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L’importanza di riempire gli spazi. Il ruolo della Chiesa in questo particolare momento storico

Qualche giorno fa, osservando in televisione le immagini dall’alto, del Giubileo dei giovani, a Roma, nella spianata di Tor Vergata, sinceramente colpito dalla variopinta marea umana di più di un milione di persone, mi sono venute in mente altre immagini, più laiche, ma non per questo meno dense di passione, emozione, commozione, immagini di quarantuno anni fa, sempre a Roma, Piazza San Giovanni: i funerali di Enrico Berlinguer. Non ho capito subito il perché di questo strano collegamento, i due grandi eventi non sono minimamente paragonabili, diverso il periodo storico, l’età dei partecipanti, la loro provenienza, ma soprattutto le motivazioni che hanno portato tantissima gente a ritrovarsi in un enorme spazio da riempire, quello dell’ultimo evento riempito da un’enorme felicità, il più lontano nel tempo riempito da un’enorme tristezza. Ciò che rimaneva molto simile era l’enorme numero di partecipanti e, di conseguenza, l’identico impatto visivo, ma sentivo che non poteva essere questa la sola ragione.
Ho capito più tardi la causa di quest’azzardato parallelo che non mi voleva abbandonare. Tutto per una vignetta di Sergio Staino, il papà di Bobo, il famoso personaggio nato dalla penna del vignettista di Scandicci che, in quegli anni ‘80, rappresentava l’anima critica del segretario del P.C.I.
Mentre si recava ai funerali del suo segretario generale, Bobo, elencando tra sé le maggiori criticità della sua azione politica, vide che la piazza continuava, inaspettatamente, a riempirsi, un fiume di gente che arrivava da tutti gli angoli della città. Capì che in quella piazza c’era un popolo e che forse bisognava interpretare meglio quello che stava accadendo.
Allo stesso modo, guardando in televisione quell’infinità di giovani, ho cercato di capire le ragioni di questa enorme marea di gente che per giorni ha invaso Roma, un modo per chiedersi qual è, oggi, il ruolo della Chiesa nel mondo e nella nostra società. Per farlo ho deciso di dare la parola a chi, nel nostro territorio, si confronta con le piccole realtà locali, coloro che sono in grado di percepire, attraverso l’esercizio della fede, gli umori della gente in questo particolare periodo storico così pieno di conflitti che non sembrano trovare soluzioni, così carico di esseri umani che cercano, scappando dalle guerre e dalla fame, un posto dove poter vivere dignitosamente e in pace.
Volevo osservare, con uno sguardo laico, il rapporto tra il ruolo di guida spirituale di una comunità parrocchiale e l’impegno a difesa degli ultimi, dei più diseredati, delle vittime di continui soprusi. Dove spesso la politica, a causa delle frammentarietà e delle posizioni ideologiche opposte e sempre più conflittuali, non riesce a dare risposte immediate e soddisfacenti, limitandosi, dopo diversi tentativi andati a vuoto, a una sterile osservazione delle crudeli stragi che, nelle guerre, sono sempre di civili e delle continue vittime di naufragi nei nostri mari. Tragici eventi quotidiani che coinvolgono sempre più spesso donne e bambini.
L’agone ha chiesto ai parroci del territorio il loro pensiero su questo momento difficile e tragico.

Il primo parroco ascoltato è stato don Paolo, della parrocchia di Anguillara Sabazia, che ha subito esordito con il tema della pace, sottolineando il necessario ritorno all’aspetto spirituale della Chiesa con l’importante riscoperta del Vangelo che racconta la vita di un uomo di pace, non violento, soprattutto in questi momenti in cui c’è bisogno di maggiore giustizia sociale, di legalità, dove occorre essere vicino ai poveri, che sono sempre più numerosi, ma non soltanto da un punto di vista economico ma anche culturale, “non c’è bisogno di solo pane ma di una crescita generale dell’individuo”. Ha voluto ricordare l’importante periodo di Papa Francesco e il passaggio di testimone a Papa Leone XIV, molto interessato a temi nuovi come l’intelligenza artificiale, per poi chiudere con un ricordo dell’importante raduno dei giovani a Tor Vergata dove, essendo presente, ha notato una minore presenza dell’Europa e una massiccia partecipazione di giovani provenienti da tutti gli angoli del mondo, simbolo degli orizzonti universali della Chiesa.

Il secondo parroco interpellato è stato don Enzo, della parrocchia di Vigna di valle, frazione di Bracciano, che ha sostenuto che in questi anni abbiamo assistito a un vero cambiamento epocale che ha coinvolto tutta la comunità cristiana in una Chiesa che da oltre 2000 anni ha il ruolo di esercitare l’inserimento, nel tessuto della società, della fede, la speranza e l’amore per il prossimo. Con Papa Francesco abbiamo avuto una Chiesa in uscita, missionaria, un papa che si è speso molto a favore della pace. Con la fine della guerra fredda sembrava scongiurato ogni possibile conflitto mondiale, le armi nucleari sembravano rimaste nei film o in qualche libro. La Chiesa ha le armi della preghiera, degli appelli alla pace, contro questa disumanità: i bambini che muoiono. La Chiesa ha la speranza in Dio ed è a lui che fa appello. Eventi come l’Anno Santo hanno permesso il dialogo con altri mondi religiosi per evitare guerre di religione. Papa Francesco ha guidato momenti di cambiamento, è stato un elemento di rottura, un non tranquillo dottrinale, la sua morte è stata un simbolo. La Chiesa attendeva una guida sicura e Papa Leone XIV può essere tutto questo, è ancora troppo presto ma occorre avere fiducia perché l’elezione di un papa è un atto di fede, influenzato e guidato dallo Spirito Santo. Il parroco di Vigna di Valle ha cercato di spiegare la difficoltà di creare comunità nella frazione, sia perché è una zona confinante con i quartieri periferici di Roma, sia per la tipologia abitativa che non permette luoghi di aggregazione, “l’assenza di un borgo si fa sentire”.

Il terzo dialogo è stato con don Fernando, della parrocchia di Bracciano Nuova, che ha tenuto a precisare che la Chiesa è pellegrina nel tempo. La sua missione, il suo ruolo, è annunciare il Vangelo, e questo include “aprire gli occhi del mondo alla giustizia, all’amore, alla compassione, alla riconciliazione, al dialogo”. Don Fernando ha spiegato che questa non è una formula chiusa nel tempo, la missione della Chiesa è aperta verso la storia: la accoglie, la critica, con il giudizio di Dio. “Questo è evangelizzare!”. È annunciare ciò che non è ancora realtà. Ci sono persone che amano l’utopia, ma l’utopia non vuol dire che non può esistere, vuol dire che ancora non esiste. Noi annunciamo il regno di giustizia, di amore e di pace anche nella nostra storia attuale, non solo nell’eternità. La Chiesa è impegnata ad analizzare la nostra realtà, le situazioni e le emergenze del nostro tempo, di questa generazione, questo vuol dire essere una Chiesa in missione, “la Chiesa che mette i piedi nella storia”, non è una Chiesa che rimanda tutto al futuro di Dio, anzi, vuole anticipare questa realtà, altrimenti rimane soltanto una grande alienazione religiosa. L’annuncio del Vangelo prescinde dall’esperienza religiosa perché va oltre: è annuncio della verità. Se la Chiesa si limitasse ad avere un ruolo istituzionale, finirebbe con la fine del ruolo, invece la sua funzione cammina nel tempo, certamente per la missione eterna, che è l’annuncio della verità fino a raggiungerla nell’eternità.

