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Nell’interesse di una pace giusta e duratura

 

Che cosa potevano aspettarsi dall’incontro fra Trump e Putin, in Alaska, coloro cui interessa soltanto il ritorno alla pace? Nulla, e nulla è stato. Nessun cessate il fuoco da parte dell’aggressore: l’aggredito non era stato invitato. Nessun accordo che possa soddisfare entrambe le parti: una delle due parti non era stata invitata. Era fin troppo chiaro che le condizioni di partenza non lasciavano presagire niente di buono, ma se fosse terminato con un niente di buono, ci sarebbe stato almeno un risultato, qui il problema è che, al termine dell’incontro, non è uscito niente, nemmeno la conferenza stampa congiunta prevista alla fine dell’incontro, evidentemente non avevano niente da dire di fronte al mondo in attesa. Una grandiosa macchina organizzativa, lo stato americano dell’Alaska al centro dell’attenzione planetaria, tutti con il fiato sospeso in attesa dell’applauso finale e ci dobbiamo accontentare dell’euforia dei russi, che reputano Putin il vero vincitore, il commento dei media ucraini che hanno giudicato l’incontro “disgustoso e inutile” e i giornali americani che bocciano il loro presidente. Tutto rimandato al prossimo incontro, questa volta alla Casa Bianca,  questa volta con Zelensky. “C’è una grande cosa che ha impedito l’accordo con Putin” ha detto Trump “ ma non vi posso dire qual è”. Forse lo dirà direttamente lunedì a Zelensky, nello Studio Ovale, nella speranza che non si ripetano le tristi e ridicole scene dell’ultimo incontro, tra i due, nel famoso studio. Certo, se dopo questo vertice si riuscisse a organizzare un incontro a tre, la proposta è di farlo il 22 agosto, sarebbe una buona notizia, ma, in queste cose, tutto è relativo, perché la realizzazione del decisivo incontro a tre è propedeutica alla buona riuscita dell’incontro alla Casa Bianca, ma cos’è una “buona riuscita”? Potrebbe essere la rimozione di quella grande cosa che ha impedito l’accordo con Putin, nella speranza che questa rimozione con comporti la nascita di una nuova (o vecchia) grande cosa che impedisca l’accordo con Zelensky, ma questo è il gioco da tavolo della diplomazia al quale finalmente ci sarà un maggior coinvolgimento dei paesi europei, fino a questo momento, spettatori piuttosto passivi. La presenza, a Washington, di Ursula von der Leyen, insieme con altri leader europei, all’incontro di lunedì, potrebbe significare un passo avanti verso l’obiettivo di una pace giusta e duratura che garantisca la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina, un soddisfacente accordo tra le parti e non una resa all’invasore perché non sempre la fine della guerra coincide con l’inizio della pace.

Lorenzo Avincola redattore de L’agone

Al DiVino Etrusco il “Salotto letterario”

Il 22, 23, 28, 29 agosto, alle 18,30, all’Alberata Dante Alighieri, nel centro storico di
Tarquinia, quattro incontri dedicati agli appassionati dei libri
Tarquinia (VT), 16 agosto 2025 – Torna anche quest’anno, all’interno del DiVino Etrusco, il
“Salotto letterario”, la rassegna di incontri dedicata agli amanti dei libri e delle storie
raccontate direttamente dalla voce dei protagonisti. Quattro appuntamenti, a ingresso libero, in
programma a partire dalle 18:30, all’Alberata Dante Alighieri, nel centro storico di Tarquinia. Si
comincia venerdì 22 agosto con “Le tre unità”, raccolta di poesie della docente di lingue
Mara De Santis, che verrà presentata in dialogo con il giornalista Stefano Tienforti. Il libro è
un’opera che allude a un’idea di triplicità che non è solo tematica ma anche formale,
manifestandosi nell’uso di tre lingue diverse: italiano, spagnolo e inglese. Sabato 23 agosto
sarà invece il momento di “Tracce da un altro mondo: immagini e ricordi di Guerino Gambella”,
un viaggio visivo ed emotivo nelle memorie dell’artista Guerino Gambella con la curatrice Elisa
Eutizi.
Venerdì 29 agosto torna il giornalista Stefano Tienforti per intervistare Luigi De Pascalis,
autore del romanzo “Il buio e le stelle”, in cui dipinge la frattura traumatica della grande guerra
attraverso gli occhi del giovane Andrea Sarra. L’opera fa parte del ciclo Il labirinto dei Sarra
(2010) e La pazzia di Dio (2014) e si intreccia fortemente con quest’ultimo. Infine, sabato 30
agosto, chiusura con l’insegnante e critico teatrale Carlo Lei e il suo libro “Leggermente
mossa”, una storia d’amore, d’attrito, di agguati, in collaborazione con Revolver Edizioni.
Il DiVino Etrusco è promosso e organizzato dal Comune di Tarquinia, in collaborazione con la
Pro Loco Tarquinia e l’enogastronomo “col cappello” Carlo Zucchetti, con il contributo
finanziario della Regione Lazio e con il patrocinio di Provincia di Viterbo, Camera di Commercio
di Rieti-Viterbo e Ministero della Cultura – Parco Archeologico di Cerveteri e Tarquinia. La
rassegna si avvale anche del supporto dell’associazione culturale Viva Tarquinia.

