Acea è intervenuta in Via dei Lecci a seguito di una importante perdita d’acqua.
Per consentire il completamento dei lavori di riparazione, sono previste sospensioni temporanee dell’erogazione idrica nella zona interessata via dei lecci, via delle palme e aree limitrofe.
Si invita la cittadinanza a tenere conto del possibile disagio e a prestare attenzione agli aggiornamenti relativi alla conclusione dell’intervento.
Appuntamento in Piazza IV Novembre dalle 8.00 alle 11.30 con il Gruppo Donatori Sangue “Francesco Olgiati” ODV. Una mattinata dedicata alla solidarietà e alla sensibilizzazione sull’importanza della donazione
Torna a Bracciano un nuovo appuntamento dedicato alla donazione di sangue. Domenica 13 settembre 2026, dalle 8.00 alle 11.30, in Piazza IV Novembre, sarà possibile partecipare alla raccolta destinata alle necessità trasfusionali della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma.
L’iniziativa è promossa dal Gruppo Donatori Sangue “Francesco Olgiati” ODV, con il patrocinio del Comune di Bracciano e il supporto di AVAB Protezione Civile, Associazione Nazionale Carabinieri – Sezione di Bracciano e AssoCommercianti Bracciano. Una rete di realtà del territorio che ha scelto di sostenere concretamente una giornata dedicata alla solidarietà e alla sensibilizzazione sull’importanza della donazione.
Un appuntamento che assume un significato ancora maggiore alla luce della situazione che ha caratterizzato gli ultimi mesi. Il periodo estivo rappresenta tradizionalmente uno dei momenti più delicati per la raccolta di sangue, anche a causa delle partenze per le vacanze e della conseguente diminuzione della presenza dei donatori. Nell’estate 2026 a questo fenomeno si è aggiunto il forte caldo, che ha contribuito a rendere ancora più marcato il calo delle donazioni.
Una situazione che ha portato nelle ultime settimane il Centro Nazionale Sangue a richiamare l’attenzione sulla disponibilità di emocomponenti, segnalando a inizio settembre una carenza diffusa di emazie sul territorio nazionale, in particolare del gruppo 0 positivo, con criticità più significative proprio nel Lazio, oltre che in Campania e Sicilia.
È anche in questo contesto che iniziative territoriali come quella organizzata a Bracciano acquistano un valore particolare: rafforzare la raccolta dopo un’estate difficile e riportare l’attenzione sulla necessità di donare con continuità durante tutto l’anno. Una situazione che rende ancora più importante la mobilitazione delle associazioni e l’organizzazione di giornate capaci di portare la donazione direttamente sul territorio.
L’appuntamento di Bracciano punta quindi a coinvolgere sia i donatori abituali sia quanti desiderano compiere per la prima volta un gesto semplice ma di grande valore.
In linea generale, può donare chi ha tra 18 e 65 anni, pesa almeno 50 chilogrammi e viene riconosciuto idoneo dopo la valutazione medica prevista prima della donazione.
Per quanto riguarda il sangue intero, gli uomini possono donare fino a quattro volte l’anno, mentre le donne in età fertile fino a due volte l’anno, rispettando un intervallo minimo di 90 giorni tra una donazione e l’altra.
Un dubbio frequente riguarda anche cosa fare prima di recarsi alla raccolta. Non è necessario presentarsi completamente a digiuno: è possibile fare una colazione leggera, preferendo ad esempio tè o caffè poco zuccherato, frutta, succhi o spremute, pane o fette biscottate.
È invece consigliabile evitare latte e latticini, alimenti molto grassi, fritti, insaccati e alcolici. Importante anche arrivare ben idratati, bevendo acqua prima della donazione.
Indicazioni semplici, ma utili per affrontare la mattinata nelle migliori condizioni e consentire al personale sanitario di effettuare correttamente tutte le valutazioni previste.
La raccolta di domenica rappresenta soprattutto un’occasione per ricordare quanto ogni singola donazione possa essere importante. Il sangue non può essere prodotto artificialmente e la sua disponibilità dipende dalla generosità dei donatori.
Dietro ogni donazione c’è qualcuno che aspetta. Dietro ogni sacca di sangue può esserci una vita che continua.
L’appuntamento è domenica 13 settembre, dalle ore 8.00 alle 11.30, in Piazza IV Novembre a Bracciano. Un gesto che richiede poco tempo, ma che può diventare determinante per chi, in ospedale, ha bisogno di una trasfusione.
Il 16 luglio 2026 la Corte Costituzionale ha depositato la sentenza n. 127. Poche pagine, effetto enorme, e definitivo: il divieto di installare impianti fotovoltaici con moduli a terra sui terreni classificati agricoli — introdotto nel 2024 dal decreto Agricoltura — è pienamente legittimo. Il TAR Lazio aveva sollevato dubbi di costituzionalità, la Consulta li ha respinti uno per uno, e ha scritto un passaggio che vale più di mille comunicati stampa dei ministeri coinvolti: la massima diffusione delle energie rinnovabili non è un valore assoluto che può schiacciare tutto il resto. Va bilanciata con la tutela del suolo, del paesaggio, della sovranità alimentare. È un principio, non un dettaglio tecnico, e da qui in avanti orienterà ogni contenzioso analogo.
Tradotto per chi lavora sul territorio, per chi ha in cassetto progetti fermi dal 2024, per chi ha investito capitale e tempo in autorizzazioni sospese: chi sperava in un dietrofront, in un decreto correttivo della prossima legislatura, in una finestra politica che prima o poi si sarebbe riaperta, può smettere di aspettare. Non tornerà. I terreni agricoli italiani non torneranno mai più a essere superficie libera per il fotovoltaico a terra nella sua forma convenzionale. È una porta chiusa dalla Corte, non da un governo, e le porte chiuse dalla Corte non si riaprono con le elezioni.
La porta che resta aperta
Ma — ed è qui che quasi tutte le analisi di questi giorni si fermano troppo presto, accontentandosi del titolo — la Consulta non ha chiuso la porta ai campi italiani. Ha chiuso una porta e ne ha lasciata aperta un’altra, ben visibile, con l’insegna già scritta: agrivoltaico avanzato. Moduli sollevati da terra, interfilari transitabili, continuità dell’attività agricola sotto i pannelli, coltivazione che prosegue e non che viene sacrificata sull’altare della produzione elettrica. È l’unica configurazione che la giurisprudenza riconosce oggi compatibile con la vocazione del fondo agricolo, l’unica su cui vale la pena costruire un piano industriale nel 2026 e negli anni a venire.
