“Come comunicato da Anas, si è conclusa positivamente lo scorso 23 dicembre la Conferenza dei Servizi per i lavori di realizzazione delle due rotatorie di Via Braccianese all’altezza di Osteria Nuova e Cesano, inserite tra le opere da realizzare con i fondi del Giubileo, nell’ambito del Piano Strade di Roma Capitale.
Una proposta avanzata dal Municipio XV già nel 2009, poi nel 2014 nel corso della nostra prima consiliatura anche grazie a numerosi comitati cittadini che hanno raccolto delle firme, e riproposta nel 2021 con il nostro nuovo insediamento, proprio perché da sempre considerate opere strategiche.
Dopo tanti tentativi e numerose amministrazioni, a ottobre scorso è stata indetta la conferenza dei servizi, il passo più concreto degli ultimi vent’anni per un progetto che consentirà di migliorare la viabilità, fluidificare il traffico e ridurre in modo significativo il rischio di incidenti su via Braccianese.
Ringrazio l’Assessora capitolina ai Lavori Pubblici, Ornella Segnalini e Anas per aver colto l’urgenza di tali opere, prioritarie per la viabilità e la sicurezza del territorio, e per aver avviato un percorso di collaborazione tra Roma Capitale e il Municipio nell’ambito delle proposte ad Anas”.
Così in una nota il Presidente del Municipio XV di Roma, Daniele Torquati.
L’anno 2025 si chiude in bellezza per due dei nostri siti culturali principali. La Regione Lazio ha infatti premiato due richieste di contributo inoltrate dalla nostra Amministrazione per interventi che interesseranno l’archivio storico “Rela Girolami” e il teatro comunale “Maurizio Fiorani”.
Per il teatro comunale il contributo regionale complessivo ammonta a quarantamila euro, cui si aggiungerà una compartecipazione comunale di circa 25 mila euro, che permetterà la sostituzione delle attuali sedute di plastica con vere e proprie poltrone da teatro, più comode e confortevoli e comunque ignifughe.
Il progetto consentirà anche l’aggiornamento e il rifacimento del sistema antincendio. Per l’archivio comunale, invece, i fondi regionali concessi sono di circa ventimila euro: 15.901,10 euro per il riversamento e riordinamento della serie “Urbanistica” e 3.434,70 euro per l’acquisto di materiali di consumo, attrezzature varie e l’ideazione e realizzazione di pannelli adatti a persone con disabilità visive e/o cognitive.
“Questi contributi sono davvero due belle notizie che evidenziano concretamente quanto l’Amministrazione comunale continui a investire in cultura, nonostante le mille difficoltà e le tante emergenze di altra natura cui dover far fronte quotidianamente – commenta soddisfatto il Sindaco Alessandro Bettarelli – La sostituzione delle attuali sedute a teatro con altre più eleganti e confortevoli, in particolare, è un intervento atteso da tempo e sono sicuro migliorerà la fruizione degli spettacoli e l’esperienza complessiva a teatro.”
“Un grazie – conclude il consigliere delegato alla Cultura, Valter Chiari – va agli uffici e ai professionisti che hanno curato e seguito i progetti. Quando nel luglio 2022 siamo riusciti a far accreditare l’archivio nell’Organizzazione Archivistica Regionale, in pochi avrebbero scommesso su quanti progressi avrebbe fatto in così poco tempo.
Se oggi abbiamo nuove informazioni sulla storia del nostro paese lo dobbiamo al lavoro fatto sull’archivio e, di conseguenza, anche all’associazione “Arca sul Lago” di Anguillara, che ha seguito fin da subito ristrutturazione, sistemazione e progettazione tecnica dei bandi. Abbiamo l’ambizione di continuare a lavorare in questo senso, magari andando a reperire altre fonti, che potrebbero ulteriormente arricchire la nostra collezione”.
Sempre in auge nel panorama del ciclocross, la Mtb Santa Marinella ha chiuso il 2025 con molteplici risultati lusinghieri nelle ultime gare disputate tra Veneto e Lazio nel periodo natalizio.
In occasione della quarta prova del Roma Master Cross, la squadra era largamente impegnata sui prati del parco Myflyzone a Castel di Leva, dove hanno ottenuto ottimi piazzamenti: Giuseppe Calò (2° M5), Mauro Gori (2° M7), Marco Deciano (5° M6), Daniele Bagnoli (8° M6), Federico Forti (6° M4), Paolo Tempestini (3° M6), Claudio Albanese (4° M7) e Walter De Leonardi (8° M7).
In Veneto, Michele Feltre ha preso parte a due gare del Giro del Veneto Ciclocross ACSI vincendole entrambe: il 21 dicembre a Luccuzzane (Trofeo ASD Cicli Rossi) e domenica scorsa a Peseggia (Cross di Base) nella categoria supergentlemen B, aggiudicandosi anche la vittoria finale del circuito dopo 14 prove disputate.
Per il presidente Stefano Carnesecchi, la soddisfazione risiede nel vedere i colori della società santamarinellese brillare in contesti competitivi diversi, a testimonianza di un lavoro collettivo solido e di una stagione 2025 che si è chiusa all’insegna dei risultati e della crescita sportiva.
È cominciata il 28 dicembre l’esposizione del presepe vivente nel vecchio borgo dell’antica Monterano dove in un ambiente tutto medievale e molto suggestivo si possono ammirare i resti dell’antico borgo e perdersi nell’atmosfera medievale creata dai capanni e dai costumi degli abitanti di Canale Monterano che sono stati fedelmente riprodotti e dalle musiche tipiche dell’epoca.