ASSOCIAZIONE “RESPIRARE”: CI UNIAMO ALL’AUSPICIO CHE ALFIO PANNEGA SIA RICORDATO DAI FACCHINI DI SANTA ROSA NELLA RICORRENZA DEL CENTENARIO

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Come vecchi amici ed estimatori di Alfio Pannega, insieme al quale in anni passati abbiamo anche realizzato alcune iniziative nonviolente in difesa dei beni archeologici, storici, naturalistici e culturali di Viterbo, cosi’ come in difesa dei diritti umani di tutti gli esseri umani, abbiamo apprezzato l’auspicio, da piu’ parti ripetutamente emerso in questi mesi in cui si commemora il centenario della nascita dell’indimenticabile poeta viterbese, che Alfio Pannega sia ricordato anche dai facchini di Santa Rosa, che del popolo e delle tradizioni di Viterbo sono l’emblema.
Ci uniamo quindi a quanti hanno gia’ espresso la speranza che anche i facchini di Santa Rosa, nelle forme e nei modi che riterranno migliori, ricordino Alfio, che di Viterbo e’ stato e resta un simbolo: generoso e coraggioso testimone di dignita’ e di bonta’; di amore per il sapere come impresa condivisa dall’intera famiglia umana; di impegno intellettuale e morale – e quindi politico – per la pace, la civile convivenza, la solidarieta’ che nessuna persona esclude o abbandona, il bene comune dell’umanita’ intera; autentico educatore alla verita’ che libera, alla giustizia e alla misericordia, al bene che fonda ed invera l’umanita’ dell’umanita’.
L’associazione “Respirare” di Viterbo

MASSIMO LIOFREDI SU SCOMPARSA PIPPO BAUDO: “E’ MORTO IL PAPA’ DELLA TELEVISIONE ITALIANE”

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CON LUI ABBIAMO REALIZZATO IL RILANCIO DI DOMENICA IN”

“E’ morto il papà della televisione italiana. Con Pippo Baudo se ne va un pezzo importante dello spettacolo italiano e soprattutto per me un grande amico e maestro”. E’ quanto dichiara l’ex direttore Rai, Massimo Liofredi, che nel corso della sua carriera dirigenziale in Rai ha realizzato numerose produzioni con Pippo Baudo, tra cui il rilancio di Domenica In a partire dalla stagione 2005 / 2006.

“Pippo è stata una figura importante per tutta la televisione italiana”, prosegue Massimo Liofredi, “Anche dopo le nostre avventure professionali ci siamo tenuti sempre in contatto, fino a poche settimane fa. A lui mi legano tanti ricordi. Quello che però ricordo più volentieri è quando nel 2005 accettò il mio invito – allora ero capostruttura a Rai 1 – a partecipare al rilancio di Domenica In. Con la Rai senza più i diritti del calcio, passati in quel periodo a Mediaset, andai dall’allora direttore Fabrizio Del Noce, per spiegarli che l’unica persona in grado di tenere alti gli ascolti era Pippo Baudo. A Pippo non avevano proposto da un po’ progetti importanti. Era estate. Così partii con l’amico Marco Zavattini per la Sardegna per cercare di conquistarlo. E per fortuna Pippo si è lasciato conquistare! Prese lo spazio dalle 18 alle 20 e fu un grande successo. Il mondo dello spettacolo gli è riconoscente per quello che ha fatto. Resta la perplessità che in questi ultimi anni nessuna istituzione abbia pensato a lui per un’onorificenza di grande prestigio, come Senatore a vita o presidente della Rai”.