Il quarto contatto è stato di don Piero, della parrocchia di Trevignano Romano, che ha voluto subito mettere l’accento su un certo affievolimento della dimensione spirituale, ci si riconosce Cristiani ma da una dimensione culturale. I nostri genitori, i nonni, hanno professato questa fede che spesso si traduce nel culto dei Santi Patroni, poi però, come nel caso del recente funerale di una giovane cittadina di Trevignano, tutto il paese si è travasato del giardino della casa di San Bernardino. Ricorda che per tre o quattro volte, durante l’omelia, ha bussato su questa dimensione: il senso di una comunità si vede nei momenti di fatica ma anche nel quotidiano, nel prendersi carico di chi sta vivendo un momento faticoso, questa attiene ai valori cristiani di solidarietà, di attenzione all’altro, oltre alla frequentazione dei riti, delle messe. Tutto ciò che è aggregato umano, oggi fa fatica e Trevignano paga lo scotto di una dimensione socio-economica agiata, che non è un limite a un cammino di fede. La parrocchia prova a fare molte attività, non etichettandole sempre con una connotazione confessionale, però c’è una grande disaffezione di alcune fasce di popolazione e i ragazzi pagano lo scotto di avere altrove, risposte e opportunità, non sempre sane. Sente la consapevolezza di non avere più la forza di essere in concorrenza con le società sportive o teatrali, pur facendo teatro e sport. C’è soddisfazione sul grosso lavoro d’integrazione con i disabili, per il parroco di Trevignano è una delle sfide per vocazione personale. La Chiesa si deve rivolgere agli ultimi, ai fragili, e proprio da loro che si fa un grosso lavoro di accoglienza da più di tre anni nella Casa del Fanciullo dei disabili, (ricordato don Carmelo, per sessantacinque anni parroco di Trevignano) su questo esiste una sensibile risposta da parte del bacino del lago, grazie a una associazione che si occupa di questo e che tocca i tre comuni. Il problema rimane quello dei giovani, anni fa erano i genitori che portavano i figli in parrocchia, oggi sono i figli che portano i genitori. Con un’efficace espressione ci dice che oggi si fa la Comunione, la Cresima ma “non possiamo limitarci a riempire la tessera dei sacramenti con i bollini”. Per quanto riguarda le manifestazioni del Giubileo, si è voluto orientare lo sguardo su situazioni di carattere universale come l’impegno politico, civile, le problematiche ambientali, l’etica economica che caratterizza il mondo. Si sono voluti toccare questi argomenti proprio perché l’aspetto della fede non è soltanto la preghiera, la vita spirituale, i sacramenti, che restano la cosa principale, ma, essendo cittadini del mondo che vivono le situazioni nella realtà di tutti i giorni, c’è bisogno di allargare gli orizzonti. Ci ha voluto ricordare che esiste un’importante realtà, la Pax Christi, che intorno al lago organizza momenti di preghiera con questo fine, estendere l’orizzonte ai problemi più impellenti come quello della pace che oggi, più che mai, è profondamente sentito. La parte finale dell’intervista, don Piero l’ha voluta dedicare al rischio di abituarsi alle notizie drammatiche e alla crescita, complici i social, che però non vanno demonizzati, di un certo egoismo che ci fa sentire autosufficienti, senza bisogno degli altri, come ci fosse, sostiene il parroco di Trevignano, attraverso un acutissimo accostamento biblico, il tentativo di costruire una seconda torre di Babele: convinti di sapere tutto, cercano di raggiungere il massimo scopo che ognuno preferisce, perfino il tentativo di raggiungere, ancora una volta, Dio.

La quinta chiacchierata è stata con don Giacomo, parroco di Canale Monterano, che ha spiegato il ruolo che ha, oggi, la Chiesa nei conflitti nel mondo: un contributo di mediazione pacifica che si deve trovare. Citando Papa Leone XIV, che fin dall’inizio del suo pontificato, ha chiesto di puntare alla pace e alla risoluzione dei conflitti, ricordando che nell’ultima intervista il Segretario di Stato, Cardinale Parolin, ha insistito che il solo meccanismo, riferendosi particolarmente alla guerra di Gaza, per fermare questo genocidio è proprio pensare di riconoscere la Palestina come stato indipendente. Don Giacomo insiste molto sul ruolo di mediazione della Chiesa nei conflitti che stanno, purtroppo, portando via tante vite. Dicono: ”l’importante è invadere, non interessa chi dobbiamo ammazzare”. Lui questa concezione bellica la chiama ironicamente “danni collaterali”, che è quello che sta portando avanti questo genocidio, non solo in Gaza, ma in tante altre guerre nascoste nell’Africa di cui non si parla e quella in Ucraina con la Russia. La Chiesa deve impegnarsi per la giustizia, essere una mediazione che possa portare la dignità alle persone più deboli, quelle che stanno soffrendo, ai bambini, alle famiglie, per evitare quello che si sta presentando: un genocidio, un’immigrazione di massa di gente che fugge dalle guerre, senza esserne attori principali, “questo è l’insegnamento di Gesù nel Vangelo”. La Chiesa, il Vaticano, si sono offerti costantemente come mediatori, un punto neutro per avere uno scambio di idee e di opinioni, purtroppo non sono mai state accettate da nessuna delle parti. La causa sono questi estremismi, questi ismi che ci invadono e rovinano la pace nel mondo e si sente molto toccato dall’inizio del pontificato di Leone XIV, perché ha saputo cogliere questo punto nevralgico e ha offerto la sua persona, lo Stato Vaticano, come punto neutrale di mediazione per la risoluzione dei conflitti. Le soluzioni ci sono per fermare le guerre ma si gioca con interessi economici enormi e le vittime sono sempre i più deboli. La Chiesa continuerà a ripudiare ogni forma di violenza. L’attentato di Hamas è stato qualcosa di terribile ma occorre respingere l’idea che se si è favorevoli allo Stato Palestinese, si è d’accordo con Hamas, “perché questo è il problema”. L’ultima parte dell’intervista la dedica all’amara constatazione che stiamo andando verso nazionalismi estremi, che stanno emergendo in tutta Europa e non solo. Stanno rovinando la convivenza civile, i nazionalismi sono sempre stati la causa delle guerre: “La storia parla!” esclama” È stranissimo che in un mondo globalizzato, dove tutto arriva in pochi secondi, ancora si utilizza il pensiero per una chiusura mentale”.

La sesta intervista è con don Elio, parroco di Manziana. È partito dalla costruzione della chiesa, nel 1570, dedicata a San Giovanni Battista che era molto stimato dalla gente di Firenze. Quando gli immigrati da Firenze vennero a Manziana dedicarono la chiesa al santo, diventato il patrono di Manziana. Dopo aver elencato le iniziative del paese a favore del patrono, ha descritto tutta l’attività svolta dalla parrocchia per accogliere i giovani partecipanti al raduno di Tor Vergata in occasione del Giubileo della Speranza, come l’ha chiamato Papa Francesco e oggi Papa Leone XIV, e continuerà ad accogliere pellegrini fino al giorno di Natale, su questo ha tenuto a precisare che sono impegnate tutte le parrocchie del territorio. Per quanto riguarda le iniziative per la pace, ha comunicato che il 9 settembre ci sarà una fiaccolata, un’iniziativa della comunità, promossa dalla Banca del Tempo, in collaborazione con altre associazioni, per rispondere, “per alzare un po’ la voce”, dinanzi a questa situazione di violenza che non vuol finire ed è sempre più ampia.