Il percorso per arrivare all’antico borgo si può fare sia a piedi che con l’aiuto di una navetta che si alterna dal borgo al grande parcheggio per portare le persone in tutto comfort dal momento che il tragitto seppur ben illuminato rimane un po’ faticoso ma l’intervento della protezione civile rende tutto più agevole.
L’affluenza nel primo giorno di apertura al presepe vivente è stata notevole, già alle quattro del pomeriggio, si contavano esserci state almeno ottomila persone. Immergersi nell’ambiente cosi suggestivo e pittoresco dell’antica Monterano è una esperienza tutta da gustare; il cammino ti permette di ammirare la natura e fare una bella passeggiata all’aria aperta finchè non verrai avvolto dall’eco delle musiche medievali che man mano diverrà sempre più forte fino a trovare arroccato in alto una tenda dove vi sono dei personaggi in maschera.
La cura delle maschere e dell’ambientazione è stata notevole, i dettagli hanno reso tutto molto speciale e coinvolgente, sembrava veramente di stare in un’ambientazione medievale, lungo la strada passeggiavano personaggi in maschera e vi era una sfilata di arti e mestieri.
Lungo il percorso si potevano assaggiare prodotti tipici pagando la quota con due monete che venivano fornite all’ingresso ad ognuno per degustare una consumazione, dal dolce al salato. Trovarsi per caso nella rovina dove è stata allestita la natività è una esperienza molto coinvolgente ed entusiasmante.
Siamo abituati a vedere il presepe sempre immobile, sempre in miniatura, qui invece gli attori sono vivi, compresi gli animali, che sono stati scelti in fede al presepe tradizionale, paciosi e sereni guardavano la gente arrivare. Lo spettacolo medievale sarà ancora disponibile nelle date del 4 e del 6 gennaio, l’ingresso è di dieci euro senza riduzioni e i ragazzi fino a sedici anni non pagano.
Merito del successo di questa iniziativa è stato l’impegno del Comitato presepe vivente Canale Monterano guidato da Pino Argento, che insieme al sindaco di Canale, Alessandro Bettarelli, e l’Università Agraria hanno voluto deliziarci con questo spettacolo che è stato possibile anche grazie al progetto di valorizzazione di antica Monterano e del territorio comunale che parte nel 2018 per trovare oggi la sua completa realizzazione.
“Quando i primi giorni di dicembre abbiamo allestito in Piazza Aldo Moro il Teatro Tenda del Campus Etruria lo avevamo immaginato come un luogo di formazione, di conoscenza e di apprendimento sulle prospettive future per i giovani del territorio.
Agli incontri del mattino, avevamo deciso di affiancare momenti di svago e culturali per tutta la famiglia, ma mai avremmo immaginato come questa realtà potesse avere un seguito così importante: le oltre 200 persone presenti ai vari spettacoli proposti, tra cui quello della Fanfara dei Bersaglieri, le performance teatrali de Le Odissere e Margot Theatre e per ultimo il ‘MusiChristmas’ di Giorgio Paoni, che ha registrato un tutto esaurito, ci hanno spinti a prolungare l’esperienza della struttura mantenendola fino al nuovo anno con nuovi eventi che si aggiungeranno a quelli già in programma all’interno dell’Aula Consiliare del Granarone.
Avremo dunque uno spazio più grande, comodo, confortevole e riscaldato per assistere a concerti e a tutti i più grandi appuntamenti del Natale”. Ad annunciarlo è Elena Gubetti, Sindaco di Cerveteri.
“Il Teatro Tenda del Campus Etruria, nato come un progetto unico e sperimentale nella nostra città che abbiamo realizzato ottenendo un finanziamento di DiscoLazio – spiega Francesca Cennerilli, Assessore alla Cultura del Comune di Cerveteri – rispecchia anche un po’ quel desiderio che sempre abbiamo avuto di poter disporre di una struttura che anche nei periodi invernali potesse ospitare musica e spettacoli culturali di ampio respiro.
Al mattino, per tutti e quattro i giorni di incontri tematici e dibattiti, abbiamo avuto una presenza di giovani davvero importante e giorno dopo giorno anche gli spettacoli pomeridiani hanno avuto un ottimo appeal. Per questo abbiamo deciso di mantenere anche nelle giornate di festa, fino all’inizio del nuovo anno questa struttura: se avremo una risposta di pubblico soddisfacente ed importante, non può che rappresentare un punto di partenza per svilupparla ancora meglio in ottica futura”.
“In programma – prosegue l’Assessore Cennerilli – ancora spettacolo, teatro e musica ed eventi legati alla tradizione natalizia, con artisti che già in passato hanno dimostrato di saper richiamare un pubblico estremamente numeroso. Un ringraziamento, per l’organizzazione di questi eventi aggiuntivi, lo rivolgo ad Artemide Guide e alla Multiservizi Caerite, per il sostegno garantito alle iniziative”.
Ad aprire il programma del Teatro Tenda sarà il duo comico degli “Appiccicaticci”, con lo spettacolo “Tutto da Sol”. Appuntamento per venerdì 2 gennaio alle ore 18:30. Sempre venerdì 2 gennaio, ma alle ore 21:00 sarà il turno di “The Cinema Show Quartet”, un omaggio alla produzione musicale dei grandi gruppi degli anni Settanta, dai Genesis ai Pink Floyd, dai Deep Purple ai New Trolls.
Il giorno seguente è il momento del grande swing e del jazz: un viaggio in musica con “Gingerman Trio”, da Ella Fitzgerald a Frank Sinatra fino a Ray Charles.