La libertà di amare (parte 3 di 3)

La legge, in assenza di misericordia, è davvero giusta?

Il cielo, che fino a quel momento aveva protetto Hangzhou con veli di primavera, si fece improvvisamente cupo. Le nuvole si addensarono come eserciti antichi. L’aria odorava di scontro imminente. Fahai, forte del mandato celeste, si eresse sul Monte Jinshan con la severità di chi crede di difendere l’equilibrio del mondo. Aveva invocato la legge. Aveva chiamato le forze sacre. Ora aspettava Bai Suzhen, non come donna fragile, ma come spirito ritenuto ribelle.

Lei arrivò con passo deciso, ma nel suo sguardo non vi era sfida, bensì ferita. Non portava più la luce dei suoi poteri immortali. Aveva sacrificato ogni dono per amore e il corpo che la sorreggeva era fragile, come quello di ogni madre che lotta per un figlio che ancora non ha voce. In lei, la vita che cresceva silenziosa nel ventre era la sola magia rimasta: una promessa non di distruzione, ma di un futuro diverso.

Fahai la guardò senza riconoscerla. La vedeva come minaccia, come errore da correggere. “Hai violato le leggi del cielo” disse “Hai contaminato il mondo degli uomini”. Bai non rispose con fulmini, non aveva più tempeste da evocare. Rispose con parole e lacrime: “Ho solo amato. Se questo è un crimine, allora lasciatemi morire”.

La terra tremò e le acque del lago si sollevarono come draghi risvegliati. Il conflitto prese forma: Fahai con i mantra che scuotevano i cieli, Bai con il silenzio che toccava le anime. Lei non lanciava incantesimi, offriva la verità.

Nel cuore della tempesta, partì il primo colpo di Fahai verso Bai Suzhen che lo affrontava con la sola forza dell’amore, ma un’ombra verde sfrecciò tra vento e mantra. Xiao Qing, attirata dal richiamo della sofferenza, aveva percepito nel cuore della montagna il grido della sorella e rispose non come guerriera, ma come custode dell’antico legame che nemmeno i fulmini potevano spezzare. “Non posso permettere che chi ha rinunciato a tutto venga sepolta dal nulla!” urlò scuotendo la montagna ed evocando antiche arti; intrecciando nebbia e luce per proteggere Bai dai mantra celesti. Ogni colpo scagliato da Fahai era deviato da correnti invisibili, da illusioni che sembravano vento, ma erano memoria.

Allora Fahai dirottò la sua furia contro Xiao Qing. Lo spirito del serpente verde cadde ferito, tremante, spazzato via. Ora ogni colpo del monaco avrebbe colpito senza fallo Suzhen, ma si rese conto che comunque qualsiasi colpo non avrebbe incontrato alcuna resistenza. Nella lotta con Xiao Qing, Bai non era fuggita, non aveva preso vantaggio, non aveva lanciato colpi. Era rimasta immobile, in piedi. Il suo debole corpo di donna forse vacillava, ma il cuore rimaneva saldo, reggeva. Si rese conto che in lei non viveva più il potere, ma il senso, che amava non per possesso, ma per scelta. Non combatteva perché non voleva vincere, ma solo essere ascoltata.

In quella lotta impari anche la natura si confuse. Il fulmine esitò, la pioggia si trattenne e il monaco si chiese se davvero la giustizia fosse solo legge divina o fosse anche compassione. Ora, sul Monte Jinshan, non si stava giocando solo il destino di due esseri: si stava ridefinendo il confine tra ciò che è giusto e ciò che è vero, tra ciò che è legge e ciò che è amore.

Il monte Jinshan era avvolto da una tempesta che pareva mossa dai battiti di un cuore spezzato. Fulmini laceravano il cielo, ma non cadevano sulla terra: sembravano esitanti, come occhi celesti che non sapevano più se punire o piangere.

Fahai, ritto tra il fragore degli elementi, evocava i mantra con la voce ferma, ma dentro di sé qualcosa si incrinava. Davanti a lui, Bai Suzhen non era più la creatura da temere. Era una donna, una madre, un essere che non implorava salvezza, ma giustizia. Nel suo sguardo non c’era odio, ma dolore. Lui, che per tutta la vita aveva visto la legge come verità assoluta, iniziò a chiedersi se davvero ogni ordine fosse giusto e andasse eseguito, se davvero il suo combattere gli spiriti fosse difendere l’equilibrio o, forse, infliggere sofferenze non necessarie.

