Dal profilo Facebook del Comune di Manziana
Giugno a Manziana
L’importanza dello sport, della condivisione e dello stare insieme per il sindaco di Bracciano
Dal profilo Facebook del sindaco di Bracciano


EDILIZIA RESIDENZIALE PUBBLICA A CIVITAVECCHIA: STRATEGIA DI VALORIZZAZIONE DELLE TORRACCE PER FAR FRONTE AL DISAGIO ABITATIVO
Comunicato stampa
La donazione di sangue in una generazione che cerca appartenenza
L’esperienza del Gruppo Donatori Sangue “Francesco Olgiati” ODV e il ruolo degli studenti nella costruzione di una nuova cultura del dono
Parlare oggi di giovani significa spesso imbattersi in una lunga serie di definizioni stereotipate: disillusi, disinteressati, fragili, individualisti. Nel dibattito pubblico, le nuove generazioni vengono frequentemente raccontate attraverso categorie riduttive, che finiscono per trascurare non soltanto le difficoltà strutturali con cui si confrontano quotidianamente, ma anche le numerose forme di partecipazione e responsabilità che molti ragazzi continuano invece a costruire nei contesti universitari, associativi e sociali.
Parallelamente, quando i giovani decidono di esporsi o di partecipare attivamente alla società, vengono spesso rappresentati come estremisti, polemici, concentrati esclusivamente su battaglie ideologiche, lontane dalla “realtà concreta”. Si crea così una narrazione paradossale, nella quale i giovani sembrano poter occupare soltanto due ruoli opposti e ugualmente svalutanti. In entrambi i casi, ciò che finisce spesso per mancare è il riconoscimento di tutte quelle esperienze silenziose, quotidiane e profondamente concrete nelle quali molti studenti e giovani scelgono di investire tempo, energie e responsabilità reali al servizio della comunità.
In questo senso, l’esperienza del Gruppo Donatori Francesco Olgiati presso il Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS rappresenta un esempio particolarmente significativo, perché non si limita a riconoscere il ruolo degli studenti nella partecipazione associativa e nella promozione della cultura del dono, ma ne incentiva concretamente il coinvolgimento, offrendo uno spazio autentico nel quale sentirsi ascoltati, responsabilizzati e realmente parte attiva dei processi organizzativi delle attività di sensibilizzazione rivolte alla comunità universitaria.
Il tema della donazione di sangue, infatti, si intreccia inevitabilmente con una riflessione più ampia sul rapporto tra i giovani e la partecipazione sociale. Viviamo in una società estremamente veloce, performativa e competitiva, nella quale gran parte delle relazioni passa attraverso schermi, notifiche e interazioni frammentate; una società in cui il tempo sembra dover essere costantemente ottimizzato e nella quale ogni attività viene spesso valutata in termini di utilità immediata o ritorno personale. In tale contesto, la donazione rappresenta quasi un gesto “controtempo”, perché è gratuita, anonima, non dà “views” e non produce vantaggi concreti nell’immediato, richiedendo invece disponibilità, continuità e senso di responsabilità collettiva.
Parallelamente, la nostra generazione si trova a vivere una condizione di precarietà continua, non soltanto economica o lavorativa, ma anche psicologica e sociale. Si studia più a lungo, si entra più tardi nel mondo del lavoro, si vive costantemente sotto pressione accademica e prestazionale e si cresce spesso con la sensazione di dover dimostrare continuamente qualcosa. A questo si aggiunge una crescente sfiducia verso le istituzioni e verso tutte quelle strutture percepite come distanti, poco accessibili o incapaci di dialogare realmente con i giovani.
Il Gruppo Donatori dimostra invece quanto il coinvolgimento diretto possa fare la differenza. Da anni, infatti, all’interno del Direttivo dell’associazione sono stabilmente presenti rappresentanti degli studenti, che partecipano attivamente alla progettazione delle iniziative, all’organizzazione degli eventi, alla comunicazione e, più in generale, ai processi decisionali dell’associazione stessa. Questo aspetto ha un valore estremamente importante, perché permette di superare una visione paternalistica della sensibilizzazione sanitaria e trasmette invece l’idea che gli studenti possano essere interlocutori reali, capaci di contribuire concretamente alla costruzione di progetti rivolti alla comunità universitaria.
