Avellanosa de Muñó

 

L’eclissi totale del 12 agosto 2026 ad Avellanosa de Muñó

L’eclissi totale di Sole è forse l’unico fenomeno naturale capace di scardinare, in pochi minuti, ogni certezza sensoriale accumulata in una vita.

 

Per osservarla, evitando il “pericolo” delle nubi che spesso si addensano sulla costa settentrionale spagnola, ci siamo diretti verso l’interno, ad Avellanosa de Muñó, un paese che dorme da secoli sulla riva sinistra dell’Arlanza, a 873 metri, dove il fiume incide appena la terra rossa di Castiglia. Il suo nome compare per la prima volta in un documento del 1030, quando la valle si apriva a Burgos attraverso l’antica via di Oña. Per secoli il borgo visse diviso in due giurisdizioni: da un lato l’abbadengo del monastero di Santo Domingo de Silos, dove i monaci intonavano quel canto gregoriano che ancora oggi porta lontano il nome di questa terra; dall’altro il señorío dei duchi di Lerma, la cui reggia, oggi Parador, domina tuttora la cittadina vicina, come il ricordo di un potere mai davvero tramontato.

 

Poi il tempo ha fatto ciò che fa sempre alle campagne: ha svuotato le case. La mietitrebbia ha sostituito le braccia, i giovani sono scesi verso Burgos e Madrid, e Avellanosa, insieme alle sue tre frazioni minori, Paúles del Agua, Pinedillo, Torrecitores del Enebral, è rimasta con una decina di abitanti d’inverno, senza un bar, senza un vero parcheggio: uno di quei luoghi che le carte geografiche segnano più per abitudine che per necessità.

 

Poi, in una manciata di giorni d’agosto 2026, qualcosa si è capovolto. Non un evento del paese, ma un evento sopra il paese: il cielo, con la sua indifferenza millenaria, ha scelto di far passare l’ombra della Luna proprio lì, su quella striscia di terra dimenticata e il mondo, che di Avellanosa non sapeva nulla, ha cominciato improvvisamente a pronunciarne il nome.

A innescare tutto è stata la BBC, con un reportage sul cosiddetto “doppio tramonto” osservabile da Avellanosa de Muñó, che indicava il paese esplicitamente come uno dei luoghi migliori per assistere all’eclissi. La Prensa ha ripreso lo stesso servizio, aggiungendo dettagli che da soli valgono un viaggio: i campi di grano dorato, il basso inquinamento luminoso, l’orizzonte ampio verso ovest, perfetto per quel doppio tramonto, l’idea di vivere due crepuscoli in pochi minuti; prima l’oscuramento totale e poi il ritorno della luce che cala di nuovo verso l’orizzonte, suggerimenti delle voci di due residenti: Sara Álvarez Rodríguez, che ai visitatori consigliava di salire verso “la cueva”, da cui “si vede tutto”; e Ascensión Álvarez Rodríguez, nata nel paese nel 1937 e mai vissuta altrove.

Chi ci abitava aveva probabilmente immaginato una serata tra vicini, i soliti volti più qualche parente in visita. Si è ritrovato invece al centro di una ribalta che non aveva chiesto, con obiettivi puntati da ogni continente su un paese che, fino a una settimana prima, non aveva nemmeno un semaforo da fotografare. Per pochi minuti, il luogo più dimenticato di Burgos è diventato il centro esatto del cielo.

Poi, spenta la luce e richiusa l’ombra, è tornato quieto, con la stessa naturalezza con cui l’aveva accolta.

 

Per la Spagna, del resto, non si trattava di una totalità qualunque: l’ultima eclissi solare totale visibile dal Paese risaliva a 121 anni prima, al 1905. Un’attesa da generazioni.

 

Noi abbiamo seguito i consigli e ci siamo sistemati sui solchi arati, che servono a spezzare eventuali incendi delle stoppie, al bordo di un campo di cereali ormai mietuto. Il campo rialzato di qualche decina di metri su un altopiano che si stende a perdita d’occhio sui gialli campi sottostanti, ondulanti di stoppie verso nordovest, da dove il Sole, all’altezza di un palmo dall’orizzonte, bruciava la terra, i pensieri e la pelle.

 

Con puntualità astronomica, in cielo è iniziato il sorpasso della Luna. Nessuno se ne sarebbe accorto senza osservare direttamente il Sole che, attraverso uno schermo di protezione in mylar, era diventato un disco giallo cui, in basso a destra, sembrava che qualcuno avesse dato un piccolo morso. Con il passare dei minuti il morso è cresciuto e il disco giallo è diventato sempre più una falce, con la gobba verso est.

 

La luminosità è calata, ma non come al tramonto: mancava la lentezza, mancava il colore caldo che prepara l’occhio. Era una sottrazione secca, quasi innaturale, come se qualcuno stesse abbassando una manopola invece di lasciare che la sera scendesse da sé. Le ombre si affilavano, i contorni si indurivano e, sulla pelle, il sole che fino a un attimo prima bruciava, ora cominciava a perdere peso.

