Da tempo ormai non si assisteva più a proiezioni mattiniere al cinema, come invece una volta era tanto d’uso. Le cosiddette matinée per l’appunto, pensate per chi non poteva assistere ai più comuni spettacoli serali, come chi in quegli orari era costretto a lavorare, e i cui prezzi erano decisamente più abbordabili.
Questa moda, ormai quasi del tutto desueta, aveva già ricominciato a vivere nuovamente in alcuni cinema della Capitale, come il Cinema Troisi di Trastevere, ma da oggi, per chi vorrà non sarà necessario arrivare fino a Roma. Al Cinema Palma di Trevignano Romano, infatti, è ora possibile assistere alla proiezione in anteprima del nuovo film di Paolo Sorrentino: “La grazia”. La pellicola, distribuita da Piperfilm fino al primo di gennaio soltanto la mattina, uscirà definitivamente nelle sale italiane il 15 gennaio 2026.
Il film
Torna dunque nelle sale a solo un anno di distanza Paolo Sorrentino. Il regista del Vomero, dopo il deludente ed artificioso “Parthenope” dello scorso anno, mette in scena un film dai tratti decisamente più sulle righe e che riesce di più nel suo intento. Rispetto al film presentato nel 2024, dedicato alla sua terra ma con toni fin troppo ricercati, come se fosse un prodotto finalizzato soltanto alla seconda bramata statuetta d’oro, “La grazia” sembra non avere di queste pretese, il ché è un bene.
Gli ultimi sei mesi di mandato del Presidente della Repubblica, il cosiddetto “semestre bianco”, fanno da contorno alle vicissitudini pubbliche e private di un perfetto Toni Servillo. L’attore feticcio del regista campano, che già lo aveva accompagnato in successi come “Il divo”, “L’uomo in più”, o il più recente “È stata la mano di Dio”, riesce bene a rappresentare il travaglio interiore di un uomo che ormai ha ben poco a che fare con la vita.
Un uomo che sembra aver già chiuso anche con il mondo politico che dovrebbe rappresentare, e che, più che giocare un ruolo attivo, si limita a subire ciò che ritiene la maggior parte del pubblico approverebbe.
Interessante quindi seguire tutto il processo che ha portato il protagonista a rivedere e a decidere riguardo le sorti dei singoli e dei molti, grazie solamente ad una firma. Un processo nel quale un grande ruolo è giocato dalla figlia Dorotea, interpretata da Anna Ferzetti, che grazie alla passione, al contrario manchevole nel padre, riesce a far scattare una scintilla da troppo tempo sopita.
Contrasto costante quindi quello tra i due. Ma d’altronde il contrasto sembra essere un grande tema del film, vista anche la colonna sonora adottata per le scene interne al Quirinale, dove il Presidente fa risuonare note alle quali le mura del Colle non sembrano abituate, primo segno di un imminente cambiamento d’animo.
UNITI PER CAMBIARE è una coalizione che con responsabilità ed entusiasmo proporrà una serie di incontri pubblici dedicati ai temi reali del paese: questioni su cui la comunità chiede risposte da cinque anni e che finora sono rimaste senza ascolto.
Finora non abbiamo avuto riscontri, ma al contrario abbiamo letto un comunicato ben poco comunicativo, firmato da una presunta coalizione che sembra parlare più per timore che per reale convinzione. Un testo privo di contenuti, senza risultati concreti, senza alcun riferimento alle responsabilità o all’attività svolta dai singoli consiglieri e assessori. Parole vuote che somigliano agli ultimi segnali di una storia ormai arrivata al capolinea.
Dietro quelle righe si intravede il solito schema stanco e superato, un potere autoreferenziale, in cui le decisioni vengono prese sempre dalle stesse poche persone, chiuse in una stanza troppo piccola per rappresentare davvero un paese intero. È esattamente questo modo di governare che ha allontanato i cittadini e impoverito il confronto democratico.
Il nostro percorso, aperto, civico e partecipato, è invece appena iniziato.
E con la forza delle idee, la chiarezza delle proposte e la serenità di chi guarda avanti, auguriamo a tutte le cittadine e i cittadini un Natale autentico e un felice anno nuovo, che sia davvero l’inizio di un cambiamento e di un rinnovato senso di comunità. Uniti per cambiare.
Quest’anno il Natale di Canale Monterano sarà ancora più speciale: torna l’affascinante spettacolo del Presepe Vivente ambientato nell’antico borgo. In costume medievale, i canalesi torneranno ad animare l’Antica città nelle giornate del 26, 28 dicembre e 4 gennaio, dalle 15.00 alle 19.00, in uno spirito di accoglienza, serenità e sorpresa. Un ambiente medievale fedelmente riprodotto, oltre a stand esperienziali e degustazioni di prodotti locali, accoglieranno cittadini e turisti in un’atmosfera resa ancora più magica dalla nuova illuminazione artistica del borgo. A disposizione, inoltre, aree di sosta attrezzate e servizi navetta su cui è possibile ottenere maggiori informazioni attraverso i canali online del Comune e del Comitato Presepe Vivente Canale Monterano.
Vivere l’antico borgo sarà così una nuova scoperta, anche grazie alla capacità amministrativa di migliorare l’accesso alla Antica Città attraverso il rifacimento della viabilità e al coinvolgimento dei volontari riuniti in un Comitato cittadino, ma non solo.
