Blog Pagina 250

Assemblea delle Donne e delle Libere Soggettività

Riceviamo e pubblichiamo

A partire da questo mese l’ Assemblea delle donne e delle libere soggettività sarà presente anche presso il Consultorio di Cerveteri secondo il calendario riportato.
Il prossimo incontro sarà quindi martedì 13 gennaio 2026 al Consultorio di Cerveteri- Via Martiri delle Foibe.
In questo momento è necessario discutere e affrontare la grave situazione che riguarda la momentanea chiusura dello Sportello Antiviolenza, a causa della scadenza del mandato e senza la pubblicazione del nuovo bando.
A questa pesante problematica si aggiunge anche il destino dei 2 Consultori di Ladispoli e Cerveteri, in vista del completamento ( non ancora stabilito) dell’Ospedale di Comunità che crea una situazione non chiara né definita nei tempi e soprattutto nei luoghi alternativi alla loro attuale collocazione.
Invitiamo tutt* a partecipare, cittadine e cittadini, Associazioni, Sindacati, movimenti femministi, partiti e istituzioni per trovare insieme soluzioni e analizzare proposte che possano garantire un importante servizio socio/sanitario in supporto delle donne in difficoltà, ma anche delle famiglie, delle /dei minori, delle /degli adolescenti del nostro territorio. Vi aspettiamo!

Il ritorno alla carta: Svezia e Danimarca ripensano l’istruzione

Dopo anni di forte spinta verso la digitalizzazione, anche nei Paesi considerati più avanzati sul piano educativo si apre una fase di ripensamento. In Svezia e Danimarca il dibattito sull’uso delle tecnologie a scuola è tornato al centro dell’attenzione, con un rinnovato interesse per strumenti tradizionali come libri cartacei, carta e penna. Secondo quanto riportato da New Media European Press, entrambi i Paesi stanno rivedendo alcune scelte adottate negli anni passati, durante i quali tablet e dispositivi digitali erano stati introdotti in modo esteso nelle aule.

In Svezia, in particolare, è emersa la volontà di garantire nuovamente a ogni studente la disponibilità di libri di testo cartacei, riconoscendo il valore della lettura su carta nel processo di apprendimento. Anche in Danimarca il confronto è aperto, soprattutto in relazione alle fasce d’età più giovani. L’attenzione è rivolta all’impatto che un uso precoce e prolungato degli strumenti digitali può avere sullo sviluppo delle competenze di base, come la lettura, la scrittura e la capacità di concentrazione.

La direzione intrapresa non rappresenta un rifiuto della tecnologia, ma una ricerca di maggiore equilibrio tra strumenti digitali e pratiche educative tradizionali. L’obiettivo è quello di sostenere un apprendimento più efficace, tenendo conto dei bisogni cognitivi degli studenti e delle criticità emerse negli ultimi anni.

Il caso di Svezia e Danimarca apre così una riflessione più ampia sul futuro dell’istruzione in Europa: l’innovazione tecnologica resta centrale, ma non può prescindere dal ruolo formativo della carta, della scrittura manuale e del libro come strumenti fondamentali della crescita.

Fonte:
New Media European Press –
Il ritorno alla carta: Svezia e Danimarca riscrivono il futuro dell’istruzione
https://www.newmediaeuropeanpress.eu/2026/01/06/il-ritorno-alla-carta-svezia-e-danimarca-riscrivono-il-futuro-dellistruzione/

Paola Forte

Liste di leva: il manifesto che fa rumore, ma non richiama nessuno

In questi giorni sui social di Bracciano (ma anche in altri Comuni d’Italia) ) gira il manifesto comunale sulla “Formazione della lista di leva” (per i nati nel 2009). E con l’immagine arrivano reazioni immediate: chi si allarma (“ci risiamo”), chi la butta sul moralismo (“finalmente raddrizzano questi giovani smidollati”).