La battaglia si placò nel cuore stesso del vento. Fahai, testimone della rinuncia di Bai ai suoi poteri, della sua volontà di proteggere la vita che portava in grembo, esitò. Si chiese, per la prima volta, se la legge potesse piegarsi alla compassione, se l’amore non fosse una forza sacra anch’essa, più antica di ogni divieto celeste.

Non la uccise. Non avrebbe potuto. Non era più davanti a un demone, ma a una verità che sfidava la sua fede.

Concesse a Bai di portare alla luce il figlio, quel bambino che incarnava la riconciliazione possibile tra due mondi, la speranza che anche il cielo potesse cambiare.

Ma non poteva perdonare del tutto. Le regole, anche se incerte, dovevano essere rispettate. Così, con il cuore zittito dalla ragione, imprigionò Bai Suzhen sotto la Pagoda di Lei Feng. In eterno sepolta nella pietra, condannata alla solitudine, separata per sempre dall’amore che aveva sfidato gli dei.

La pagoda divenne simbolo: non solo di punizione, ma di un dubbio eterno e Fahai, ogni volta che chiudeva gli occhi, continuava a rivedere quel volto, e a chiedersi se la legge, in assenza di misericordia, possa davvero essere giusta.

 

Fra le mani una culla

Xu Xian, salvato dal sacrificio di Bai Suzhen, aveva vagato come un’anima smarrita. La memoria della sua amata, fragile, immensa, splendente, lo inseguiva. Aveva lasciato dietro di sé la donna che aveva donato tutto per lui, persino la propria essenza. Ma l’amore, se vero, non conosce abbandono eterno. Come acqua che trova sempre una via, tornò a scorrere dentro il suo cuore spezzato. Xu tornò, corse senza sosta, guidato dal rimorso e dal desiderio di essere perdonato e riabbracciare la donna che amava.

Ma alla sua porta non vi era Bai. Solo il silenzio, e il monaco Fahai, che attendeva immobile come pietra. Fra le sue mani, non una condanna per avere sposato uno spirito, ma una culla. Dentro, il figlio nato da quell’unione impossibile: un neonato il cui vagito sembrava già simile a un canto antico scolpito nel cielo. Il monaco, pur saldo nella sua fede, non aveva potuto negare il miracolo della vita. Con sguardo indecifrabile, porse il bambino a Xu Xian e si congedò, lasciando dietro di sé più dietro di sé più interrogativi che condanne.

 

La pagoda finì di sgretolarsi come neve toccata dal sole

Xu, ora padre, trovò nella memoria dell’amore la forza per crescere il figlio. Gli raccontò ogni cosa: di Bai, del lago, della farmacia, dei salici e dei sogni, delle battaglie celesti e dei silenzi mortali.

Il bambino crebbe tra le ombre di un passato e la luce di una speranza che non aveva smesso di brillare. Portava in sé il sangue degli uomini e la grazia degli spiriti e, in quel equilibrio fragile, vi era il potere di cambiare ciò che sembrava eterno.

Anni erano passati da quando Bai Suzhen era stata rinchiusa sotto la Pagoda di Lei Feng. Il figlio, ormai cresciuto, portava nel cuore il mistero della sua origine come un segreto inciso nelle ossa. Non ricordava il volto di sua madre, ma sentiva di conoscerla, come si conosce il vento che guida le foglie. Fu in una sera stellata, nel bosco vicino al lago, incontrò Xiao Qing. Il serpente verde si era ritirato nel mondo silenzioso degli spiriti, lì dove il tempo si curva e l’attesa diventa veglia. Aveva una missione: aspettare il figlio di Bai. Custodire la speranza fino al giorno in cui la pietà filiale avrebbe sfiorato la pietra della pagoda. Non apparve tra fulmini o sortilegi, come serpente, ma come donna vestita di verde, gli occhi profondi come radici. “Ti aspettavo,” disse rivolgendosi al giovane. “sei tu il respiro che può spezzare il silenzio.”