Il progetto di valorizzazione di Antica Monterano e di tutto il territorio comunale parte, infatti, nel 2018 e trova oggi la sua completa realizzazione. È proprio con la volontà di dare evidenza alla ricchezza ed eterogeneità del territorio di Monterano che è nato “Alla scoperta di Monterano nascosta”, raccontato oggi attraverso il nuovo portale anticamonterano.it. Un sito di promozione turistica che vuole essere una porta d’accesso virtuale a un territorio ricco di attrattori e vivace nell’accoglienza, tra cultura, percorsi naturalistico-escursionistici, esperienze, servizi ricettivi, le bontà gastronomiche locali. E ulteriori progetti, finanziati grazie all’Avviso Pubblico DTC – Ricerca e Sviluppo di Tecnologie per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale promosso dalla Regione Lazio, e realizzato dal Comune di Canale Monterano.
Nella mole di interventi finanziati dai fondi regionali, particolare interesse è stato rivolto all’illuminazione artistica del sito dell’Antica Monterano, al monitoraggio del sito con fini di sicurezza attraverso l’impiego di tecniche satellitari, allo sviluppo di access point digitali (tra cui il summenzionato portale turistico-informativo) e a un piano di sviluppo della riconoscibilità di Antica Monterano che passa dalle ricerche storiche ai progetti di marketing territoriali.
Il sindaco di Canale, Alessandro Bettarelli, ci condivide tutto il suo orgoglio di amministratore e di canalese: “Il Presepe Vivente in costume medioevale all’Antica Monterano è qualcosa di straordinario ed unico e l’Amministrazione comunale aveva il dovere di fare tutto il possibile per collaborare con questo nuovo Comitato, guidato dal sig. Pino Argento, che si è messo a disposizione per riproporlo a cittadini e turisti dopo alcuni anni di stop. Un grazie va anche alla Regione Lazio, che ha concesso un contributo di 5mila euro, al quale sono stati aggiunti fondi comunali. Le premesse sono ottime, visto che quest’anno potremo utilizzare strade (Via Casalini e Via Palombara) rifatte ex novo, l’illuminazione artistica dell’antico abitato inaugurata questa estate e, soprattutto, il grande lavoro fatto in questi mesi dal Comitato organizzatore, in sinergia con la Riserva Naturale, l’Università Agraria e tutte le Contrade, le associazioni e i volontari che si sono messi e si metteranno a disposizione per riportare il Presepe Vivente all’Antica Monterano.
Dovremmo essere davvero tutti molto orgogliosi di questi concittadini che hanno preso il testimone lasciato dalla Contrada Carraiola, ideatrice della manifestazione, per il loro senso di unione, condivisione, collaborazione e sacrificio. Quindi ringraziamoli e aspettiamo la prima data per immergerci nuovamente nell’atmosfera magica di questo evento. Solo chi l’ha provata può descriverla e ripeterla e solo chi non l’ha fatto potrà avere l’occasione di farlo per la prima volta.”
È un progetto nato e pensato per la Comunità, ma che racconta il bello dell’antico, anche a tutti coloro che provengono dal Lazio, Umbria, Toscana, Marche e, più in generale, a coloro che mentre viaggiano amano scoprire la natura con esperienze attive, le ricchezze dell’enogastronomia e la cultura popolare. Senza dimenticare che Canale Monterano è anche “Terra di Cinema”. Antica Monterano, infatti, disabitata da oltre due secoli, non smette mai di essere viva. Qui il tempo non si è fermato, ma, anzi, attori e registi, con quasi 100 capolavori e grandi classici, come Ben Hur, Brancaleone alle Crociate, o il Marchese dei Grillo, hanno reso Monterano una città mai sopita. Il tufo dell’antico borgo, con la Chiesa di San Bonaventura, l’acquedotto, il Palazzo Baronale, la fontana ottagonale e quella del leone scolpite da Gian Lorenzo Bernini, spiccano ancora oggi nel verde dei monti della Tolfa e dei monti Sabatini, a pochi passi dal Lago di Bracciano. Siamo immersi nella Riserva Naturale Monterano che, con un territorio di oltre 1000 ettari, è una delle zone protette più curiose e variegate del Lazio. Boschi di querce e forre tufacee fanno da cornice a sorgenti solfuree che rendono unica questa zona, con emissioni di vapore, acque sulfuree e terreno caldo. E camminando, a piedi, a cavallo o in bici, tra i sentieri della Riserva è possibile apprezzare queste unicità geologiche, le zone umide e una flora e una fauna molto vive. E dopo un giro nell’antico borgo o tra i sentieri della Riserva, una sosta presso le trattorie o gli agriturismi di Canale Monterano è d’obbligo. Siamo nella Città del Pane, con una produzione che può vantare oltre 500 anni di esperienza. Il pane sciapo fa degustare ancora meglio la carne, i salumi e i formaggi locali. A Natale, e in tutte le altre stagioni dell’anno, Antica Monterano e la sua Comunità sono pronte per accogliere piacevoli giornate a contatto con l’autenticità di questo territorio.
In oltre venticinque anni di lavoro nella consulenza finanziaria, mi è capitato spesso di incontrare persone attente ai propri risparmi, ma inconsapevoli di uno dei vantaggi più concreti che la normativa italiana mette a disposizione: il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) e per gli imprenditori, il Trattamento di Fine Mandato (TFM).