 

Poi è arrivato il fresco: un’aria che scivolava addosso come se la temperatura dell’intero paesaggio fosse crollata di colpo. Dopo l’arsura, era un sollievo che disorientava più di quanto rassicurasse, perché il corpo lo riconosceva come sera, ma gli occhi vedevano che non lo era: il Sole, ormai basso, restava comunque ben visibile sopra l’orizzonte e, sullo schermo del cellulare meno performante, sembrava ancora un semplice disco giallo, nonostante la sua forma fosse ormai una falce e la luce ridotta a meno della metà.

Gli uccelli avevano smesso di cantare, gli insetti si erano azzittiti e, in quella pausa collettiva della vita, si percepiva con chiarezza che qualcosa non tornava.

 

Un attimo prima della copertura totale, sul terreno chiaro sembravano correre sottili bande ondulate di luce e ombra: un tremolio quasi liquido, come se l’aria stessa fosse in ansia.

Poi il buio. Ma un buio strano: non nero come la notte vera, bensì un blu antracite profondo, con l’orizzonte che, lontano, tutto intorno, a nord e a sud, restava di un chiarore dorato, quasi un tramonto a 360 gradi. Era proprio quella poca luce residua a rivelare, meglio di ogni spiegazione, che ci si trovava dentro un cono d’ombra largo poche decine di chilometri: la prova fisica, visibile, di un allineamento cosmico.

 

Nel cielo scurito è comparsa Venere, netta, quasi impertinente nel suo brillare in pieno giorno, e, al centro di tutto, dove prima c’era il Sole, era un cerchio nero perfetto orlato da filamenti bianco-argentei che si allungavano irregolari nello spazio: la corona solare, sempre presente, ma solo ora visibile a occhio nudo, una parte del Sole che non tutti hanno mai osservato di persona.

 

Quella che, durante la parzialità, attraverso il mylar, era un’immagine spettacolare, ma identica a migliaia di foto già viste, ora, a occhio nudo, era qualcosa di incredibile. Quello che si vedeva non era una fotografia, non erano solo i puntini brillanti di stelle e pianeti comparsi in pieno giorno, non era un semplice disco, ma una struttura inconsueta: un cerchio nero circondato da una corona di raggi luminescenti, il diamond ring, con un paio di piccole, intense sfumature rosse, le protuberanze solari.

Sono stati un paio di minuti di buio rischiarati appena da una luce che sembrava arrivare da lontano, da dove non era né alba né tramonto.

 

Quando la totalità è finita, un unico punto di luce è esploso sul bordo ovest del disco lunare, e immediatamente il Sole è ridiventato accecante: un grano di Baily, dovuto alla luce solare che filtrava tra le valli del profilo lunare.

La luce è tornata, ma intorno a noi l’aria restava stranissima: livida, grigia, priva di quel calore arancione che hanno l’alba e il tramonto. Era luce del giorno, bassa come quando il sole viene coperto da una nube, ma la luce sembrava malata, sfasata, come se il Sole stesso avesse bisogno di un po’ di tempo per riabituarsi a splendere, nonostante fosse già di nuovo impossibile e pericolosissimo guardarlo a occhio nudo.

 

È stato in questo scarto, tra ciò che il corpo sa e ciò che l’occhio vede, che è sorto spontaneo un applauso, tra le urla degli altri osservatori: gente carica di attrezzature che testimoniavano il loro amore per l’astronomia e la fotografia, gli umbraphili, persone certamente navigate, ma incapaci di trattenere la gioia per aver assistito a uno spettacolo inconsueto e meraviglioso. Forse qualcuno ha anche versato una lacrima per l’emozione, una reazione profondamente umana.

Guardandosi intorno si veniva colti da una sorta di vertigine: per alcuni minuti il cielo aveva mentito, gli animali si erano sbagliati, la temperatura aveva ingannato e si era provata la sensazione fisica, non solo intellettuale, di trovarsi per un attimo fuori dal tempo ordinario delle cose, dentro un evento che l’umanità osserva da millenni con lo stesso identico stupore e smarrimento, muto e assoluto, di fronte all’ordine preciso e invisibile che regge il cielo.

 

Intanto il Sole, pian piano, si abbassava sull’orizzonte. Lo strato di atmosfera assorbiva la luce e il Sole, mentre si liberava del sorpasso lunare, tornava a poter essere osservabile a occhio nudo: una falce con la gobba a occidente, ormai visibile e fotografabile senza problemi.

 

Infine, il secondo tramonto.

Lo spettacolo era finito: Sole e Luna avevano danzato ancora una volta, ricordandoci quanto siamo piccoli e inutili con le nostre meschinità umane, con il nostro odio verso i nostri stessi simili.

 

Riccardo Agresti

Per avere informazioni sui perché delle eclissi solare leggi l’articolo specifico: ECLISSE DI SOLE

Un sentito ringraziamento a Luciano Schiavone e Stefano Agresti

Foto di Iris Agresti

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