Chiudono il ricco programma di eventi il “Francesco Davia Quartet”, una serata di jazz elegante e raffinato, nella serata di domenica 4 gennaio e infine, la sera dell’Epifania, martedì 6 gennaio, il “Viaggio con i Cantautori”, con Enrico Capuano, uno dei capostipiti del folk italiano, che spazierà da De Andrè a Guccini e tanti altri cantautori italiani.
Inizio degli spettacoli fissato sempre per le ore 21:00. L’ingresso agli spettacoli è come sempre libero e gratuito.
C’è un istante preciso, sulla cima di una montagna, in cui il rumore del mondo svanisce. È quel momento in cui l’aria gelida punge i polmoni, il riverbero del sole sulla neve acceca dolcemente e, davanti a noi, il pendio si apre come una promessa di libertà. Chiunque abbia allacciato gli scarponi almeno una volta sa che quella sensazione di euforia non è solo “divertimento”: è una vera e propria metamorfosi interiore.
Ma cosa accade realmente dentro di noi quando lasciamo la valle per la vetta? La sensazione di benessere che ci invade non è un’illusione romantica, ma un fenomeno biologico e psichico profondamente radicato nella nostra natura. Oggi, le neuroscienze sono in grado di mappare la “chimica della felicità” che si sprigiona durante una discesa, rivelando come l’altitudine e l’attività fisica agiscano come un potente reset per il nostro cervello.
Parallelamente, la psicoanalisi ci spiega come il confronto con l’immensità delle cime e il gesto simbolico dello sci ci permettano di riconnetterci con un Sé più autentico. Di questo e molto altro ne parliamo in questa intervista con Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association.
Lucattini: “La montagna, con il suo silenzio e la sua vastità, attiva dimensioni profonde della vita psichica: riduce le difese, facilita il contatto con il mondo interno e permette esperienze emotive intense e rigenerative”.
Dott.ssa Lucattini, perché la montagna è la miglior palestra per l’età evolutiva? Quali effetti benefici può offrire in particolare nei bambini e negli adolescenti?
Lo sci coinvolge simultaneamente corpo e mente, migliorando propriocezione, equilibrio e capacità di modulare i movimenti in base al terreno e alla velocità. La progressione tecnica, il controllo acquisito nelle discese e la possibilità di esplorare luoghi raggiungibili solo con gli sci rafforzano autostima e senso di competenza. In psicoanalisi, questo processo si collega alla funzione dell’Io osservante, ovvero alla capacità del soggetto di percepire se stesso mentre agisce.
La montagna, con il suo silenzio e la sua vastità, attiva dimensioni profonde della vita psichica: riduce le difese, facilita il contatto con il mondo interno e permette esperienze emotive intense e rigenerative. Freud descriveva questo stato come esperienza oceanica, un ampliamento dei confini dell’Io e un senso di appartenenza più ampio. Gli sport in montagna sono stati recentemente associati a una significativa riduzione dello stress e a un miglioramento della regolazione emotiva, come indicato dallo studio su Frontiers of Public Health (2025) sulle attività outdoor in ambienti naturali.
Quali insegnamenti specifici trasmette lo sci dal punto di vista psicologico e psicoanalitico?
Lo sci allena la concentrazione, la presenza mentale e la capacità di valutare progressivamente la difficoltà. Ogni discesa si configura come un micro-laboratorio emotivo in cui si affrontano paura, attivazione fisiologica e controllo. Lo sci mobilita le funzioni mentali superiori, stimola il pensare e le impressioni sensoriali attraverso neve, vento, velocità, vibrazioni e freddo che possono essere trasformate in pensieri mentre si prendono decisioni operative (arrivare a valle).
Inoltre, la relazione tra solitudine e presenza dell’altro richiama il concetto dell’essere soli avendo qualcuno nel cuore, fondamentale per l’autonomia emotiva. In questa dinamica, l’atleta sperimenta ciò che la psicoanalisi definisce “continuità dell’essere”, ovvero la capacità di mantenere il proprio nucleo identitario anche in condizioni di sfida in movimento, consolidando sicurezza interna e fiducia nelle proprie potenzialità.
Secondo una ricerca su Narrative Review (2025) sugli sport di montagna, le discipline alpine migliorano attenzione sostenuta, regolazione emotiva e pianificazione, funzioni intellettive ed emotive essenziali anche nelle relazioni e nell’applicazione scolastica e lavorativa.
Perché è importante avvicinare i bambini alla disciplina dello sci sin da piccoli?
Per i bambini, lo sci fonde gioco, avventura e apprendimento corporeo. La loro naturale plasticità consente l’acquisizione intuitiva degli schemi motori: un vero imprinting fisico ed emotivo che permane nel tempo.
Le esperienze sensoriali primarie (sole, vento, neve, velocità controllata) si fissano nella memoria implicita, come descritto da Spitz, costituendo la base delle future regolazioni psico-emotive. Sulla neve, la presenza stabile di un adulto — genitore o maestro — consolida la base sicura interiore e in questo processo, il bambino sperimenta una “continuità affettiva” ovvero una condizione in cui l’esperienza corporea si intreccia alla rassicurazione dell’adulto, favorendo la costruzione di un Io saldo e capace di tollerare la frustrazione.
Lo sci educa anche alla resilienza, si cade, ci si rialza, si riprova. Gli sport di montagna, secondo lo studio dell’Università dello Utah su Mental Health Mountain Perspectives (2024/2025), migliorano la capacità di fronteggiare lo stress e di riorganizzare esperienze anche molto intense.
Lo sci può essere considerato un antidoto allo stress? In che modo agisce sulla mente e sul corpo?