Sono sigle che tutti abbiamo sentito almeno una volta, ma che raramente vengono comprese fino in fondo. Eppure, possono fare una grande differenza sia per chi lavora come dipendente, sia per chi guida un’azienda.
Il TFR, ad esempio, è quella parte di stipendio che ogni mese viene accantonata e rivalutata nel tempo. In molti lo considerano una sorta di “liquidazione”, un importo che si incasserà un giorno, a fine carriera. In realtà, è molto di più: è un capitale che cresce in silenzio, e che può diventare una vera risorsa se gestito nel modo giusto.
Destinarlo a un fondo pensione, ad esempio, consente non solo di ridurre le tasse, ma anche di farlo rendere meglio nel lungo periodo. Tutto questo senza alcuno sforzo aggiuntivo, semplicemente scegliendo con consapevolezza dove far lavorare i propri soldi.
Anche le imprese possono trarre vantaggio da una buona gestione del TFR. Quando il TFR dei dipendenti viene trasferito a un fondo pensione, l’azienda ottiene deduzioni fiscali, minori oneri contributivi e una gestione più leggera del bilancio.
In pratica, si tratta di un beneficio reciproco: meno peso per l’impresa, più valore per i dipendenti.
Lo stesso principio vale per il TFM, lo strumento pensato per chi guida l’azienda. È una riserva che si costruisce nel tempo, con vantaggi fiscali immediati, e che rappresenta una forma intelligente di pianificazione del futuro personale professionale.
Nel corso della mia carriera, ho visto tante persone scoprire margini di risparmio importanti grazie a una semplice consulenza. A volte basta poco un confronto, qualche dato in più per rendersi conto di quanto si possa ottenere da strumenti che già possediamo.
Eppure, pochissimi li utilizzano davvero.
Ecco perché credo sia importante parlarne. Capire se il proprio TFR o TFM sta lavorando nel modo giusto è un passo semplice, ma può fare una differenza reale nel tempo.
Per questa ragione ho deciso di fornire, a titolo gratuito, una guida che possa chiarire alcuni aspetti fondamentali di questi strumenti: sarà sufficiente inquadrare il QR code o visitare il link indicato.
Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità divulgative e non sostituiscono la consulenza personalizzata. Ogni decisione finanziaria va valutata in base alla propria situazione specifica.
Ha fatto molto discutere nelle ultime settimane lo scandalo che ha coinvolto la società di consulenza finanziaria Deloitte, colpevole di aver prodotto per il governo australiano un rapporto contenente citazioni e riferimenti bibliografici inventati, generati da un modello di intelligenza artificiale.
Ad accorgersi dei riferimenti e delle fonti inesistenti è stato Chris Rudge, ricercatore dell’università di Sydney, che ha successivamente deciso di segnalare l’accaduto. Il documento, dal valore di circa 290.000 dollari americani, conteneva riferimenti a libri inventati e la falsa citazione di un giudice federale.
Nonostante l’assunzione di colpa da parte dell’azienda e la conferma di aver utilizzato una piattaforma che adotta modelli linguistici generativi, la vicenda ha sollevato forti polemiche. In particolare, si è espressa riguardo all’accaduto la senatrice australiana Barbara Pocock, dichiarando l’utilizzo dell’intelligenza artificiale “scorretto e inappropriato” e sostenendo che Deloitte avrebbe dovuto rimborsare l’intero importo del contratto.
Tale evento ci costringe a riflettere per l’ennesima volta sull’utilizzo che viene fatto dell’intelligenza artificiale, indipendentemente dalla grandezza degli ecosistemi all’interno dei quali viene utilizzata: che sia per una semplice ricerca personale o al fine di calcolare la traiettoria della prossima astronave che lanceremo su Marte. Bisogna abbattere la barriera della superficialità che la società – e noi in quanto membri di essa – stiamo costruendo. Prima che si arrivi a un irreversibile isolamento della personalità, va mantenuto all’avanguardia il ponte tra realtà e finzione, quello stesso ponte che un utilizzo improprio della tecnologia rischia di danneggiare.
Sembra assurdo, ma il dilemma che riguarda l’intelligenza artificiale si riduce a una domanda molto semplice: vogliamo farne un uso etico o un abuso economico?
Il candidato della destra Francesco Rocca, in campagna elettorale annunciava in pompa magna che avrebbe risolto il problema delle liste d’attesa entro 12 mesi, azzerandole. Diventato poi presidente, di mesi ne sono passati quasi 36 e le liste d’attesa non solo non sono state azzerate come prometteva, sono addirittura peggiorate. E più che del “governo delle prestazioni”, come sempre dichiarava in campagna elettorale, la destra che rappresenta e lo sostiene sembra essersi appropriata solo delle poltrone.
In un’inchiesta fatta da Report e da un lavoro giornalistico portato avanti dal Fatto Quotidiano, è fuoriuscito che i dati vengono manipolati e perfino nascosti per evitare di indebolire politicamente Rocca e la maggioranza che lo sostiene. Come riportato, se un paziente, magari anziano, accetta un appuntamento ad esempio in un altro capoluogo regionale, la prestazione viene registrata come erogata nei tempi previsti. Se il paziente rifiuta perché impossibilitato per motivi vari e accetta un altro appuntamento mesi più tardi quell’attesa non viene conteggiata. Così quel sistema che Rocca rivendica essere “al 96% puntuale” copre solo il 12% effettivo dei casi, con il restante 88% che sparisce dalle statistiche.
