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Sabato al Carrefour di Cerveteri raccolta alimentare della Croce Rossa Italiana

Riceviamo e pubblichiamo

Giornata dedicata alla solidarietà organizzata dal Comitato Locale Santa Severa – Santa Marinella.
Il nuovo anno di Croce Rossa Italiana inizia all’insegna della solidarietà. Il Comitato Locale di Santa Severa – Santa Marinella nella giornata di sabato 10 gennaio sarà infatti impegnato in una raccolta di generi alimentari di prima necessità per famiglie in difficoltà davanti il Supermercato Carrefour di Cerveteri, in Largo A. Loreti n.2.
Tutti i prodotti raccolti, andranno a comporre i pacchi alimentari con i quali i volontari garantiscono sostegno e assistenza alla fascia più debole della popolazione.
“Le raccolte alimentari rappresentano una fonte di sostentamento importante per l’attività di sostegno alimentare che comitato locale garantiamo puntualmente alle famiglie del territorio – ha dichiarato Rosanna Saba, Presidente del Comitato di Santa Severa/Santa Marinella di Croce Rossa Italiana – ricevere il pacco alimentare è un piccolo contributo ma molto importante, anche da un punto di vista morale: è un aiuto concreto e immediato, utile quantomeno a tamponare le emergenze principali e consente davvero a tutti, di potersi permettere un pranzo o una cena a tavola degni di tale nome”.
“Sin da ora – prosegue la Presidente Rosanna Saba – ci tengo a ringraziare tutti i cittadini che sono certa anche in questa occasione risponderanno in maniera sentita all’iniziativa, così come tutti i volontari del Comitato che saranno impegnati nell’attività di raccolta davanti al Supermercato Carrefour di Cerveteri.
Si possono donare tutti prodotti a lunga conservazione e non deperibili. Donare dunque pasta, riso, pomodori pelati e passate di pomodoro, tonno, olio, legumi in scatola, latte a lunga conservazione, caffè, prodotti per la colazione quali ad esempio biscotti, merendine e fette biscottate, succhi di frutta, confetture, zucchero e sale”.

Lilith (parte 1 di 3)

Della stessa polvere

Dicono che, all’inizio dei tempi, prima ancora che ci fosse memoria, quando la terra era solo un sussurro umido e la luce filtrava come acqua lattiginosa attraverso le fenditure del cielo, Dio chinò il volto sul mondo. Raccolse una manciata di terra, la strinse tra le dita e ne trasse due sagome tremanti. Sfiorò la polvere e la polvere si fece carne: אָדָם e לילית: Adamo e Lilith, scolpiti dalla stessa terra, nutriti dalla stessa luce.

La prima forma era solida e giovane, simile a un tronco che si alza verso il cielo con la fiducia dell’aurora. La seconda era sottile e mobile, come una fiamma chiara che non conosce paura, animata dalla stessa luce che corre sulle dune e le fa brillare come oro in movimento.

Si narra che antichi libri, ormai perduti, svaniti come polvere di stelle, conservassero un’eco tenue di quel momento remoto. Raccontavano che Adamo aprì gli occhi, e davanti a lui si distese l’orizzonte, vasto e silenzioso come una promessa, mentre quando Lilith dischiuse gli occhi, sopra di lei si spalancò il cielo, luminoso e profondo come un respiro divino.

Allora non esistevano parole, né nomi, né memoria. C’erano soltanto due respiri appena nati, due soffi di vita che facevano tremare l’aria come una corda d’arpa suonata per la prima volta.

 

Camminavano fianco a fianco nel giardino primordiale, ancora stupiti dalla meraviglia del proprio corpo, come bambini che imparano a muoversi nella luce. e ovunque posassero le dita, la vita si ridestava: le foglie si facevano più verdi, i ruscelli più trasparenti, gli animali sollevavano il muso come se avvertissero un nuovo equilibrio nel respiro del mondo.

Adamo guardava le creature del giardino con l’attenzione di chi vuole capire: seguiva i loro passi, studiava il ritmo delle zampe, cercava un senso nei movimenti, come se la terra gli parlasse in gesti concreti. Lilith, invece, tendeva l’orecchio al vento. Era certa che in quel fruscio vivesse un linguaggio più antico della terra stessa, un segreto che la sfiorava come un invito e in quel richiamo sentiva qualcosa che veniva da oltre l’Eden, come se un orizzonte sconosciuto la stesse attendendo.

Ogni notte, mentre Adamo cadeva in un sonno profondo e tranquillo, Lilith rimaneva sveglia a contemplare il cielo. Le stelle le apparivano come occhi vigili e lei si chiedeva perché il suo cuore sembrasse appartenere più a quella luce lontana che ai frutti pesanti e perfetti del giardino.

 

Perché dovrei piegarmi?