La presenza dei rappresentanti nel Direttivo non rappresenta quindi un elemento simbolico, ma uno strumento fondamentale per costruire una comunicazione autentica ed efficace. Molte campagne di sensibilizzazione, infatti, faticano a coinvolgere realmente i giovani, non tanto per il contenuto del messaggio, quanto perché vengono spesso progettate senza un confronto diretto i diretti interessati e con le loro modalità d’espressione. Il coinvolgimento degli studenti permette invece di costruire iniziative più vicine ai linguaggi, agli spazi e alle sensibilità delle nuove generazioni, rendendo la partecipazione più spontanea ed efficace.
E quando il coinvolgimento è reale, la risposta arriva.
Nasce così“EMATRIDUUM – Il sangue è destinato a circolare, condividilo”, un progetto sviluppato insieme al Gruppo Donatori Olgiati ed all’associazione studentesca UniLab – Studenti in primo piano, all’interno dell’Università Cattolica, due appuntamenti annuali di tre giorni, interamente dedicati alla sensibilizzazione sulla donazione di sangue e giunti ormai alla terza edizione.
L’obiettivo di EMATRIDUUM non era affatto semplice:si volevano aumentare le donazioni da parte degli studenti, sicuramente, ma soprattutto si voleva costruire una nuova cultura del dono all’interno dell’università, cercando di trasformare gli studenti da destinatari passivi delle campagne di sensibilizzazione a protagonisti attivi del percorso, nella convinzione che la comunicazione orizzontale sia oggi strumento essenziale per avvicinare i giovani alla donazione.
Durante i primi due giorni vengono allestiti, nei principali punti di aggregazione dell’Università, spazi informativi gestiti dagli studenti stessi, nei quali vengono fornite informazioni sulla donazione, sui criteri di idoneità, sul ruolo del sangue in ospedale e sul significato concreto del dono. In questi momenti vengono inoltre raccolte le adesioni per la successiva campagna di donazione promossa dal Gruppo Donatori. La terza giornata è invece dedicata a un momento di approfondimento attraverso workshop, convegni o incontri tematici sul tema dell’ematologia, della medicina trasfusionale e del percorso del donatore e del paziente.
Nel corso delle varie edizioni sono stati coinvolti non soltanto medici, ma numerosi professionisti sanitari e gli stessi pazienti, sia donatori – sia riceventi, con l’obiettivo di offrire agli studenti una visione il più possibile concreta e multidisciplinare del tema della donazione.
Si tratta di un lavoro di gruppo estremamente impegnativo, gestito con il supporto del personale del Centro Trasfusionale e, più in generale, del Policlinico Gemelli, che vede studenti coinvolti nella gestione logistica, nella comunicazione, nei rapporti con i relatori, nell’accoglienza e nelle attività informative, trasformando l’iniziativa in un’esperienza reale di responsabilità condivisa.
Accanto all’aspetto organizzativo, uno degli elementi più significativi emersi è stato proprio il cambiamento nella partecipazione degli studenti. Si è osservato, infatti, un interesse progressivamente crescente verso la donazione: aumentano gli studenti che chiedono di partecipare alle campagne di donazione, quelli che si propongono come volontari per l’organizzazione e quelli che prendono parte ai momenti di approfondimento. La donazione, che fino a pochi anni fa appariva come un gesto sporadico e poco condiviso tra gli studenti, sta assumendo sempre più il carattere di una pratica riconosciuta, partecipata e vissuta con continuità ormai parte integrante della vita studentesca.
Ed è proprio qui che emerge forse l’aspetto più importante dell’intera esperienza: i giovani rispondono quando comprendono il significato concreto del proprio contributo e quando percepiscono che il loro ruolo non è marginale, ma realmente utile all’interno di una comunità. La donazione di sangue riesce in questo senso a restituire qualcosa che spesso manca nelle relazioni contemporanee, ovvero la percezione tangibile dell’impatto delle proprie azioni sugli altri.
In una generazione abituata a vivere gran parte delle proprie relazioni attraverso il digitale, la donazione riporta improvvisamente il corpo, la presenza e la comunità al centro dell’esperienza. Il sangue, in questo senso, rimane qualcosa di profondamente reale in un’epoca caratterizzata da rapporti sempre più liquidi e smaterializzati.
Per questo motivo, esperienze come quella del Gruppo Donatori “Francesco Olgiati” assumono un significato che va oltre il semplice ambito sanitario. Esse mostrano come i giovani non siano affatto disinteressati alla solidarietà o alla partecipazione collettiva, ma abbiano piuttosto bisogno di essere coinvolti in modo autentico, responsabilizzati e messi nelle condizioni di sentirsi parte di un progetto comune.