Assolutamente sì. Dal punto di vista corporeo lo sci migliora tono muscolare, elasticità, capacità cardiovascolare, respiratoria e ossigenazione. L’altitudine aumenta i globuli rossi, con effetti benefici che persistono anche dopo il rientro. La montagna favorisce una vera detossificazione sensoriale: silenzio, aria pulita, assenza di stimoli digitali e distacco dalla routine.
Questo permette a bambini e adulti di uscire dal sovraccarico sensoriale quotidiano. Il silenzio, in psicoanalisi, ha una funzione trasformativa, permette l’emergere del pensiero e l’elaborazione emotiva. Lo sci offre una “funzione di contenimento ambientale”, un setting all’aria aperta che sostiene l’apparato psichico consentendogli di metabolizzare tensioni e di ritrovare equilibrio interno.
Uno studio recente su atleti pubblicato su Sports (2025) ha mostrato che gli sport praticati in solitudine regolata e in contesti naturali favoriscono forza e resilienza mentale, maggiore tranquillità interiore e riduzione dello stress sia fisiologico che da prestazione, abbassando l’ansia anticipatoria e aspetti fobici reattivi.
Quale ruolo può avere la scuola nel favorire attività motorie come lo sci e più in generale l’educazione sportiva?
La scuola può essere un luogo fondamentale di educazione corporea e sociale. Le esperienze di molte scuole di organizzare a prezzi sociali, settimane bianche e attività motorie in montagna mostrano quanto l’apprendimento in montagna migliori collaborazione, autonomia e spirito di gruppo.
A questo proposito è bene ricordare l’esperienza del presidente dell’Unicef di Viterbo, prof. Giuseppe Foti, che negli anni ’70-’80 organizzava con studenti e insegnanti settimane bianche in montagna nelle quali gli studenti imparavano a sciare la mattina e studiavano il pomeriggio.
Lo sport in contesto scolastico può diventare uno spazio di esperienza di crescita, un luogo in cui i bambini vivono appartenenza, sostegno reciproco e superamento dei propri limiti. In questo senso, la scuola può svolgere la funzione di “ambiente sufficientemente buono” descritta da Winnicott, un contenitore stabile che sostiene lo sviluppo emotivo mentre il bambino affronta nuove sfide e conquista nuove capacità.
Gli studi più recenti dell’University of Utah Health (2025) sulle attività outdoor confermano che l’esposizione alla natura e allo sport aumentano autostima, coesione sociale e benessere psicologico.
Nei Suoi libri, Lei sottolinea l’importanza della formazione in ottica psicoanalitica di genitori, nonni ed educatori. In che modo questa formazione si collega anche allo sport?
Una formazione psicoanalitica consente agli insegnanti di osservare meglio il funzionamento psico-emotivo dei bambini, riconoscerne difficoltà, ansie, blocchi e loro cause.
Nell’ambito sportivo, questo sguardo permette di sostenere gli alunni nel modulare paura, competizione e percezione delle proprie capacità, riducendo vissuti di inadeguatezza. Sport come lo sci, spesso percepiti come elitari, diventano invece strumenti inclusivi se mediati da un insegnante formato.
Per i bambini con disabilità, la collaborazione tra insegnanti di sostegno e maestri di sci favorisce integrazione, fiducia corporea e autostima. Una ricerca pubblicata su Current Issues in Sport Science (2025) sugli sport di montagna conferma che le attività adattate migliorano funzionamento psicologico e qualità di vita.
Quali consigli si sente di dare ai genitori?
-Creare un clima emotivo sicuro. Un bambino impara meglio quando sente che l’adulto lo sostiene senza giudicarlo;
-Rispettare i tempi dei bambini. Ogni bambino ha un ritmo di apprendimento diverso, non forzarlo significa permettergli di sviluppare un senso di competenza reale;
-Trasformare la paura in curiosità. Aiutare il bambino a “pensare la paura”, invece di evitarla, trasforma le emozioni grezze in fiducia in se stessi;
– La presenza dei genitori deve essere solida ma non invadente, il bambino ha coraggio se sa che un adulto è pronto a sostenerlo senza sostituirsi a lui;
-Valorizzare ogni piccolo progresso. La costruzione dell’autostima passa da conferme realistiche, un piccolo miglioramento tecnico o una paura superata, sciolgono l’ansia da prestazione;
-Usare lo sci per insegnare la costanza. Cadere e rialzarsi, riprovare, correggere, lo sci è una metafora concreta della capacità di affrontare le difficoltà;
-Valorizzare il piacere di vivere natura anche d’inverno. Il contatto con la montagna, il silenzio, il ritmo del corpo sulla neve offrono ai bambini un’esperienza di calma profonda, armonia e libertà;
-Andare in montagna ogni volta che si può poiché rappresenta uno spazio in cui i pensieri si dipanano e le emozioni si evolvono piacevolmente.
Grande partecipazione e apprezzamento per la rievocazione inaugurale del presepe vivente di Tarquinia, che ha accolto oltre 1600 visitatori nel suggestivo monastero di Santa Lucia delle Benedettine.
La rappresentazione si è snodata lungo un percorso immersivo all’interno della struttura, animato da scene di vita quotidiana, antichi mestieri e figuranti in costume. Un itinerario emozionante, capace di ricreare atmosfere autentiche e di valorizzare un luogo di altissimo valore storico, artistico e spirituale, che ospita le Monache Benedettine del Santissimo Sacramento.
Un sentito ringraziamento va alla comunità delle suore che, con entusiasmo e disponibilità, ha aperto le porte del monastero generalmente chiusa al pubblico; alla Polizia Locale, alle forze dell’ordine e all’Aeopc per il fondamentale supporto garantito nella gestione dell’evento; e ai figuranti che, con impegno e passione, hanno dato vita alla rievocazione.
