2 Febbraio, 2023
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Violenza sulle donne: letture per il cambiamento

L’agone pubblica a puntate uno studio dedicato alla violenza sulle donne. L’approfondimento è curato da Dianella Viola, medico psichiatra e psicoterapeuta. Pubblichiamo oggi la prima parte dell’analisi.

Fermarsi e riflettere
“Siamo a casa, stiamo pranzando e guardando il telegiornale… nei titoli viene riportato che più di un terzo degli omicidi commessi in Italia, negli ultimi due anni, sono femminicidi. Leggiamo, proviamo un attimo di sgomento e subito dopo gli argomenti cambiano. Continuiamo a mangiare, le immagini della televisione scorrono e quelle successive ci fanno dimenticare l’orrore di questi dati.”
Così, spesso, apprendiamo le notizie drammatiche che provengono dal mondo e dal nostro paese. Riusciamo a cancellare il senso di orrore e di impotenza attraverso la valanga di notizie che ci travolge e attraverso la quotidianità dei gesti e dei doveri quotidiani. Quasi sempre non riusciamo a dedicare più di un minuto del nostro pensiero e del nostro cuore ai fatti drammatici che portano dolore e morte ad altri esseri umani.
Eppure dovremmo! Non possiamo proteggere il mondo né dalla violenza, né dalle catastrofi naturali, così come non possiamo salvare tutti i nostri simili, ma dovremmo riflettere. Forse non sempre, forse non per molto, ma almeno un poco dovremmo farlo. E dovremmo farlo soprattutto in alcuni periodi della nostra vita perché questo ci aiuta ad affrontare diversamente i problemi che noi stessi incontriamo sulla nostra strada.
Anche se la violenza sulle donne può sembrare un tema drammatico che non coinvolge direttamente noi e la nostra famiglia, esso è un tema che riguarda la società in cui stiamo vivendo e rappresenta la punta dell’iceberg di grandi problemi sociali che in un modo o nell’altro interessano tutti noi.
Si pensa che gli uomini e le donne coinvolti in queste terribili storie, siano persone malate psicologicamente o che, per motivi oscuri, hanno, ad un certo punto, perso la ragione!Per questo pensiamo che il problema non ci riguarda, poiché “a noi e ai nostri figli non capiterà mai”. Forse andrà così, ma nessuno ne può averne la certezza!
Ricordiamoci che dai dati statistici emerge una situazione sconfortante: la famiglia è il contesto sociale dove avvengono la maggior parte delle violenze e dove, oltre le donne, vengono uccisi i bambini ed altri familiari. Purtroppo, non è certo da oggi che esistono le violenze nella famiglia, ma tutti noi avremmo sperato che aumentando il livello culturale e la libertà sociale, molti di questi eventi sarebbero, se non scomparsi, drasticamente diminuiti. Invece, la situazione si è aggravata tanto da parlare quotidianamente di morti violente di donne che frequentemente sono omicidi annunciati, quindi avvenimenti ancora più sconvolgenti perché non sembra possibile prevenirli.

I femminicidi avvengono oramai da tempo e come se non bastassero già i complessi fattori sociali scatenanti, negli ultimi due anni l’esplosione della pandemia ha avuto un ruolo importante nell’aumento dei casi e delle richieste di aiuto giunte ai vari servizi antiviolenza. La pandemia ha solo ulteriormente evidenziato il grave disagio in cui vivono molte persone. Dobbiamo comprendere che sono tante le famiglie che vivono costantemente in uno stato di massima tensione e per alcune l’aggiungersi di un nuovo stress – che sia personale, familiare o sociale -determina condizioni insopportabili di vita tanto da determinare episodi di violenza inaudita.

Tutti dovremmo chiederci qual è lo scopo della famiglia nella società. La convivenza, il matrimonio, la nascita dei figli, i rapporti con le famiglie di origine sono
eventi con i quali tutti noi ci siamo dovuti confrontare. E penso che siano veramente pochi coloro che non hanno avuto difficoltà nel gestire queste relazioni. La famiglia dovrebbe essere l’ambiente protetto dove i figli possano crescere e prepararsi per poter, da adulti, staccarsi dalla famiglia stessa ed inserirsi nella società. E tutti noi che siamo stati prima figli,poi compagni e forse genitori, se guardiamo la nostra esistenza e le statistiche ufficiali, ci accorgiamo con facilità che la realtà molto si discosta dai modelli ideali di vita che hanno guidato le nostre scelte.