Il ministero non ha divulgato questi dati dopo che il direttore della sanità del Lazio Andrea Urbani, braccio destro sanitario di Rocca, si è opposto alla pubblicazione. E dei dati reali sono scomparse le tracce.
Lo conferma anche un servizio di Report, andato in onda lo scorso 24 novembre, con tanto di intervista a Rocca, in cui la verità dei numeri è stata sviscerata proprio davanti a lui. Eppure il presidente nelle ultime settimane non ha fatto altro che autoelogiarsi, intestandosi straordinari risultati che nessuno ha visto e dandosi voti alti sulla gestione sanitaria regionale. I fatti lo smentiscono, basta chiedere ai cittadini. Inoltre, in quella stessa occasione, il presidente ha scelto di prendersela con i cittadini, dicendo che i cittadini chiedono di essere ricevuti nel comune o nella asl di appartenenza, o in una specifica struttura, per poi rifiutare in caso di mancanza di posto. Tuttavia chi rinuncia ad una prestazione non lo fa per “capriccio” e anche solo accennarlo è vergognoso. Chi rinuncia lo fa perché gli appuntamenti arrivano dopo mesi, a centinaia di chilometri di distanza tra l’altro. Attaccare i cittadini invece di prendersi le proprie responsabilità è semplicemente scandaloso. E la situazione delle liste d’attesa è ormai divenuta insostenibile per migliaia di cittadini.
La sanità pubblica non può essere ostaggio di opacità o di scelte politiche che penalizzano chi ha bisogno di cure. Per questo abbiamo manifestato il nostro dissenso davanti al Ministero della Salute. Questa Regione non può procedere a colpi di propaganda. È necessario pubblicare subito i dati disaggregati Agenas che il Ministero, a quanto si legge, richiede da mesi e che permetterebbero di vedere la realtà territorio per territorio. I cittadini hanno diritto di sapere quanto devono aspettare davvero, non quanto fa comodo raccontare nella narrazione social della Giunta. Rocca smetta di descrivere un Lazio immaginario e inizi a lavorare per ridurre concretamente le liste d’attesa, potenziare la sanità territoriale e assumere il personale che manca. La salute non è un’operazione di marketing: è la vita quotidiana delle persone. Servono trasparenza, chiarezza e rispetto per chi ogni giorno combatte con attese interminabili e difficoltà sempre maggiori nell’accedere alle cure.
Noi saremo sempre dalla parte della sanità pubblica, in difesa di un diritto fondamentale dei cittadini. La campagna elettorale è finita e ora bisognerebbe governare. Anche se dalle parti della destra questo concetto, dopo tre anni, non sembra essere ancora chiaro.
Nella magnifica cornice delle Antiche Scuderie Odescalchi di Bracciano, gentilmente messe a disposizione per l’occasione da Margherita e Federico Odescalchi, si è svolta una giornata di studio sul tema della longevità promossa dal Lions Club di Bracciano Anguillara Sabazia Monti Sabatini nell’ambito delle attività svolte a vantaggio del territorio.
La dott.ssa Linda Laura Sabbadini, pioniera europea per gli studi statistici di genere, ha presentato un quadro dell’attuale situazione della popolazione riferito all’invecchiamento e alle potenzialità offerte dalle persone anziane con dati forniti dalle fonti ISTAT.
La c.d. “silver economy” e la connessa crescente domanda per beni e servizi in settori quali quelli assistenziali, residenziali, culturali, ricreativi e di formazione continua, riguarda ormai una fascia sempre più numerosa dei cittadini.
La diminuzione dei giovani in Italia comincia nella seconda metà degli anni Novanta con un calo costante. A esso si contrappone un incremento speculare delle persone di 65 anni e più. L’attuale popolazione con almeno 65 anni presenta capacità nemmeno ipotizzabili in passato, per stili di vita e relazioni sociali, capacità lavorative e migliori condizioni di salute.
L’invecchiamento attivo rappresenta una fase della vita che si è progressivamente estesa, in cui le persone, continuano a partecipare ai vari ambiti della vita sociale, economica, politica e culturale.
Da qui nasce il potenziale contributo al benessere del Paese del crescente numero di persone anziane, una fascia di popolazione portatrice di un’importante esperienza che possiede tempo ed energie da mettere a disposizione nelle più varie forme. Ne scaturisce l’importanza di politiche sociali che possano mettere a frutto questa grande risorsa.
Nella giornata è stato anche presentato il progetto “Comunità alloggio Don Piccolo” per persone con disabilità promosso dalla Parrocchia di S. Maria Assunta di Trevignano Romano e dalla Diocesi di Civita Castellana. La struttura residenziale organizzata sul modello familiare è destinata ad accogliere person disabili, per i quali la permanenza nel nucleo familiare sia durevolmente o temporaneamente impossibile o contrastante con il piano personalizzato. Nell’ambito del piano predisposto per ogni ospite, vengono favorite l’inclusione sociale e la fruizione di tutti i servizi presenti nel territorio, sopperendo alle difficoltà che l’ospite incontrerebbe nel provvedervi con la sola propria iniziativa, oltre a garantire prestazioni di carattere socio-sanitario assimilabili alle forme di assistenza rese a domicilio.