La settima intervista è l’ultima, come la luna in una famosa canzone di Lucio Dalla, ed è con don Francisco, parroco di Bracciano che ha subito informato che la diocesi di Civita Castellana creò, con il vescovo precedente, un dicastero per la cultura e la politica per lavorare in questo senso, anche se c’è un po’ di difficoltà perché occorre una preparazione ed essere dentro alle situazioni che amministrano il popolo. Per quanto riguarda il ruolo della Chiesa, usciamo da un cambiamento, un Papa che aveva messo molta carne sulla brace, occorrerà ora vedere se il nuovo papa continuerà su quella strada, perché ha tutte le capacità, la preparazione e anche la possibilità, di lavorare ancora meglio, se vuole. A proposito di questo spazio il papa precedente stava lavorando su un documento che parla proprio della presenza della Chiesa, e il suo aspetto amministrativo, nel mondo, un lavoro circolare e non piramidale. Don Francisco ricorda il lavoro fatto per il sinodo da Papa Francesco che non doveva chiudersi ma doveva continuare, infatti lui chiamava la Chiesa “sinodale” non più la Chiesa inserita nelle ecclesialità ma una sinodalità, cioè noi decidiamo circolarmente, in questo coinvolgendo tutti. Quando si parla di un Comune, non si può tralasciare di dire e di fare, per il bene di tutti. Occorre prendersi cura della spiritualità, che è un discorso anche molto bello, ma una spiritualità disincarnata non esiste, “io prendo cura del tuo spirito ma è un sacco vuoto e non si mette in piedi”. Questo deve essere il ruolo della Chiesa: o è una presenza profetica oppure giustamente deve entrare in questo grande squilibrio politico che esiste nel mondo. In quest’ultimo periodo, i disastri in Medio Oriente, sono qualcosa del tutto fuori da ogni contesto, anche quello biblico. Domenica scorsa c’è stata una lettura di San Paolo molto interessante, lui dice, proprio agli ebrei, nella diaspora: “La promessa di Dio ad Abramo, poi messa in pratica da Mosè, non è la promessa di una terra, ma di un luogo, a Mosè parla di una terra dove scorreva latte e miele, e uno si chiede quale terra sarà quella: la risposta è: il paradiso, la città nuova, la nuova Gerusalemme del cielo. Gli estremismi sono sempre nefasti: “Un popolo che vuole eliminare l’altro popolo crea solo terroristi, immagina un bambino cui uccidono tutta la famiglia, quale sarà il desiderio di quel bambino nella sua vita?” E cita Sandro Pertini. Il terrorismo che nasce da un estremismo eliminatorio è il fondamento di qualcuno che ha la vendetta nel cuore. Trovare una soluzione è veramente difficile, la migliore, probabilmente l’unica, sono due popoli, due Stati. Qualche giorno fa abbiamo parlato con un signore palestinese a Bracciano, ci siamo fatti insieme delle fotografie, abbiamo parlato. Qualche mese dopo, tornando in Palestina, quel giovane è stato arrestato. Chiude sostenendo che il ruolo della Chiesa deve essere quello di prendere la via migliore senza mischiarsi nella politica del più forte.

Al termine di questa lunga camminata tra le parrocchie del nostro territorio, le parole
chiave continuano a girare nella mia mente: la pace, l’attenzione verso gli ultimi, i più
poveri, le vittime innocenti di tutte le guerre, il genocidio, la giustizia sociale, il dramma
dei migranti, il nazionalismo e gli estremismi, il nuovo egoismo e l’autosufficienza e la
Chiesa che si fa mediatrice dei conflitti e protagonista della soluzione dei problemi.

Dal punto di vista religioso i parroci del territorio ci hanno fatto capire che tutto questo
è parola di Dio ed è nel solco del Vangelo, per chi lo analizza da un punto di vista laico, è
impegno sociale, ma credo che per tutti sia speranza in un mondo migliore e allora ben vengano le grandi manifestazioni di massa, simboli della volontà di appartenere ognuno
a una pacifica storia condivisa, a un’esperienza collettiva finalizzata al bene comune.

È riempire gli spazi, per contrastare meglio le tante ingiustizie di questo mondo e per fermare gli orrori delle tante guerre visibili e invisibili.

Lorenzo Avincola

 

Partecipazione e bene comune

Prima dell’avvio del PNRR, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, nei comuni, i fondi destinati alla realizzazione di opere pubbliche e alla fornitura dei servizi provenivano fondamentalmente dalle casse comunali e dai contributi che lo Stato versava attraverso il Fondo di solidarietà comunale. In quegli anni, la scarsa disponibilità finanziaria impediva la realizzazione di opere che nel migliore dei casi erano ferme da anni, in altri non erano neanche iniziate e rimanevano a livello di progetto. A livello locale, le rigide regole di bilancio impedivano quindi la messa in opera di infrastrutture che erano fondamentali per la modernizzazione delle città e dei piccoli centri che rappresentano l’ossatura del nostro Paese e ne sono la ricchezza. Con l’arrivo dei finanziamenti PNRR, la disponibilità di bilancio è stata tale che ha permesso la realizzazione di progetti che non potevano essere più rinviati, anche il comprensorio sabatino ha beneficiato di questa disponibilità e infatti si vedono cantieri aperti un po’ ovunque. Polemiche sulla scelta delle opere da realizzare ce ne sono state, era da tenere in conto, alcune forse pretestuose, altre invece potevano essere ascoltate. Quello che alcuni lamentano è la scarsa informazione che è stata data sulle opere da porre in essere, la mancanza di conoscenza dei criteri con cui sono state scelte. Insomma, ancora una volta il processo partecipativo non è stato favorito e questo è solo l’ultimo degli esempi in cui la voglia di conoscere e partecipare viene frustrata. E’ pur vero che i partiti politici e le associazioni dovrebbero svolgere una funzione fondamentale, sancita peraltro dalla Costituzione, quella di avvicinare i cittadini alle istituzioni e renderli partecipi, attraverso il voto, alla vita e alle scelte del paese. La scarsa partecipazione al voto dimostra però che la fiducia dei cittadini per gli strumenti partecipativi è ai minimi storici, e questo è molto grave per la democrazia. Oltre all’esempio citato sopra sulle opere realizzate o in fase di realizzazione con i fondi PNRR, ce n’è uno più recente in materia di controllo dei cittadini sul rispetto dei trattati internazionali in materia climatica, da parte dei singoli paesi. Lo scorso luglio la corte di cassazione si è pronunciata in un contenzioso in cui erano coinvolti Greenpeace, ReCommon e un gruppo di cittadini da una parte ed Eni, il ministero dell’Economia e delle Finanze e la Cassa depositi e prestiti dall’altra. Per la prima volta è possibile promuovere azioni civili fondate su obblighi internazionali, ovvero se una istituzione o una società non sono allineate su obiettivi legati ad accordi internazionali, associazioni di cittadini possono pretendere il rispetto di tali obiettivi. Questo pronunciamento è estremamente importante per materie legate alla mitigazione del cambiamento climatico, esiste ora un quadro normativo entro il quale i cittadini, attraverso un’azione legale, possono pretendere il rispetto degli obiettivi climatici previsti dai trattati internazionali.