Per un tempo che sembrò un respiro dell’eternità, fu pace. Il giardino li aveva accolti come due note dello stesso canto, e la luce scivolava su di loro senza ombre. Ma in quella quiete perfetta cominciò a insinuarsi un fremito impercettibile, simile al primo tremolio dell’aria prima di un temporale lontano, qualcosa di appena percettibile, come il primo crepitare di una foglia secca.

Adamo, che vedeva ogni creatura del giardino piegarsi docile al suo passo, iniziò a desiderare che anche Lilith seguisse il ritmo ordinato del suo volere. Cercava stabilità, un mondo che rispondesse alla sua mano come la terra risponde al seme. Lilith, invece, portava nel cuore un vento che non conosceva confini. Era nata da una terra che ricordava la tempesta, e in lei viveva un richiamo che non si lasciava stringere. Ogni volta che Adamo cercava di guidarla, quel richiamo si faceva più vivo, come un lampo che pulsa dietro una nube.

La creazione era perfetta, sì, ma l’armonia che li univa era fragile come una goccia di rugiada sospesa sull’orlo di una foglia. Bastava un pensiero appena più forte dell’altro, un desiderio non condiviso, perché il mondo trattenesse il fiato.

Così, senza che nessuno dei due lo esprimesse, una domanda cominciò a vibrare nell’aria come un presagio inevitabile: chi avrebbe ceduto, ehi avrebbe spezzato l’incanto, chi avrebbe guidato chi?

Fu durante una discussione, una delle prime, fragile come un passo incerto sul bordo dell’alba, che qualcosa cambiò. Due creature nuove, ancora inesperte del peso delle parole, si trovarono improvvisamente di fronte a un confine invisibile.

Adamo, convinto che la vita stessa gli avesse affidato un ordine da custodire, desiderò che Lilith gli obbedisse. Alla fine lo disse, con la schiettezza ruvida e tagliente di una pietra appena staccata dalla roccia. Non c’era malizia in lui, solo una certezza primitiva, ancora grezza, che non sapeva potesse ferire.

Lilith lo guardò. Non con rabbia, ma con sorpresa quasi infantile, quasi sbalordita, come se quelle parole fossero un animale sconosciuto apparso all’improvviso tra le foglie.

«Perché dovrei piegarmi?» domandò stupita, con voce ferma, chiara come acqua che scorre. «Siamo nati insieme. Io sono polvere come te, sangue come te, respiro come te. Siamo nati insieme. Nessuno dei due è più vecchio dell’altro.»

Le sue parole caddero tra loro come semi lanciati su una terra che, per la prima volta, era sterile e i il giardino, che fino a un attimo prima aveva cantato con mille voci, trattenne il fiato. Le foglie smisero di fremere, i ruscelli rallentarono il loro mormorio. Persino la luce sembrò sospendersi, come se l’intero Eden avesse percepito che qualcosa, ormai, era arrivato al limite.

Adamo non comprese. Tacque, ferito. Nella sua mente il mondo aveva un ordine semplice e netto: il cielo in alto, la terra in basso, l’uomo che guida, la donna che segue, l’uomo sopra, la donna sotto. Era un pensiero per lui naturale come il respiro.

Ma Lilith era fatta della stessa sostanza del vento: se provi a stringerlo in un pugno, ti sfugge, non puoi trattenerlo, ti attraversa, ti scompiglia e più Adamo cercava di darle forma nella sua mente, più lei diventava aria, luce, distanza.

L’incomprensione, all’inizio lieve come un granello di sabbia, divenne attrito. L’attrito, giorno dopo giorno, divenne una corrente che graffiava l’aria e quella corrente, infine, si gonfiò in una tempesta silenziosa, pronta a spezzare ciò che ancora sembrava intero.

Finché un giorno, un giorno in cui l’Eden brillava come se nulla potesse mai incrinarsi, Lilith pronunciò il Nome. Quel Nome che nessuna creatura aveva mai osato sfiorare, un suono antico come la luce stessa, e con quel suono si liberò da ogni vincolo.

Nel momento in cui lo disse, la tempesta esplose. Con quel solo respiro, Lilith si liberò da ogni vincolo e il mondo trattenne il fiato, sapendo che nulla sarebbe stato più come prima.

Le sue ossa si fecero leggere come piume di un uccellino e l’aria la sollevò con la naturalezza di chi riconosce una creatura della propria stirpe. Lilith si staccò da terra senza rumore, lasciando l’Eden con un movimento che non aveva nulla della fuga: era una scelta limpida, un passo verso la libertà.

Il deserto la accolse immenso e silenzioso, ma non crudele. Era un mare di luce e quiete, un luogo che ascolta più di quanto parli. Lilith lo attraversò a lungo, finché il sole non arrossò le rocce come braci e la sabbia, al calare del giorno, non divenne fresca e morbida come seta stesa al crepuscolo.