Ed è qui che bisogna essere onesti con il mercato, perché c’è un problema serio di aspettative sbagliate che rischia di far perdere tempo e denaro a chi lo affronta male. Molti operatori — sviluppatori, fondi, EPC contractor — stanno trattando la qualificazione formale come “agrivoltaico avanzato” come se fosse l’ostacolo principale del progetto, il muro da scalare, la vera partita. Non lo è. Altezza minima dei moduli, spaziature che consentono il passaggio dei mezzi agricoli, continuità colturale certificata, sistema di monitoraggio della produttività: sono requisiti tecnici noti, documentati, verificabili da chiunque abbia esperienza nel settore. Un progetto disegnato bene, con i giusti consulenti agronomici ed energetici al tavolo fin dal primo giorno, li soddisfa quasi meccanicamente. È un punto fermo, non un punto interrogativo. Chi ci mette due anni a discutere di questo, semplicemente, non ha ancora capito dove sta il problema vero.
Il primo nodo che nessuno racconta: la rete
Il punto interrogativo autentico — quello che decide se un impianto arriva a costruzione o resta un fascicolo impilato in un cassetto — sta altrove. E sta, per cominciare, in un posto che il decreto Agricoltura non tocca nemmeno di striscio: la connessione alla rete elettrica nazionale.
Un impianto agrivoltaico perfettamente qualificato, con tutte le carte in regola, con l’agronomo che firma la continuità colturale e il progettista che certifica ogni parametro tecnico, resta un pezzo di carta pregiato se non ha un punto di connessione disponibile. E la connessione, oggi, è il vero collo di bottiglia della transizione energetica italiana: code di allacciamento che si misurano in anni, non in mesi; capacità di rete che manca esattamente nelle regioni dove l’irraggiamento è più favorevole; criteri di priorità che cambiano zona per zona, gestore per gestore, quasi progetto per progetto. Nessuna norma sull’agrivoltaico avanzato risolve questo nodo, perché non è un problema normativo: è un problema infrastrutturale, di pianificazione della rete di trasmissione e distribuzione, che si affronta con un’interlocuzione tecnica seria con il gestore ben prima di disegnare il layout dei moduli — non dopo, quando ormai il capitale è già impegnato.
Il secondo nodo, ancora più sottile: l’agronomia vera
Il secondo ostacolo è persino più delicato, perché è quello che la comunicazione politica ama meno raccontare nei suoi comunicati trionfali sulla sentenza. Non basta scrivere “coltivazione compatibile” su una relazione tecnica per ottenere un’autorizzazione. Bisogna dimostrarlo nel tempo, con un piano agronomico credibile e verificabile, con colture selezionate per adattarsi realmente all’ombreggiamento parziale prodotto dai moduli, con un’azienda agricola vera dietro il progetto — non un soggetto agricolo di comodo, costituito ad hoc, che funge da alibi normativo attaccato a un impianto pensato in realtà come puramente energetico.
La differenza tra un agrivoltaico che supera i controlli documentali sulla carta e uno che produce davvero cibo sotto i pannelli, che mantiene occupazione agricola, che regge nel tempo ai controlli del GSE e alle verifiche in campo, è tutta qui. E anche questo, il decreto non lo garantisce con un timbro: lo garantisce solo chi il progetto lo costruisce bene fin dall’inizio, con agronomi che lavorano insieme agli ingegneri energetici invece che dopo di loro, in una logica sequenziale che troppo spesso produce progetti tecnicamente ineccepibili e agronomicamente fragili.
La lettura che conta davvero
Ecco perché questa sentenza, letta con attenzione e senza la fretta del titolo a effetto, non è una brutta notizia per chi lavora seriamente in questo settore. È una selezione naturale del mercato, resa definitiva dalla massima autorità giurisdizionale del Paese. Toglie di mezzo la scorciatoia — il fotovoltaico a terra travestito da agrivoltaico “di base”, che negli ultimi anni ha affollato le conferenze dei servizi con progetti opportunistici — e lascia in campo solo chi è disposto a fare i compiti fino in fondo: qualificazione tecnica corretta, certo, ma soprattutto capacità concreta di risolvere connessione alla rete e credibilità agronomica prima ancora di innamorarsi del rendering del progetto.
Chi possiede questa capacità, oggi, ha davanti un mercato con meno concorrenti opportunistici e con regole finalmente stabili, confermate dalla Consulta e non più contendibili in tribunale. Chi pensava di poter cavarsela con la sola conformità normativa sulla carta, no. E lo scoprirà, probabilmente, proprio nel momento in cui andrà a chiedere il preventivo di connessione.
In sintesi: la sentenza n. 127/2026 chiude ogni ambiguità sul fotovoltaico a terra in area agricola e rende l’agrivoltaico avanzato l’unica strada percorribile. Ma la vera partita competitiva, da qui in avanti, non si gioca più sulla qualificazione — ormai un requisito acquisito per chi lavora seriamente — bensì su due terreni che la norma non disciplina: la capacità tecnica di ottenere e gestire la connessione alla rete, e la solidità reale del piano agronomico. È lì che si decide chi costruisce e chi resta fermo.
Prima che l’euro diventasse realtà, l’Europa aveva già provato, e fallito, a costruire una moneta comune. È una storia poco raccontata, ma che spiega bene perché, quando negli anni Novanta si tornò a parlarne, i protagonisti sapessero esattamente quali insidie evitare.
Fin dalla fine degli anni Sessanta, l’Unione economica e monetaria (UEM) era già un obiettivo dichiarato della Comunità Economica Europea: serviva a coordinare le politiche economiche tra Stati membri, a stabilizzare cambi messi a rischio dalle tensioni monetarie internazionali del dopoguerra e a proteggere il Mercato Comune, in particolare il delicato sistema dei prezzi agricoli, dalle oscillazioni valutarie. Mentre il sistema di Bretton Woods iniziava a scricchiolare sotto il peso delle tensioni internazionali, in Europa cresceva un’altra inquietudine: che le fluttuazioni dei cambi potessero far saltare il fragile edificio appena costruito. Svalutazioni improvvise, un marco tedesco sempre più forte, una dipendenza pesante dal dollaro: tutto ricordava quanto l’Europa fosse ancora priva di una vera autonomia monetaria.