Salvatore Scaglione

Riflessione ragionata su guerre, dazi e ripercussioni

Le guerre
Evito di riportare i “numeri” che le TV aggiornano ogni giorno su perdite umane, rovine e fame.
Ci troviamo in un vicolo cieco senza via d’uscita, o forse, senza la volontà di cercarla. Per alcuni le motivazioni sono pretestuose, per altri manca la volontà di risolvere.
Il dato di fatto è allarmante: si uccide senza pietà, calpestando ogni diritto, per la difesa di “alibi” vuoti e disumani. E il mondo sta a guardare, nonostante la Shoah della Seconda Guerra Mondiale, un orrore da cui non riesce a scagionarsi.
Da sempre la pace e la cura del creato sono obiettivi condivisi, eppure c’è chi sogna di realizzarsi con la violenza, la guerra e l’eliminazione dell’altro. Per costoro vale ancora la tesi di Plauto e Hobbes: “homo homini lupus” e leader come Netanyahu e Putin sembrano incarnare questo spirito.

I dazi
Il dazio, che risale all’antica Grecia e fu ereditato dai Romani, ha attraversato i secoli, utilizzato anche da potenze marittime come Venezia, Genova e Firenze. Con le scoperte geografiche, è servito ad accumulare oro e argento. Poi col liberismo di Adam Smith, ha avuto inizio il commercio globale. Dopo l’Unità, l’ Italia si è adeguata a questo sistema.
IL 24/10/1929, “il giovedì nero” (crollo Borsa New York) furono imposti dazi elevati che portarono a una crisi profonda. Il 30/10/1947 nacque il GATT, sostituito nel 1995 dall’OMC.
Il dazio, una misura per finanziare lo Stato, è tornato oggi al centro del dibattito.
In questo scenario si inserisce Donald Trump con la sua politica “America First”, che ridiscute tutti gli equilibri, aggravando la situazione con decisioni mutevoli e imprevedibili.
Per l’Italia un dazio del 15% comporterebbe una contrazione statunitense, anche a causa del dollaro svalutato, con ripercussioni su settori chiave come macchinari, farmaci, alimentari, bevande, auto, trasporto, manifattura, metalli, tessile, abbigliamento e chimica.
Si stimano perdite fino a 22,6 mld/€/anno e il ministro Giorgetti ha previsto un impatto negativo sul PIL di 0,5 punti nel 2026. Le regioni più a rischio sono: Sardegna, Molise e Sicilia, mentre Lombardia, Veneto ed Emila Romagna lo sono meno.

Le ripercussioni
A livello mondiale, le guerre e le politiche protezionistiche hanno accelerato la tendenza alla “deglobalizzazione”.
L’Europa è penalizzata dalla sua dipendenza energetica dalla Russia, dalla vicinanza ai conflitti e dalle divisioni interne tra i 27 Paesi membri.
L’Italia ne risente ancora di più per la mancanza di fonti proprie, per il suo forte tessuto manifatturiero e la sua vocazione all’export, il che mette a rischio migliaia di posti di lavoro.
La ripresa delle trattative di Pace è urgente ed irrinunciabile. “È tempo che la diplomazia e le coscienze diano il via immediato per fermare la violenza e costruire un futuro di Pace stabile”. Cessare le ostilità attraverso il negoziato serio e immediato come strumento fondamentale per la cessazione del conflitto.
Franco Marzo

La fine della democrazia?

Negli ultimi decenni, il mondo ha vissuto una trasformazione che ha stravolto gli equilibri economici e politici. Dopo la fine della Guerra Fredda si è imposto un modello basato su privatizzazioni massicce, riduzione del ruolo dello Stato e promozione dell’individuo come unica unità sociale rilevante rifiutando concetti come comunità e solidarietà che sono alla base della convivenza sociale pacifica.
In Italia e in gran parte d’Europa la politica non ha contrastato questa deriva, anzi, spesso l’ha legittimata. Anche la sinistra, storicamente portatrice di valori come giustizia sociale e supporto ai meno abbienti, non ha saputo interpretare i cambiamenti culturali e strutturali in corso. Il risultato? Un mutamento profondo del senso comune, che ha spinto ampie fasce popolari verso forze populiste e conservatrici come Lega e Fratelli d’Italia, paradossalmente, proprio quelle meno attente ai bisogni delle classi più fragili, che ormai in larga parte disertano le urne.
La sfiducia verso la politica è diffusa. La cultura azzerata. La rappresentanza politica debole. Manca una visione condivisa del futuro, mentre disinformazione e ignoranza, spesso alimentate dal potere stesso, minano lo spirito civico. Le forze progressiste, un tempo vicine ai lavoratori, oggi sembrano divise, prive di idee e incapaci di parlare al cuore e alla testa dei cittadini.
In questo contesto, solo due attori istituzionali sembrano resistere: la magistratura, che cerca di difendere il principio di legalità e impedire che si crei uno Stato con regole diverse per politici e cittadini e il Presidente della Repubblica, che si adopera per mantenere la coesione nazionale, minacciata da fratture territoriali, sociali e culturali sempre più evidenti e sempre più sfrontate. Ma questi sforzi rischiano di essere vani, se non accompagnati da una profonda rigenerazione politica e culturale.
La crisi di rappresentanza apre la strada al modello autoritario promosso dalla destra: un leader carismatico che incanali il malcontento popolare. La strategia è sottile: non uno scontro diretto, ma una narrazione semplificata dei problemi e la costruzione di nemici di comodo (stranieri, élite, magistrati, meridionali…). Una tattica che funziona quando crea una complicità tra leader e popolo, creata con slogan semplici e di facile comprensione, non importa se contradditori o palesemente falsi. Non si mira ad un ritorno del fascismo, ma ad una nuova forma di privatizzazione della cosa pubblica, che diventa “res privata” che troverebbe consenso grazie ai nuovi potenti mezzi di comunicazione: i social media, capaci di diffondere in maniera capillare messaggi brevi e incisivi, anche se falsi. La sinistra, invece, resta ancorata a modalità comunicative corrette, ma tradizionali, incapaci di raggiungere una popolazione ormai abituata a leggere solo una riga e mezzo.
L’Italia è a un bivio. Le opzioni sono tre. Un lento declino, con istituzioni paralizzate e senso comune anestetizzato oppure una svolta autoritaria, legittimata dal consenso popolare o infine una rinascita democratica, fondata su equità, partecipazione e visione.
Perché questa terza via si realizzi, serve però un nuovo patto sociale. Serve una sinistra capace di leggere il presente, interpretare le nuove domande sociali e offrire un’alternativa credibile e, soprattutto, comprensibile.

Riccardo Agresti

Selene è libera

Gianni, fotografo affermato, aveva ricevuto l’incarico di catturare l’incanto dell’eclissi lunare. Quella sera, la Luna sarebbe sorta già velata, immersa nella sua fase di totalità, come una regina che si presenta al mondo già incoronata d’ombra. Come sempre lui non cercava uno scatto: cercava la magia. Scelse appositamente un luogo che parlasse al cuore: le sponde quiete del lago, dove l’acqua taceva come in attesa e il cielo si apriva verso est, pronto a svelare il suo segreto.

 

L’incanto non si cattura, si contempla

Si sistemò in silenzio, circondato dal respiro della notte, con la macchina fotografica tra le mani, come fosse un violino pronto a suonare la sinfonia della luce, il mezzo per celebrare la bellezza. Il suo mestiere era anche un rito. Un atto d’amore verso l’immagine.