Quando la notte scese, lo fece con la dolcezza di una sorella ritrovata. La luna, ancora giovane e curiosa, si chinò verso di lei, sfiorandole i capelli con un raggio pallido, come un gesto di benedizione.

 

Torna nel Giardino!

Fu lì, sulla riva del Mar Rosso, che gli angeli inviati da Dio, Senoy, Sansenoy e Semangelof, la trovarono. Avevano ali che riflettevano l’alba e occhi che non conoscevano esitazione.

«Lilith, figlia della polvere,» dissero «il Signore ti chiama. Torna nel giardino. Il tuo posto è accanto ad Adamo.»

Lilith si voltò lentamente, come fa la luna quando decide di mostrarsi. Sorrideva, ma nei suoi occhi c’era una tristezza enorme, grande come l’orizzonte del deserto. Aveva una dolcezza che le proveniva dal profondo e la stessa forza che hanno le maree, che non chiedono permesso per salire, e rispose:

«Il mio posto è dove la mia anima non viene piegata. Sono stata plasmata dalla stessa polvere di Adamo. Se lui non riconosce la mia sostanza, perché dovrei negare la mia forma?»

Gli angeli le parlarono allora di pena, di dovere, di destino.

Lilith replicò evocando la libertà.

Gli angeli parlarono di ordine, di disegno divino, di equilibrio.

Lilith rispose citando la dignità, che nessun vento può cancellare.

Nessuno persuase l’altro e ciascuno tornò da dove era venuto: gli angeli risalirono al cielo, lasciando scie di luce nel crepuscolo; Lilith avanzò verso la notte, che la accolse come una sorella.

Lilith non cercava un trono, né desiderava un regno: il silenzio era la sua corona, il sogno la sua dimora, ma gli spiriti erranti della notte, figli del buio e del vento, la salutarono come loro regina. Le tempeste del deserto, che non obbediscono a nessuno, si chinavano al suo passaggio deferenti e il vento, antico messaggero, le portava sussurri di donne ancora lontane nel tempo, desideri che non avevano ancora trovato voce, solitudini disperate.

Non era un demone, né un’ombra malvagia. Era soltanto libera, ma la libertà, quella vera, quella che non chiede permesso, è la cosa che, più ogni altra, spaventa i mondi.

Nei secoli, i popoli la temettero. Le attribuirono la forza delle tempeste, l’ardore del desiderio, la pericolosità dell’indomato. La chiamarono “demone”, “strega”, “ombra”. Eppure, sotto quei nomi duri, la sua essenza rimase la stessa: la prima donna che scelse sé stessa.

Nel tempo che venne dopo, un tempo senza nome, di cui nessun uomo ha più memoria e che nessun libro è rimasto a raccontare, Lilith divenne racconto, eco, leggenda.

 

Per leggere la seconda parte

 

Riccardo Agresti

Ad Anguillara l’epifania è stata una festa per tutti

Il trascorso sei gennaio per molti bambini ansiosi di vederla è arrivata la befana, col suo cappello da strega, il suo coprispalle e la lunga gonna; ma questa volta non è arrivata sulla sua scopa bensì in vespa grazie al contributo dei membri del vespa club di Anguillara Sabazia.

Proprio ad Anguillara nello stabile dell’ex consorzio agrario, con il benestare del sindaco Angelo Pizzigallo e la vice sindaca Paola Fiorucci e con  il contributo della pro loco il cui presidente è Moreno delle Fratte ed il vice presidente Leonardo Capomasi, è stata organizzata una bella festa della befana dedicata tutta ai bambini.

A causa del mal tempo la festa si è dovuta spostare nello stabile dell’ex consorzio agrario ma è stata comunque un successo appunto per via del forte orientamento all’intrattenimento dei più piccolini ma del resto si sa la befana è da sempre una festa per i bambini.

Tutti noi abbiamo da piccoli appeso la calza al camino con la certezza di trovarla piena di dolci e diciamo la verità anche un po’ di carbone che puntualmente i nostri genitori riempivano quando andavamo a dormire. C’era infatti, in questa manifestazione, una forte animazione durante la quale sono stati coinvolti i bambini nelle attività come il teatro dei burattini.  Chi di noi da bambino  ha forse mai resistito al fascino delle marionette!!

La befana, una signora ben mascherata e curata nei minimi dettagli, impersonava il ruolo con la sua scopa al seguito aleggiando per la sala; ospiti per i piccoli amici che si trovavano li anche i personaggi di Frozen appunto Elsa ed Olaf (il pupazzo di neve), topolino e topolina e poi caramelle, zucchero filato e pop corn.