Fu in questo clima che alcuni leader iniziarono a immaginare una moneta unica come strumento di stabilità, ma anche come progetto politico. Georges Pompidou, appena succeduto a de Gaulle alla presidenza francese, vi vedeva un modo per affrancarsi dall’egemonia del dollaro e contenere la forza crescente del marco; il cancelliere tedesco Willy Brandt intuiva che una cooperazione più stretta avrebbe consolidato il progetto comunitario, in un momento in cui la sua stessa Ostpolitik verso l’Est generava sospetti tra gli alleati occidentali. Al vertice dell’Aia, nel dicembre 1969, i capi di Stato e di governo della Comunità decisero formalmente di esplorare la strada verso l’unione economica e monetaria, raccogliendo un’aspirazione all’integrazione monetaria che risaliva già ai tempi dei negoziati sui trattati istitutivi della Comunità, anni prima.
Il Consiglio affidò l’incarico di elaborare una proposta concreta a un comitato guidato da Pierre Werner, primo ministro e ministro delle Finanze del Lussemburgo, un uomo di formazione giuridica, avvocato di professione, ma con una lunga carriera nella finanza e nella banca alle spalle. Il comitato iniziò i lavori nel marzo 1970 e presentò il proprio rapporto l’8 ottobre dello stesso anno: un piano per tappe, pensato per realizzare l’Unione economica e monetaria, con tanto di moneta unica, entro il 1980. Werner era convinto che solo un mondo monetario ordinato potesse permettere di costruire una moneta comune: il suo piano si fondava esplicitamente sulla stabilità dei cambi internazionali garantita, fino a quel momento, proprio da Bretton Woods.
Fu proprio quella premessa a tradire il progetto. Quando il sistema di Bretton Woods crollò nell’agosto 1971, le valute europee iniziarono a oscillare con violenza; alcuni Paesi furono costretti a svalutare più volte; le divergenze economiche tra le economie della Comunità si allargarono invece di ridursi. La crisi petrolifera del 1973 diede il colpo finale, rendendo di fatto irrealizzabile qualunque tentativo di fissare i cambi europei e avanzare verso una moneta condivisa. Del piano Werner sopravvisse solo un pallido erede, il cosiddetto “serpente monetario”, mentre l’idea di un euro dovette attendere altri vent’anni, e un contesto internazionale diverso, per tornare sul tavolo.
Vedi anche:
1 L’euro cambia volto: parola ai cittadini per le nuove banconote
2 Banconote verticali: una scelta possibile per la nuova serie euro
3 Come nascono le nuove banconote: le tappe di un percorso lungo cinque anni
4 Da Maastricht al portafoglio: come nascono (davvero) le banconote che usiamo ogni giorno
5 Un concorso anonimo e un vaso di Taranto: la vera storia del volto dell’euro
6 Perché sulle monete italiane non c’è mai scritto “1999” e chi ha scelto Dante e Leonardo
7 Quando il mondo perse l’ancora: la fine di Bretton Woods e la nascita dei cambi fluttuanti
8 Il Piano Werner: il sogno di un euro nato vent’anni troppo presto
9 Dal serpente all’euro: gli anni in cui l’Europa imparò a fidarsi delle proprie monete
10 L’euro previene le guerre? Una risposta a metà
11 L’Italia e l’euro: la storia di un ingresso mai scontato
12 La Grecia e l’euro: la parabola di un ingresso rimandato e di una bugia costata carissima
13 L’inflazione, la tassa che nessuno vota: come l’euro ha cambiato le regole del gioco
14 Luci e ombre di una moneta: il bilancio dell’euro, oltre vent’anni dopo
Ci sono luoghi nei quali il rumore di un motore non è soltanto il suono di una macchina che si mette in movimento. È il rumore di una passione. È il richiamo di un sogno che, per qualcuno, comincia da bambino e che, per altri, arriva improvvisamente, magari alzando gli occhi verso il cielo.
L’Aviosuperficie Santo Stefano di Anguillara Sabazia è uno di questi luoghi.
È qui che, nel pomeriggio di domenica 6 settembre, alcuni degli idrovolanti protagonisti del GIDRO d’Italia in Idrovolante 2026 hanno fatto sosta, prima di raggiungere il giorno successivo il Museo Storico dell’Aeronautica Militare di Vigna di Valle, il MUSAM, dove il 7 settembre si è svolta una tappa del tour.
Un appuntamento che ha rappresentato molto più di una semplice manifestazione aeronautica. Il GIDRO nasce infatti con l’obiettivo di rinnovare i fasti del mondo del volo anfibio, riaccendendo entusiasmi e rivalità sportive, ma soprattutto di divulgare la cultura del volo e promuovere un nuovo Grand Tour dell’Italia. E Anguillara, con la sua storia e la sua posizione privilegiata, si è dimostrata una tappa perfetta.
Quarant’anni di passione per il volo
A rendere possibile l’accoglienza degli idrovolanti è stata l’ASVUS, Associazione Sportiva Volo Ultraleggero Sabazia, realtà senza fini di lucro presente sul sedime di Anguillara Sabazia da oltre quarant’anni. Un’associazione nata dall’amore per il volo e cresciuta grazie all’impegno dei suoi soci, che ancora oggi autofinanziano le attività e gestiscono con le proprie forze l’intera aviosuperficie. Un aspetto che merita di essere sottolineato: dietro questa realtà non ci sono grandi strutture commerciali o interessi economici. Ci sono persone che dedicano tempo, energie e risorse a un luogo che considerano ormai parte della propria vita.
L’Aviosuperficie, con i suoi 480 metri di pista, non è soltanto uno spazio destinato alle attività di volo. È diventata negli anni un vero punto di riferimento per il territorio, un luogo di incontro e aggregazione nel quale condividere il tempo libero, coltivare una passione e, soprattutto, trasmettere alle nuove generazioni la cultura e il rispetto per il volo.