Capisco il fermento: la parola leva si porta dietro un immaginario pesante, un mondo intero di simboli, paure e nostalgia del “rigore”. Ma qui va detto con chiarezza: quel manifesto non è una chiamata alle armi. È un adempimento amministrativo previsto dalla normativa, che continua a essere ripetuto anche se il servizio militare obbligatorio è sospeso (le chiamate sono sospese dal 1° gennaio 2005, per effetto della legge 23 agosto 2004 n. 226).

Infatti la procedura è prevista dal Codice dell’Ordinamento Militare: ogni anno i Comuni rendono noto – con un manifesto – che i giovani di sesso maschile che compiono 17 anni devono essere inseriti nella lista di leva del Comune dove hanno il domicilio legale.

Non è una “novità” del 2026: è una prassi ordinaria (e poco sensata aggiungo io) che i Comuni continuano a fare per legge, anche se la leva obbligatoria è sospesa da anni — come se le amministrazioni comunali non avessero di meglio da fare, con gli organici ridotti all’osso negli ultimi anni.

Sospesa, non abolita

Il punto è che la Leva è “sospesa, non abolita”. Essendo sospesa, nella testa di molti diventa subito “riattivabile”. E allora il salto emotivo è facile: o paura (“ci stanno arruolando”), o nostalgia punitiva (“un po’ di disciplina a questi giovani ci vuole!”).

Ma la realtà, oggi, è molto più prosaica: non c’è alcun ordine di presentarsi, nessuna mobilitazione, nessun richiamo. È burocrazia, con un linguaggio che oggi suona fuori tempo, in barba anche alle parità di genere.

Può tornare la leva “domani”? No. Dopodomani? “Dipende” (ma non dai Comuni)

Se mai la leva dovesse essere ripristinata, non potrebbe avvenire per iniziativa di un Comune o con un manifesto: servirebbero atti formali dello Stato e condizioni politiche e istituzionali straordinarie come la deliberazione dello stato di guerra o una grave crisi internazionale che richieda un aumento degli organici.

E no: non lo decide il Sindaco Marco Crocicchi. Anche se — lo dico sorridendo — se potessi scegliere a chi mettere in mano un potere del genere, preferirei il mio Sindaco che certi nazionalisti nostalgici da salotto.

Il vero punto: il clima

Questo allarme diventa credibile perché oggi la guerra e gli arruolamenti entrano prima nelle parole che nei fatti: nel linguaggio pubblico, nelle priorità, qualche volta nelle scuole, nella retorica della “durezza” come scorciatoia educativa, nell’accettazione supina delle logiche di guerra che stanno in giro per il mondo da parte dei nostri governanti.

Se per mesi senti parlare di “nemici”, di “riarmo inevitabile”, di “sicurezza” come unica bussola; se vedi che la politica alza i toni e abbassa le domande, allora basta un manifesto con scritto lista di leva per far scattare l’immaginario: “ci stanno preparando”.

E intanto, anche se qui non si spara un proiettile, qualcosa si muove lo stesso:

  • si normalizza l’idea che la risposta ai conflitti sia la forza;
  • si accetta che la paura diventi metodo di governo;
  • si rispolvera la retorica del “servono uomini duri”, come se la fragilità fosse una colpa e non una condizione umana.

Il punto non è negare che il mondo sia pericoloso. Il punto è non lasciarsi trascinare in un clima in cui la guerra diventa un’abitudine mentale inevitabile: si insinua nelle parole, orienta le scelte, riscrive i bilanci, restringe i diritti.

E se un giorno la leva militare tornasse davvero? C’è l’obiezione di coscienza

Se un domani lo Stato ripristinasse la leva, resta un punto fermo: la Legge 230/1998 sul diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare.

È un diritto — riconosciuto in Italia e nella maggior parte dei Paesi europei — a non ottemperare a un obbligo dello Stato quando entra in conflitto con la propria coscienza. E non nasce a caso, né è una scorciatoia. Nasce da lotte e scelte personali pagate a caro prezzo, quando dire “no” all’arruolamento significava processi e carcere.

Prima del riconoscimento pieno del 1998, c’è stata una lunga storia che passa anche dalla prima legge sul tema, la 772/1972, figlia di un conflitto culturale e civile durato anni, che ha coinvolto: cristiani, socialisti, anarchici, nonviolenti e pacifisti.

