di sfondare il limite inferiore della banda, immettendo così marchi in circolazione, con il rischio di importare inflazione e compromettere la propria politica monetaria rigorosa. Ogni crisi valutaria diventava così un braccio di ferro tra economie forti ed economie deboli, la prova che coordinare le monete non bastava, finché mancava una sovranità monetaria condivisa.

Fu con questa consapevolezza che, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, la Francia di Mitterrand, la Germania di Kohl e la visione di Jacques Delors, allora presidente della Commissione europea, maturarono la convinzione che coordinare non bastasse più: bisognava fondere le valute in una sola. Nell’aprile 1989 un comitato guidato da Delors presentò un rapporto che delineava un percorso in tre fasi per realizzare l’Unione economica e monetaria, approvato dal Consiglio europeo due mesi dopo: la prima fase, liberalizzazione dei movimenti di capitale, sarebbe partita il 1° luglio 1990.

Il passo decisivo arrivò al Consiglio europeo di Maastricht del dicembre 1991, dove i leader concordarono il testo del nuovo Trattato sull’Unione Europea, poi firmato il 7 febbraio 1992 ed entrato in vigore nel novembre 1993. Il trattato istituiva l’Unione economica e monetaria e fissava i celebri criteri di convergenza che ogni Paese avrebbe dovuto rispettare per adottare la moneta unica: deficit pubblico entro il 3% del PIL, debito entro il 60%, inflazione e tassi d’interesse entro soglie definite, e almeno due anni di permanenza nello SME senza svalutazioni. Criteri pensati per garantire che le economie nazionali fossero sufficientemente allineate prima di condividere una moneta.

Il 1° gennaio 1999 l’euro nacque come valuta scritturale, per i mercati finanziari e i pagamenti elettronici, con le monete nazionali agganciate a tassi di cambio irrevocabili. Il 1° gennaio 2002 arrivò il contante: la più grande sostituzione di banconote e monete della storia, in dodici Paesi contemporaneamente.

 

 

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Riccardo Agresti

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