L’agone Nuovo, elezioni 2018: quale sviluppo? Proposta ai partiti e ai candidati

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“Care Elettrici, Cari Elettori, come associazione culturale vogliamo portare un contributo di merito su alcuni aspetti qualificanti dello sviluppo durevole, come noi lo intendiamo. Ci auguriamo di poter avviare una lunga e approfondita riflessione, nella certezza che occorre “conoscere per deliberare”, ma in tempi rapidi.

Stiamo vivendo in una fase storica estremamente complessa e piena di contraddizioni, che mette a rischio la qualità della vita, la salute e la stessa sopravvivenza di un numero enorme di donne e di uomini. Si presentano contemporaneamente tre tipi di emergenze globali: gli sconvolgimenti climatici dovuti alle emissioni di gas, principalmente anidride carbonica, generati dalle attività antropiche; la crisi economica, figlia dell’esplosione delle grandi speculazioni finanziarie a scapito degli investimenti produttivi; le disuguaglianze sempre più acute fra le nazioni più ricche e quelle più povere. Tutto questo sta generando guerre, terrorismo, e un flusso migratorio di dimensioni bibliche.

Anche il nostro Paese è attraversato da una crisi senza precedenti, insieme economica ma anche di valori e di credibilità della “politica”, ed è sempre più attuale l’esigenza di creare nuove condizioni per lo sviluppo dell’economia e dell’occupazione. E’ una questione che riguarda le politiche del governo nazionale, ma anche le scelte delle amministrazioni locali.

Ma quale sviluppo? Su questo intendiamo suscitare la riflessione dei lettori, dei “Partiti” e delle Istituzioni, avvicinandoci alle Elezioni Regionali e Politiche del 04 Marzo 2018, partendo dalla consapevolezza che occorre superare una idea della crescita e dello sviluppo, che ripropone gli stessi schemi ormai fallimentari e una concezione personalistica e arretrata dell’esercizio del mandato politico-amministrativo, che “se si fanno sempre le stesse cose, le cose non cambieranno mai”.

Vogliamo parlare di “sviluppo sostenibile” – termine ormai usato da tutti seppure con significati anche molto diversi – che per noi guarda a un’altra società e un’altra economia fondate sul rispetto dell’ambiente, l’equità sociale, i diritti fondamentali dei cittadini presenti e futuri, sottraendoci alla logica pervasiva del mercato che ha ridotto tutto a merce, natura e persone comprese.

I Comuni possono molto, anche in una fase di gravi difficoltà economiche, come dimostra l’associazione nazionale dei Comuni Virtuosi: una rete di Enti locali “che opera a favore di una armoniosa e sostenibile gestione dei propri Territori, diffondendo verso i cittadini nuove consapevolezze e stili di vita all’insegna della sostenibilità, sperimentando buone pratiche attraverso l’attuazione di progetti concreti, ed economicamente vantaggiosi, legati alla gestione del territorio, all’efficienza e al risparmio energetico, a nuovi stili di vita e alla partecipazione attiva dei cittadini”.

Proponiamo alcuni spunti su aspetti che qualificano i concetti di sviluppo sostenibile.

Partecipazione dei cittadini. E’ un elemento qualificante delle politiche di sviluppo sostenibile: vuol dire consapevolezza, coinvolgimento, e in ultima analisi aiuto a chi amministra un Comune a decidere meglio e più rapidamente: i cittadini acquistino maggiore protagonismo nelle fasi di definizione delle decisioni – specialmente quelle locali – e in quelle successive di loro attuazione.

Perché non coinvolgerli realmente quando si discutono il bilancio preventivo di un Comune, oppure la realizzazione di infrastrutture e opere importanti, oppure le scelte urbanistiche della città? Perché questi temi devono essere destinati a “pochi”?

Va invece rinforzata la parte degli interventi immediati a favore dell’area metropolitana. Qualche esempio. L’Impero Romano fu grande e si mantenne in piedi, in virtù d’un sistema logistico che non ebbe uguali. Nessun turismo è possibile senza una ferrovia che colleghi in mezz’ora il centro di Bracciano (meglio se di Manziana) col centro di Roma, con una frequenza non superiore ai 10 minuti. Per far ciò non basta il raddoppio dei binari e la stazione interrata; occorrono anche treni con chiusura automatica delle porte (come per le metropolitane), che riducano le attuali fermate alle stazioni da un minuto abbondante a 20-30 secondi. Per non parlare poi dello stato pietoso della strada che ci collega alla Cassia-bis, lungo la Braccianese e la deviazione per Cesano.

Territorio, lavoro ed economia locale. Sono questioni con cui ci scontriamo da decenni, specialmente nei nostri Comuni che basano sull’edilizia una parte consistente della produzione di posti di lavoro e reddito. Occorre cambiare direzione, difendere gli “spazi demaniali” dalla privatizzazione incombente, valorizzare e difendere le risorse agricole e ambientali favorendo e stimolando una moderna imprenditoria che guardi alla qualità di prodotti e servizi, e alla sostenibilità ambientale come la nostra vera grande opportunità. Abbiamo, inoltre, una grandissima potenzialità costituita da sistemi di economia solidale, gruppi di acquisto (gas) strumento formidabile per valorizzare i prodotti locali.