È, in sostanza, il riconoscimento che la coscienza non è un capriccio: è un principio democratico, un limite al potere quando lo Stato pretende di entrare nella parte più intima di una persona (la propria coscienza appunto).

Alla fine, quindi: non confondiamo la realtà. Un manifesto non è una guerra che arriva (lo so, fanno di tutto per farcelo credere).

Però può essere, oggi più che mai, un’occasione utile: parlare alle nuove generazioni di coscienza, di scelte, di responsabilità, di nonviolenza, di cosa vuol dire “servire” una comunità senza consegnare la propria umanità ai giochi di guerra dei potenti o alla propaganda bellicista.

Perché le società libere non si difendono solo con le armi: si difendono anche con persone capaci di pensare, dissentire, restare umane. E se vogliamo scongiurare il prossimo arruolamento, si cominci da subito — ognuno come può — a lavorare per la pace e la giustizia: nel proprio quartiere, nella propria comunità, rifiutando la logica binaria del nemico o amico, indignandosi con forza davanti alle storture dell’umanità e costruendo ponti di solidarietà tra noi e gli altri.

A Bracciano, nel nostro piccolo, questo lo stiamo già provando a fare con il Cantiere di Pace: uno spazio aperto di partecipazione e lavoro comune che tiene insieme l’Amministrazione, le associazioni, i cittadini, le cittadine e le realtà del territorio, per trasformare la pace da parola astratta a pratiche concrete — dialogo, educazione, incontri tra popoli e iniziative solidali capaci di fare comunità.

Perché la pace, solo quando la costruisci ogni giorno, smette di essere un cumulo di “buone intenzioni” e diventa qualcosa che regge anche quando arriva la paura.

Max Guitarrini

Assessore Politiche Sociali, Inclusione, Accoglienza e Pubblica Istruzione
Comune di Bracciano

Trasporto pubblico locale: forte preoccupazione per l’avvio della nuova gestione regionale

Riceviamo e pubblichiamo

“Il nuovo anno 2026 si è aperto con l’avvio della nuova gestione del trasporto pubblico locale nel Lazio, una riforma che rivoluziona profondamente il sistema così come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi. Il TPL non sarà più gestito dai Comuni, ma passerà sotto una regia interamente regionale, affidata ad Astral.
Il progetto prevede la suddivisione del territorio in 11 Unità di Rete (UDR), bacini territoriali omogenei all’interno dei quali, nelle intenzioni della Regione, dovrebbe risultare più semplice muoversi. Alla base della riforma vi era inoltre un principio condivisibile: la creazione di un biglietto unico in grado di integrare trasporto pubblico locale, treni regionali e metropolitane di Roma, rendendo la mobilità più agevole ed efficiente per i cittadini.
Un progetto che, sulla carta, nasceva quindi con un vantaggio significativo per chi utilizza quotidianamente i mezzi pubblici.
Il problema, però, è nella sua attuazione. Quasi tre anni fa ai Comuni furono inviate le prime proposte delle nuove linee.
In quella fase abbiamo puntualmente trasmesso le nostre osservazioni, evidenziando criticità molto serie: la perdita di collegamenti fondamentali per il nostro territorio, come quelli verso frazioni importanti quali Valcanneto e Sasso, l’impossibilità di raggiungere la Necropoli, il mancato collegamento con l’ospedale Bambin Gesù, oltre a servizi essenziali per scuole, lavoro e accesso ai servizi. Collegamenti fondamentali per la vita quotidiana della nostra comunità.
Il progetto prevedeva l’attivazione di tavoli di confronto con le amministrazioni locali, per coordinare il passaggio, affrontare le criticità e costruire insieme le nuove linee. Questo confronto, però, non è mai stato realmente avviato.
Le nuove linee già attivate nei primi due bacini, Valle del Sacco e Valle dell’Aniene, hanno purtroppo confermato quanto avevamo immaginato e segnalato da tempo. Quanto sta accadendo in questi territori dimostra che le preoccupazioni espresse dai Comuni erano fondate: utenti che, da un giorno all’altro, si sono ritrovati senza i collegamenti utilizzati quotidianamente per andare a scuola o al lavoro, con disagi enormi che colpiscono soprattutto le fasce più fragili della popolazione, come anziani, studenti e lavoratori pendolari.
In questi anni ho più volte sollecitato la Regione Lazio, recandomi personalmente in Regione per confrontarmi con l’Assessore competente e scrivendo anche al Presidente Rocca. Tuttavia, il problema non è mai stato affrontato in modo complessivo e strutturato.
Nei prossimi mesi prenderà avvio anche il Bacino 1 – Tirreno Nord, nel quale è ricompreso il nostro territorio.
La preoccupazione è fortissima: l’eliminazione di collegamenti fondamentali, in particolare quelli legati alle scuole, rischia di mettere in enorme difficoltà centinaia di famiglie, soprattutto se il cambiamento avverrà in corso d’anno scolastico.
Per questo chiedo con forza alla Regione Lazio e ai miei colleghi sindaci del territorio un incontro urgente e una riflessione seria e condivisa su come gestire questo passaggio. La riforma del trasporto pubblico locale può certamente portare vantaggi, ma solo se accompagnata da ascolto, gradualità e attenzione ai territori.
In caso contrario, rischia di trasformarsi in un grave danno per le comunità locali e di compromettere il diritto alla mobilità”.