Forse, allora, il punto non è chiedersi perché i giovani partecipino meno, ma comprendere quanto spesso le istituzioni abbiano realmente scelto di costruire spazi nei quali questa partecipazione possa nascere e svilupparsi concretamente.
«Non dubitare mai che un piccolo gruppo di cittadini coscienziosi ed impegnati possa cambiare il mondo. In verità è l’unica cosa che è sempre accaduta».
Margaret Meed
Federica Finetti
L’Italia del tennis: la nuova passione sportiva nata attorno a Sinner
Il tennis in Italia non è mai stato così diffuso. Per anni è stato considerato uno sport elitario, seguito da appassionati fedeli, ma lontano dall’impatto mediatico e popolare del calcio, ad esempio. Oggi, invece, i campi sono pieni, i circoli registrano nuove iscrizioni e milioni di persone si fermano davanti alla televisione per seguire una partita. Gran parte del merito è del fenomeno Jannik Sinner e di una generazione di giocatori italiani che ha cambiato il volto di questo sport.
Sinner è diventato molto più di un campione: rappresenta un modello moderno, credibile e vicino ai giovani. La sua calma, il lavoro costante e l’assenza di eccessi hanno conquistato anche chi non aveva mai seguito il tennis. Accanto a lui, altri protagonisti come Musetti, Berrettini, Paolini e i successi in Coppa Davis hanno dato continuità a un movimento che oggi appare finalmente maturo e competitivo ai massimi livelli.
Ma il boom del tennis non può essere spiegato solo con i risultati. In questo momento storico il calcio italiano vive una fase complicata. La Nazionale manca in continuità, il campionato fatica a competere economicamente con gli altri grandi tornei europei e il rapporto tra tifosi e calcio è diventato spesso nervoso, polemico e divisivo. Il tennis, al contrario, trasmette meritocrazia, rispetto e storie personali nelle quali è facile identificarsi.
C’è poi un altro aspetto importante: il tennis moderno è diventato più accessibile. Le piattaforme streaming, i social network e gli highlights continui hanno trasformato uno sport considerato di nicchia e lento, in un prodotto dinamico e coinvolgente. Le partite di Sinner diventano eventi collettivi, commentati online in tempo reale anche da persone che fino a pochi anni fa non conoscevano nemmeno le regole del gioco.
La domanda è se in Italia si stia creando qualcosa che vada oltre il semplice entusiasmo per un campione, dando voce a un Paese che vuole tornare competitivo attraverso il talento, il sacrificio e la programmazione, oppure se – come spesso accade nel panorama italiano – prevarrà l’entusiasmo opportunistico di coloro che si affretteranno a scendere dal carro del vincitore una volta che, come è fisiologico, si paleseranno le prime complicazioni, per risalire in un altrove carro alla volta di chi regala solo sodisfazioni.
Marzia Onorato
Una tradizione che torna a vivere a Manziana
Dalla pagina Facebook del Comune
A Roma una delegazione di 30 sindaci francesi per un confronto su politiche e strategie per affrontare nelle grandi città il cambiamento climatico
Comunicato stampa
Un confronto sul cambiamento climatico e le strategie per affrontarlo nelle grandi città: questa mattina, su invito dell’Ambasciata di Francia in Italia, il vicesindaco di Città metropolitana di Roma Capitale, Pierluigi Sanna e il Direttore dell’Ufficio Clima di Roma Capitale, Edoardo Zanchini, hanno incontrato a Palazzo Valentini una delegazione di trenta sindaci dell’Association des Maires de France del Dipartimento della Seine-et-Marne.
L’innalzamento delle temperature, i fenomeni climatici estremi, i corsi d’acqua, il verde e l’utilizzo dell’energia pulita sono temi che sempre più richiamano le pubbliche amministrazioni a politiche ambientali in grado di arginare il cambiamento climatico e preservare territori e ambiente e lasciare alle future generazioni un ecosistema sostenibile. «Il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri ha deciso di creare un ufficio ad hoc per coordinare queste politiche affinché ci sia una visione globale degli interventi necessari per guidare la città verso i cambiamenti in atto. Una delle prime iniziative di questa amministrazione è stata quella di partecipare alla missione europea che vuole anticipare la riduzione delle emissioni. Siamo stati selezionati insieme ad altre 100 città europee che hanno deciso di accelerare il raggiungimento degli obiettivi. Nel gennaio 2025 abbiamo approvato la prima strategia per il cambiamento climatico della città e, rispetto alla riduzione delle emissioni, il nostro obiettivo ambizioso è di portarle a meno 66% nel 2030 rispetto al 2003», ha detto Zanchini aprendo i lavori.