“Idee per Roma”, le dieci priorità che Azione mette al centro per costruire una Capitale più sicura, moderna e vivibile, sono state presentate da Alessio D’Amato, consigliere regionale di Azione, al Teatro Rossini. Insieme ai consiglieri capitolini Flavia De Gregorio e Antonio De Santis, è stata illustrata un’agenda concreta, frutto di un lavoro continuo sul territorio e di un’opposizione responsabile ma determinata.
All’evento ha partecipato Carlo Calenda. Presente anche il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, che ha scelto di confrontarsi pubblicamente sulle proposte avanzate, riconoscendo il valore di un dialogo basato sul merito e apprezzando molte delle idee considerate coerenti con un percorso serio di miglioramento della città.
L’iniziativa diventerà un percorso itinerante nei territori per condividere le proposte e ascoltare cittadini, associazioni e comitati, perché le trasformazioni reali nascono dal confronto diretto.
1. Energia e rifiuti
La questione più urgente resta il ciclo dei rifiuti. Roma non può continuare a dipendere dalle discariche fuori regione né sostenere costi altissimi che gravano sulla Tari. Il sostegno al termovalorizzatore e agli impianti per l’organico è netto: strumenti indispensabili per adottare un modello europeo di gestione e ridurre finalmente la tariffa, oggi tra le più alte del Paese. Servono tempi certi, trasparenza e un cronoprogramma chiaro.
2. Sicurezza urbana
La sicurezza non può essere affrontata a ondate. Sia nel Lazio che a Roma Azione la considera una priorità, chiedendo da tempo l’introduzione del vigile di prossimità, una presenza stabile nei quartieri, nelle metro e nei parchi, affiancata da un piano organico di illuminazione. Per cambiare rotta servono organici adeguati, nuove assunzioni operative sulle strade, nuclei specializzati per la movida e il controllo dei parchi, scuole aperte il pomeriggio per prevenire disagio e microcriminalità, insieme all’utilizzo delle nuove tecnologie per migliorare il presidio del territorio. La sicurezza non è un tema ideologico: è la condizione minima della libertà.
3. Mobilità
La mobilità è una delle sfide più grandi per il futuro della Capitale. La cura del ferro è la linea da seguire: completare la Metro C, programmare la Metro D e trasformare le ferrovie urbane in vere metro di superficie. Accanto a questo, un ruolo centrale lo svolge la Metro B, infrastruttura essenziale per Roma, oggi in sofferenza e bisognosa di un ammodernamento completo. Il suo prolungamento verso Castel di Leva è una priorità strategica, indispensabile per servire un quadrante in forte espansione e ridurre la dipendenza dall’auto privata. In parallelo servono corridoi Bus Rapid Transit realmente funzionanti, come il Casalotti–Battistini; una mobilità notturna rafforzata per giovani e lavoratori; e un sistema di sharing che esca dal centro e diventi davvero intermodale.
4. Giovani
Roma e il Lazio rischiano di perdere una generazione intera se non si inverte la rotta. Serve un piano di housing sociale per studenti e giovani lavoratori, servizi notturni più efficienti, spazi culturali diffusi e percorsi di mobilità sicura. Una Capitale che non trattiene i propri giovani ha già perso la sua sfida più importante.
5. Città bene comune
Va istituito l’Osservatorio sulla salute urbana, con un coinvolgimento reale dei cittadini nei patti di collaborazione. Il decoro è un fattore strutturale: servono interventi programmati, manutenzione costante e rapidità nelle risposte. Quartieri curati generano sicurezza; quartieri abbandonati generano degrado. Roma ha bisogno di continuità amministrativa e di una gestione ordinaria più efficiente.
6. Sicurezza stradale
Le strade di Roma e del Lazio registrano numeri troppo alti di incidenti gravi. Serve una strategia basata sulla prevenzione: strade scolastiche, attraversamenti sicuri, marciapiedi adeguati e controlli strutturali della velocità. Gli autovelox, se installati nei punti critici, salvano vite. A questo si affianca la proposta di legge regionale “Lazio Strade Sicure”, che rafforza educazione, prevenzione, infrastrutture e coordinamento istituzionale. La sicurezza stradale non è un terreno ideologico: è un’emergenza quotidiana che riguarda ogni famiglia.
7. Scuola
Le scuole di Roma e del Lazio richiedono interventi urgenti. Serve un piano pubblico di messa in sicurezza degli edifici, con priorità antisismiche e impiantistiche, e un monitoraggio trasparente consultabile dalle famiglie. La qualità della scuola passa anche dalla qualità degli spazi.
8. Ambiente
La tutela del verde è una priorità per Roma e per l’intero Lazio. Servono competenze, manutenzione programmata e una gestione coordinata. Tra le proposte figurano l’istituzione dell’agronomo di quartiere, il progetto “Cantiere Radici” per proteggere gli apparati radicali durante i lavori pubblici, il rafforzamento del Servizio Giardini e controlli più rigorosi sulle ditte del verde. Particolare attenzione è rivolta ai parchi sicuri, illuminati e fruibili, in linea con la mozione approvata in Campidoglio. Una mappatura dei terreni incolti completerebbe un quadro che punta a valorizzare un patrimonio straordinario.