Lilith (parte 3 di 3)

L’antico femminile

Il Novecento sbocciò come un fiore inquieto, tra guerre che laceravano il cielo e libertà che germogliavano dove nessuno le aveva seminate. Gli uomini, smarriti tra macchine che correvano più veloci dei loro pensieri, iniziarono a interrogarsi sul volto antico del femminile, quello che avevano dimenticato sotto strati di paura e di silenzio.

Fu allora che gli studiosi, aprendo libri impolverati come scrigni dimenticati, ritrovarono il nome di Lilith. Non più demone, non più ombra minacciosa, ma simbolo di una scelta primordiale: la scelta di dire no al dominio, di non piegarsi, di non essere definita da mani che non conoscevano la sua sostanza.

Psicologi, artisti, scrittori, musicisti: ognuno le restituì un frammento di verità, come se stessero ricomponendo un’antica costellazione dispersa nel tempo.

Lilith tornò a camminare tra le pagine, tra le tele, tra le note. Divenne la donna che non chiede permesso, la voce che non accetta di essere soffocata, l’ombra che rifiuta di essere chiamata peccato solo perché non si lascia rinchiudere.

Lilith, ancora una volta, era tornata a essere ciò che era sempre stata: una scintilla di libertà che nessun secolo può spegnere.

Nel mondo moderno, ogni volta che una donna lasciava un lavoro per inseguirne uno che le incendiava il cuore, ogni volta che abbandonava un amore che la stringeva invece di nutrirla, ogni volta che sceglieva un destino non benedetto dagli sguardi altrui, un’eco antichissima si risvegliava nell’aria. Era Lilith, divenuta ormai non più figura, ma pensiero: “io valgo perché esisto, non perché qualcuno mi concede valore”.

Così, senza clamore, senza apparizioni, senza miracoli, Lilith camminava nel mondo come un respiro segreto. Era ovunque ci fosse una donna che non abbassava lo sguardo, ovunque ci fosse una persona che rifiutava la gabbia del ruolo assegnato, ovunque la libertà trovasse un angolo per respirare.

E in quel respiro, lieve come una foglia, forte come una marea, viveva ancora la sua antica promessa: che nessun essere è nato per essere piegato.

Ogni generazione ha riscritto Lilith a modo suo, come si ridisegna una costellazione. Eppure una cosa non cambia mai: Lilith è il contrario della paura. Dove lei passa, il timore si scioglie come brina al sole.

Nel suo lungo vagare ha incontrato esseri umani di ogni sorta: madri con il cuore stanco, artisti che parlavano con i colori, solitari che temevano la propria ombra, bambini che non trovavano il sonno, anziani dimenticati persino dal tempo. A nessuno disse il proprio nome. Non ce n’era bisogno: la verità non ha bisogno di presentazioni.