 

Le acque tacevano, immobili come specchi d’anima, trattenendo il fiato nell’attesa del prodigio. Il cielo, vasto e solenne, si vestiva a poco a poco di mistero. Il mondo, in silenzio, tratteneva il fiato: Selene, la dea lunare, stava per fare il suo ingresso. Velata dal manto d’ombra della Terra, sarebbe avanzata con passo silenzioso, discreta e maestosa. Come una sposa che si concede allo sguardo solo quando il cuore è pronto a riceverla. Come una donna che conosce il peso del proprio incanto. Quando finalmente si sarebbe innalzata sopra l’orizzonte, là dove tutti gli occhi l’attendevano, avrebbe finalmente sollevato il velo con grazia infinita, svelando il suo volto pallido e incantato, con la dolcezza di chi conosce l’arte di commuovere. Ogni gesto, ogni bagliore, sarebbe stata una carezza al mondo e la sua luce, timida e trionfante, sarebbe tornata a cantare la bellezza che attraversa i secoli. Quella che Saffo aveva già sussurrato: “Selene dai raggi rosa, che vince tutti gli astri”.

 

Il tempo dell’attesa scivolava lento, come sabbia tra le dita del silenzio. Ma Selene non mancò all’appuntamento. Emerse dalle acque sollevandosi, lenta e maestosa, come una fata che non chiede il permesso per essere adorata, come una visione ferita, velata da un’ombra che non le apparteneva. Come se il cielo stesso avesse posato su di lei un segreto remoto. Come se avesse pianto lacrime di luce per un amore perduto. Il rosso sul suo volto sembrava una luce inviata da un universo che desiderava raccontare una storia d’amore perduto con una malinconia sospesa.

Un uccello si alzò in volo, silenzioso e solitario, tracciando nell’aria una domanda invisibile, forse anche lui voleva osservare meglio, come se anche lui cercasse di capire quel miracolo che si stava compiendo sopra il mondo.

 

Il desiderio che non sa amare

Appena la vide, un ricordo lo trafisse come una lama sottile. Tornò a lei, a Calistae. A quella sera lontana, ormai smarrita tra le pieghe del tempo, quando avevano guardato la Luna insieme, abbracciati. Lei gli aveva sussurrato, con voce tremante di meraviglia: “Quando la Luna diventa rossa, è perché il cielo si emoziona troppo”. Lui aveva riso allora. Ora non rideva. Lei non c’era più. Forse lontana. Forse dissolta in un altrove che non gli apparteneva e il dolore, quel dolore ostinato, pulsava ancora forte, come un tamburo sommerso nel petto.

 

Si erano lasciati perché lui non aveva saputo reggere quella luce che la avvolgeva ogni volta che saliva su un palco e diventava altro, più grande, più libera, più vera. Quegli sguardi appoggiati su di lei, come i riflettori che la incoronavano, erano troppi e sembravano affilati come spine. Ma gli sguardi del pubblico non la spogliavano: la incoronavano, era lui, accecato dalla gelosia, che non vedeva più la donna. Vedeva solo il riflesso del suo timore. Era distratto da ciò che contava: gli occhi di Calistae, due stelle che brillavano non per vanità, ma perché viveva mille vite su quelle assi di legno, immergendosi in ciascuna donna che rappresentava. Donne di altri tempi, di altri mondi. Calistae non recitava, si trasformava. Viveva mille vite e in ognuna lasciava cadere un frammento di sé. Ma lui non la riconosceva. La sentiva distante. Non comprendeva che non si può chiudere il fuoco in una lanterna. Non si accorgeva che se al rientro era stanca, tornava ogni volta più ricca, più viva.

 

Lui fotografava la bellezza. Lei era la bellezza. Aveva cercato di trattenerla, come si tenta di imprigionare il vento in una fotografia. Ma la bellezza, come la Luna, non si lascia possedere. Si lascia guardare e poi, se ne va.

Lui l’avrebbe voluta solo per sé. Perché la amava troppo o, forse, e questa verità lo graffiava più di tutte, non l’aveva mai amata davvero. Perché amare non è possedere. Amare è gioire del bene dell’altro, anche quando quel bene non ci include. Amare è restare in silenzio, sotto una Luna rossa, e lasciarla andare.

 

Così, in una di quelle sere in cui la sua voce aveva incendiato il teatro, in cui i suoi occhi avevano brillato come stelle sul quel palco, in cui la sua figura sembrava scolpita dalla luce stessa, lui non ce l’aveva fatta.

Qualcosa dentro si era spezzato. Avevano litigato, per un motivo banale, ridicolo, di quelli che il tempo cancella senza pietà, ma che in quel momento segnano il confine tra l’amore e l’addio. Una frase detta male, un gesto frainteso e l’amore non finì: si ruppe. Come un cristallo che cade senza rumore, ma lascia mille schegge nel cuore. Si erano lasciati male. Con parole taglienti, dette troppo in fretta, senza comprenderne il significato. Poi c’erano stati silenzi che gridavano ancora più forte di qualsiasi urlo. Infine il vuoto.

Ora erano soli o, almeno, lo era lui. Lei danzava ancora tra le luci, tra gli applausi e le maschere. Lui restava nell’ombra, a contare le crepe di un amore che non aveva saputo proteggere.

 

Lo sguardo di Selene

Prese la macchina fotografica con mani quasi tremanti, come se temesse di profanare un miracolo. Scattò una foto. Poi un’altra. Un’altra ancora. Ma ogni scatto sembrava un tentativo vano di trattenere l’eternità.

La bellissima Selene avanzava dolcemente nel cielo. Non era una semplice luna: era la fanciulla dei miti, la dea che ogni notte solcava il cielo per raggiungere il suo amante addormentato, Endimione, condannato a mille anni di sonno per aver osato amare una divinità. In quella notte, pareva davvero volasse verso di lui, vestita di luce e nostalgia.

Guardò i primi scatti. Nessuna immagine raccontava la verità di quel momento. Non c’erano le vesti bianche e argentee, lievi come sospiri, che fluttuavano nel cielo come veli mossi dal vento. Non c’era lo sguardo di Selene, quello sguardo che hanno solo le donne perdutamente innamorate, lo sguardo di chi già vede l’amore in lontananza. Lui quegli occhi, così lontani eppure così vicini, li aveva già visti. Erano su un palcoscenico. Quegli occhi avevano incrociato il suo sguardo e lui se ne rendeva conto solo ora.

Continuò a scattare, ma la macchina non riusciva a catturare quel sogno. Sul freddo schermo digitale appariva solo un cerchio rossastro. Nessuna immagine raccontava la verità che lui vedeva. Nessuna traccia del carro celeste, che trasportava Selene verso Endimione. Nessuna voce, nessun brivido. Solo il silenzio. L’obiettivo era cieco davanti a quella visione divina.

Quella lente che aveva immortalato sorrisi rubati, piogge leggere, tramonti infuocati che avevano commosso chi aveva visto i suoi lavori, quella sera, non afferrava nulla. Certi miracoli, non si fotografano, si vivono, e bruciano dentro se non si è riusciti a riconoscerli.

Abbassò lentamente la macchina fotografica, come una resa.

 

L’amore che stringe troppo non è amore

Selene brillava sopra di lui, eterea e distante. Ma viva. Così viva da far tremare il cuore. Si offriva al mondo, senza appartenere a nessuno. Come Calistae. Come tutte le donne che non si lasciano definire, ma solo ammirare.

Gianni non voleva imprigionare quel fascino. No, non era quello il suo intento. Voleva solo condividerlo, spalancarlo al mondo, far sì che anche altri potessero sentire quel brivido, quella vertigine dolce e dolorosa che lo attraversava mentre guardava il miracolo compiersi. Voleva che capissero. Che sentissero. Che si perdessero, come lui, in quella luce che non si lascia spiegare. Ma quella sera si rese conto che lui, con gli occhi pieni di cielo, non aveva compreso lo sguardo dell’amore. Forse per questo lo schermo restava muto.