«Dall’inizio di questa consigliatura il sindaco ha creduto fermamente nel valore aggiunto che rappresenta una grande rete di Comuni in Europa disposta a collaborare su obiettivi condivisi per affrontare sfide come quella che ci impone il cambiamento climatico. L’incontro di oggi è esattamente su questo che verte: la rigenerazione urbana, la tutela dei corsi d’acqua e dei boschi. Grazie ai fondi del PNRR, ad esempio, abbiamo avviato una grande opera di forestazione mettendo a dimora un milione di alberi su tutto il nostro territorio. Confrontarci tra sindaci di due Paesi così importanti d’Europa è utile per mettere in comune le buone pratiche e condividere progettualità che portano le nostre città verso un futuro sempre più ecosostenibile», ha aggiunto Sanna.
Il focus dell’incontro è stato, appunto, il Climate City Contract di Roma Capitale, lo strumento strategico sviluppato nell’ambito della Missione europea 100 Climate-Neutral and Smart Cities per raggiungere la neutralità climatica entro il 2030 attraverso interventi su transizione energetica, mobilità sostenibile, adattamento climatico e rigenerazione urbana ma si né affrontato anche il tema della balneabilità del Tevere su cui la Capitale ha investito risorse e attivato progetti.
Tra i relatori: Marco Vincenzi, Delegato del Sindaco per la balneabilità del Tevere; Agostina Chiavola, Professoressa di Ingegneria Sanitaria Ambientale presso l’Università La Sapienza e coordinatrice del progetto “Verso un Tevere balneabile”; Fabrice Maiolino, Console Generale di Francia a Roma; Guy Geoffroy, Presidente dell’AMF77 e Sindaco di Combs-la-Ville; Marie-Charlotte Nouhaud, Sindaca di Avon e Terza Vicepresidente della Comunità Urbana del Pays de Fontainebleau.

Una gomma che si appiccica. 82° anniversario della Liberazione di Roma: 4 giugno 1944
Riceviamo e pubblichiamo
di Luca Lestingi
Superfluo dirlo, in Italia in questi anni è montato un antiamericanismo molto marcato. Le note e drammatiche vicende internazionali di matrice diretta stelle e strisce (dazi, Iran, Groenlandia) e indirette (Ucraina, Israele, Palestina, Libano) non hanno fatto altro che esacerbare un sentimento di forte insofferenza verso il nostro storico alleato.
Un’alleanza sempre più ingombrante, sempre meno tollerata, sempre meno da pari nonostante le solite imbellettate parole di circostanza negli incontri istituzionali. Su questo il presidente Trump ha accelerato senz’altro la degenerazione dei tessuti connettivi diplomatici…
Il famoso cioccolato, il pane bianco (era ormai solo nero di segale), il caffè, l’”OK” ci sono rimasti addosso ancora oggi dopo il luglio 1943 con lo sbarco in Sicilia degli angloamericani nella Seconda guerra mondiale. La famosa chewing gum, italianizzata in “cingomma” o “ciccigomma” o in altri modi familiari, non s’è più staccata da noi.
Ma l’americanizzazione non è stata solo frutto della guerra, iniziò ben prima nei primi decenni del Novecento coi forti flussi migratori verso gli States. Migranti italiani, soprattutto del Meridione d’Italia, andati, spesso senza “arte né parte”, a cercar fortuna negli USA lasciandosi alle spalle una Patria che non poteva più essere una mamma protettrice.
Che avranno detto tutte quelle persone che, lottando e sudando per un lavoro, per un riconoscimento sociale in America, erano riuscite a farsi una piccola posizione e un tesoretto, tanto da spedire orgogliosamente soldi e pacchi alimentari ai parenti in Italia, che avranno detto quando il tracotante Duce dichiarò guerra agli USA l’11 dicembre del 1941?
Combattenti di terra, di mare e dell’aria.
Camicie nere della rivoluzione e delle legioni.
Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania.
Ascoltate!
È questa un’altra giornata di decisioni solenni nella storia d’Italia e di memorabili eventi destinati ad imprimere un nuovo corso nella storia dei continenti. Le potenze del Patto di acciaio, l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista, sempre più
strettamente unite, scendono oggi a lato dell’eroico Giappone contro gli Stati Uniti d’America.