A una giovane donna che piangeva per un amore che la consumava, mormorò:

«Nessuno merita le tue lacrime se te ne cancella il nome.»

A un uomo che tremava sotto il peso del giudizio altrui, sussurrò:

«La libertà è la tua forma più vera.»

A un bambino che non riusciva a dormire, accarezzò l’aria accanto al suo letto:

«La notte non è cattiva. È solo il luogo dove riposano le domande.»

Ad un anziano abbandonato sibilò:

«Il valore è ciò che rimane: la tua memoria, la tua gentilezza, la tua storia nessuno le può cancellare.»

anche se nessuno ti sta guardando.»

Alle sue figlie invisibili, spiriti di vento e di scelta, spiegò:

«Ecco la mia strada. Non la paura. Non la ribellione che brucia e si spegne. Ma la scelta. Perché scegliere è la prima, segreta forma d’amore.»

Era un’idea nuova, sottile come un filo di luna e luminosa come un’alba che non ha ancora un nome: che ogni vita comincia davvero nel momento esatto in cui qualcuno trova il coraggio di dire, senza tremare: “Io sono ciò che scelgo di essere”.

Si racconta che, talvolta, nelle notti in cui il vento porta con sé parole dimenticate e il mondo sembra trattenere il respiro, Lilith cammini ancora accanto agli uomini. Non per ferirli, non per turbarli, ma per ricordare loro una verità che nessun tempo può cancellare: che ogni creatura, anche la più fragile, custodisce nel cuore una scintilla che non può essere spenta.

 

Il lungo viaggio di un’ombra antica

Immaginiamo di tornare indietro di quattromila anni, nelle grandi città della Mesopotamia. Le notti erano buie, il vento del deserto soffiava tra le case di argilla e l’uomo cercava di dare un nome a ciò che non riusciva a spiegare. È qui che incontriamo per la prima volta una figura affascinante e inquieta: Lilitu, spirito della notte e della tempesta.

Non era un demone nel senso moderno del termine. Era piuttosto una personificazione delle forze naturali che sfuggivano al controllo umano: il vento improvviso, l’inquietudine notturna, la seduzione che disorienta. In un mondo dove la natura era imprevedibile, Lilitu rappresentava l’ignoto.

Con il passare dei secoli, questo nome attraversò culture e confini. Quando gli Ebrei vissero l’esilio a Babilonia, molte tradizioni mesopotamiche entrarono in contatto con la loro religione. Nel libro di Isaia, Lilith appare appena come un’ombra tra le rovine: una creatura della desolazione, più simbolica che reale. Ma nel folklore ebraico successivo la sua figura si arricchì: diventò uno spirito notturno, una presenza associata ai momenti delicati della nascita e del puerperio. Per proteggersi, le famiglie appendevano amuleti con nomi di angeli e formule apotropaiche.

La svolta avviene nel Medioevo. In un testo del XIII secolo, l’Alfabeto di Ben Sira, Lilith diventa la prima moglie di Adamo. Secondo il racconto, fu creata dalla stessa terra e nello stesso momento e proprio per questo, rivendicò uguaglianza. Quando Adamo pretese di dominarla, Lilith rifiutò, pronunciò il Nome divino e fuggì nel deserto. È un episodio che, pur non appartenendo alla Bibbia, ha avuto un’enorme influenza sull’immaginario occidentale.

Da quel momento Lilith non è più soltanto una creatura notturna: diventa un simbolo. La donna che non accetta la sottomissione, la voce che rivendica autonomia, la parte del femminile che non si lascia addomesticare.

Nella mistica ebraica del XVI secolo, la Cabala, Lilith viene collocata nel “lato sinistro” della creazione, associata alla “Luna Nera” e alle energie non controllate. È l’ombra dell’Eva luminosa: la femmina selvaggia, istintuale, libera.

La Luna Nera/Lilith è un archetipo simbolico, non un oggetto fisico. Rappresenta l’inconscio profondo, la parte ribelle e indomita dell’identità, il desiderio di autonomia, il rifiuto delle costrizioni, il femminile selvatico e non addomesticato.