A raccontarci questa realtà è Roberto Minnucci, presidente dell’ASVUS, incontrato proprio in occasione della tappa del GIDRO. Roberto ha un modo particolare di parlare dell’aviosuperficie. Lo fa con l’entusiasmo di chi non sta semplicemente descrivendo un luogo di lavoro o una struttura associativa, ma sta mostrando la propria casa.
E, in effetti, è proprio questa la sensazione che si prova entrando all’Aviosuperficie di Anguillara.
Una casa aperta a tutti
Durante la giornata del 6 settembre, Roberto ha accompagnato i numerosi presenti alla scoperta dell’aviosuperficie, mostrando strutture, velivoli e spazi con una disponibilità che ha immediatamente coinvolto grandi e piccoli. Gli idrovolanti, protagonisti indiscussi dell’appuntamento, sono diventati così qualcosa di più di semplici velivoli da osservare a distanza.
Grazie alla disponibilità di Roberto e dei soci, i visitatori hanno potuto avvicinarsi, guardarli da vicino e, in alcuni casi, persino salire a bordo. La curiosità era palpabile. Ma a colpire maggiormente è stata la capacità dell’associazione di trasformare una giornata dedicata all’aviazione in una festa per tutti.
Anche per i bambini. Per loro i soci dell’ASVUS hanno preparato un piccolo, ma significativo, regalo: un momento conviviale nella club-house e modellini di idrovolante realizzati in carta, che i più piccoli hanno fatto volare con entusiasmo e risate.
Un’immagine apparentemente semplice, ma capace di raccontare molto bene lo spirito dell’associazione. Perché la cultura del volo non si trasmette soltanto attraverso la tecnica, la formazione e la conoscenza. Si trasmette anche attraverso la meraviglia. E vedere un bambino correre con in mano un piccolo aereo di carta significa forse proprio questo: accendere una curiosità che, chissà, un giorno potrebbe trasformarsi in una vera passione.
Tradizione e futuro
Durante la conferenza che si è svolta lunedì 7 settembre al MUSAM, Roberto Minnucci ha voluto sottolineare il valore di questa realtà e il rapporto che lega l’Aviosuperficie alla storia dell’aviazione italiana. «Siamo un’associazione senza scopo di lucro, che vive con l’aiuto di tutti i soci. Il museo custodisce la grande storia dell’aviazione italiana e la nostra avio superficie, dal canto suo, permette di mantenere viva la tradizione».
Parole che descrivono perfettamente la vocazione dell’ASVUS. Da una parte il MUSAM, custode di una straordinaria memoria storica. Dall’altra l’Aviosuperficie di Anguillara, una realtà viva e operativa che permette a quella stessa passione di continuare a guardare al futuro.
«L’aviosuperficie è attiva e funzionale – ha aggiunto Minnucci – nel corso dell’anno organizziamo una serie di eventi, di incontri. E’ un fulcro nevralgico, un punto di riferimento sul nostro territorio; rappresenta un vero e proprio punto di congiunzione tra la tradizione, la storia del volo e l’innovazione».
Una connessione che l’associazione cerca di costruire anche attraverso la formazione e il coinvolgimento dei giovani.
Da alcuni anni, infatti, l’ASVUS porta avanti una collaborazione con l’Istituto Tecnico Aeronautico di Castel Giuliano, creando un ponte tra il mondo della formazione e quello dell’aviazione praticata. Un modo concreto per avvicinare gli studenti a una realtà professionale e culturale che può offrire competenze, esperienze e nuove prospettive.
Sicurezza, divulgazione e informazione
L’attività dell’associazione non si esaurisce nell’organizzazione di eventi o nell’utilizzo della pista. L’ASVUS promuove infatti iniziative legate al mondo del volo, alla sicurezza, alla sensibilizzazione e alla conoscenza della cultura aeronautica. È un approccio importante, soprattutto in un settore nel quale la passione deve necessariamente accompagnarsi alla consapevolezza e alla preparazione. Tra i servizi offerti dall’Aviosuperficie c’è anche la scuola di volo, oltre alla possibilità di prenotare voli di ambientamento e VDS, per chi desidera provare direttamente l’emozione del volo e scoprire più da vicino questo mondo. L’obiettivo è quello di rendere l’aviazione non qualcosa di distante e riservato a pochi, ma un universo nel quale chiunque, con la necessaria formazione e nel rispetto delle regole di sicurezza, possa trovare il proprio spazio.
Un progetto per il territorio
L’ASVUS guarda anche al futuro dell’Aviosuperficie e al suo rapporto con Anguillara Sabazia. Il terreno sul quale sorge la pista è concesso in convenzione per circa quarant’anni e viene gestito e autofinanziato dall’associazione. Parallelamente, è aperto un dialogo con l’amministrazione comunale. «Ringrazio il sindaco Pizzigallo perché abbiamo una collaborazione attiva per un piano di sviluppo», ha detto Minnucci durante la conferenza al MUSAM. L’associazione ha infatti presentato al Comune un proprio progetto e attende l’ok per poter proseguire nel percorso di sviluppo.
Un progetto che testimonia la volontà di fare dell’Aviosuperficie non soltanto un luogo destinato al volo, ma una risorsa sempre più integrata nel tessuto della comunità locale.
Quando il volo diventa una prospettiva
Forse, però, per comprendere davvero l’Aviosuperficie di Anguillara non basta parlare di pista, velivoli, scuola di volo o progetti. Bisogna esserci.
Bisogna osservare Roberto Minnucci mentre accompagna le persone da un punto all’altro della struttura, fermandosi a raccontare un particolare, rispondendo alle domande, lasciando che la curiosità faccia il proprio corso. Bisogna guardare i soci muoversi con naturalezza, come si fa quando si è in un luogo familiare. E bisogna soprattutto osservare i bambini.
Gli occhi curiosi davanti agli idrovolanti, le domande, le risate, quei piccoli aerei di carta lanciati in aria. In quei momenti l’Aviosuperficie diventa qualcosa di diverso. Diventa un luogo nel quale, anche solo per qualche ora, la frenesia della quotidianità sembra rimanere fuori dal cancello. Un luogo dove si può tornare bambini semplicemente alzando lo sguardo verso il cielo.