Si sedette sull’erba umida, senza fretta, lasciando che il freddo gli attraversasse la pelle come un richiamo antico. Alzò lo sguardo e lasciò che Selene gli parlasse. Non con parole, ma con quella luce diafana che sembrava tremare tra le stelle. Parlava con il silenzio, con la grazia di chi non ha bisogno di voce per farsi comprendere.

Selene gli parlava svelandosi piano, come una verità che non vuole ferire. Gli raccontava, senza suono, che la sua bellezza nasceva dalla libertà. Che nessuno può appartenere a nessuno. Che l’incanto immortale non è dono per tutti, ma solo per gli occhi capaci di guardare con rispetto. Che solo chi sa guardare senza desiderio di possesso può davvero divenire egli stesso parte di quella bellezza.

Gli altri, quelli che osservano senza vedere, si fermano alle curve morbide, alla luce che accarezza, al velo trasparente, ma senza mai comprendere la profondità di quel mistero.

Così, parlando di bellezza, Selene, con studiata lentezza, scostava quel velo scuro che la Terra le aveva imposto, come una donna che si libera da un abito che nasconde la sua essenza. Spostò quel velo d’ombra con la grazia di una donna che si sveste non per mostrarsi, ma per liberare la propria bellezza. Con il fascino di chi non ha bisogno di voce per farsi comprendere. Si rivelò completamente, nella sua nudità elegante e sacra e, per un istante, il mondo tacque, come se anche il tempo avesse smesso di correre per ammirare il fascino di Selene.

Gianni vide Selene e riconobbe Calistae. Vide in lei tutte le donne che non si lasciano definire, ma solo ammirare. Poi la Luna tornò a essere solo Luna. Ma lui no. Lui era cambiato. Aveva ascoltato il cielo, il lago, il silenzio. Quella notte, finalmente, aveva capito: l’amore non è possesso, non è trattenere. Aveva capito che l’arte, la natura, l’amore, le donne non si possiedono. Si amano. Si lasciano libere. Come la Luna, riflessa sulle acque placide, che era visibile a tutti, ma non apparteneva a nessuno. Non si lasciava trattenere. Proprio per questo viveva felice. Amare non è paura della libertà altrui. È offrire le ali a chi si ama. L’amore che stringe troppo non è amore, è fame, e Calistae non era un pasto da consumare: era luce, ma la luce, se chiusa in una scatola, smette di brillare.

 

Riflesso sulle onde, Gianni non vedeva più se stesso come fotografo ammirato che sapeva trasmettere emozioni, ma se stesso come uomo che aveva confuso l’amore con il bisogno.

Tornò al teatro. Non per riprenderla. Ma per applaudirla. Per fotografarla con la mente. Per amarla come si ama la Luna: da lontano, senza catene.

Perché la libertà è ciò che permette all’arte, alla natura e all’amore di esistere.

 

“L’eclissi del 7 settembre 2025”

 

“Eclissi passate e future tra mito, fede e scienza”

 

“La fisica delle eclissi lunari”

 

 

Riccardo Agresti

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Il Pd va ‘all in’ in Puglia con Decaro

Si riceve da AGI e si pubblica

Il pressing del partito continua. Attesa per la presenza sul palco con Schlein

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Reazioni e posizioni

IL CONSORZIO DÀ IL VIA AL SUO PROGETTO DI RIQUALIFICAZIONE E MESSA IN SICUREZZA DEI PUNTI DI AFFACCIO LUNGO LA CIRCUMLACUALE DEL LAGO DI BRACCIANO

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Fin dal 2009 il Consorzio Lago di Bracciano, grazie ad un’integrazione della quota obbligatoria annua concessa dall’allora Provincia di Roma e proseguita fino a tutto il 2012, si è occupato inizialmente del ripristino dei punti di affaccio lungo la circumlacuale, per poi proseguire con la manutenzione annuale del verde. Successivamente al 2012, nonostante l’assenza di ulteriori contributi, il Consorzio ha comunque dato seguito alla realizzazione di tutte le opere di manutenzione necessarie al buon mantenimento dei punti d’affaccio, ricorrendo sempre a fondi propri, pur in presenza di risorse economiche limitate.

Alla fine del 2024, con la consapevolezza che i punti di affaccio presenti lungo la strada circumlacuale del Lago di Bracciano rappresentano  non solo una preziosa risorsa paesaggistica per il territorio sabatino, ma anche una potenziale leva per la crescita dell’economia turistica dei Comuni rivieraschi, il Consorzio ha realizzato un ambizioso progetto per la realizzazione degli “Interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria per il ripristino dei punti d’affaccio esistenti lungo la strada circumlacuale del lago di Bracciano”.

Tale progetto è stato sottoposto, con successo, all’attenzione della Città Metropolitana di Roma Capitale, ottenendo un contributo straordinario  di complessivi € 278.961,73 (di cui € 91.305,43 destinati ad un piano triennale di manutenzione del verde e pulizia, e € 187.656,30 per la realizzazione delle opere di manutenzione straordinaria e messa in sicurezza della totalità dei punti di affaccio).

Grazie a questo contributo straordinario, il Consorzio ha potuto dare il via al suo progetto di riqualificazione, rendendo possibile, già da alcuni mesi, la manutenzione del verde e la pulizia dei punti di affaccio.

A breve inizieranno anche  le opere di ripristino e messa in sicurezza di tutti i punti di affaccio esistenti, a partire dall’area di sosta denominata “Della Sedia” nel Comune di Anguillara Sabazia fino alla piazzola del km 17,00 (dove insiste un punto di affaccio di rilevanza archeologica portato alla luce nell’ambito del Progetto Sabatia Stagna e realizzato attraverso una collaborazione tra il Consorzio e l’Università di Siena).

La riqualificazione proseguirà con le aree di sosta di Vicarello e, infine,  con quelle comprese tra i Comuni di Trevignano Romano ed Anguillara Sabazia. I punti di affaccio in questo tratto saranno realizzati per ultimi poiché necessiteranno dapprima di una serie di interventi radicali che vedranno coinvolto anche il Servizio Viabilità della Città Metropolitana di Roma Capitale. Sarebbe infatti inutile e dispendioso intervenire su queste piazzole senza prima risolvere i gravi problemi causati dalle radici degli alberi, che rendono pericoloso il transito.

Ancora una volta, come già avvenuto  per la riqualificazione dei pontili di attracco della Motonave Sabazia nei Comuni di Trevignano Romano ed Anguillara Sabazia, l’azione sinergica tra la Città Metropolitana di Roma Capitale ed il Consorzio Lago di Bracciano farà la differenza offrendo all’intero territorio un ambiente sempre più vivibile e più sicuro.