È però importante parlare del modello ideale che ci portiamo dentro. Ogni famiglia, sulla base dei vissuti e delle esperienze dei suoi componenti, ma soprattutto anche sulla base di tradizioni familiari delle quali può essersi persa l’origine, tende a formare, attraverso comportamenti e valori, i nuovi individui che in essa nascono e crescono. Ognuno di noi è depositario di questi modelli di vita ideali che possiamo seguire consapevolmente o inconsapevolmente oppure contrastare seguendo modelli contrapposti: in ogni caso dovremo farci i conti!

Oggi, nella nostra società, la vita è molto complessa e tutti noi faremo nella nostra esistenza molte esperienze, alcune lontane dalla nostra cultura familiare. Avremo modo così di sperimentare e confrontarci con modelli di vita molto diversi da quelli che ci ha tramandato la nostra famiglia. Riflettere ed elaborare le esperienze a cui andiamo incontro significa poter acquisire nuovi elementi che potrebbero esserci utili nella nostra realtà futura.

A volte, però, accade di confondere i modelli interni ereditati dalla nostra famiglia con altri che ci vengono proposti dalla società. La riflessione e la valutazione, fatta, se necessario, anche con l’aiuto di altre persone, può evitare pericolose confusioni che fanno attribuire ai comportamenti degli altri valori che non hanno.
Un esempio importante può essere la gelosia. Anche se per un breve periodo, ognuno di noi ha sperimentato questo sentimento. È un sentimento forte, invasivo che spesso altera la percezione dell’altro e di ciò che ci circonda. Se si ama qualcuno è normale essere gelosi e temere che un rivale o una rivale possano portarci via la persona amata. Ma questo stato emotivo deve essere discreto, consapevole e, quando nella coppia la situazione diventa fortemente instabile, deve esserci la possibilità di verbalizzare i problemi. Se, poi, qualcosa nella coppia non funziona e la gelosia è in realtà un sintomo di disagio e di malessere, essa va elaborata, da soli o nella coppia stessa, cercando di giungere ad un cambiamento che può anche comportare la rottura, per quanto dolorosa, del rapporto.

Se, invece, la gelosia è un elemento sempre presente nella coppia, tanto da diventare ossessiva, la valutazione di questo sentimento dovrà essere diversa. A volte, e qui entrano in gioco i modelli e i valori familiari, la gelosia può essere scambiata per un grande amore e quindi il partner che subisce la gelosia pensa di conoscere e di capire quanto sta accadendo, ma una gelosia ossessiva non è una manifestazione d’amore, essa è indice di grande fragilità. Il partner geloso ha la necessità di completarsi attraverso la relazione affettiva. In un complesso meccanismo psicologico e relazionale, l’altro (l’oggetto della gelosia) non è più una persona, ma diventa una parte della persona malata e
gelosa e per tale motivo non può essere perso. Questo spiega perché molte di queste relazioni finiscano in modo tragico quando il partner (quasi sempre la donna) vittima della gelosia, decide di interrompere la relazione. Difficilmente il partner geloso, che può poi agire la violenza, ha la consapevolezza della complessità delle proprie gravi problematiche che porteranno se stesso, la propria compagna e la propria famiglia ad una tragedia.
Fin dall’inizio il rapporto si costruisce sulla confusione dei sentimenti e dei valori. Si giustificano i comportamenti, anche violenti, con il troppo amore, il nervosismo o la stanchezza. La riflessione sui vissuti e sugli eventi non avviene quasi mai e la consapevolezza spesso giunge quando la storia della relazione è troppo progredita per poter tornare indietro senza conseguenze. Ognuno dei due partner ha delle convinzioni che non sono aderenti alla realtà, ma che per motivi diversi, non riesce a modificare, nonostante vi siano presto i segnali che stanno costruendo una coppia gravemente disfunzionale.

Ecco perché dobbiamo essere il più possibile presenti a noi stessi, analizzando quanto ci sta accadendo ed elaborando le scelte di vita. Non è né facile, né semplice poiché non ci è stato insegnato ed è un processo nuovo da imparare e soprattutto da insegnare ai nostri figli.
Trovarsi in una condizione di difficoltà sociale e familiare, non è una colpa, ma purtroppo spesso può dipendere da scelte fatte senza un’adeguata valutazione. Quando si comprende la gravità della situazione spesso è tardi e ci si trova a camminare su di una strada che non si può percorrere a ritroso o lasciare per un altro sentiero.