I velivoli, così imponenti a terra, una volta decollati sembrano quasi perdere il proprio peso. Si muovono nell’aria con una delicatezza che sorprende e che ricorda quanto siano apparentemente opposti, ma in realtà profondamente legati, due concetti: forza e leggerezza.
Ed è forse proprio questa la lezione più bella che il volo può insegnare.
Il coraggio di iniziare, la tenacia per continuare
L’esperienza dell’ASVUS ricorda una frase della pioniera dell’aviazione Amelia Earhart: «La cosa più difficile è la decisione iniziale di agire, il resto è solo tenacia. Le paure sono tigri di carta».
Roberto Minnucci e i soci dell’associazione sembrano aver trasformato quelle parole in una filosofia concreta. Perché servono coraggio e tenacia per mantenere viva per oltre quarant’anni una realtà associativa senza fini di lucro. Servono coraggio e tenacia per autofinanziare le attività, occuparsi delle strutture, organizzare eventi, promuovere la sicurezza, collaborare con le scuole e dialogare con le istituzioni.
E serve soprattutto passione. Una passione che Roberto riesce a trasmettere con naturalezza, senza bisogno di grandi discorsi. La sua aviosuperficie la mostra come si mostrerebbe casa propria. E forse è proprio questo il segreto dell’ASVUS: aver trasformato una pista di 480 metri in un luogo che sa accogliere.
Una pista verso il futuro
La tappa del GIDRO 2026 ha offerto all’Aviosuperficie di Anguillara un’occasione importante per farsi conoscere da un pubblico ancora più ampio. Ma gli idrovolanti sono stati, in fondo, soltanto l’occasione per accendere i riflettori su una realtà che esiste tutto l’anno. Una realtà fatta di persone, formazione, eventi, sicurezza, territorio e soprattutto passione.
L’Aviosuperficie Santo Stefano è un luogo nel quale il cielo non rappresenta soltanto qualcosa da guardare, ma una possibilità. La possibilità di imparare, di incontrarsi, di scoprire una nuova prospettiva. E forse è proprio questo che rende preziosa l’ASVUS: la capacità di ricordarci che, qualche volta, per cambiare prospettiva basta semplicemente alzare gli occhi.
Perché il volo insegna che per andare in alto servono forza, coraggio e preparazione, ma anche una buona dose di delicatezza.
E ad Anguillara, da oltre quarant’anni, c’è chi continua a dimostrarlo.
Non ho volato quel pomeriggio di domenica, ma è come se lo avessi fatto, perché andando via ho visto occhi di piloti, giovani e anziani, che conservano la capacità di stupirsi e ridimensionare le cose del mondo. Probabilmente perché sono abituati a vederle dall’alto.
Ieri si è svolta, presso il Museo Storico dell’Aeronautica Militare di Vigna di Valle, “Tra cielo e acqua” un’importante manifestazione che già nell’efficace titolo mostrava tutto il proprio fascino. In occasione del passaggio della settima tappa del Gidro (Giro d’Italia in idrovolanti) le autorità militari e civili, gli invitati, i visitatori, (poiché il Museo è rimasto aperto in via eccezionale pur essendo un lunedì) e i proprietari delle affascinanti auto d’epoca parcheggiate sul piazzale H, si sono ritrovate di fronte alla superficie del lago in attesa dell’arrivo degli idrovolanti, velivoli che hanno costruito una storia fatta d’innovazione, ambizioni industriali e orgoglio aeronautico.
Soprattutto sul lago di Bracciano, soprattutto in questa base, anticamente chiamata idroscalo, dove l’acqua ha sempre avuto uno stretto connubio con la storia dell’aeronautica italiana. Vigna di Valle ha ancora questo sapore di altri tempi, perché ha contribuito in modo determinante alla nascita dell’idroaviazione italiana.
Un’ampia documentazione fotografica testimonia tra queste acque la lunga serie di presenze di velivoli e di uomini che, attraverso esperimenti, record, missioni, intuizioni, hanno scritto pagine decisive fin dai primi anni del secolo scorso.
Dopo la deposizione di una corona alla base del monumento dedicato a tutte le vittime della sfortunata impresa del generale Umberto Nobile e la lettura della Preghiera dell’Aviatore, ha preso la parola il comandante del Centro Storiografico e Sportivo di Vigna di Valle, colonello Dario Bovino, che ha ringraziato tutti i presenti, in modo particolare il sindaco di Anguillara, l’assessora di Bracciano e il direttore del Parco Bracciano Martignano, sostenendo che la realizzazione di questo evento è la dimostrazione di un rapporto fondamentale tra le realtà del nostro territorio. Dopo aver espresso un sentito ringraziamento all’Aviazione Marittima Italiana, ha espresso la necessità: “Oggi più che mai, di rimanere saldi ai nostri valori, in un periodo di grandi turbolenze internazionali, sullo sfondo di grandi temi, tra cui la sostenibilità e la salvaguardia dell’ambiente” tematiche che saranno poi affrontate nella conferenza che farà seguito al suo intervento.
Ha preso poi la parola per un breve saluto il Generale Giulio Mainini: “ M’inchino davanti al medagliere dell’aviazione aeronautica” ha detto prima di ringraziare tutti gli ufficiali, i sottufficiali, il comandante e il direttore del Museo.
Anche per dare un senso di continuità lo stesso generale Mainini ha introdotto i lavori della conferenza nella sala conferenze del Museo Storico dell’Aeronautica Militare, rilevando che vedere la sala piena è una cosa bellissima e vuol dire che, nonostante il caldo, le persone sono state attratte da questo avvenimento che deve continuare nel tempo. Ringraziando i trasvolatori, ricordando la presenza delle macchine antiche, ha poi lasciato la parola alle: “Eccellenze che sono qui e che ci illustreranno qualcosa di molto interessante”.
La conferenza è entrata nel vivo con l’intervento introduttivo del dott. Orazio Frigino, presidente dell’Aviazione Marittima Italiana che ha subito affermato che quest’anno la Gidro 2026 (Giro d’Italia in Idrovolante) è dedicata all’ambiente: “Quando entriamo in acqua ossigeniamo, muoviamo l’ossigeno. Non credo ci siano mezzi più economici rispetto al nostro, al momento. Abbiamo collaborato con Lega Ambiente, con il CNR Napoli nel settore Politiche forestali. L’ambiente per noi è importante, perché viviamo in un’area a sud di Gallipoli, dove l’attenzione all’ambiente è colonna portante. Il nostro obiettivo è fare rete, creare una sinergia che possa fruttare e possa svilupparsi in lavoro proficuo”.