Il giovane la guardò, incerto. “Chi sei?” chiese. “Sono la sorella dell’anima di tua madre” gli rispose “Un tempo siamo scese insieme dalle montagne. Ma tu sei la sua montagna ora. La sua speranza” e lo condusse alla pagoda. Gli ricordò ciò che gli aveva raccontato il padre, l’amore che aveva scelto la verità sopra ogni legge, il sacrificio e infine gli porse un piccolo sigillo, scolpito nella giada.

“La pietà filiale è la forza più antica che esista” affermò “non devi combattere. Devi solo ricordare.”

Il figlio si inginocchiò. I suoi palmi toccarono la terra dove Bai riposava. Sussurrò una preghiera, non alle divinità, ma alla madre che non aveva mai conosciuto e che, ora, stava chiamando con tutta la sua anima.

Le pietre, che da secoli tacevano, iniziarono a rispondere, la pagoda tremò, crollò aprendosi come fiore al mattino e Bai riemerse. Splendente per l’amore che aveva superato ogni confine. Xiao Qing aveva compiuto il suo ruolo, ma prima aveva condotto con sé Xu Xian che attendeva Bai Suzhen ancora con la stessa ferita nel cuore, ma con immutato amore, ormai capace di accoglierla senza paura. I due si riabbracciarono sotto le stelle in un silenzio profondo, dove anche gli dei, per un istante, parvero trattenere il fiato. Il loro amore aveva vinto. Aveva attraversato la morte, gli incanti, il dogma, il tempo stesso. Non era l’amore perfetto, ma quello vero: fatto di ferite, di scelte impossibili, di rinunce luminose. Un amore che non ha forma, ma forza, quella di sopravvivere a tutto.

Il lago tornò a scintillare sotto la luna, e la pagoda, custode del dolore, finì di sgretolarsi, come neve sotto il primo raggio dell’aurora.

 

Non l’amore perfetto, ma quello vero

Così, tra montagne che sussurrano e laghi che ricordano, la storia di Bai Suzhen si tramandò di generazione in generazione, narrata sotto il cielo stellato ai bambini che chiedevano: “Può l’amore vincere tutto?” La risposta, sussurrata come un petalo al vento, rimarrà sempre la stessa: “L’amore non si misura con ciò che siamo, ma con ciò che scegliamo di donare. Non c’è legge che sia più forte del cuore, né destino che non possa essere riscritto.  L’amore che nasce dalla sincerità, dal sacrificio e dal coraggio di essere se stessi è la forza più potente dell’universo. Chi ama con verità, spezza le catene del tempo e cambia persino il cuore degli dèi.

Ad Hangzhou si dice che, alle prime luci dell’alba, tra i vapori che salgono dal Lago dell’Ovest, si possa scorgere una figura bianca, accanto a un salice, con nei pressi un serpente verde, e si possa ascoltare un canto sottile, una promessa sussurrata dal vento: “L’amore vero non finisce, si trasforma in bellezza invisibile”. Forse è Bai, forse è solo nebbia. Nessuno lo sa. Ma chi la vede dice di sentire una pace profonda. Chi ascolta trova ciò che cerca: amore, verità, ribellione, consolazione. Perché a volte le leggende non ci dicono cosa pensare, ci insegnano solo ad ascoltare.

 

L’amore vero non chiede perfezione, ma presenza

Il tempo ha fiumi che scorrono dove la memoria non arriva, ma alcune storie sanno galleggiare su quelle acque come petali senza peso. La leggenda di Bai Suzhen, il serpente bianco, è una di quelle: non si dimentica, non si scolora, non si piega.

In un mondo diviso tra l’umano e il divino, tra legge e sentimento, tra verità e destino. L’amore ha osato infrangere le barriere del cielo per farsi carne, silenzio, sacrificio. Bai Suzhen non ha vinto con la forza, ma con l’amore che rinuncia, che aspetta, che comprende. Xu Xian, da umano, non ha capito subito, colpito dal silenzio sulla vera essenza di Bai, ma ha saputo imparare e insegnare al figlio l’amore per la madre, facendolo divenire il custode del ponte tra ciò che è stato e ciò che può ancora essere.

La leggenda ci sussurra che l’amore vero non chiede perfezione, ma presenza. Non cerca l’assenza di segreti, ma il coraggio di affrontarli insieme. Non teme la forma dell’altro, ma ne abbraccia l’essenza. Ci insegna anche che le regole devono servire a guidare, non a imprigionare. Che la compassione può essere più saggia della legge. Che ogni essere, umano o spirito, ha il diritto di cercare il significato dell’esistenza nell’amore.