Per i grandi invece, perché si è pensato veramente a tutto, è stata organizzata una grande tombolata, la cartella era acquistabile all’ingresso al prezzo di due e uro e cinquanta, i premi erano molteplici , tutti gastronomici e molto invitanti.

Quindi queste feste sono anche un po’ per noi , per rilassarci , divertirci, mangiare qualche leccornia e vedere i nostri figli divertirsi. L’epifania è da sempre la festa dei bambini ma il fatto che con se porti via tutte le festività ha una simbologia ovvero di poter finalmente lasciare indietro il vecchio e ricominciare.

Ilaria Morodei, redattrice L’agone

LAZIO; D’AMATO (AZ): COLLEGAMENTO RAPIDO CASALOTTI–BATTISTINI, 400MILA EURO AL COMUNE DI ROMA PER LA PROGETTAZIONE ESECUTIVA. RISULTATO CONCRETO GRAZIE A EMENDAMENTO DI AZIONE

Riceviamo e pubblichiamo

“Grazie a un emendamento che ho presentato alla legge di bilancio regionale, sono stati stanziati per il Comune di Roma 400 mila euro per la progettazione esecutiva del sistema di Bus Rapid Transit (BRT) che dovrà collegare Casalotti alla metro Battistini.
È un risultato importante, atteso dal territorio, che abbiamo sollecitato durante l’iniziativa Idee per Roma al sindaco Gualtieri e all’assessore Patanè.
Il contributo straordinario della Regione a Roma Capitale consentirà di avviare la progettazione esecutiva del BRT e rendere concreta l’opera di trasporto pubblico.
È il frutto di un lavoro politico serio e coerente portato avanti insieme ai nostri consiglieri comunali Flavia De Gregorio e Antonio De Santis e alla consigliera del XIII Municipio Claudia Finelli.
Si tratta di una proposta credibile e tecnicamente valida per collegare alla linea metropolitana una popolosa zona periferica di Roma. L’iniziativa nasce da un ordine del giorno approvato dall’Assemblea capitolina e condiviso con il territorio interessato.
Ora auspichiamo tempi rapidi nella progettazione del Bus Rapid Transit, tenuto conto che la legge è già stata pubblicata sul Bollettino ufficiale n. 108 del 31 dicembre 2025.
Questo intervento, insieme ai prolungamenti delle linee metropolitane e all’estensione dell’orario notturno di servizio, rappresenta un elemento sostanziale delle proposte sul potenziamento del trasporto pubblico avanzate all’amministrazione capitolina e al sindaco Gualtieri”.
Lo ha dichiarato il consigliere regionale e segretario romano di Azione, Alessio D’Amato.

Bonus Idrico Acea Ato 2: un’opportunità da cogliere per i cittadini di Cerveteri

Riceviamo e pubblichiamo

Possono presentare domanda i nuclei familiari con attestazione ISEE pari o inferiore a 9.530,00 euro

Agevolazioni concrete sulle bollette dell’acqua per le famiglie in condizioni di disagio economico e sociale.

Anche per il 2026 è attivo il Bonus Idrico Integrativo, promosso da ACEA ATO 2, una misura di sostegno voluta e confermata dalla Conferenza dei Sindaci in sede di approvazione del Bilancio di ACEA ATO 2, proprio per andare incontro ai bisogni dei cittadini dei territori serviti, compreso il Comune di Cerveteri.

Si tratta di un’opportunità importante, che consente di ottenere uno sconto diretto sulle bollette del servizio idrico per i nuclei familiari con un’attestazione ISEE pari o inferiore a 9.530,00 euro.

Negli anni passati, tuttavia, non tutte le risorse messe a disposizione sono state utilizzate, spesso a causa di una scarsa conoscenza della misura. Per questo è fondamentale informare e invitare tutti gli aventi diritto a presentare domanda.

La richiesta può essere presentata entro il 31 dicembre 2026, esclusivamente online, compilando l’apposito modulo disponibile sul sito: www.ato2roma.it

“Il Bonus Idrico Integrativo – ha dichiarato il Sindaco di Cerveteri Elena Gubetti – è una scelta condivisa dai Sindaci nell’ambito del bilancio di ACEA ATO 2 e rappresenta un’opportunità concreta per sostenere le famiglie a basso reddito.

È importante che i cittadini sappiano che questa agevolazione esiste e che le risorse stanziate rischiano di non essere utilizzate se non viene presentata la domanda. Invito quindi tutte le persone che rientrano nei requisiti a informarsi e a collegarsi al sito di ACEA ATO 2 per compilare la richiesta”.