9. Periferie e litorale
Roma è una città di mare, ma non ancora una città che vive il mare. Ostia deve diventare uno spazio pubblico accessibile, sicuro e ricco di servizi. Le periferie vanno riportate al centro delle politiche urbane: mobilità, cultura, spazi pubblici, sicurezza. Senza una strategia chiara le disuguaglianze continueranno ad ampliarsi.
10. Cultura
La cultura non può restare confinata al centro storico. Servono spazi culturali nei quartieri, cinema e teatri recuperati, progetti diffusi che coinvolgano giovani, scuole e associazioni. Una Capitale e una Regione che investono in cultura costruiscono identità, coesione e sviluppo.
Nel Pala-Fagiani di Anguillara, il palazzetto dal tetto in legno, le travi sembrano respirare insieme alle squadre che si allenano lì ogni giorno. I giocatori in maglia blu, come fosse un rito, arrivano puntuali e appena iniziano gli scambi, l’aria cambia ritmo: il rumore delle scarpe, le chiamate veloci, le schiacciate che rimbalzano sotto il soffitto curvo sprigionano una energia vivace. Le tribune assistono in silenzio al loro lavoro quotidiano, fatto di sudore, concentrazione e piccoli gesti di intesa che, a forza di ripetersi, diventano la spina dorsale della squadra. È un luogo che li protegge e li sfida, una casa di legno e fatica dove ogni giorno si costruisce qualcosa che va oltre l’allenamento.
A breve qui, ci sarà un anniversario importante, le squadre si ritroveranno insieme in aria di festa per onorare la tradizione della pallavolo Anguillarina che compie 50 anni di storia. Una storia che oggi può contare su squadre di livello come la tenace serie B maschile, nella categoria per il quinto anno consecutivo. La serie C femminile, composta da atlete grintose e caparbie. Lo splendido under 19 maschile che si trova in testa al suo girone.
Un progetto portato avanti dagli allenatori: Alberto Desideri, Karim Mahboub, Pietro Griechi, Luca Simonetti, Mario Casella e il resto del team che con passione e competenza guidano le squadre giorno dopo giorno. Sono loro a trasformare gli esercizi più ripetitivi, come i fondamentali di palleggio e ricezione, i movimenti di muro e attacco, in momenti di crescita concreta per i ragazzi, insegnando a leggere il gioco e a muoversi come un unico corpo. Grazie alla capacità di combinare tecnica e attenzione ai dettagli, gli atleti imparano a reagire a ogni situazione e a sviluppare riflessi e prontezza che fanno la differenza in campo. Un ringraziamento speciale a tutti i giocatori, che con la loro costanza, impegno e sacrificio portano la maglia blu con orgoglio e rendono orgogliosi anche tutti noi, buona fortuna.
Maria è divina perché il suo amore è infinito; perché, come ciascuna donna, è un miracolo vivente: creatura meravigliosa capace di amore senza fine. Un amore che permette al soffio della vita di distaccarsi da sé per volare oltre, libero da catene. Un amore che genera, che accoglie, che trasforma. Un amore che dimentica il dolore antico, quello che ci accompagna fin dalla nascita, e lo muta in speranza. Un amore che non misura, che non calcola, che si offre come acqua alla sete, come luce nell’ombra.
Il suo nome è destino: מִרְיָם, Maria, è tradizionalmente interpretato come “amata”, ma più ancora “colei che ama”. Ama come solo le madri sanno amare: senza condizioni, senza riserve, senza calcolo. San Girolamo interpreta Maria, Miryam, come “Stilla Maris”, “Goccia del mare”, solo che successivamente, un copista lo trascrive come “Stella Maris” e questo errore di trascrizione è divenuto di uso comune: Maria guida nel buio, luce che orienta i naufraghi dell’anima.
È la Madre universale, archetipo che Jung chiamava “Grande Madre”: nutrice e custode, ma anche forza che può soffocare. In Maria, questo archetipo si fa luminoso, compassione pura, ponte tra umano e divino.
Il suo amore è canto corale, quello delle madri di ogni tempo che trasformano la sofferenza in speranza: Demetra che piange Persefone, la Madre Terra che nutre e accoglie.
Ogni donna porta in sé il segreto di Maria: la capacità di amare oltre il dolore, di trasformare la ferita in dono, di rendere la vita un atto di grazia. In questo amore senza misura, la sofferenza diventa canto, la perdita diventa rinascita, la notte diventa aurora.
Di questo amore ha parlato, con lucida dolcezza, Jorge Mario Bergoglio, per gli amici papa Francesco, durante l’udienza generale del 7 gennaio 2015:
“Le madri sono l’antidoto più forte al dilagare dell’individualismo egoistico. ‘Individuo’ vuol dire ‘che non si può dividere’. Le madri invece si ‘dividono’, a partire da quando ospitano un figlio per darlo al mondo e farlo crescere.”.
Indole di Maria
Lo pseudo-Matteo ci descrive dettagliatamente l’indole di Maria, genuina e pura, una giovane fanciulla dolce e delicata:
“Hanc nemo irascentem vidit, hanc maledicentem numquam ullus audivit. Omnis autem sermo ejus ita erat gratia plena” (6,3)
ovvero “Nessuno la vide adirata, nessuno mai l’udì maledire, ma ogni suo discorso era pieno di grazia”.