Ha poi presentato i piloti: Antonio Carati, gli svizzeri Giustino Scalfo e Franz e il team leader Sergio Scaramuzzi. Il dott. Frigino ha infine ringraziato Roberto Minnucci che ha permesso agli idrovolanti di atterrare all’aviosuperficie di Anguillara Sabazia.
Ha preso poi la parola il prof Enrico Cestino spiegando di essere presente giacché il Politecnico di Torino ha patrocinato l’evento del 2026, perché le tematiche si sposano molto bene con le questioni studiate al Politecnico dove esiste una vasca aerodinamica e un piccolo lago dove possono volare dei prototipi in scala: “Le sfide progettuali del futuro sono legate alla digitalizzazione del velivolo del futuro, tutto connesso alla tematica della sostenibilità e del rispetto dell’ambiente, nucleo centrale del Gidro 2026”. Il professore non ha nascosto che ci sono dei limiti evidenti legati al rumore e alle emissioni di gas effetto serra ma le strategie sono legate alla trasformazione in elettrico dei velivoli spiegando che l’idea base è quella legata alla propulsione a idrogeno: “Noi del Politecnico” ha concluso il prof. Cestino “abbiamo fatto volare, nel 2010, un velivolo elettrico, il primo nella categoria airplay. Intorno al 2030 dovremmo avere un velivolo a idrogeno per trasporto di passeggeri, questo è l’obiettivo”.
Subito dopo c’è stato l’intervento, non in presenza, del Dott. Ascenzo Forte, Direttore Relazioni Istituzionali e Comunicazioni dell’ENAC che, dopo aver ringraziato il Comandante Frigino per essere stato invitato, ha voluto sottolineare che Gidro non è soltanto un viaggio attraverso le bellezze, durante il quale si celebra l’incontro tra il cielo e l’acqua, ma è anche un impegno che l’aviazione porta avanti da oltre vent’anni attraverso la valorizzazione del volo anfibio: “L’idrovolante non rappresenta soltanto una pagina del nostro passato ma può contribuire allo sviluppo di nuove modalità di trasporto aereo. Manifestazioni come quella odierna “ ha concluso “ avvicinano il grande pubblico al mondo dell’aviazione e permettono di diffondere l’idea che il patrimonio del passato può e deve continuare a ispirare il futuro. L’essenza di Gidro è questa: tenere insieme memoria e innovazione, tradizione e sviluppo”.
A seguire, c’è stato l’intervento del dott. Umberto Pessolano, direttore del Museo del Fiume di Nazzano che ha voluto subito specificare di rappresentare il museo del fiume che parla di vita lungo l’acqua e che i primi esseri viventi ad aver avuto un volo scelto sono comparsi nel periodo Carbonifico: “Oggi l’uomo è in grado di volare e il Carbonifico ci ha fornito i primi mezzi. L’ossigeno è un carburante e proprio con l’ossigeno i primi insetti hanno iniziato a produrre strutture di grandi dimensioni (la Meganeura è il primo esempio). Il volo è stato un momento importante nella vita dei viventi. La natura ha fatto vari tentativi con diversi gruppi, ha dato vita ad animali che si spostavano con getti d’acqua (i parenti dei calamari, dei polpi. L’uomo in sei milioni di anni è riuscito a costruire una tecnologia che ha letteralmente trasformato il mondo”.
Il direttore dell’Ente Parco Regionale Bracciano-Martignano Arch. Massimo Sabatini ha voluto confermare, nel suo intervento, che l’impatto, dal punto di vista ambientale, non può che essere ridotto con i velivoli a propulsione a idrogeno: “La nostra collaborazione con il MUSAM sarà portata avanti perché è necessaria una sinergia tra sviluppo e sostenibilità. Cercherò di trovare una strada, nella speranza che si possa creare un rapporto stabile e proficuo con le istituzioni, per avviare un percorso che insieme possa dare soluzioni nell’ottica di un connubio tra tradizione e innovazione sostenibile” questo, a conclusione del suo intervento, l’impegno del direttore del Parco.
E’ intervenuto poi il Presidente dell’Aviosuperficie Anguillara Sabazia, Roberto Minnucci che, dopo aver affermato che l’aviosuperficie è certificata ENAC, ha voluto specificare che l’associazione non è a scopo di lucro e che vive con l’aiuto di tutti i soci: “Il museo storico dell’aeronautica custodisce la grande storia dell’aviazione italiana e la nostra aviosuperficie permette di mantenere viva la tradizione. È attiva e funzionale, nel corso dell’anno organizziamo una serie di eventi, d’incontri, l’ultimo è stato un evento sulla sicurezza, incentrato su come sensibilizzare il volo. L’aviosuperficie è un fulcro nevralgico, un punto di riferimento sul nostro territorio che ha anche attivato, già da qualche anno, la collaborazione con l’Istituto Tecnico Aeronautico di Castel Giuliano”.
Ha chiuso poi la serie d’interventi previsti il Direttore del Museo Tenente Colonello Paolo De Vita, che ha voluto sottolineare che la parola che unisce quanto espresso in questo convegno è Passione: “Da questo aeroporto tanti anni fa volavano i primi dirigibili. L’idrovolante ha quel fascino unico perché al volo, oltre l’aria e il cielo si unisce l’acqua. Siamo riusciti anche quest’anno a creare una bella sinergia e tutti i partecipanti sono accumunati dalla passione per il volo, che si unisce, quest’anno, alla passione per la natura. Oggi abbiamo visto quanto sia importante il fattore umano, al quale, inevitabilmente si unisce l’innovazione tecnologica”.