Silvia e la notte di Natale

Era quasi mezzanotte e Silvia uscì dall’ufficio salutando il direttore. Fece un cenno al saluto del portiere e si affrettò verso l’ultimo tram che l’avrebbe riportata a casa. Lo raggiunse per un soffio, salendovi con il cuore ancora in corsa e si accomodò su un sedile del tram quasi vuoto, lasciandosi andare contro il finestrino, stanca, mentre fuori i primi fiocchi di neve cominciavano a danzare lenti nell’aria, come un invito silenzioso alla meraviglia.

Il dondolio la avvolse come un respiro caldo e lei vi si lasciò cadere dentro, cercando in quel ritmo lento e carezzevole la forza di sciogliere la tristezza che le pesava nel cuore.

Il lavoro le dava una sicurezza fragile, quasi un appiglio più che una scelta. Eppure, ogni mattina, entrando in quell’ufficio, sentiva il peso di un ruolo che non le apparteneva. Lei, che aveva studiato con passione vera, che aveva conquistato la laurea con il massimo dei voti, si ritrovava a sorridere educatamente, mentre la consideravano solo per la sua grazia, non per la sua mente. La rispettavano, sì, ma era un rispetto che non la toccava: gesti formali, come si rispetta un oggetto prezioso ma muto. Quella distanza, quella mancata fiducia nelle sue capacità, le scavava dentro più di quanto volesse ammettere. Avrebbe voluto cercare un lavoro che parlasse la lingua dei suoi sogni, ma non voleva permettersi il lusso dell’attesa: non voleva gravare ancora sui genitori anziani. Aveva lasciato la sua casa, la sua quiete, e si era trasferita in città, accettando il primo impiego sicuro. Così, mentre la grande azienda la inghiottiva nel suo ritmo impersonale, lei sentiva i suoi desideri arretrare, uno dopo l’altro, come se si staccassero da lei e restassero indietro, invisibili sul ciglio della strada.

Guardava fuori dal tram senza davvero vedere, lasciando che il solito percorso, quello che ormai le scivolava davanti ogni giorno, sempre identico a se stesso, con portoni indistinguibili e lucine stanche, le scorresse accanto come un nastro consumato. Era tutto così prevedibile da non richiedere più attenzione, quasi fosse ormai invisibile.

Poi, all’improvviso, un fremito le attraversò il petto. Si riscosse di colpo, come se un dettaglio minuscolo avesse improvvisamente stonato dentro quella routine immobile. Qualcosa, là fuori, aveva cambiato tono. Non sapeva dire cosa, ma la normalità aveva appena fatto un passo di lato.

Nevicava piano, con la quiete di sempre, ma quella notte l’aria aveva un silenzio che non le apparteneva. Silvia sollevò lo sguardo e un brivido le sfiorò la nuca: la neve non cadeva. I fiocchi oscillavano, fluttuavano, facevano giravolte, ma restavano sospesi intorno ad un loro centro immaginario, e l’aria intorno sembrava trattenere un respiro che nessuno aveva chiesto. Non si posavano sui tetti, non imbiancavano le strade: galleggiavano, muti, come se il cielo avesse dimenticato il gesto di lasciarli andare. Ogni fiocco pareva in attesa di qualcosa che lei non riusciva a nominare. Spinta da un’inquietudine sottile, Silvia scese dal tram prima del tempo. Ma appena mise piede a terra, capì che la neve non era l’unica cosa a essersi fermata. Le finestre erano illuminate, ma dalle case non usciva alcun suono: nessun brindisi, nessuna voce, nessun rumore di vita. Solo i suoi passi, soffocati come se camminasse su un tappeto di lana troppo spessa. Arrivò sotto casa mentre l’orologio del campanile iniziava a battere. Undici rintocchi risuonarono nell’aria immobile. Poi, il nulla. Il dodicesimo non arrivò. Il tempo si era spezzato lì, come un filo tirato troppo forte. Silvia guardò il suo smartphone; lo schermo brillava, ma l’ora era immobile, congelata come il resto del mondo. Le auto lungo la strada erano ferme, con i fari accesi come occhi spalancati nel buio. Persino il vento sembrava trattenuto da una mano invisibile, come se qualcosa, o qualcuno, avesse imposto al mondo un silenzio assoluto.

Fu allora che Silvia lo vide. Il vecchietto seduto sulla panchina davanti al portone, come se fosse sempre stato lì ad aspettare. Non lo aveva mai incontrato prima, ne era certa. Indossava un cappotto logoro ma dignitoso e tra le mani stringeva una piccola lanterna accesa, la cui luce tremolava come un cuore paziente.

«È sempre così» mormorò il vecchio, senza nemmeno voltarsi.

«Come… così?» domandò Silvia, sorpresa da quelle parole che sembravano conoscerla.

«La notte di Natale!» Rispose lui con voce calma. «Il tempo si ferma per un istante. Ma solo per chi ha occhi per accorgersene.»