La immaginiamo quindi come una fanciulla che sorride, perché solo il sorriso rivela la grazia e irradia dolcezza.
“Il sorriso è una carezza, un dono che ha grande valore”.
così afferma Papa Francesco, nel suo “Ti auguro il sorriso per tornare alla gioia”.
Una ragazzina
Ho scritto “fanciulla”, e in effetti, parlando di Maria, facciamo davvero riferimento a una ragazzina. Sebbene non disponiamo di dati storici certi sulla sua età al momento della nascita di Gesù, secondo le usanze ebraiche dell’epoca, era prassi che le giovani donne si fidanzassero e sposassero tra i 12 e i 16 anni. Nell’antichità non esistevano leggi contro il celibato o il nubilato, ma la pressione dell’opinione pubblica era tale da far biasimare chi non si fosse sposato. Possiamo quindi ragionevolmente supporre che Maria avesse tra i 13 e i 16 anni al momento del parto.
Lo stesso “Protovangelo di Giacomo” ci racconta che
“Quando Maria compì dodici anni, si tenne un consiglio di sacerdoti; dicevano: ‘Ecco, Maria è giunta all’età di dodici anni nel tempio del Signore. Adesso che faremo di lei affinché non contamini il tempio del Signore?’” (8,2)
Maria è dunque una giovinetta travolta dal prodigio di una gravidanza soprannaturale e di un parto miracoloso, che oltretutto potrebbe esporla a un pericolo mortale. Infatti, il figlio non è del suo legittimo marito e in quel tempo l’adulterio era punito con la lapidazione, secondo la Legge mosaica (Deuteronomio 22,23-24), anche se, di fatto, raramente applicata, soprattutto sotto il dominio romano.
Gli abiti
Ma torniamo alla situazione rappresentata nel presepe: Maria e il suo Giuseppe si trovano ad affrontare una condizione di emergenza e di pericolo, per via del parto imminente e dell’assenza di un luogo idoneo dove dare alla luce il piccolo Gesù. I loro abiti parlano più delle parole. Sono logori, impolverati: stoffe da viandanti. Eppure, in alcuni presepi, li si immagina ornati, splendenti, come se lo spirito, nella sua purezza, potesse mutare anche l’umiltà in regalità. Il “Vangelo dell’infanzia di Giacomo” (XII, 2) chiarisce, proprio per bocca di Giuseppe, la situazione di seria necessità, raccontando che, una volta arrivati a Betlemme, Giuseppe decise di usare una spelonca come ricovero per Maria, prossima al parto.
Il μαφόριον (maphorion), dal greco ὦμος (spalla) e φέρω (porto) “ciò che si porta sulla spalla”, il mantello di Maria, è il lungo scialle femminile che avvolge tutta la figura, dalla testa ai piedi. Si tratta di un ampio rettangolo di stoffa, che i Romani indossavano sopra la tunica, fermandolo sotto il mento o su una spalla con una fibbia. Nell’arte bizantina, questo mantello, decorato ai bordi, presenta sfumature tra il rosso e il viola per indicare che è sposa e madre. In particolare, quando si voleva sottolineare la dignità regale, si usava la porpora; quando si intendeva evidenziare la maternità verginale, si prediligeva lo scarlatto, colore tradizionalmente associato alle donne sposate nelle comunità cristiane siriache.
In Occidente, soprattutto a partire dal XII secolo, il μαφόριον assume il colore azzurro, a simboleggiare il cielo, il sovrannaturale, la purezza, la fedeltà, la spiritualità della divinità e la sua elevazione sopra il mondo materiale. Questo azzurro divenne sempre più intenso, soprattutto nelle raffigurazioni di Maria, poiché era uno dei colori più costosi da ottenere (derivava dal lapislazzuli, importato dall’Afghanistan) e, per questo, il suo utilizzo onorava la figura della Vergine.
Il maphorion ἐπιλείψιμον si narra sia stato conservato dal 474 nel tempio di Blacherne, a Costantinopoli, dove rimase fino alla conquista turca del 1453. Secondo altre fonti, non sarebbe rimasto a Costantinopoli oltre il 568, quando fu portato a Imola, nella chiesa di Santa Maria in Regola. Secondo altri ancora, nel 1319 sarebbe stato donato alla chiesa di San Francesco ad Assisi.
Spesso, ad ornare il manto di Maria, sono presenti tre stelle, che simboleggiano la sua verginità prima, durante e dopo il parto.
Sotto il manto blu, Maria viene spesso raffigurata con una tunica rossa, colore che rappresenta la sofferenza, l’amore divino, il sacrificio, la passione, la vita e la natura umana. Questa scelta cromatica sottolinea l’aspetto umano di Maria e la sua partecipazione alle sofferenze di Gesù.
La tunica è stretta in vita da una cintura. Alcune tradizioni, che risalgono al V-VI secolo, sostengono che questa cintura sia rimasta nel sepolcro di Maria dopo la sua assunzione in cielo, come testimonianza per san Tommaso, o che lei stessa gliela abbia lanciata dal cielo durante una visione. Vari luoghi rivendicano il possesso di questa cintola; una di queste, in stoffa di pelo di capra, color verdolino, broccata in filo d’oro, con delle piccole nappe terminali, è conservata nella basilica di Santo Stefano a Prato, ed è oggi simbolo religioso e civile della città.