Ma la storia non finisce qui. Dal Romanticismo in poi, Lilith viene riscoperta dagli artisti, dagli psicanalisti, dai movimenti femministi. I preraffaelliti la dipingono come una femme fatale, Jung la interpreta come archetipo dell’Ombra femminile e molte donne la adottano come simbolo di autodeterminazione.

Oggi Lilith è diventata un personaggio della cultura pop, ma anche un modo per parlare di desiderio, libertà e identità.

Dal punto di vista psicologico, Lilith rappresenta ciò che una società tende a reprimere: il desiderio non giustificato, la parola che non chiede permesso, l’autonomia che mette in discussione le regole. È la parte della psiche che, se ignorata, ritorna come sintomo; se riconosciuta, diventa forza creativa.

Lilith ed Eva non sono due donne, ma due poli della stessa struttura psichica: Eva incarna l’adattamento, la relazione, la continuità; Lilith rappresenta la rottura, il desiderio, l’indipendenza. Quando una cultura accetta solo Eva, Lilith non scompare: ritorna come sintomo, come rabbia repressa, come colpa legata alla sessualità, come sabotaggio delle relazioni.

La sua storia ci mostra come un mito possa trasformarsi nel tempo, adattarsi a culture diverse e continuare a parlarci. Lilith non è un demone, non è un’eroina: è uno specchio. Riflette le nostre paure, i nostri desideri, e soprattutto ciò che una società decide di mettere ai margini.

Forse è proprio per questo che, dopo millenni, continua a camminare accanto a noi.

 

Chi è Lilith?

Allora, per comprendere davvero Lilith, dobbiamo immaginarla non come un personaggio lontano, ma come una presenza che attraversa silenziosamente la nostra storia personale. Non vive soltanto nei miti antichi, nei testi rabbinici o nelle leggende medievali: vive nei momenti in cui scegliamo di non abbassare lo sguardo, nei desideri che non sappiamo spiegare, nelle parole che restano in gola perché temiamo che siano “troppo”.

Lilith è la parte di noi che non accetta di essere ridotta a un ruolo. È la voce che sussurra quando tutto tace, la scintilla che si accende quando ci accorgiamo che la libertà ha un prezzo, ma anche un valore.

Se ascoltiamo con attenzione, la sua storia non parla di demoni o di ribellioni antiche. Parla di ogni volta in cui un essere umano ha sentito di non appartenere al posto in cui era stato messo. Parla di chi ha scelto il deserto pur di non tradire se stesso. Parla di chi ha preferito la notte alla luce, non per amore dell’oscurità, ma per amore della verità.

Così, mentre la sua figura si dissolve tra le sabbie del tempo, resta una domanda che ci riguarda da vicino: quale parte di noi abbiamo mandato via e quale parte aspetta ancora di essere riconosciuta?

Lilith non è un’ombra che ci insegue. È un’ombra che ci accompagna e quando, finalmente, la guardiamo senza paura, scopriamo che non è lì per spaventarci, ma per ricordarci che la libertà, quella vera, comincia sempre da ciò che abbiamo avuto il coraggio di non nascondere più.

 

Per leggere dall’inizio

 

 Riccardo Agresti

Capena, al via i lavori per la biblioteca nel palazzo comunale. Uno dei finanziamenti PNRR che Città metropolitana ha destinato al territorio 