 

La Pagoda di Lei Feng

La Pagoda di Lei Feng, ricostruita all’inizio nuovo millennio sulle rovine della precedente struttura a Hangzhou, sulle rive del romantico lago dell’Ovest, oggi è una meta turistica, ma anche spirituale, dove la leggenda continua a vivere tra le offerte e le preghiere dei visitatori. Non un mito di magia, ma di verità che si riflette in ogni onda del Lago dell’Ovest.

Quando la Luna è piena e l’aria si fa sottile, si dice che gli sguardi si incontrino ancora, perché l’amore che sfida il tempo non svanisce: si trasforma in leggenda.

 

Riccardo Agresti

 

Se volete leggere dall’inizio

PD: Un gemellaggio tra Cerveteri e Gaza, presto proposta in Consiglio comunale

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Il Circolo PD di Cerveteri aderisce alla campagna lanciata dai Giovani democratici di Civitavecchia

Cerveteri, 16 ago. – “Un Gemellaggio tra Cerveteri e Gaza: un gesto non solo simbolico, ma di vera vicinanza ad una popolazione privata di ogni diritto e colpita con disumanità, con fame e privazioni di beni di prima necessità, ben oltre la violenza della guerra. Per questo aderiamo alla proposta lanciata dai Giovani Democratici di Civitavecchia: un Gemellaggio tra le città e Gaza City”. Lo rende noto una nota del Circolo PD di Cerveteri ‘Davide Sassoli’. Una proposta a cui, in poche ore, hanno già aderito i circoli dei Giovani Democratici di Tivoli e di Palestrina, e i circoli Pd di Tivoli, Campagnano, Tolfa, Ladispoli, e, ora, Cerveteri.  

La proposta lanciata dai GD di Civitavecchia ‘Un Gemellaggio per Gaza’ vuole promuovere, in ogni territorio del Paese, un impegno concreto di solidarietà e vicinanza al popolo palestinese, a partire da un gesto al tempo stesso simbolico, concreto e politico: il gemellaggio tra città. “Ringraziamo i Giovani Democratici di Civitavecchia per questa iniziativa che, ancora una volta, intende ribadire la nostra solidarietà con la popolazione di Gaza” spiegano i dem di Cerveteri annunciando che “la proposta di gemellaggio sarà presto presentata in Consiglio Comunale, e andrà ad unirsi, rafforzandone il messaggio di pace, all’altra iniziativa presto in discussione: la mozione sul riconoscimento dello Stato di Palestina”.

Appello al Ministro Valditara: portare nelle scuole italiane la lettura dei nomi dei bambini vittime di guerra, promossa dal Cardinale Zuppi

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda gratitudine per l’iniziativa promossa dal Cardinale Matteo Zuppi a Monte Sole di Marzabotto, dove, tra i ruderi della chiesa di Casaglia, luogo di una delle più atroci stragi nazifasciste, sono stati letti i nomi e le età di oltre dodicimila bambini palestinesi e israeliani uccisi in Terra Santa tra il 7 ottobre 2023 e il 15 luglio 2024.

Non un elenco sterile, ma un atto di compassione radicale: il Cardinale Zuppi ha aperto la maratona pronunciando il primo nome, inaugurando una catena di voci che ha trasformato ogni sillaba in un richiamo alla coscienza. Con parole semplici e definitive, ha ricordato che “le lacrime dei bambini sono quello che c’è di più insopportabile” e che questo deve renderci insopportabile la violenza.

Come docenti e come cittadini, riconosciamo che questo gesto è un esempio di pedagogia civile: educare attraverso la memoria, trasformare il dolore in impegno, dare dignità a chi la violenza ha voluto cancellare.

La proposta di portare questo rito nelle scuole italiane ha un valore educativo profondo: insegna a guardare oltre i confini geografici e culturali, riconoscendo in ogni bambino la stessa dignità e lo stesso diritto alla vita. Rafforza nei giovani la capacità di empatia e la consapevolezza che la pace si costruisce con gesti concreti, non con parole astratte. Sul piano comunicativo, l’impatto della lettura dei nomi è immediato e universale: ogni voce che pronuncia un nome diventa portatrice di memoria e di impegno. Si tratta di un linguaggio che supera barriere linguistiche e ideologiche, tocca le coscienze e si radica nei cuori. Portare questa esperienza nelle aule significa creare un ponte tra passato e presente, tra la storia e il vissuto degli studenti, e far comprendere che il silenzio di fronte all’ingiustizia è già una forma di complicità.

