Della stessa polvere
Dicono che, allβinizio dei tempi, prima ancora che ci fosse memoria, quando la terra era solo un sussurro umido e la luce filtrava come acqua lattiginosa attraverso le fenditure del cielo, Dio chinΓ² il volto sul mondo. Raccolse una manciata di terra, la strinse tra le dita e ne trasse due sagome tremanti. SfiorΓ² la polvere e la polvere si fece carne: ΧΦΈΧΦΈΧ e ΧΧΧΧΧͺ: Adamo e Lilith, scolpiti dalla stessa terra, nutriti dalla stessa luce.
La prima forma era solida e giovane, simile a un tronco che si alza verso il cielo con la fiducia dellβaurora. La seconda era sottile e mobile, come una fiamma chiara che non conosce paura, animata dalla stessa luce che corre sulle dune e le fa brillare come oro in movimento.
Si narra che antichi libri, ormai perduti, svaniti come polvere di stelle, conservassero unβeco tenue di quel momento remoto. Raccontavano che Adamo aprΓ¬ gli occhi, e davanti a lui si distese lβorizzonte, vasto e silenzioso come una promessa, mentre quando Lilith dischiuse gli occhi, sopra di lei si spalancΓ² il cielo, luminoso e profondo come un respiro divino.
Allora non esistevano parole, nΓ© nomi, nΓ© memoria. Cβerano soltanto due respiri appena nati, due soffi di vita che facevano tremare lβaria come una corda dβarpa suonata per la prima volta.
Camminavano fianco a fianco nel giardino primordiale, ancora stupiti dalla meraviglia del proprio corpo, come bambini che imparano a muoversi nella luce. e ovunque posassero le dita, la vita si ridestava: le foglie si facevano piΓΉ verdi, i ruscelli piΓΉ trasparenti, gli animali sollevavano il muso come se avvertissero un nuovo equilibrio nel respiro del mondo.
Adamo guardava le creature del giardino con lβattenzione di chi vuole capire: seguiva i loro passi, studiava il ritmo delle zampe, cercava un senso nei movimenti, come se la terra gli parlasse in gesti concreti. Lilith, invece, tendeva lβorecchio al vento. Era certa che in quel fruscio vivesse un linguaggio piΓΉ antico della terra stessa, un segreto che la sfiorava come un invito e in quel richiamo sentiva qualcosa che veniva da oltre lβEden, come se un orizzonte sconosciuto la stesse attendendo.
Ogni notte, mentre Adamo cadeva in un sonno profondo e tranquillo, Lilith rimaneva sveglia a contemplare il cielo. Le stelle le apparivano come occhi vigili e lei si chiedeva perchΓ© il suo cuore sembrasse appartenere piΓΉ a quella luce lontana che ai frutti pesanti e perfetti del giardino.
PerchΓ© dovrei piegarmi?
Per un tempo che sembrΓ² un respiro dellβeternitΓ , fu pace. Il giardino li aveva accolti come due note dello stesso canto, e la luce scivolava su di loro senza ombre. Ma in quella quiete perfetta cominciΓ² a insinuarsi un fremito impercettibile, simile al primo tremolio dellβaria prima di un temporale lontano, qualcosa di appena percettibile, come il primo crepitare di una foglia secca.
Adamo, che vedeva ogni creatura del giardino piegarsi docile al suo passo, iniziΓ² a desiderare che anche Lilith seguisse il ritmo ordinato del suo volere. Cercava stabilitΓ , un mondo che rispondesse alla sua mano come la terra risponde al seme. Lilith, invece, portava nel cuore un vento che non conosceva confini. Era nata da una terra che ricordava la tempesta, e in lei viveva un richiamo che non si lasciava stringere. Ogni volta che Adamo cercava di guidarla, quel richiamo si faceva piΓΉ vivo, come un lampo che pulsa dietro una nube.
La creazione era perfetta, sΓ¬, ma lβarmonia che li univa era fragile come una goccia di rugiada sospesa sullβorlo di una foglia. Bastava un pensiero appena piΓΉ forte dellβaltro, un desiderio non condiviso, perchΓ© il mondo trattenesse il fiato.
CosΓ¬, senza che nessuno dei due lo esprimesse, una domanda cominciΓ² a vibrare nellβaria come un presagio inevitabile: chi avrebbe ceduto, ehi avrebbe spezzato lβincanto, chi avrebbe guidato chi?
Fu durante una discussione, una delle prime, fragile come un passo incerto sul bordo dellβalba, che qualcosa cambiΓ². Due creature nuove, ancora inesperte del peso delle parole, si trovarono improvvisamente di fronte a un confine invisibile.
Adamo, convinto che la vita stessa gli avesse affidato un ordine da custodire, desiderΓ² che Lilith gli obbedisse. Alla fine lo disse, con la schiettezza ruvida e tagliente di una pietra appena staccata dalla roccia. Non cβera malizia in lui, solo una certezza primitiva, ancora grezza, che non sapeva potesse ferire.
Lilith lo guardΓ². Non con rabbia, ma con sorpresa quasi infantile, quasi sbalordita, come se quelle parole fossero un animale sconosciuto apparso allβimprovviso tra le foglie.