La manifestazione è organizzata dall’associazione Presepe Vivente Città di Tarquinia e dal Comune di Tarquinia, con il patrocinio della Regione Lazio, della Provincia di Viterbo e della Diocesi di Civitavecchia-Tarquinia, a conferma di una collaborazione virtuosa tra istituzioni e realtà associative del territorio.
Il prossimo appuntamento è fissato per il 6 gennaio 2026, con il tradizionale arrivo dei Re Magi a dorso di cammello, che sfileranno per le vie del centro storico, rinnovando uno dei momenti più attesi e spettacolari della rievocazione.
Nel silenzio profondo del presepe, dove pastori assonnati e venditori indaffarati sembrano sospendere il fiato davanti al mistero che sta per nascere, c’è una figura che pare venire da un altro mondo, sfidando la logica della rappresentazione presepiale. Non porta frutti, né pesce, né pani. Non danza, non canta, non vende. Eppure, più degli altri, sembra sapere.
È la Sibilla Cumana, la veggente che custodisce il filo del destino, la donna che parla la lingua del futuro.
A prima vista, la sua presenza potrebbe sembrare un errore, un intruso in quell’universo di grotte, lucerne e pastori. Ma basta soffermarsi un istante, guardarla mentre si curva nella sua grotta d’ombra, per comprendere che lei appartiene a quel presepe più di chiunque altro. È il ponte tra la profezia e l’avverarsi, tra l’attesa antica e la nascita imminente. La sua presenza si chiarisce immediatamente, se si considera che rappresenta un’allegoria delle profezie sulla nascita di Gesù, sulle vicende della vita del Cristo e sul Giudizio Universale. Sebbene queste profezie siano basate su testi che sollevano seri dubbi.
Secondo Firmiano Lattanzio, se i profeti annunciarono il Messia agli ebrei, furono le sibille a comunicarlo ai pagani, seppur in modo oscuro.
Le sibille, raccontano i miti, erano vergini consacrate ad Apollo, isolate in grotte scolpite nella roccia, dove il fumo della terra apriva la mente e confondeva il tempo. Profetizzavano in trance, lasciando i loro vaticini scritti su foglie leggere come vento, le stesse foglie che spesso portavano via il senso del messaggio. Erano donne misteriose, consultate da re e guerrieri, temute dal popolo, talvolta vaghe, spesso enigmatiche: guide incerte, come stelle velate nella notte.
Secondo la leggenda, re Tarquinio (il Prisco secondo Varrone in Lact., Inst., I, 6, o il Superbo secondo Plinio in Nat. Hist., XIII, 88) acquistò i Libri Sibillini dalla Sibilla Cumana, che inizialmente gliene offrì nove a un determinato prezzo, bruciandone poi tre ad ogni tentativo di contrattazione, giungendo infine a pagare per il valore iniziale richiesto solo i tre rimasti intonsi alla fine.
L’introduzione e l’uso dei Libri Sibillini a Roma rappresentano la più antica prova dell’influenza ellenica penetrata nella città attraverso l’Italia meridionale, e precisamente da Cuma, celebre per il culto di Apollo e la presenza della Sibilla Cumana.
L’origine della visione cristiana della tradizione medievale sulle sibille è attribuibile all’apologista Firmiano Lattanzio, che nel IV secolo, nella sua opera “Divinae Institutiones”, riprende il tema dei Libri Sibillini. Tuttavia, si sa che, soprattutto i primi tre libri, furono redatti inizialmente da autori ebrei, ma successivamente, probabilmente dopo il II secolo, vennero modificati, ampliando il corpus dell’opera con l’aggiunta di ulteriori volumi.
Gaio Svetonio Tranquillo, nelle “Vite dei Cesari”, racconta che, secondo una tradizione, Augusto si recò a Cuma per consultare la sibilla, la quale avrebbe profetizzato la venuta di un re universale nel mondo. Questo evento fu interpretato dai cristiani come un riferimento alla nascita di Gesù Cristo:
“Iam quondam etiam praedictum est fatidica Sibylla, regem populi Romani naturam parturire, cuius imperium finem non haberet” (Divus Augustus, 94)
cioè: “Si narra che molto tempo prima la Sibilla aveva profetizzato che la natura stava per partorire un re per il popolo romano, il cui dominio non avrebbe avuto fine”.