Occorre puntare veramente al turismo, sfatando il mito che per questo occorre accrescere l’offerta alberghiera. Se vogliamo passare da un turismo “mordi e fuggi di tipo prettamente giornaliero”, se vogliamo che questo territorio sia fruito da turisti per otto mesi all’anno occorre qualificare l’offerta, curare la qualità ed il decoro di centri abitati e campagne, valorizzare le enormi opportunità – oggi totalmente negate – offerte dal Parco dei due Laghi, organizzare e offrire opportunità e percorsi a quei tantissimi turisti che amano la natura e le escursioni a piedi e in bicicletta, considerare assolutamente prioritario realizzare una rete di sentieri e piste ciclabili, valorizzare gli sport d’acqua non a motore per i quali il nostro lago è particolarmente adatto.

Insomma, lo sviluppo sostenibile è materia dei governi nazionali, e transnazionali, ma anche degli amministratori locali. Ma come possono agire i Comuni senza risorse economiche? Limitando gli sprechi, aumentando efficienza ed organizzazione, puntando sulle idee.

Le idee non costano, così come la capacità di ideare nuovi progetti per i quali accedere ai fondi europei: ad esempio sono a disposizione somme enormi per progetti di riorganizzazione delle città, la cosiddetta “città intelligente” (smart city), o per innovazioni in agricoltura e nel rapporto città-campagna.

Una risorsa fenomenale è poi offerta dalla opportunità per i Comuni di “mettersi in rete”: pensiamo a quanto si può risparmiare, e quanto potrebbe aumentare la qualità dei servizi offerti ai cittadini, se i Comuni del Comprensorio del Lago, andando anche verso Civitavecchia e Viterbo, si coordinassero per i servizi sociali e della sanità, per il trasporto, per la valorizzazione turistica (esistono in Italia molti esempi più che collaudati, specialmente nelle zone alpine e prealpine), per non parlare della gestione dei rifiuti.

Di fronte a tanti cambiamenti le imprese si mostrano in affanno e la grande distribuzione non fa difetto; solo gli specializzati in grado di colpire target individuali di consumatori ottengono soddisfazioni economiche (la redditività degli specialisti nel largo consumo è 5 volte quella della grande distribuzione “tradizionale”).

Dobbiamo raccogliere la sfida. Innoviamo in termini di prodotto di qualità, innoviamo e investiamo su Ricerca e Scuola. Bisogna riconquistare l’orgoglio e mantenere la leadership in Italia su tante cose che abbiamo perso. Di fronte ai dati economici non favorevoli e in previsione di una imminente Legge di Stabilità chiediamo al Governo da un lato di evitare azioni repressive su consumi comunque in difficoltà (un intervento di aumento dell’Iva sarebbe una catastrofe) e dall’altro di varare con coraggio un insieme di azioni concrete a sostegno dei giovani che diminuiscano l’attuale drammatico divario generazionale. Investire sulle giovani generazioni è un segnale di futuro.

Sarebbe necessario fornire ai cittadini elementi chiari di giudizio, perché possano decidere non solo sull’onda di slogan semplicistici ma sulla base di argomentazioni razionali all’interno dei vari programmi, su proposte credibili, mentre invece siamo stati travolti da una campagna elettorale mai così brutta, piena di promesse non verificabili, insomma la fiera di chi la spara più grossa. E’ comprensibile, dunque, il disorientamento di molti, la previsione di un altissimo astensionismo – vero male delle moderne democrazie – ed un generico voto di protesta a favore di chi accusa tutti delle peggiori nefandezze promettendo il paradiso terrestre, magari facendo leva sulle debolezze e sui timori che i “diversi” stiano minando la nostra società sottraendo risorse e posti di lavoro a noi e ai nostri figli.

Spesso si parla di populismo, ma difficilmente si mette bene a fuoco cosa sta accadendo: è vero, populismo è seguire gli umori della gente, oscillando da una parte all’altra, amplificare le paure e

lanciando slogan rassicuranti; ma non è populismo anche continuare a negare l’evidenza, parlare di milioni di posti di lavoro oscurandone la caratteristica di profonda precarietà, gridare alla crescita del PIL oscurando il dato allarmante dell’aumento delle disuguaglianze?

E’ difficile, per tutti, leggere nelle pieghe dei vari programmi e delle multiformi promesse per capire se si tratta di obiettivi perseguibili o di balle (ora si chiamano fake news, fino a poco fa post verità: le persone normali le chiamano bugìe).

Invitiamo, ad esempio, ad andare oltre il semplice slogan di “eliminiamo la tassa su…” per capire in che contesto più generale le singole proposte siano inserite, come si faccia fronte alla diminuzione di gettito; e ancora, sforziamoci di capire chi ci guadagna dalla semplificazione del sistema delle imposte, magari introducendo la cosiddetta flat tax (che in italiano si traduce tassa piatta, cioè aliquota uguale per tutti). Ma, specialmente, cerchiamo di confrontare le promesse di oggi con quelle di ieri, magari confrontando i risultati raggiunti da chi ha già governato o sta governando, lo Stato, le Regioni, i Comuni.

Occorre “conoscere per deliberare”, sosteneva Luigi Einaudi, è importante che la scelta sia consapevole, che parta cioè dai fatti e non dalle promesse”. L’Italia è il Paese d’Europa col più basso tasso di attuazione dei programmi: mediamente meno della metà dei provvedimenti promessi viene poi realizzato. E quanti provvedimenti vengono adottati senza che se ne approfondiscano i contenuti? Quante spese vengono deliberate senza ragione? Quante iniziative vengono prese solo perché l’andazzo lo pretende? Su quanti problemi si abbozzano soluzioni addirittura peggiorative della situazione preesistente? Succede perché si delibera senza conoscere.

Ma la deliberazione è anche di noi elettori quando scegliamo i nostri rappresentanti; o quando decidiamo di non andare a votare, con ciò determinando l’elezione degli amministratori peggiori”.

CdA L’agone nuovo

 

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