Per questo, rivolgiamo un appello al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, affinché faccia propria questa proposta e la promuova in tutte le scuole italiane: che il primo giorno di ogni anno scolastico diventi un momento solenne dedicato alla lettura simbolica dei nomi di bambini vittime di guerre, conflitti e stragi, in ogni epoca e latitudine. Un rito laico e universale, capace di insegnare che dietro ogni numero c’è una vita e che la conoscenza, senza empatia, rischia di diventare sterile.

prof. Romano Pesavento

presidente CNDDU

Festa di S. Maria Assunta in Cielo, 15 agosto Trevignano Romano

Come da tradizione consolidata, si è svolta ieri, 15 agosto, in onore di Santa Maria Assunta in Cielo, a Trevignano Romano, la settantesima edizione della tradizionale processione mariana sul lago. Occasione unica per creare una grande suggestione nella bellezza del lago di notte, godendo dello spettacolo di luci e colori offerto dallo spettacolo pirotecnico.

Moltissime persone erano presenti lungo le sponde del lago, per vivere momenti di grande suggestione, facendosi coinvolgere per ricordare,tra celebrazione e festa, l’assunzione della madre di Gesù nel Regno dei Cieli.

Un plauso va sicuramente a Don Piero, che esprime e riesce a trasferire i valori di fede e di aggregazione in tutta la Comunità Trevignanese e non solo, così come all’Amministrazione Comunale, con il Sindaco Claudia Maciucchi, il Vice Sindaco Luca Galloni e tutte le Associazioni che hanno tanto merito per il lavoro svolto e che mettono a disposizione passione e volontà per la riuscita di tale manifestazione.

La solennità della assunzione in cielo di Maria vergine, nella chiesa universale, acquista un forte valore simbolico e profetico. Nell’omelia di ieri sera il Vescovo Marco Salvi ha sottolineato questa dimensione. Maria è accolta nella gloria del paradiso in anima e corpo, per valorizzare la sacralità della persona nella sua interezza. Spesso anche i cristiani vivono questa dicotomia fra la parte nobile della nostra persona, l’anima, e la fragilità dell’altra parte è ritenuta meno nobili, il corpo, che spesso facciamo fatica ad accettare, a motivo delle sue imperfezioni e delle sue fragilità
Maria è Assunta alla gloria del paradiso, anticipando il nostro destino futuro: godere con Maria e Santi, e la gloria del paradiso.

Anche l’aspetto liturgico è stato curato con grande attenzione: dalla processione accompagnata dalla Banda Musicale, alla messa solenne, animata dal Coro polifonico inter parrocchiale di Trevignano e Bracciano. La compostezza dei fedeli e la partecipazione devota dei presenti, hanno fatto il resto. Anche se si percepiva qualche lontano riverbero rumoroso, un forte clima di raccoglimento, accompagnato la celebrazione della Santa messa, presieduta dal Vescovo Salvi e celebrata dal parroco don Piero, dai suoi collaboratori Don Gianpiero e Don Oscar, e Don Luigi parroco di Anguillara. Grandi Cura, anche nell’allestimento della “chiatta”, appositamente restaurata per accogliere l’effetto della visione Maria, condotta traino sul lago accompagnata da un folto numero di barche illuminate e dalla motonave Sabazia, messa ha disposizione del Consorzio Bracciano Martignano. Un forte ringraziamento va dato a tutte le Forze dell’Ordine presenti che hanno garantito la sicurezza e l’ordine.

Non poteva mancare lo spettacolo pirotecnico, con la magia di luci che hanno illuminato le acque del lago, rendendo indimenticabile la serata.

Occorre sottolineare il calore e la partecipazione ad una delle manifestazioni più sentite del territorio di Trevignano Romano, legata alla solennità dell’Assunzione di Maria. La processione mariana sul lago, con le barche illuminate e lo spettacolo pirotecnico, rappresenta non solo un momento di fede, ma anche un’occasione di aggregazione sociale e valorizzazione del patrimonio culturale e naturale del luogo.