Questa leggenda è alla base della fondazione della Basilica di Santa Maria in Ara Coeli a Roma, poiché la sibilla avrebbe invitato ad adorare il bambino, nel luogo dove poi sarebbe stata costruita la basilica, realizzando un altare, ara, del cielo, coeli. Ecco come ce lo racconta la “Legenda aurea” di Jacopo da Varagine:
“Inoltre, come dice papa Innocenzo III, l’imperatore Ottaviano, dopo aver soggiogato tutto il mondo al potere di
Roma, fu così bene accetto al senato che vollero adorarlo come un dio; ma il saggio imperatore, che sapeva di essere mortale, non volle attribuirsi il titolo di immortale. Di fronte alle loro richieste convoca la profetessa Sibilla per sapere dai suoi oracoli se mai sarebbe nato qualcuno di più grande nel mondo. Convocò dunque un’assemblea proprio nel giorno del Natale del Signore e mentre la Sibilla si trovava nella stanza dell’imperatore, a mezzogiorno un cerchio d’oro apparve attorno al sole e nel mezzo del cerchio si vide una bellissima vergine che stava su un altare con in grembo un fanciullo. Allora la Sibilla mostrò l’apparizione a Cesare. L’imperatore, mentre rimaneva ammirato a contemplare la visione, udì una voce che diceva: «Questa è l’Ara Coeli, l’altare del cielo». Gli disse la Sibilla: «Questo fanciullo è più grande di te: adoralo». La stanza fu dedicata a santa Maria e fino ad oggi è chiamata Santa Maria Ara Coeli.” (De Nativitate Domini 6, 91:99)
Fu Lucio Cecilio Firmiano Lattanzio e, successivamente, Aurelio Agostino d’Ippona, a citare la Sibilla come profetessa. Tuttavia, tranne alcuni rari casi, come la Sibilla Eritrea raffigurata nell’ambone del XIII secolo della Cattedrale di Sessa Aurunca, sia l’iconografia sia le profezie attribuite alle sibille derivano da un’opera del domenicano Filippo Barbieri, siracusano, pubblicata a Roma nel 1481, intitolata: : “Discordantiae nonnullae inter S.S. Hieronymum et Augustinum”. È significativo che, proprio dal momento della pubblicazione di questo testo, abbiano iniziato a comparire le raffigurazioni delle sibille (prima erano presenti solo la Sibilla Eritrea e, raramente, quella Tiburtina). Filippo Barbieri, nel suo scritto, descrive dettagliatamente anche la tipologia delle vesti delle sibille, specificando il colore dei loro abiti, con una precisione tale da sembrare quasi un’indicazione per i pittori, una sorta di linea guida per raffigurare le profetesse.
Eppure, nella sua grotta del presepe, la Sibilla appare spesso curva, antica, quasi consunta. Non ha la bellezza delle altre profetesse dipinte da Michelangelo che nella volta della Cappella Sistina in Roma, agli inizi del XVI secolo, raffigura, alternate ai Profeti, cinque mirabili sibille: Delfica, Cumana, Eritrea, Persiana e Libica. Degne di nota sono anche le nove sibille incise nel pavimento del Duomo di Siena, a partire proprio dal 1481.
La sua è una bellezza che si è consumata nei secoli, una fiamma che brucia ancora anche quando la candela è ormai cera. Ovidio racconta che Apollo le concesse tanti anni quanti i granelli di sabbia raccolti nel suo pugno, ma lei dimenticò di chiedere la giovinezza. Così visse, per anni e anni, mentre il corpo si restringeva e si assottigliava, fino a diventare quasi solo voce: un suono sospeso che non muore. Deperì, mentre il suo spirito restava immortale. Ecco come lo riferisce Publio Ovidio Nasone nelle “Metamorfosi”:
“Non venerare con l’incenso sacro un essere umano. E perché la cecità non t’induca in errore, sappi che luce eterna e senza fine avrei potuto ottenere, se la mia verginità si fosse concessa a Febo, che mi amava. Nella speranza di ottenerla, corrompendomi con i suoi doni, Febo mi disse: ‘Esprimi un desiderio, vergine cumana: sarà esaudito’. Io presi un pugno di sabbia e glielo mostrai, chiedendo che mi fossero concessi tanti anni di vita quanti granelli di sabbia c’erano in quel mucchietto. Sciocca, mi scordai di chiedere che anni fossero di giovinezza. Eppure anche questo m’avrebbe concesso, un’eterna giovinezza, se avessi ceduto alle sue voglie. Disprezzato il dono di Febo, eccomi qui, ancora nubile. Ma ormai l’età più bella mi ha voltato le spalle, e a passi incerti avanza un’acida vecchiaia, che a lungo dovrò sopportare. Vedi, sette secoli son già vissuta: per eguagliare il numero dei granelli, trecento raccolti e trecento vendemmie devo ancora vedere. Tempo verrà che la lunga esistenza renderà il mio corpo piccolo da grande che era, e le mie membra consunte dalla vecchiaia si ridurranno a niente. E non si potrà credere che m’abbia amata un dio, che a lui sia piaciuta. E forse persino Febo non mi riconoscerà o negherà d’avermi mai amata, tanto sarò mutata. Alla fine nessuno più mi vedrà: solo la voce mi rivelerà, la voce che il fato vorrà lasciarmi.” (14, 173-174)
Nel presepe quella voce continua a parlare. Parla ai pastori, parla ai magi, parla perfino agli increduli. È lei che sussurra che tutto questo, la grotta, il bue, l’asino, i poveri che accorrono, era stato già scritto. È lei che porta nel presepe il respiro del mito, della poesia, del tempo antico che prepara il tempo nuovo.
Una rappresentazione toccante e di forte emozione quella di ieri pomeriggio presso la suggestiva cornice del Parco Martiri delle Foibe – ex Uliveto. “Seguendo la Cometa” il tradizionale appuntamento con il presepe vivente organizzato dalla Pro Loco cittadina si è confermato come un vero e proprio spettacolo teatrale con la consueta partecipazione diretta degli spettatori all’interno della scenografia del mercato di Betlemme.
Anche quest’anno i nuovi testi e gli altrettanti quadri sotto la regia di Francesco Angeloni e di Antonio Biso, e il particolare gioco di luci della Wandy Star S.r.l., hanno valorizzato in maniera suggestiva, la nuova location di quest’anno, il Parco dell’Uliveto, che ha assunto un’atmosfera magica ed evocativa.
Il pubblico di ieri, visibilmente commosso, ha colto pienamente il messaggio, con l’invito a
riflettere sui veri valori di pace e fratellanza, ed ha potuto constatare la continua crescita di livello dello spettacolo apprezzando la bravura degli attori, tra cui tanti giovani e il prezioso lavoro sartoriale realizzato da Eleonora Garbi.