Genitori di ieri degli uomini e delle donne di oggi, genitori di oggi degli uomini e delle donne di domani
Quando avviene un femminicidio, o altri delitti familiari, il dramma si è consumato. A volte già quando iniziano le segnalazioni e le richieste di aiuto la situazione è seria e i rimedi che si possono attuare sono limitati e non sempre sufficienti, anche se tutto e più di tutto, va tentato.
Spesso mi sono chiesta come mi sentirei se fossi la madre di un uomo che ha ucciso la propria compagna. Il pensiero che il figlio che ho partorito ed allevato possa aver compiuto anche solo un atto di violenza, mi farebbe sentire una persona morta. Il dolore sarebbe talmente forte da annientarmi perché ho fallito nel mio compito più importante: crescere un figlio e fare di lui una persona che può vivere serenamente nella società.
Certamente la responsabilità non è solo mia, altri fattori possono essere intervenuti nella sua vita portandolo a distruggere e a distruggersi, perché ricordiamoci che dietro una donna uccisa, c’è un uomo finito, dei figli disperati e delle famiglie distrutte.
Forse, come madre, non ho sbagliato su tutto o non ho sbagliato solo io, ma quel che è certo che io non sono riuscita a trasmettergli la capacità di fermarsi a valutare i sentimenti che lo hanno travolto, né la capacità di confrontarsi con gli altri per poter comprendere l’origine della propria disperazione e soprattutto non sono riuscita a fargli capire che la sua rabbia ha origine da un grande dolore.
Non è semplice, ma essere genitori significa avere la responsabilità di genitore e quindi sapere che nostro figlio non è “nostro”, ma è un essere umano che dobbiamo crescere perché si inserisca il meglio possibile nella società. E con “meglio possibile” non si intende solo che faccia un lavoro che gli renda molti soldi o abbia una posizione sociale elevata, bensì che possa essere, una volta adulto, una persona equilibrata che sia in grado di gestire emotivamente le situazioni difficili che la vita gli porrà davanti.

I nostri figli vanno accuditi, nutriti, lavati ed educati, ma soprattutto seguiti e ascoltati e non solo nelle parole che dicono, ma per come le dicono. Il tono della voce, il momento in cui ci parlano, come ci parlano o tacciono, sono gli elementi importanti per poter capire se hanno bisogno di aiuto oltre quello che noi gli diamo.
Certo è semplice, per chi è fuori da certe situazioni drammatiche, parlare, poiché è probabile che chi le vive ha un carico di sofferenza molto antica che risale non solo alla propria infanzia, ma all’infanzia dei propri genitori e probabilmente dei propri nonni, per non andare ancora più lontano.
Ciò nonostante la nostra responsabilità non può essere delegata. Essere presenti a se stessi è un modo di esserci anche per i nostri figli. La vita di oggi ci porta a continue distrazioni dovute al lavoro, allo stress e alla stanchezza, per cui spesso vorremmo avere uno spazio in cui lasciarci andare e rilassarci senza pensare. Con i figli questo spesso non è possibile: la nostra attenzione deve essere doppia o tripla perché non solo dobbiamo badare a noi stessi, ma anche a ciò che accade loro fisicamente e psichicamente.

Frequentemente i figli non parlano dei propri problemi e questo non accade soltanto quando sono piccoli, ma anche quando sono adolescenti e adulti. L’abilità dei genitori è quella di comprendere, spesso di intuire, la presenza di difficoltà più o meno serie.
Se la violenza sulle donne è commessa da uomini le cui famiglie di origine (genitori, nonni, zii), per vari motivi non sono stati in grado di crescere un individuo equilibrato, vuol dire che il problema di oggi risale a ieri, all’altro ieri o prima ancora. Questo perciò significa che la violenza di domani, dopodomani e oltre, dipende da come oggi noi genitori cresceremo i nostri figli. Quindi noi, genitori di oggi, dobbiamo essere consapevoli della responsabilità che abbiamo verso i figli e verso la società.
Quando si ha un figlio le gioie e le preoccupazioni ricadono sui genitori, e solo i genitori sanno quanti sacrifici e rinunce hanno dovuto fare per crescerli. Eppure, nonostante i sacrifici siano fatti esclusivamente dalla famiglia, allevare i figli è un compito che ci assumiamo verso i figli stessi e verso tutta la società:quello che i nostri figli faranno e saranno nel futuro riguarderà per primi essi stessi, poi le persone che incontreranno e la società.
1.continua

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