Riceviamo e pubblichiamo

Sono stati inaugurati i lavori che interesseranno la sede comunale di Capena e vedranno la realizzazione di una nuova biblioteca: un finanziamento totale di 360 mila euro dal PNRR – PUI Cultura impiegato per la riqualificazione del piano seminterrato del palazzo che affaccia su Via Don Giovanni Minzoni e dell’area esterna di fronte all’edificio.
Alla cerimonia di avvio dei lavori, con il Sindaco Roberto Barbetti, ha partecipato il vicesindaco di Città metropolitana di Roma Capitale Pierluigi Sanna.
In dettaglio, si prevedono interventi nei blocchi Nord e Sud del piano seminterrato, che oltre alla biblioteca ospiteranno una sala conferenze e due sale di lettura, aree di studio e una sala multimediale, con punti di accesso a internet e dotazioni per l’uso di terminali privati, nel pieno rispetto delle norme di sicurezza e accessibilità. Nel progetto, massima attenzione anche alla qualità della fruizione degli spazi, improntata al comfort e al relax. Ogni sala avrà un accesso indipendente per permettere di essere utilizzata autonomamente, senza interferire con le attività nel resto della struttura.
In continuità con i lavori al blocco interno, la riqualificazione della piazza di fronte all’edificio, con la razionalizzazione dei parcheggi a raso e la realizzazione di aree verdi e percorsi accessibili, fruibili sia dagli utenti della biblioteca, sia come punto di ritrovo e di accoglienza per i cittadini.
“Il Pnrr di Città Metropolitana, grazie alla lungimiranza del Sindaco Gualtieri, ci ha dato la possibilità dì finanziare molti comuni al di fuori della Capitale, tra i quali Capena. Realizziamo qui un progetto a cui il Sindaco Barbetti e la sua squadra tengono molto, e non può essere diversamente. Investire nella cultura significa creare luoghi non solo di crescita e conoscenza, a tutte le età, ma anche un rifugio di cui spesso sottovalutiamo l’importanza. Di fronte a un presente in cui è facile perdersi, sono i luoghi come questo che salvano e stimolano il dubbio e la capacità di comprendere il mondo nella sua complessità: i lavori sono già iniziati e ci auguriamo presto di poter inaugurare i nuovi spazi della biblioteca, un investimento prezioso per tutti”, ha dichiarato il Vicesindaco metropolitano Pierluigi Sanna.

Legalità, pace e speranza: don Luigi Ciotti protagonista dell’incontro promosso da Diocesi e Comune

Riceviamo e pubblichiamo

Mercoledì 16 gennaio 2026, alle ore 16, presso l’Aula consiliare “Renato Pucci” di Civitavecchia, si terrà l’incontro pubblico “Legalità, pace e speranza – Parole che diventano impegno”, che vedrà protagonista don Luigi Ciotti, sacerdote e attivista, fondatore di “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, da oltre trent’anni punto di riferimento nella lotta alla criminalità organizzata, nella promozione della giustizia sociale e nella diffusione della cultura della legalità democratica.
L’evento rientra nel percorso “Custodi del Futuro – Scuola di formazione all’impegno sociale e politico” ed è promosso dalla Diocesi di Porto-Santa Rufina e Civitavecchia-Tarquinia e dal Comune di Civitavecchia, con il coordinamento dell’Assessorato ai Servizi Sociali.
L’incontro si propone di offrire, attraverso l’esperienza diretta di don Luigi Ciotti, uno spazio di confronto aperto con la cittadinanza sui temi della speranza, della solidarietà e della responsabilità sociale, intesi come veri e propri motori di cambiamento. Un momento di dialogo significativo per ribadire che pace e legalità non sono concetti astratti, ma impegni quotidiani che coinvolgono l’intera comunità.
L’iniziativa è aperta alla cittadinanza e rivolta in particolare a studenti, associazioni, operatori sociali e a tutti coloro che desiderano approfondire i valori di una democrazia fondata sulla partecipazione, sulla solidarietà e sul rispetto delle regole.
«Ospitare a Civitavecchia don Luigi Ciotti – dichiara il Sindaco Marco Piendibene – significa offrire alla nostra comunità un’importante occasione di riflessione e di crescita collettiva. La sua testimonianza richiama tutti, istituzioni e cittadini, a un impegno concreto e quotidiano per la legalità, la pace e la speranza, valori che non possono restare principi astratti ma devono tradursi in azioni, responsabilità condivise e politiche pubbliche orientate al bene comune».
«Sono molto contenta – dichiara l’Assessora ai Servizi Sociali Antonella Maucioni – dell’evento che si terrà mercoledì prossimo. Credo sia fondamentale sensibilizzare la cittadinanza su tematiche complesse e delicate come quelle della legalità e della giustizia sociale. L’esperienza e la testimonianza di don Luigi Ciotti rappresentano un valore aggiunto per la nostra comunità, soprattutto per i giovani e per quanti operano nel sociale».
L’Amministrazione comunale rivolge un sentito ringraziamento alla Diocesi, nella persona del Vescovo monsignor Gianrico Luzza, per il prezioso contributo organizzativo e per la costante collaborazione istituzionale, che ha reso possibile la realizzazione di un appuntamento di alto valore civile e culturale per la città.