Dopo il saluto e il ringraziamento da parte del sindaco di Anguillara Angelo Pizzigallo e dell’assessora di Bracciano Ida Maria Nesi, il Comandante Dario Bovino ha invitato i partecipanti ha continuare la visita nei locali espositivi, mentre sotto di noi, nell’hangar Velo, i quattro velivoli colorati di rosso, il “Rosso Corsa”, il colore della velocità: i Macchi M39 e M67, il Macchi Castoldi M.C. 72 che detiene ancora il record di velocità per idrovolanti a pistoni 709,202Km/h, record tuttora imbattuto e il Fiat C29, tutti partecipanti, o progettati per partecipare, alla Coppa Schneider, e il maestoso Cant Z 506 S Airone, poco distante, nell’hangar Badoni, se ne stavano in bella vista a testimoniare una lunga presenza tra i locali del Museo Storico dell’Aeronautica Militare, inaugurato nel lontano 24 maggio 1977 dal Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Idrovolanti di ogni tipo, ormai al tramonto, eppure capaci di lasciare un’impronta profonda nella storia di questo lembo di lago e l’evento Tra cielo e acqua dimostra che la storia vuole continuare, ancora scritta sull’aria e sull’acqua.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) interviene sui dati diffusi dalla stampa relativi alle rinunce alle immissioni in ruolo registrate in diverse regioni del Centro-Nord e sulle conseguenti prese di posizione delle organizzazioni sindacali in ordine all’incidenza dei canoni di locazione, dei trasporti e, più in generale, del costo della vita sulla sostenibilità economica della permanenza dei docenti nelle sedi di servizio.
I dati riportati, pur dovendo essere esaminati con la necessaria prudenza e senza ricondurre automaticamente ogni rinuncia alla sola componente economica, evidenziano una criticità che non può più essere considerata episodica. Quando il costo necessario per stabilirsi nella sede di servizio incide in misura rilevante sulla retribuzione disponibile, il problema supera la dimensione individuale e investe l’efficienza del sistema di reclutamento, la capacità di copertura dei posti autorizzati e la stabilità degli organici.
Il CNDDU valuta pertanto con favore la maggiore attenzione che le organizzazioni sindacali stanno finalmente riservando al rapporto tra retribuzioni, locazioni e mobilità del personale. Si tratta di una presa di coscienza importante, perché converge su questioni che il Coordinamento ha posto ripetutamente all’attenzione pubblica e istituzionale ben prima che l’attuale criticità assumesse le dimensioni oggi registrate.
La documentazione pubblicamente consultabile consente infatti di rilevare una significativa continuità tra le proposte formulate negli anni dal CNDDU e alcune delle misure oggi considerate necessarie nel dibattito sindacale. Il Coordinamento ha già prospettato sostegni economicamente quantificati per le spese di locazione e di mobilità dei docenti fuori sede. Nel 2022 aveva proposto, in presenza di determinate condizioni, un intervento temporaneo compreso tra 300 e 400 euro mensili per spese documentabili di locazione o connesse al ricongiungimento familiare. Nel 2023 aveva nuovamente richiamato l’attenzione istituzionale sull’incidenza dei costi abitativi per il personale scolastico fuori sede.
La posizione è stata ulteriormente sviluppata negli anni successivi. Nel 2025 il CNDDU ha prospettato un modello di locazione a canone calmierato per i docenti fuori sede, individuando quale parametro di riferimento un importo mensile di 300 euro e ipotizzando un intervento sulla quota eccedente. Ancora nel 2026 il Coordinamento è intervenuto sulla crescente sproporzione tra dinamica dei canoni e capacità reddituale del personale scolastico, formulando ulteriori ipotesi di sostegno economico.
Non interessa al CNDDU rivendicare una priorità meramente formale. È invece motivo di soddisfazione constatare che questioni sulle quali il Coordinamento ha insistito nel tempo trovino oggi una più ampia condivisione. Quando soggetti diversi giungono a riconoscere la medesima criticità e a prospettare strumenti in larga parte convergenti, si determinano le condizioni per trasferire il problema dal piano della denuncia a quello della regolazione.
Proprio per questo occorre adesso una risposta tecnicamente corretta.
La questione non dovrebbe essere affrontata attraverso una generica differenziazione territoriale delle retribuzioni. Il rapporto di lavoro del personale scolastico è inserito nel sistema del pubblico impiego contrattualizzato disciplinato dal decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165; il trattamento economico deve pertanto essere ricondotto alle fonti legislative e contrattuali competenti. Qualunque intervento deve rispettare tale assetto e distinguere con precisione il trattamento retributivo dagli strumenti fiscali, dalle politiche abitative e dalle misure di welfare connesse alla mobilità professionale.
È su quest’ultimo terreno che il CNDDU ritiene possibile costruire una disciplina efficace. Il criterio non dovrebbe essere quello di attribuire un vantaggio economico in ragione del territorio nel quale si presta servizio, bensì quello di riconoscere, secondo requisiti predeterminati, verificabili e non discriminatori, l’incidenza dei costi aggiuntivi effettivamente sostenuti dal lavoratore a causa dell’assegnazione della sede di servizio.
Canone di locazione effettivamente corrisposto, condizione di fuori sede, distanza dalla residenza e spese di mobilità costituiscono elementi oggettivamente accertabili sui quali è possibile costruire misure selettive, evitando automatismi, duplicazioni di benefici e trattamenti non adeguatamente giustificati. Gli strumenti potrebbero operare sul piano fiscale, abitativo o della mobilità oppure, qualora assumano natura retributiva, essere definiti attraverso le fonti e le sedi negoziali previste dall’ordinamento.
La questione presenta inoltre un preciso rilievo economico-finanziario. Ogni intervento pubblico richiede una preventiva quantificazione dell’onere e l’individuazione della relativa copertura. Una corretta valutazione, tuttavia, non può considerare soltanto il costo della misura proposta, ma deve comprendere anche quello derivante dal mancato intervento.
Posti autorizzati e non stabilmente coperti, reiterazione delle procedure di conferimento, ricorso ai contratti a tempo determinato, turnover e discontinuità degli organici producono costi amministrativi e organizzativi che devono essere rilevati e quantificati. La sostenibilità finanziaria di una misura di supporto dovrebbe pertanto essere valutata anche in rapporto alle economie conseguibili attraverso una maggiore stabilità del personale.