“Siamo molto soddisfatti – afferma la Presidente Maria Cristina Ciaffi – che anche per questa edizione ci sia stato il riconoscimento e il contributo da parte della Regione Lazio Direzione Turismo, che ha annoverato il Presepe vivente organizzato dalla Pro Loco di Civitavecchia, tra i progetti più validi del programma regionale a favore delle tradizioni storiche, artistiche, religiose e popolari”.
La rappresentazione si è avvalsa altresì dell’aiuto economico della Fondazione Ca.Ri.Civ. e della Soc. Le Terme che ospita la manifestazione, oltre al patrocinio morale del Consiglio Regionale del Lazio.
Per coloro che non hanno potuto assistere alla prima rappresentazione, la replica andrà in scena oggi pomeriggio 28 dicembre dalle ore 17,00 alle 20,00.
Sebbene Luca non parli esplicitamente di angeli che elevano la loro lode cantando, la musica sembra comunque aleggiare sul presepe fin dagli albori della tradizione, come un soffio antico.
I primi ad apparire con uno strumento tra le mani, ma ancora trattenuto, quasi fosse un respiro in attesa, furono i pastori. Forse perché la liturgia prediligeva il canto puro, privo di accompagnamenti terreni, mentre gli strumenti appartenevano alla sfera profana: suoni di terra e di vento, più vicini ai pastori che agli angeli.
In Italia, fu intorno al XII secolo che le raffigurazioni iniziarono a mostrare pastori che, tornando dalla grotta, suonavano il loro strumento: un gesto semplice e grandioso, un modo per “lodare e glorificare Dio”, come suggerito in quel passo sommesso di Luca (2,20) e ribadito con forza dalla Bibbia:
“Lodatelo con squilli di tromba,
lodatelo con arpa e cetra;
lodatelo con timpani e danze,
lodatelo sulle corde e sui flauti.
Lodatelo con cembali sonori,
lodatelo con cembali squillanti” (Salmo 150, 3-5)
Con il XV secolo, la musica divenne un dono esplicito, un’offerta che ciascuno poteva deporre davanti alla culla. Nella lauda “Rappresentazione della Natività di Cristo”, un pastore dice con tenerezza contadina:
“Di questo cacio t’intendo far dono,
e con questo mio zufolo farti suono”.
Già nel secolo precedente, il XIV, nelle pagine miniate erano apparsi angeli che accompagnavano il canto con strumenti delicati. Ma fu nel Rinascimento che gli angeli musicanti entrarono nelle opere più ampie, splendenti come un’orchestra celeste: arpe sottili, liuti dorati, organetti che parevano respirare luce.
Così, tra pastori che soffiano nei loro zufoli di bambù e cori angelici che accarezzano corde d’oro, il presepe diventa un concerto antico: una musica senza partitura, sospesa tra terra e cielo.
Oltre agli angeli musicisti, messaggeri di quella pace che il Bambino porta nel mondo, la musica del presepe si fa improvvisamente umana e nasce dal cuore di altri personaggi, figli della cultura contadina a cui il presepe attinge a piene mani. Tra questi, i più emblematici sono lo zampognaro e il suonatore di ciaramella: due figure complementari come l’alba e il tramonto, come l’inizio e il compimento della vita.
La zampogna, affidata sempre a mani anziane, racconta con il suo soffio grave l’età avanzata dell’uomo.
Nell’otre di pelle di capra o di pecora, decorato da simboli apotropaici, l’aria prende forma e si fa voce: scivola nelle canne dotate di ance, una dedicata alla melodia, una all’accompagnamento e le altre al bordone, la nota fissa che è come il respiro antico della terra. Le voci di legno vi si intrecciano, ciascuna con il suo carattere, ma tutte obbedienti allo stesso soffio dell’uomo. Nei secoli, il nome originale dello strumento, symphōnĭa, mutò veste e accento, rotolando nel parlato dei villaggi e delle montagne. Così, quasi per incanto, quel nome venne trasformato dalla bocca del popolo in zampogna, ma niente andò perduto: non l’idea dell’armonia, non il miracolo del fiato che diventa coro, non la memoria remota dei pastori greci che suonavano gli αὐλοί (auloi), suoi probabili antenati. Per questo, nel presepe, la zampogna non è un semplice ornamento musicale, è la voce della terra che ritorna, il richiamo dell’antico che si fonde col nuovo.
Accanto alla zampogna, quasi sua eco giovane, risuona la ciaramella, sempre affidata a un ragazzo. La sua ancia doppia, sorella di quella dell’oboe e del fagotto, emette un suono più acuto, fresco come un vento mattutino. Così la musica diventa dialogo di età: il vecchio e il giovane, l’esperienza e l’impeto, l’inverno e la primavera.
In Lucania, non è raro vedere ben due ciaramellari affiancare lo zampognaro, come se un’unica voce non bastasse a contenere lo stupore del Natale.
La musica è una magia antica, una corrente invisibile che affascina, rapisce, attira a sé le persone come un filo di luce. È un linguaggio senza parole, capace di far vibrare lo stesso sentimento in popoli lontani, che forse non saprebbero comprendersi con la voce, ma che davanti a una melodia possono riconoscersi come fratelli.
Non è un caso se l’immaginazione moderna ha visto nella musica persino la possibilità di un dialogo tra mondi: nel film di Steven Spielberg, “Close Encounters of the Third Kind”, è una sequenza di note a tessere il primo ponte tra umani e creature venute dalle stelle, come se l’armonia fosse la lingua primordiale dell’universo. La musica, nel presepe come nella vita, è una magia antica: affascina, rapisce, accoglie. Trasmette emozioni senza chiedere parole, unisce popoli che non condividono la lingua, ma riconoscono lo stesso fremito, lo stesso ritmo del cuore. Perciò, davanti alla grotta, tutto diventa più semplice: basta un soffio, una melodia, perché gli uomini si ricordino di essere fratelli, magari rendendo realtà l’augurio della frase attribuita a Jim Morrison:
“Un giorno anche la guerra s’inchinerà al suono di una chitarra”.