MUNICIPIO XV, TORQUATI – ROLLO: “TORNA “A BRACCIA APERTE”, LA RACCOLTA DI COPERTE, VESTIARIO E DERRATE ALIMENTARI PER PERSONE FRAGILI”

Riceviamo e pubblichiamo

“Al via la quinta edizione di “A Braccia Aperte”, l’iniziativa di solidarietà del Municipio Roma XV per la raccolta di coperte e vestiario invernale per le persone senza fissa dimora e le famiglie fragili di Roma nord.

Dal 12 al 26 gennaio, secondo il calendario di apertura, sarà possibile consegnare coperte, sacchi a pelo, piumini, giacche pesanti, cappelli, sciarpe in buono stato e derrate alimentari (legumi in barattoli pronti da mangiare, tonno, zucchero, riso, pasta, merendine, biscotti, succhi di frutta in brick, the in bustine) e prodotti igienici (assorbenti, rasoi, pettini, deodoranti, spazzolini, dentifricio, shampoo e bagnoschiuma) direttamente nei centri programmati.

Con il supporto delle Case Sociali delle Persone Anziane e del Quartiere, Caritas e Associazioni territoriali culturali, caritatevoli e di volontariato, anche quest’anno con il Presidente di Commissione Alfonso Rago siamo pronti ad aprire su tutto il nostro territorio 50 punti di raccolta in 15 giornate dislocati in ogni quartiere del nostro territorio.

Non solo, grazie all’Associazione “Tutti Taxi per Amore”, con l’iniziativa “Amici fragili 2026” dal 12 al 15 gennaio sarà possibile chiedere il ritiro delle donazioni addirittura a domicilio contattando i numeri 3396059080, 3387157566, 3338253771 dalle ore 09.00 alle ore 13.00 e dalle ore 17.00 alle ore 20.00.”

Così in una nota il Presidente del Municipio XV, Daniele Torquati e l’Assessora alle Politiche Sociali, Sanitarie e Pari Opportunità, Agnese Rollo.

“Riserva fredda: la libertà di non decidere che cancella tutte le altre”

Riceviamo e pubblichiamo

 

Governo e Regione (centrodestra) parlano di direzione ma non decidono: niente atti, niente risorse, niente tempi. E perfino l’ipotesi di “riserva fredda” viene raccontata come soluzione, mentre resta appesa a coperture e compatibilità europee: senza provvedimenti, è solo una parola che congela tutto. Carbone finito, futuro sospeso, e a pagare sono lavoratori, indotto, famiglie e imprese.

La destra locale, i consiglieri regionali e i parlamentari del territorio smettano di sollevare nebbie laterali: si agita polvere per spostare lo sguardo, ma la centrale resta lì, enorme, immobile, visibile, la questione vera che non si può coprire con la retorica. Qui serve governo, subito: aree industriali, Accordo di Programma e un Commissario operativo. L’inerzia non è prudenza: è una scelta che produce danni.

Chiediamo una transizione che non sia un annuncio, ma un processo vero, verificabile, con impegni chiari e scadenze.

Dopo anni di responsabile servitù energetica Civitavecchia pretende che sia rispettata ogni libertà e ogni possibilità di iniziativa economica, meno una: la libertà di lasciare un territorio in sospensione indefinita, perché questa “libertà” cancella tutte le altre. Cancella la libertà di lavorare, di investire, di costruire impresa, di programmare lo sviluppo, di scegliere un futuro diverso. Senza decisioni, non resta neutralità: resta solo un lento logoramento. E su questo, oggi, ciascuno deve assumersi la propria parte.

Partito Democratico di Civitavecchia