Β«PerchΓ© dovrei piegarmi?Β» domandΓ² stupita, con voce ferma, chiara come acqua che scorre. Β«Siamo nati insieme. Io sono polvere come te, sangue come te, respiro come te. Siamo nati insieme. Nessuno dei due Γ¨ piΓΉ vecchio dellβaltro.Β»
Le sue parole caddero tra loro come semi lanciati su una terra che, per la prima volta, era sterile e i il giardino, che fino a un attimo prima aveva cantato con mille voci, trattenne il fiato. Le foglie smisero di fremere, i ruscelli rallentarono il loro mormorio. Persino la luce sembrΓ² sospendersi, come se lβintero Eden avesse percepito che qualcosa, ormai, era arrivato al limite.
Adamo non comprese. Tacque, ferito. Nella sua mente il mondo aveva un ordine semplice e netto: il cielo in alto, la terra in basso, lβuomo che guida, la donna che segue, lβuomo sopra, la donna sotto. Era un pensiero per lui naturale come il respiro.
Ma Lilith era fatta della stessa sostanza del vento: se provi a stringerlo in un pugno, ti sfugge, non puoi trattenerlo, ti attraversa, ti scompiglia e piΓΉ Adamo cercava di darle forma nella sua mente, piΓΉ lei diventava aria, luce, distanza.
Lβincomprensione, allβinizio lieve come un granello di sabbia, divenne attrito. Lβattrito, giorno dopo giorno, divenne una corrente che graffiava lβaria e quella corrente, infine, si gonfiΓ² in una tempesta silenziosa, pronta a spezzare ciΓ² che ancora sembrava intero.
FinchΓ© un giorno, un giorno in cui lβEden brillava come se nulla potesse mai incrinarsi, Lilith pronunciΓ² il Nome. Quel Nome che nessuna creatura aveva mai osato sfiorare, un suono antico come la luce stessa, e con quel suono si liberΓ² da ogni vincolo.
Nel momento in cui lo disse, la tempesta esplose. Con quel solo respiro, Lilith si liberΓ² da ogni vincolo e il mondo trattenne il fiato, sapendo che nulla sarebbe stato piΓΉ come prima.
Le sue ossa si fecero leggere come piume di un uccellino e lβaria la sollevΓ² con la naturalezza di chi riconosce una creatura della propria stirpe. Lilith si staccΓ² da terra senza rumore, lasciando lβEden con un movimento che non aveva nulla della fuga: era una scelta limpida, un passo verso la libertΓ .
Il deserto la accolse immenso e silenzioso, ma non crudele. Era un mare di luce e quiete, un luogo che ascolta piΓΉ di quanto parli. Lilith lo attraversΓ² a lungo, finchΓ© il sole non arrossΓ² le rocce come braci e la sabbia, al calare del giorno, non divenne fresca e morbida come seta stesa al crepuscolo.
Quando la notte scese, lo fece con la dolcezza di una sorella ritrovata. La luna, ancora giovane e curiosa, si chinΓ² verso di lei, sfiorandole i capelli con un raggio pallido, come un gesto di benedizione.
Torna nel Giardino!
Fu lΓ¬, sulla riva del Mar Rosso, che gli angeli inviati da Dio, Senoy, Sansenoy e Semangelof, la trovarono. Avevano ali che riflettevano lβalba e occhi che non conoscevano esitazione.
Β«Lilith, figlia della polvere,Β» dissero Β«il Signore ti chiama. Torna nel giardino. Il tuo posto Γ¨ accanto ad Adamo.Β»
Lilith si voltΓ² lentamente, come fa la luna quando decide di mostrarsi. Sorrideva, ma nei suoi occhi cβera una tristezza enorme, grande come lβorizzonte del deserto. Aveva una dolcezza che le proveniva dal profondo e la stessa forza che hanno le maree, che non chiedono permesso per salire, e rispose:
Β«Il mio posto Γ¨ dove la mia anima non viene piegata. Sono stata plasmata dalla stessa polvere di Adamo. Se lui non riconosce la mia sostanza, perchΓ© dovrei negare la mia forma?Β»
Gli angeli le parlarono allora di pena, di dovere, di destino.
Lilith replicΓ² evocando la libertΓ .
Gli angeli parlarono di ordine, di disegno divino, di equilibrio.
Lilith rispose citando la dignitΓ , che nessun vento puΓ² cancellare.
Nessuno persuase lβaltro e ciascuno tornΓ² da dove era venuto: gli angeli risalirono al cielo, lasciando scie di luce nel crepuscolo; Lilith avanzΓ² verso la notte, che la accolse come una sorella.
Lilith non cercava un trono, nΓ© desiderava un regno: il silenzio era la sua corona, il sogno la sua dimora, ma gli spiriti erranti della notte, figli del buio e del vento, la salutarono come loro regina. Le tempeste del deserto, che non obbediscono a nessuno, si chinavano al suo passaggio deferenti e il vento, antico messaggero, le portava sussurri di donne ancora lontane nel tempo, desideri che non avevano ancora trovato voce, solitudini disperate.
Non era un demone, nΓ© unβombra malvagia. Era soltanto libera, ma la libertΓ , quella vera, quella che non chiede permesso, Γ¨ la cosa che, piΓΉ ogni altra, spaventa i mondi.
Nei secoli, i popoli la temettero. Le attribuirono la forza delle tempeste, lβardore del desiderio, la pericolositΓ dellβindomato. La chiamarono βdemoneβ, βstregaβ, βombraβ. Eppure, sotto quei nomi duri, la sua essenza rimase la stessa: la prima donna che scelse sΓ© stessa.
Nel tempo che venne dopo, un tempo senza nome, di cui nessun uomo ha piΓΉ memoria e che nessun libro Γ¨ rimasto a raccontare, Lilith divenne racconto, eco, leggenda.
Β
Riccardo Agresti