Silvia rimase in silenzio. Dentro di lei qualcosa si mosse, come una porta che si apre dopo anni di polvere. Lei aveva occhi per accorgersi di cosa? Non capiva. Lo guardò con aria interrogativa.

«Perché?» riuscì a chiedere infine. Il vecchio sorrise, un sorriso lieve come neve che non tocca terra.

«Perché il mondo corre troppo,» rispose, «e una volta l’anno gli è concesso di ricordare ciò che ha dimenticato.»

Il vecchio sollevò la lanterna e la sua luce si sparse sulla strada come un velo sottile di magia. In un istante, la città cambiò volto. Le facciate delle case svanirono come quinte di un teatro, lasciando intravedere ciò che di solito restava nascosto.

Silvia vide una donna apparecchiare per due, pur non ricordando più da quando fosse rimasta sola. Vide un bambino addormentato che stringeva al petto una lettera mai spedita, come un tesoro segreto. Vide un uomo seduto accanto a una foto sbiadita, le labbra immobili, in una preghiera di perdono che nessuno aveva mai udito.

«E io?» sussurrò Silvia, con un tremito nella voce, «Cosa ho dimenticato io?»

Il vecchio si alzò lentamente, come se ogni gesto dovesse rispettare un’antica solennità.

«Tu lo sai già,» rispose con dolcezza, «ma non ti sei mai fermata abbastanza a lungo da ascoltarlo.»

In quell’istante, qualcosa in Silvia si aprì. Non un ricordo nitido, non un volto o una scena precisa, ma un sentimento, una promessa antica, fatta a se stessa quando era poco più che una bambina. Era come se, dentro di lei, una stanza rimasta chiusa per anni avesse finalmente socchiuso la porta. Le tornò alla mente quel tempo in cui la mettevano da parte con un gesto distratto, senza cattiveria, quasi per abitudine, come se il suo essere “femmina” bastasse a definirla incapace. Ricordò le signore più anziane che, con un sorriso rassegnato, davano ragione ai ragazzi, perché così era sempre stato, perché alle donne spettava il silenzio. perché le donne dovevano lasciare spazio ai maschi. Ma lei non capiva perché doveva rinunciare a ciò che sentiva di poter fare meglio di chiunque altro. Lei non aveva mai capito davvero quel destino imposto. Sentiva dentro di sé una forza che nessuno sembrava vedere, una possibilità che le veniva negata prima ancora di provarci. Senza qualcuno che la aiutasse, rimaneva ai margini, spettatrice di un’ingiustizia che allora non sapeva nominare, ma che le lasciava un’ombra dentro, che la feriva nell’animo. Fu in quell’ombra che nacque la sua promessa: crescere senza arrendersi, restare gentile anche quando il mondo non lo sarebbe stato con lei, ma non piegarsi mai. Vivere la propria vita, anche sbagliando, purché gli errori fossero suoi, davvero suoi. ‘Se sbaglierò, sarà perché ho scelto io.’ Ora, in quella sospensione irreale, quella promessa tornava a bussare, chiedendole se l’avesse mantenuta davvero.

«È possibile rimediare?»

«Il Natale non chiede rimedi,» rispose il vecchio «chiede presenza.»

La lanterna si spense all’improvviso. Il dodicesimo rintocco esplose nell’aria immobile e la neve precipitò tutta insieme, come un respiro trattenuto troppo a lungo.

Silvia sollevò lo sguardo: il vecchio era sparito, dissolto come un’ombra che non appartiene al mondo. Eppure quel rintocco continuava, sempre più forte, sempre più vicino, fino a diventare quasi insopportabile.

Si riscosse di colpo.

Non era un rintocco: era il clacson dell’autista del tram, che suonava impaziente contro un’auto ferma sulle rotaie. Il sogno si frantumò in un istante, lasciandole addosso un brivido di smarrimento. L’auto finalmente si spostò e il tram riprese a muoversi, lento, ordinario, riportandola verso il suo quartiere come se nulla fosse accaduto.

Quando il tram arrivò alla sua fermata, Silvia scese. Si guardò intorno: tutto era come sempre. La neve cadeva più fitta, morbida, e i fiocchi si posavano a terra con la naturalezza di sempre, iniziando a velare la strada di bianco. Rientrò in casa. Nulla era cambiato, eppure dentro di lei qualcosa si era sciolto. Mise un piatto in più sulla tavola, senza sapere davvero per chi, come un invito lasciato aperto al possibile. Poi aprì la finestra e lasciò entrare il silenzio, un silenzio che non pesava più, ma che la accoglieva. Da qualche parte, nel mondo, il tempo aveva ripreso la sua corsa. Ma lei, per la prima volta, aveva scelto di seguire un altro ritmo: quello dei suoi sogni, finalmente liberi di camminarle accanto.