 

Rocca di Montecelio, al via i lavori di riqualificazione: nuovi percorsi di accesso per un’opera dove sport e cultura si incontrano

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A Guidonia Montecelio si è tenuta questa mattina la cerimonia di apertura dei lavori di riqualificazione del parco pubblico della Rocca di Montecelio, con la realizzazione di un percorso pedonale e il restauro di una porzione delle mura.
Il Vicesindaco di Città metropolitana Pierluigi Sanna, assieme alla Consigliere metropolitane Manuela Chioccia, delegata alla viabilità, e Alessia Pieretti, delegata a Innovazione, Sviluppo economico e Attività turistiche, hanno portato i saluti del Sindaco Gualtieri intervenendo alla presentazione assieme al Sindaco di Guidonia Montecelio Mauro Lombardo, agli assessori a Sport e Politiche Sociali, Cristina Rossi, e alla cultura, Michele Venturiello, al Direttore del Museo Civico Archeologico “Rodolfo Lanciani”, dove si è tenuto l’evento, prof. Zaccaria Mari.
La Rocca, di antica fondazione medievale dalla particolare pianta ovale, che sorge su un’antica acropoli, è un manufatto attualmente allo stato ruderale, il cui ultimo intervento di restauro risale al 1979. Grazie all’intervento finanziato dalle risorse PNRR di circa 1,2 milioni di euro, si tornerà a intervenire nell’area per la prima volta dopo decenni, realizzando un nuovo accesso alla rocca, con un ingresso pedonale alla posterula attraverso una gradinata.
I due percorsi di accesso alla Rocca
In particolare, si valorizzerà l’accesso all’area attraverso due percorsi: un sentiero trekking, dalla pendenza in alcuni tratti impegnativa, dal 35 al 50%, su un lato del quale è prevista una ferrata con sostegni verticali ancorati al terreno, e una parte pedonale frubile a un pubblico più ampio e meno impervia, con recinzioni in acciaio e pavimentazione in levocell, un materiale poco impattante ed ecosostenibile. Attenzione alla sostenibilità ambientale anche attraverso la realizzazione di un nuovo impianto di illuminazione led alimentato da pannelli fotovoltaici.
Saranno presenti aree fitness e belvedere con piattaforme in legno e panchine, per consentire il libero accesso e la piena fruibilità dell’area. A livello strutturale, l’intervento riguarderà anche il parziale consolidamento delle mura esterne della rocca e la piantumazione di nuova vegetazione autoctona.
“Città metropolitana, nella visione condivisa con il Sindaco Gualtieri e grazie all’importante lavoro del Vicesindaco Sanna, torna a incidere nei territori restituendo identità e recuperando luoghi di importanza storica, come la Rocca di Montecelio. Contestualmente, vanno avanti le opere infrastrutturali in questo quadrante, in primis il raddoppio della Tiburtina, che anch’esso tiene in considerazione la necessità di rendere fruibile l’antico basolato romano emerso durante gli scavi e le vicine strutture collegate alla basilica paleocristiana di San Sinforosa, per restituire ai cittadini non solo migliori servizi ma anche una più ampia offerta culturale e sportiva”, ha dichiarato la Consigliera Manuela Chioccia.
“Città metropolitana è forse l’unico ente che sta investendo in modo mirato e diffuso sull’impiantistica sportiva pubblica di varia natura, luoghi dei quali il mondo sportivo ha assolutamente bisogno. Qui a Guidonia realizzeremo un particolare esempio di palestra lineare, avvicinando i cittadini allo sport accessibile a tutti i livelli, integrandolo, in questo caso, con un percorso di livello più impegnativo, che potrà guardare anche a chi pratica sport in forma più agonistica. Unire sport e cultura è una chiave strategica che mira al potenziamento del turismo di prossimità: una delle linee su cui stiamo investendo con un ampio progetto di promozione e valorizzazione di tutto il territorio”, ha aggiunto la Consigliera Pieretti.
“Quest’opera, tra le più importanti finanziate dal PUI Sport, riguarda Guidonia, il secondo comune dopo Roma più grande dell’area metropolitana, e punta a riportare alla conoscenza e alla fruizione una porzione di territorio poco conosciuta ma tra le più affascinanti dell’area metropolitana. Il borgo di Montecelio come tanti altri luoghi del territorio provinciale merita un’attenzione turistica, culturale e sportiva che verrà messa a frutto attraverso quest’opera di riqualificazione che migliora la qualità della vita e offre un’opportunità di fruire di un tempo libero di qualità, dove sport e cultura si incontrano. Un’opera che alla sua conclusione, da giugno prossimo, sicuramente attrarrà numerosi cittadini e visitatori non solo dai luoghi vicini ma anche dalla Capitale”, conclude il Vicesindaco di Città metropolitana di Roma Capitale, Pierluigi Sanna.
Rocca di Montecelio Rocca di Montecelio Rocca di Montecelio  Rocca di Montecelio

La fisica celeste della Luna Rossa

Quando la notte si fa teatro e il cielo si prepara a uno spettacolo raro, la Luna si tinge di rosso. Questa metamorfosi ha ispirato nei secoli nomi poetici e suggestivi: “Luna rossa”, “Luna di sangue”. Non è solo un fenomeno astronomico, ma un momento in cui la scienza si fa poesia, e il cielo ci ricorda quanto sia meraviglioso il nostro posto nell’universo. Nel grande teatro del cielo, ogni tanto la Luna si lascia “sfiorare” dalla Terra: non è un contatto fisico, ma un abbraccio d’ombra: un lento, maestoso scomparire della luce, che ci regala uno degli spettacoli più affascinanti dell’universo visibile.

Ma cosa accade davvero quando il nostro satellite naturale si trasforma in una “Luna di sangue”? Entriamo nel cuore dell’eclissi lunare, dove la fisica incontra il sublime.

 

Il Sole, regista cosmico

La stella che ci dona la vita, il Sole, brucia nel suo cuore grazie alla fusione nucleare. Da lì emana luce che si propaga nello spazio, illuminando ogni corpo celeste del sistema solare: dalla Terra alla Luna, passando per pianeti e asteroidi. Essendo tutti questi corpi molto più piccoli del Sole, ciascuno proietta dietro di sé un’ombra conica, il cui vertice si oppone alla direzione della luce. Per i corpi quasi sferici come la Terra, questa ombra ha una base quasi circolare.

 

Il balletto dell’eclissi

La Luna orbita attorno alla Terra a una distanza tale che, quando si allinea perfettamente con il Sole e il nostro pianeta è fra di loro, si ritrova nel cono d’ombra terrestre. In quel momento, la sagoma della Terra si proietta sulla superficie lunare, oscurandola. Nel suo movimento di ingresso nell’ombra, inizialmente sembra che qualcuno stia “mordendo” il disco lunare: un’ombra scura lo divora lentamente. È l’inizio dell’eclissi.

 

Il mistero del rosso: lo scattering di Rayleigh e la rifrazione

Ma la magia avviene quando la Luna è completamente immersa nel cono d’ombra: dovrebbe scomparire nel buio della notte. Al contrario, si accende di un rosso profondo, quasi mistico. La causa è l’atmosfera terrestre: le radiazioni luminose con lunghezza d’onda più corte (come il blu) vengono disperse in tutte le direzioni (è il motivo per cui il cielo è azzurro) mentre le lunghezze d’onda più lunghe (come il rosso) riescono invece a attraversare l’atmosfera senza problemi.

Ma l’atmosfera agisce anche come un gigantesco prisma rifrattore e la luce rossa che lo attraversa obliquamente viene rifratta più delle altre frequenze visibili verso l’interno del cono d’ombra, raggiungendo la Luna. È lo stesso fenomeno che colora di rosso l’alba e il tramonto. E sì, è proprio ciò che viene rappresentato nella celebre copertina di The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd.

 

Una Luna vestita di fuoco

Le rocce lunari, colpite da questa luce rossa filtrata, la riflettono tingendo il disco lunare di tonalità che vanno dal rame all’arancio, fino al rosso cupo. È così che la Luna, da bianco-argentea, si trasfigura in una visione infuocata, sospesa nel cielo.