Oltre ai suonatori di zampogna e ciaramella, nel presepe sono presenti spesso anche gli strumenti delle taverne, quelli che fanno vibrare le corde della festa umana: le chitarre ardite, le tammorielle dal suono circolare, le tiorbe a taccone, i colascioni dal manico smisurato, le viole e i violoni ormai scomparsi dalla musica moderna. È con loro che si anima il mondo del presepe: il vino, le risa, la fraternità, la danza che si infiamma tra le luci di un Natale senza tempo.
Questi suonatori non sono semplici comparse: sono l’eco vivente dei musicisti che San Gaetano da Thiene volle accanto alle preghiere della Novena, quando, a partire dal 16 dicembre, il popolo si radunava per cantare l’attesa del Natale. La loro musica non era intrattenimento, ma preghiera fatta melodia: un dono per il Bambino, un ponte tra l’umano e il divino.
A metà del XVIII secolo, nella Napoli brulicante di voci e di vicoli, la musica non era solo un’arte, divenne un ponte, un richiamo, un balsamo. Accompagnava le preghiere del santo vescovo Alfonso Maria de’ Liguori, doctor zelantissimus, avvocato, clavicembalista, compositore e infaticabile cercatore di anime, che tra il popolo trovava il suo vero altare. Fu lui a radunare i lazzari, così chiamati spregiativamente dagli Spagnoli: popolani del quartiere del Mercato che, un secolo prima, avevano partecipato alla sollevazione di Tommaso Aniello d’Amalfi, meglio conosciuto come Masaniello. Erano uomini semplici, artigiani, manovali, saponari, muratori, falegnami: anime umili che raramente entravano in chiesa, ma che sapevano ascoltare il richiamo delle melodie.
Antonio Maria Tannoia, nel suo “Della Vita …”, riportato nell’Enciclopedia Treccani, spiega:
“In Napoli “per lo più operava egli nel mercato e nel lavinaro”. Le viuzze della conceria, le piazze poste nelle vicinanze di qualche chiesa, trasformate in centri di adunanze religiose – le cosiddette “cappelle” – offrirono i primi temi di analisi al prossimo riformatore e formatore di coscienze. Le persone che vi convenivano “non erano nobili, ma lazzari, saponari, muratori, barbieri, falegnami, ed altri operai; ma quanto più erano dell’infima condizione tanto maggiormente venivano abbracciati da Alfonso”…”
Le melodie di Alfonso Maria de’ Liguori sono ancora oggi la colonna sonora del presepe. Nel 1754, nella sesta edizione delle “Operette spirituali”, pubblicò a Napoli “Tu scendi dalle stelle”, il canto che da tre secoli culla la fede popolare. Ma ancor prima, quasi come un seme gettato nel cuore della notte, aveva composto la “Pastorale”, meglio conosciuta come “Quanno nascette Ninno”, un gioiello in lingua napoletana che intreccia Vangelo di Luca, spunti apocrifi e suggestioni profetiche di Isaia.
È una ninnananna cosmica in cui l’universo intero partecipa al miracolo della nascita. Eccone alcuni versi:
“Quanno nascette Ninno a Bettlemme
Era notte e pareva miezo juorno.
Maje le Stelle – lustre e belle – se vedetteno accossí:
E a chiù lucente
Jette a chiammà li Magge ‘a ll’Uriente.
…
Co tutto ch’era vierno, Ninno bello,
Nascetteno a migliara rose e sciure.
Pe ‘nsí o fieno sicco e tuosto
Che fuje puosto – sotto a Te,
Se ‘nfigliulette,
E de frunnelle e sciure se vestette.”
Qui l’inverno si scioglie, il fieno germoglia, i fiori irrompono come una primavera impossibile: è la teologia trasformata in poesia pastorale, una catechesi vestita di meraviglia.
Una libera traduzione svela il cuore di questo stupore: “Quando nacque il Bimbo a Betlemme era notte, ma sembrava fosse mezzogiorno Mai, le stelle furono così limpide e pure. Una, la più ardente, andò a chiamare i Magi dall’Oriente. […] Benché fosse inverno, migliaia di rose e di fiori sbocciarono. Persino il fieno, ruvido e secco, che giacque sotto Te, si fece tenero germoglio e si vestì di foglie nuove e di profumati fiori.”
È la visione di un Bambino che nasce ai margini del mondo, tra pastori, zampognari e lazzari, e che da lì, dal basso, dal semplice, dal fragile, prova a cambiare la storia non con la forza, ma con la musica, la gentilezza e l’amore.
Così, nel presepe, ogni figura suonante è un’eco di quel messaggio. Non sono solo musicisti: sono i primi testimoni di una rivoluzione fatta di luce, di note e di misericordia. Nella loro musica risuona la stessa promessa che Alfonso sussurrava ai vicoli di Napoli: che anche il cuore più povero può diventare una stella, e che persino la notte più fitta, a volte, sa diventare mezzogiorno.
Ma l’eco di questo canto non finisce nel passato. Ancora nel XX secolo, Fabrizio De André, ispirandosi ai vangeli apocrifi, dedicò al Cristo de “La buona novella” parole che risuonano come un controcanto moderno alla dolce radicalità di Alfonso:
“contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali” (Concerto al teatro Brancaccio, Roma, 14 febbraio 1998).