Preparò la lettera di dimissioni con un gesto calmo, quasi rituale. Mentre la firmava, aveva finalmente capito che la sua laurea non era nata per chiuderla dietro una scrivania, in un angolo, alle dipendenze di qualcuno, ma per accompagnarla a diventare quella donna che aveva sempre saputo di poter essere.

Chiamò i genitori. Sarebbe tornata da loro, almeno per un po’, per ritrovare il respiro, la misura, la forza che aveva lasciato. Lì, tra le loro voci e il profumo delle stanze che l’avevano vista crescere, avrebbe lasciato germogliare quella idea che aveva accarezzato al momento della laurea. Avrebbe preso il coraggio fra le mani per un cammino ancora senza nome. Non sapeva quale forma avrebbe preso il futuro, ma per la prima volta non aveva paura. Aveva deciso di tornare ai suoi sogni e questa volta avrebbe camminato verso di loro senza più necessità di voltarsi indietro.

 

Riccardo Agresti

“Giochiamo tutti insieme”, Open day basket inclusivo a Bracciano

L’ASL ROMA 4 NEL CAOS: UNA GRAVE CARENZA DI PERSONALE UNA SITUAZIONE INCRESCIOSA PER CHI LAVORA E L’UTENZA

Riceviamo e pubblichiamo

“Una cronica carenza di personale, una costante delegittimazione del ruolo del sindacato, una riduzione del pubblico: la ricetta di gestione dell’ASL Roma 4” Lo dichiara Emanuela Nucerino, Segretaria Generale della FP CGIL di Civitavecchia, Roma Nord e Viterbo.

“L’ASL Roma 4, responsabile del servizio sanitario in tutta la provincia nord della Capitale, è in una situazione drammatica. Una carenza ormai cronica di personale infermieristico, OSS, tecnici sanitari e medici, che si appaia con una politica di gestione unilaterali e inefficace dei vertici della struttura.

La Direttrice Generale, la Dottoressa Rosaria Marino, ha caratterizzato questi suoi primi dieci mesi di mandato non solo dalla delegittimazione costante (più volte denunciata anche per mezzo stampa) delle organizzazioni sindacali, ma da una serie di scelte politico-gestionali che si configurano come un vero e proprio disegno di liquidazione della sanità pubblica territoriale” “Per tutto l’autunno – continua la Segretaria – abbiamo denunciato la scelta della Dottoressa di non prorogare il contratto con la cooperativa Nuova Sair, una scelta arbitraria e unilaterale con pesantissime ricadute sia sul personale sia sul servizio di assistenza sociosanitaria per il territorio.

Tassello di un disegno di smantellamento della sanità pubblica che tristamente prosegue. Gli ultimi giorni del 2025 inviavamo una richiesta di incontro all’ASL per trovare soluzioni concrete e rapide alla carenza di personale infermieristico e sociosanitario nelle strutture dell’Ospedale Padre Pio di Bracciano e San Paolo di Civitavecchia. Due presidi sanitari centrali per la provincia. In tutte e due le strutture denunciamo il non rispetto dei criteri minimi di assistenza, una situazione incresciosa che pesa sulle spalle di lavoratrici e lavoratori dipinti come eroi, ma poi abbandonati a loro stessi da scelte gestionali inadeguate e da politiche contrattuali e salariali indegne.

A Bracciano per quaranta pazienti del Pronto Soccorso sono disponibili solo quattro tra infermieri e infermiere, mentre a Civitavecchia delle undici unità non in servizio neanche una è stata tamponata. Le operatrici e gli operatori sanitari in servizio sono costretti a turni e carichi di lavoro massacrati, a discapito della loro stessa salute fisica, serenità psicologica e conciliazione vita-lavoro. Una situazione emergenziale, che potrebbe avere conseguenze anche tragiche”.

“Alla drammatica carenza di infermieri segue la decisione dell’ASL di non rinnovare il contratto di appalto alla Cooperativa ACAPO. Il non rinnovo ha generato dal primo gennaio l’emorragia di sessantanove addetti al servizio amministrativo, condannando a una paralisi per sovraccarico tutti gli uffici nell’ordinaria gestione del servizio sanitario.

Comico se non fosse tragico: a fine gennaio usciranno in maniera definitiva settantadue OSS e solo quindici saranno sostituiti in tempo. In questo quadro spaventoso, la Dottoressa Marino invece di convocare le parti sociali e fare pressione sulla Regione Lazio continua una politica di delegittimazione delle organizzazioni sindacali. Un modus operandi già collaudato per quanto riguarda la Nuova Sair. Ieri sulla pagina Facebook dell’ASL Roma 4 è stato pubblicato il comunicato della Direttrice.