Per questa ragione il CNDDU ritiene necessario che il Ministero dell’Istruzione e del Merito, di concerto con le amministrazioni competenti e attraverso il confronto con le parti sociali, proceda a una rilevazione sistematica delle rinunce alle immissioni in ruolo, distinguendone le cause e mettendole in relazione con il costo delle locazioni, la distanza dalla residenza, la disponibilità abitativa e il successivo ricorso ai contratti a tempo determinato.
Solo una base informativa attendibile e omogenea può consentire di determinare l’effettiva dimensione economica del fenomeno e di valutare quali strumenti presentino il migliore rapporto tra onere finanziario, efficacia della misura e capacità di stabilizzazione degli organici.
Il CNDDU considera quindi positivamente il fatto che le organizzazioni sindacali abbiano portato con maggiore forza al centro del confronto temi che il Coordinamento sostiene da tempo. Le proposte oggi avanzate in materia di affitti, mobilità e sostegno ai docenti fuori sede presentano punti di significativa convergenza con interventi già formulati e pubblicamente documentati dal CNDDU.
Questa convergenza costituisce un’opportunità istituzionale. Non è più sufficiente constatare che in alcune aree del Paese una parte del personale rinuncia alla stabilizzazione anche in ragione della difficile sostenibilità economica della permanenza nella sede assegnata. Occorre acquisire i dati, individuarne le cause, quantificare gli effetti e predisporre strumenti normativi e contrattuali coerenti.
Un sistema di reclutamento, infatti, non può essere valutato esclusivamente sulla base del numero dei posti autorizzati o delle nomine disposte, ma anche sulla sua capacità di trasformare quelle nomine in rapporti di lavoro effettivamente sostenibili e stabili.
È su tale risultato che deve essere misurata l’efficacia dell’intervento pubblico.
Il CNDDU auspica pertanto che l’attuale presa di coscienza possa tradursi in un confronto tecnico con il Ministero, le amministrazioni competenti e le organizzazioni sindacali, recuperando e valutando anche le proposte già formulate negli anni, affinché dalla convergenza delle analisi si possa finalmente passare alla definizione di strumenti normativi, contrattuali e finanziari concretamente applicabili.
Domande dal 7 all’11 settembre. Ottime notizie per le scuole statali del territorio.
CERVETERI – Un’opportunità importante per migliorare il comfort degli ambienti scolastici arriva dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, che ha stanziato 20 milioni di euro per interventi di raffrescamento e miglioramento del comfort microclimatico nelle scuole statali.
Possono partecipare le istituzioni scolastiche statali, con una sola richiesta di contributo per ciascun istituto. Gli interventi devono riguardare edifici scolastici pubblici non di nuova costruzione e che non siano stati interessati, nei cinque anni precedenti, da interventi di efficientamento energetico. Sono esclusi gli ambienti già dotati di impianti per il trattamento dell’aria.
Le candidature potranno essere presentate fino alle ore 14.00 di venerdì 11 settembre 2026 e le risorse saranno assegnate con una procedura a sportello, seguendo l’ordine di arrivo delle domande.
“Si tratta di un’opportunità concreta per le nostre scuole – dichiara l’Assessore alla Pubblica Istruzione di Cerveteri Romina Vignaroli– e per questo sono certa che gli istituti scolastici del territorio verificheranno la possibilità di partecipare. Il benessere degli studenti e di tutto il personale scolastico passa anche dalla qualità degli ambienti nei quali ogni giorno si svolgono le attività didattiche”.
“La scadenza è molto ravvicinata e, considerando che i finanziamenti vengono assegnati in ordine cronologico, è importante partecipare. Come Amministrazione continueremo a prestare la massima attenzione a tutte le opportunità che possano contribuire a migliorare le nostre scuole”, conclude la Vignaroli.
Tutte le informazioni sui requisiti, sulle modalità di partecipazione e sulla presentazione delle candidature sono disponibili nell’Avviso n. 63557 del 4 settembre 2026 del Ministero dell’Istruzione e del Merito.
Ancora un successo oltre ogni aspettativa per le iniziative promosse nell’ambito del progetto “Estate #ViviParchiDelLazio”. Sabato scorso, a Vicarello, l’appuntamento con la musica a “Casa di Ledo”, nell’area archeologica di Vicarello, ha fatto registrare il sold-out, con tutti i posti disponibili occupati.
Un risultato che conferma il forte interesse del pubblico per una proposta capace di unire cultura, musica, storia, territorio e valorizzazione del patrimonio naturalistico e archeologico del Parco Naturale Regionale Bracciano-Martignano.
E il calendario degli appuntamenti prosegue. Domenica 13 settembre è infatti previsto un nuovo appuntamento dedicato alla musica etnica e folk, ancora una volta nella suggestiva cornice di Casa di Ledo a Vicarello. Una serata pensata per accompagnare il pubblico alla scoperta di sonorità, culture e tradizioni musicali, in un contesto di particolare valore paesaggistico e storico.
«Quello che sta accadendo in queste settimane va ben oltre le più rosee previsioni – sottolinea il Commissario del Parco Naturale Bracciano-Martignano, Ivano Iacomelli –. Dopo il successo degli appuntamenti precedenti, registriamo per la seconda settimana consecutiva una partecipazione straordinaria, con il tutto esaurito a Vicarello. Voglio complimentarmi con tutta la squadra organizzativa, con i professionisti, le associazioni e tutti coloro che stanno lavorando alla realizzazione di queste iniziative. È la dimostrazione che quando riusciamo a mettere insieme cultura, musica e valorizzazione del territorio, il pubblico risponde con entusiasmo».
«Il sold-out è certamente un motivo di soddisfazione, ma soprattutto rappresenta un segnale importante – aggiunge Iacomelli –. Significa che esiste una grande voglia di vivere i nostri territori, conoscere luoghi spesso poco conosciuti e farlo attraverso iniziative di qualità. Il Parco vuole continuare su questa strada, creando occasioni capaci di avvicinare cittadini e visitatori al patrimonio naturale, storico e culturale dell’area protetta».
L’appuntamento del 13 settembre si inserisce dunque in un percorso di valorizzazione che punta a trasformare i luoghi del Parco in autentici spazi di incontro e partecipazione, dove la cultura diventa anche strumento di conoscenza e promozione del territorio.
Una nuova serata di musica, dunque, per continuare a vivere il Parco e le sue straordinarie ricchezze.