Queste tradizioni, radicate nel tempo, svolgono un ruolo fondamentale nel rafforzare l’identità collettiva e nel tramandare valori spirituali e civili. In un’epoca in cui la coesione sociale è spesso messa alla prova, eventi come questo diventano strumenti preziosi per rinsaldare il senso di comunità e promuovere il dialogo intergenerazionale.

Inoltre, la partecipazione attiva delle istituzioni locali e delle associazioni culturali dimostra quanto sia importante il lavoro sinergico tra cittadini e amministratori per la riuscita di iniziative che uniscono bellezza, spiritualità e impegno civico.

Un sentito ringraziamento da parte dell’Associazione Culturale L’Agone Nuovo, presente alla manifestazione, che si augura che tali iniziative possano essere da traino per migliorare e stimolare tutti verso traguardi più alti di crescita, pace e serenità.

“Le tradizioni non sono il culto delle ceneri, ma la custodia del fuoco.”(Gustav Mahler).

Giovanni Furgiuele

 

I giovanissimi Molto Quintet, jazz al TMF di Canale Monterano

 

Ieri sera presso il Teatro Maurizio Fiorani di Canale Monterano si è svolto un particolare concerto Jazz, particolare perché suonato da una formazione di giovanissimi musicisti, tra i 18 e i 19 anni. Il gruppo ha il simpatico nome di Molto Quintet ed è stato molto apprezzato dal numerosissimo pubblico, presente all’esterno del teatro, molto numeroso nonostante qualche metro più lontano, sulla via principale del paese,  fosse in pieno svolgimento ”La notte in Bianco”, organizzata dal Comitato 1995, dalla Pro Loco e dal comune di Canale Monterano.

Dario Tocchet al piano, Nicolò Dilettuso alla chitarra, Francesco Topo Tonetti al sax, Folco Fioravanti al basso e voce e Federico Simone alla batteria, ci hanno deliziato con ritmi bepop, funk e jazz per più di un’ora e mezza, sempre perfettamente sincronizzati. Hanno mostrato una tecnica, accompagnata da una freschezza e da una visibile felicità nel suonare, che ha spazzato via, in pochi minuti, ogni piccolo dubbio sulla capacità di un gruppo di giovanissimi di suonare ritmi che difficilmente appartengono al bagaglio musicale di che sceglie, alla loro età, di presentare musica dal vivo. Il tempo è decisamente dalla loro parte e sentiremo ancora parlare di loro.

Al termine del concerto i giovani musicisti si sono uniti al lungo tavolo, dove  hanno potuto continuare a parlare di musica, rispondendo alle domande del pubblico rimasto a mangiare delle ottime penne all’arrabbiata, accompagnate da un corposo vino rosso. Un applauso ai tecnici e agli organizzatori.

Lorenzo Avincola redattore de L’agone

I Carosoni, lo swing al Chiostro degli Agostiniani di Bracciano

Prosegue il calendario degli appuntamenti  “I motivi dell’estate” del Comune di Bracciano:
🎶 𝐒𝐚𝐛𝐚𝐭𝐨 𝟏𝟔 – I Carosoni – Chiostro degli Agostiniani ore 21,00
🎸 𝐃𝐨𝐦𝐞𝐧𝐢𝐜𝐚 𝟏𝟕 – Gente Distratta in cerca di Pino Daniele– Chiostro degli Agostiniani ore 21,00
E ancora:
💃🏻 𝐕𝐞𝐧𝐞𝐫𝐝𝐢̀ 𝟐𝟐 – Festival Screen Dance – Piazza della Sentinella
🎊 𝐒𝐚𝐛𝐚𝐭𝐨 𝟐𝟑 𝐞 𝐃𝐨𝐦𝐞𝐧𝐢𝐜𝐚 𝟐𝟒 Festa del SS Salvatore – Piazza Mazzini
🎭 𝐕𝐞𝐧𝐞𝐫𝐝𝐢̀ 𝟐𝟗 – Ti Faro Ridere – Giardino Comunale
🎻 𝐒𝐚𝐛𝐚𝐭𝐨 𝟑𝟎 – Oltre le Parole – Chiostro degli Agostiniani
🎼 𝐃𝐨𝐦𝐞𝐧𝐢𝐜𝐚 𝟑𝟏 – Concerto e installazione sonora – Chiostro degli Agostiniani

Cover di Pino Daniele al Chiostro degli Agostiniani di Bracciano
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