La Terra, investita dalla luce del Sole, proietta dietro di sé un cono d’ombra: una zona di buio assoluto dove nessun raggio solare penetra, ma attorno a questo cono se ne estende un altro più tenue, il cono di penombra (che ha però il vertice fra il Sole e la Terra), dove solo una parte della luce solare penetra: quella del Sole che fa capolino e non viene intercettata dalla nostra Terra. Quando la Luna entra in questa regione, riceve meno luce e la sua luminosità comincia a diminuire di conseguenza. Non scompare di colpo, ma si affievolisce lentamente, come una candela che si consuma mentre il disco solare si nasconde piano piano dietro la Terra.

 

Un esperimento mentale per comprendere

Immagina di trovarti lungo la linea Sole-Terra, esattamente dietro il nostro pianeta. Il Sole è completamente oscurato: sei nel cono d’ombra, nessun raggio di Sole ti colpisce. Spostandoti lateralmente, inizierai a vedere un bagliore, poi sempre più luce, e sempre più raggi solari ti colpiranno fino a uscire del tutto da quell’oscurità. Questo stesso processo avviene sulla Luna durante un’eclissi: prima dell’eclissi è pienamente illuminata, poi penetra dalla penombra, quando entra nel cono d’ombra viene addirittura “morsicata” dalla proiezione dell’ombra curva della Terra, che la inghiotte completamente e poi fare l’inverso.

 

Il sussurro dell’ombra

La parola “eclissi” deriva dal latino eclipsis, a sua volta dal greco ἔκλειψις, che significa “abbandono”, “decadimento”. Un termine che descrive perfettamente questa lenta dissolvenza della luce. Ma non tutte le eclissi sono spettacolari rendendo valido il senso di “abbandono”, alcune danno senso solo al significato di “decadimento”. Quando la Luna non entra nel cono d’ombra ma attraversa solo quello di penombra, non appare alcuna “morsicatura” del cerchio lunare: si verifica solo un’eclissi penumbrale. Il satellite si oscura appena, spesso in modo impercettibile a occhio nudo. È un evento delicato, quasi sussurrato dal cielo.

Le eclissi lunari si dividono quindi in tre categorie:

Penumbrali: la Luna attraversa il cono di penombra, ricevendo solo una parte della luce solare.

Parziali: solo una parte della Luna è oscurata: dopo una fase penumbrale la Luna viene “morsicata” dall’ombra terrestre.

Totali: la Luna entra completamente nel cono d’ombra terrestre, non ricevendo più luce diretta dal Sole ed avviene dopo una prima fase penumbrale ed una seconda fase parziale.

Le eclissi lunari avvengono simultaneamente per tutti, ma l’orario varia in base al fuso. Sono visibili solo durante la notte, quando ci si trova nella parte oscura della Terra. Chi è sotto il Sole, invece, può solo immaginare l’eclissi che si svolge sotto i propri piedi, dall’altra parte della Terra, e, come se questa fosse trasparente, immaginare ciò che accade dall’altra parte.

Ma ora guardiamo un ribaltamento prospettico: quando sulla Terra osserviamo un’eclissi lunare, sulla Luna sta avvenendo un’eclissi solare. Un ipotetico osservatore lunare vedrebbe il Sole oscurato dalla Terra. Ma l’effetto sarebbe molto diverso da quello che viviamo noi.

 

Un fenomeno non pericoloso

A differenza dell’eclissi solare, che richiede protezioni per gli occhi, l’eclissi lunare può essere osservata a occhio nudo. La luce riflessa dalla Luna durante l’eclissi è solo una parte della luce che colpisce le rocce lunari che riflettono una luce molto più debole, di colore mediamente quasi grigio argenteo, sufficiente a rendere visibile ad occhio nudo la Luna senza rischi.

 

I satelliti artificiali e l’ingresso nell’ombra terrestre

Lo stesso gioco di luce e ombra descritto per la Luna si ripete ogni sera con i satelliti artificiali. Li vediamo brillare nel cielo non perché siano illuminati da dentro, ma perché riflettono la luce del Sole che, pur essendo sotto l’orizzonte, li raggiunge ancora. Essendo metallici lo fanno in misura maggiore di quanto non facciano le rocce lunari. Però, all’improvviso, scompaiono. È il momento in cui entrano nell’ombra terrestre. Essendo molto vicini alla superficie, il passaggio tra penombra e ombra è rapidissimo. Non c’è tempo per vedere la diminuzione di luminosità né la “morsicatura”. Tantomeno per godere dei raggi rossi rifratti dall’atmosfera che non riescono ad essere deviati così tanto da entrare così in profondità nel cono d’ombra. La Stazione Spaziale Internazionale, durante i suoi passaggi serali, mostra chiaramente questo effetto: un lampo di luce che si spegne, come se il cielo avesse chiuso gli occhi per un istante.

 

Un dialogo cosmico che si ripete con la grazia di un rituale antico

Ci sono istanti in cui il cielo si ferma. Il Sole, la Terra e la Luna si allineano perfettamente o quasi, come se si cercassero, come se volessero parlarsi. È in questi momenti che avviene l’eclissi lunare: un fenomeno tanto raro quanto sublime, che si manifesta solo quando la Luna piena si trova dalla parte opposta rispetto al Sole, con la Terra nel mezzo.

Si potrebbe pensare che ogni plenilunio, che si ripete circa ogni 29 giorni e mezzo, sia accompagnato da un’eclissi. Ma non è così. Se il piano dell’orbita della Luna fosse perfettamente coincidente con quello dell’orbita Sole (l’eclittica), ogni mese assisteremmo effettivamente a un’eclissi solare al novilunio e a una eclissi lunare al plenilunio. Tuttavia, la realtà non è questa: i due piani orbitali sono inclinati tra loro di circa 5,1°, e questa lieve inclinazione è sufficiente a rendere le eclissi eventi eccezionali.

L’eclissi si verifica solo quando la Luna si trova vicino alla linea dei nodi, cioè l’intersezione tra i due piani orbitali. Non serve una precisione assoluta: basta che la Luna sia entro circa 18,5° da uno dei nodi durante il novilunio o il plenilunio, e il miracolo può avvenire. È un allineamento “abbastanza buono”, sufficiente perché l’ombra della Terra possa abbracciare la Luna, o la Luna oscuri il Sole.

 

Il ciclo di Saros

Ma il cielo non dimentica. Esiste un ritmo, un ciclo antico noto fin dai tempi della Mesopotamia: il ciclo di Saros. La linea dei nodi regredisce di circa 19° all’anno, e Sole, Terra e Luna tornano ad allinearsi in modo simile ogni 18,6 anni circa, generando eclissi quasi identiche. Questo ciclo, basato su 223 mesi sinodici (circa 29,5 giorni), permette di prevedere le eclissi con grande precisione. È come se il cielo avesse una memoria, anzi un orologio precisissimo, una danza che si ripete con grazia millenaria.

 

Record di eclissi

Ogni anno possono verificarsi da un minimo di 2 eclissi (ma in tal caso entrambe solari) a un massimo di 7. Il 1982 fu un anno record, con ben 7 eclissi. Il prossimo sarà il 2038. Le combinazioni possibili variano da 5 solari e 2 lunari, oppure 4 solari e 3 lunari. Ma attenzione: non tutte sono visibili da ogni punto della Terra. Alcune si mostrano solo a chi si trova nella giusta porzione del globo.

L’eclissi totale lunare più lunga degli ultimi anni è stata quella del 27 luglio 2018, con una fase di totalità di ben 103 minuti: un vero trionfo dell’ombra.

 

 

“Selene è libera”

 

“L’eclissi del 7 settembre 2025”

 

“Eclissi passate e future tra mito, fede e scienza”

 

 

Riccardo Agresti