Un testo carico di paternalismo padronale, menzognero e che invita i lavoratori e le lavoratrici delle cooperative a un confronto diretto con l’ASL. Invece di minare la democrazia lavorativa, la Direttrice si dovrebbe spendere per costruire una vera progettualità gestionale: ancora, a principio del 2026, non sono chiari i fabbisogni assunzionali dell’ASL. Un dato fondamentale per immaginare interventi mirati ed efficaci”

“Vorremmo ricordare – conclude la nota – che chi lavora non ha bisogno di contentini o paternalismi di sorta. L’invito a un confronto diretto non è un atto di benevolenza, ma un modo per minare la legittimità delle organizzazioni libere e democratiche di chi lavora, unico vero argine all’arroganza di certa parte datoriale (anche nel pubblico) e di disegni lesivi nell’interesse di tutte e tutti. Chi lavora, chi sta male, la cittadinanza vuole risposte e azioni concrete per la tutela del lavoro e della salute

CREA (CIVICA ROCCA) “ LISTE D’ATTESA, D’AMATO MISTIFICA LA REALTA’ ”

Riceviamo e pubblichiamo

“Le dichiarazioni di D’Amato sulla revisione degli ambiti di garanzia per l’accesso alle prestazioni sanitarie nel Lazio sono ancora una volta fuorvianti e non rispondenti alla realtà dei fatti. La riorganizzazione avviata dalla Giunta regionale guidata dal Presidente Rocca si inserisce infatti in una strategia complessiva e strutturata di rafforzamento del governo delle liste di attesa, con l’obiettivo di rendere più effettivo il diritto alle cure.
Contrariamente a quanto sostenuto da D’Amato, la scelta della Regione non ripropone un ambito regionale indistinto, né cancella la prossimità.
Al contrario, si supera proprio l’impostazione dell’ambito unico regionale ereditata dal passato, orientandosi verso criteri di maggiore aderenza territoriale.
Il nuovo modello privilegia l’erogazione delle prestazioni all’interno dell’ASL di appartenenza, non più sull’intero territorio regionale, correggendo una delle principali distorsioni che negli anni ha inciso negativamente sulla fruibilità del servizio sanitario pubblico.
Questa impostazione interviene su una criticità strutturale che ha prodotto un numero crescente di rinunce, soprattutto tra anziani e soggetti fragili, per i quali gli spostamenti su lunghe distanze rappresentano un ostacolo concreto all’accesso alle cure.
È dunque strumentale sostenere che l’attuale riorganizzazione spinga i cittadini verso il privato. La revisione degli ambiti di garanzia si affianca al lavoro già avviato sul sistema di prenotazione regionale.
Il pieno rientro di tutte le strutture private accreditate all’interno del Recup ha consentito di recuperare controllo, trasparenza e appropriatezza, con un miglioramento concreto dei tempi di attesa. Si è passati da una situazione iniziale in cui poco più del 70 per cento delle prestazioni rientrava nei tempi previsti, a risultati significativamente migliori: circa l’88 per cento per la diagnostica e oltre il 95 per cento per le visite specialistiche.
Inoltre negli ultimi due anni e mezzo il Lazio è passato da 2,5 milioni di prestazioni erogate attraverso il Recup nel 2022 a circa 6 milioni nel 2025.
Pur nella consapevolezza che il percorso di riforma non sia ancora concluso e che permangano alcune criticità, è evidente che la direzione intrapresa va esattamente nel senso opposto a quello descritto da D’Amato. La ridefinizione degli ambiti rappresenta un passaggio coerente con l’obiettivo di ridurre le rinunce, migliorare l’appropriatezza dell’offerta e rendere il sistema sanitario del Lazio più vicino ai cittadini.
L’azione della giunta regionale è orientata a coniugare il rispetto dei tempi con l’effettiva accessibilità delle prestazioni, rafforzando la sanità pubblica e il suo ruolo di presidio territoriale. In questo quadro va riconosciuto l’impegno del Presidente Rocca e del Direttore regionale Urbani nel portare avanti un serio percorso di riordino e rilancio del sistema sanitario laziale, fondato su prossimità, organizzazione e governance pienamente pubblica, non su polemiche politiche prive di riscontro nei fatti.
La “cura” Rocca ha consentito inoltre un incremento del tasso di occupazione dei posti letto per acuti dal 71,4% del 2022 al 79,9% del 2025 attraverso l’attivazione di nuovi servizi e il riequilibrio dei posti letto nelle province. Nelle cure domiciliari è stata raggiunta una copertura del 10,32% degli over-65 (era a minore del 4% nel 2023). Per quanto riguarda invece gli interventi chirurgici ordinari sono aumentati del 7,3% e gli interventi oncologici entro soglia sono arrivati al 90%.”
E’ quanto dichiara Mario Luciano Crea, capogruppo della Lista Civica Rocca del Consiglio regionale del Lazio.