Il dottor Giulio Casali: “Solo con il vaccino potremmo tornare ad una vita normale”

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“Cambia il lavoro dei medici di famiglia ma resta un ruolo fondamentale”

 

I dati sui medici deceduti a causa del Coronavirus in Italia rimandano a un fatto inequivocabile: i più esposti, i più colpiti sono i medici di base. Sugli oltre cento camici bianchi “caduti” nel corso delle ultime settimane, circa il 40% sono infatti medici di famiglia.

Per saperne di più ne abbiamo parlato con il dottor Giulio Casali, medico di medicina generale di Roma.

Dottore, in generale come definirebbe l’attuale emergenza sanitaria?

“Devastante nel corpo e nello spirito. Nel corpo perché gli effetti del Coronavirus quando colpisce sono sotto gli occhi di tutti. Nello spirito perché il virus non ha un comportamento univoco, si fa fatica ad inquadrarlo quindi è un virus anche difficile da studiare”.

Come funziona una visita ambulatoriale oggi?

“I decreti sul distanziamento sociale hanno reso più semplice anche il nostro lavoro. All’inizio si faceva fatica a spiegare ai pazienti di non affollare gli ambulatori medici per malesseri di poco conto. Oggi si fa’ una rapida anamnesi telefonica e se il caso lo richiede si invita il paziente a venire in ambulatorio per essere visitato su appuntamento. Si lavora molto di più al telefono, si dà più disponibilità telefonica ma se serve, una  visita non si può ne si deve negare a nessuno”.

Tramite telefono come è possibile capire se sia influenza, allergia o Coronavirus, magari con sintomi lievi?

“Nel nostro lavoro è molto importante avere e tenere aggiornate le cartelle cliniche dei pazienti. Sappiamo ad esempio chi è stato vaccinato per l’influenza ,sappiamo chi soffre di allergia e questo ci aiuta. Nei casi in cui i dati anamnestici non sono dirimenti l’unico modo che ci permette di non fare errori grossolani è quello di seguire telefonicamente il paziente  nel tempo. Soprattutto nelle primissime fasi dell’infezione  i sintomi si possono confondere ma in poco tempo i quadri si differenziano abbastanza nettamente e il rapporto medico-paziente diventa fondamentale per una corretta diagnosi”.

Ha avuto pazienti affetti da Coronavirus?

“Credo siano stati 4 o 5 casi fortunatamente non gravi. La certezza però non c’è in quanto non sono stati fatti tamponi proprio perché nonostante i sintomi fossero abbastanza tipici il quadro clinico non ha richiesto il ricovero”.

Quanto è importante una tempestiva diagnosi dei sintomi?

“La tempestività della diagnosi in caso di infezione da Covid-19 non è tanto importante per  la evoluzione del quadro clinico del paziente ma quanto per interrompere la catena dei contagi in quanto il virus tende a diffondersi molto rapidamente. Il paziente va isolato e posto sotto osservazione”.

Qual è la terapia comunemente utilizzata sui pazienti Covid-19 in isolamento domiciliare?

“Non esiste al momento un protocollo terapeutico validato anche perché come già detto il Covid-19  una volta penetrato nell’organismo non ha un comportamento univoco infatti possiamo avere soggetti infetti  scarsamente sintomatici o addirittura asintomatici fino a soggetti che arrivano alla terapia intensiva o nei casi estremi all’exitus. Grazie alle informazioni dei colleghi delle regioni più colpite si somministrano oggi anche a domicilio terapie che non sono solo paracetamolo ma che si intensificano al progredire del quadro clinico secondo un protocollo farmaceutico. Anche qui diventa importante la stretta collaborazione tra medico e paziente perché se compaiono segni di insufficienza di organo si deve necessariamente ospedalizzare il paziente”.

Come medico, si sente tutelato da possibili contagi?

“Sicuramente rispetto ai primi giorni di marzo, oggi abbiamo a disposizione più DPI e c’è più coscienza della pericolosità del contagio. La domanda però sorge spontanea: “cosa succederà quando saranno allentate queste misure di distanziamento sociale?” Secondo me non dovremo mai abbassare la guardia fino a che non verrà messo a punto un vaccino”.

Se potesse, alla luce di tutte le difficoltà che il suo mestiere comporta, cosa chiederebbe?

 

“Di fare ogni  possibile sforzo per la messa a punto di un vaccino che ci possa far tornare a vivere in modo normale”.

Erica Trucchia

 

 

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