Spesso, sul capo, Maria porta un velo bianco, simbolo di purezza.
Nel Presepe
Nel presepe napoletano, Maria è, in genere, posta alla destra di Gesù (vista dallo spettatore, risulta a sinistra) e la sua postura è solitamente inginocchiata, con le mani giunte in preghiera, per simboleggiare lo stupore, l’accoglienza della nascita e l’adorazione del figlio di Dio.
Tuttavia, non è stato sempre così. Nei primi secoli, invece, Maria veniva raffigurata seduta, a simboleggiare un parto senza dolore né conseguenze, spesso alludendo alla sua regalità, da cui nascono le rappresentazioni delle “Maestà”.
Occorre precisare che la postura inginocchiata o seduta non è esattamente quella che ci si attende da una madre appena uscita dal parto. Infatti, nella tradizione bizantina, e poi in Occidente, fino al XIV secolo, Maria era ritratta sdraiata accanto al figlio proprio allo scopo di contrastare le eresie nestoriana e monofisita (relative alla natura umana o divina di Cristo) e rendere evidente la nascita umana di Gesù. Un esempio significativo è la più antica raffigurazione conosciuta di Maria in questa posizione, riportata su un’ampolla del VI secolo, proveniente dalla Palestina e conservata nel tesoro del Duomo di Monza. Altra rappresentazione emblematica è visibile nel capolavoro dei magnifici affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, in cui Maria è distesa su un giaciglio, mentre il figlio giace nella mangiatoia.
Rosa Giorgi, nel suo “Il Presepe nell’arte”, precisa che, il cambiamento avviene in epoca medievale, quando le “Revelationes” di Birgitta di Svezia (Birgersdotter) e gli scritti devozionali dello pseudo-Bonaventura, come ad esempio nel passo:
“Allora la madre si inginocchiò e sì l’adorò, e fece grazie a Dio” (Meditationes vitae Christi (VII 8:9),
indussero a un deciso cambio di postura di Maria, che venne sempre più frequentemente rappresentata inginocchiata, come avviene, definitivamente, nel presepe napoletano. Nel suo testo, la storica dell’arte osserva inoltre che, spesso:
“Secondo una tradizione che si rifà ai testi delle ‘Meditationes vitae Christi’ dello pseudo-Bonaventura, il velo bianco e il manto azzurro servono da lenzuolino e da pannicelli per il neonato, raffigurato nudo seguendo la consuetudine rinascimentale di mostrare completamente la natura umana del figlio di Dio”.
Il colore rosa
Occorre sottolineare che non ha alcun senso l’utilizzo del colore rosa, divenuto simbolo di femminilità solo dopo la campagna pubblicitaria per le famose bambole Barbie, lanciate sul mercato il 9 marzo 1959 (anche se il colore rosa era già associato alle bambine prima di Barbie, soprattutto negli USA dagli anni ’40). Si pensi che Michelangelo, nella Cappella Sistina, colora di rosa il manto di Dio. In effetti, nella pittura, il rosa e l’azzurro sono utilizzati senza alcuna distinzione di genere, per i vestiti di nobili e personaggi vari. Se vogliamo definire un colore femminile per eccellenza, riferendoci a Maria, dobbiamo considerare il blu, non il rosa. Anzi, nel XVIII secolo, i maschi indossavano spesso il rosa, poiché esso è una variante del rosso, ritenuto più aggressivo, rispetto al “calmo” blu, associato invece al femminile.
Madonne nere
“Madonna”, “mia donna” è l’antico titolo d’onore usato anticamente per rivolgersi rispettosamente a una donna o per riferirsi a lei. Oggi è riferito soprattutto a Maria.
Molti avranno notato che ancora oggi, non si parla di una sola Madonna, ma di tante specifiche “Madonne”, la Madonna del Carmelo, del Soccorso, del Rosario, della Neve … ciascuna con il proprio volto, ognuna con la sua storia, che celano eredità remote, culti derivati, per sincretismo, da quello di dee femminili venerate nei luoghi di culto locali. Infatti, così come la data di nascita di Gesù sostituisce e richiama quella del Dies Natalis Solis Invicti, la venerazione della Madonna si associa ad una rilettura simbolica e ad una assimilazione iconografica principalmente, il culto di Iside, la Vergine, raffigurata con Horus bambino in braccio, e appellata Regina del Cielo, Stella del Mare, Madre di Dio, titoli tutti associati anche a Maria.
Iside rappresentava la notte che partorisce l’alba, ovvero il Dio Sole, per cui molte sue statue erano nere, e questo potrebbe spiegare l’esistenza delle “Madonne nere”. Con la diffusione del Cristianesimo, infatti, si verificò un’identificazione del culto isiaco con quello mariano, e molte chiese furono costruite proprio sui templi precedentemente dedicati a Iside.
La sostituzione della devozione avvenne anche con molti altri culti femminili, specialmente se legati alla fertilità della terra, che, se nera, denota maggiore fecondità.
Anche la dea Hera, venerata nel magnifico tempio di Poseidonia (l’odierna Paestum), ha finito per essere assimilata a Maria. Un esempio emblematico è la Madonna del Granato (melograno) di Capaccio Antica (Salerno).