Il tripartito diventa un’alleanza militare che schiera attorno alle sue bandiere 250 milioni di uomini risoluti a tutto pur di vincere! Né l’Asse, né il Giappone volevano l’estensione del conflitto. Un uomo, un uomo solo, un autentico e democratico despota, attraverso a una serie infinita di provocazioni, ingannando con una frode suprema le stesse popolazioni del suo paese, ha voluto la guerra e l’ha preparata giorno per giorno con diabolica pertinacia.
I formidabili colpi che sulle immense distese del Pacifico sono già stati inferti alle forze americane mostrano di quale tempra siano i soldati del Sole Levante. Io dico, e voi lo sentite, che è un privilegio combattere con loro. Oggi il tripartito, nella pienezza dei suoi mezzi morali e materiali, è uno strumento poderoso per la guerra e il garante sicuro della vittoria; sarà domani l’artefice e l’organizzatore della giusta pace tra i popoli.
Italiani e italiane, ancora una volta in piedi siate degni di questa grande ora.
Vinceremo!
[dichiarazione di guerra agli Stati Uniti d’America di Benito Mussolini, 11.12.1941]. E ancora una volta da quel diabolico palcoscenico del balcone di piazza Venezia a Roma, il Duce bissava con gusto in 5 minuti e 5 secondi di discorso la sua esibizione del 10 giugno del 1940 quando, acclamato da una folla “oceanica”, dichiarò guerra alla Francia ed alla Gran
Bretagna. Ma quell’11 dicembre l’oceano era già una pozza d’acqua putrida…
L’America, il sogno del tutto è possibile, del riscatto sociale, della democrazia, del benessere, dell’innovazione tecnologia, della seconda Patria … ora è il nemico! La folle pretesa di combattere contro gli Stati Uniti forse il Duce non l’aveva realizzata nella sua intera portata. Già nel 1940 all’entrata in guerra contro la Francia, l’esercito italiano a malapena riuscì ad arrivare a Mentone (a pochi km da Ventimiglia!).
Solo “grazie” alla potenza della Wermacht l’Italia si poté definire vincitrice. Non solo, ma già nel dicembre 1941 l’Italia fascista
subì più di 10 importanti sconfitte e rovesci militari in tutti i teatri di guerra: Africa orientale italiana (perdita dell’Impero con la resa a Cheren e Gondar), Nord Africa (Tobruk liberata dagli Alleati), la disastrosa campagna di Grecia (Badoglio fu costretto a rassegnare le dimissioni da Capo di Stato Maggiore Generale dell’esercito), Mediterraneo (Punta Stilo nel luglio 1940, Capo
Matapan nel marzo 1941 e il raid di Taranto del novembre 1940). È chiaro che il colossale bluff di Mussolini faceva leva sulle carte della Germania e del Giappone e non tanto su ciò che l’Italia aveva in mano… poco o nulla, giusto una coppia (Re-Duce) di nullo valore.
Dallo sbarco in Sicilia alla liberazione di Roma passarono esattamente 330 giorni. Il calcolo si può basare sulle date storiche ufficiali: lo sbarco alleato in Sicilia (Operazione Husky) iniziò il 10 luglio 1943, mentre l’ingresso delle truppe americane della V Armata del gen. Clark a Roma avvenne il 4 giugno 1944. L’opposizione di Kesselring e dei suoi uomini della Wermacht fu
talmente tenace che l’esercito alleato per fare 750 chilometri (grosso modo Siracusa-Roma) ci vollero appunto 330 giorni che equivale a dire una media di poco più di 2 chilometri al giorno!
330 giorni di massacri, odio, terrore, fame, miseria, torture e umiliazioni causate dalla guerra che, NON DIMENTICHIAMOCI MAI, fu voluta dalla follia nazifascista. Giorni che sarebbero stati ancora più numerosi se non ci fosse stato il prezioso e valoroso sacrificio delle donne e degli uomini della Resistenza che si sono adoperati, fin nel perdere la vita e subire inenarrabili
torture, nell’attaccare le truppe naziste in stazionamento a Roma, nel tagliare le linee di rifornimento, nell’operare nello spionaggio.
E quindi questo antiamericanismo di oggi come lo dobbiamo leggere? Una Nazione solida, matura non dovrebbe aver paura di trattare apertamente il suo passato ed i suoi errori (anche drammatici) e in tal modo non dover essere trattata più da inferiore dai suoi “salvatori”. Quei cimiteri militari disseminati in tutta Italia, pieni di giovani, per lo più ventenni, francesi, inglesi, americani, scozzesi, irlandesi, canadesi, polacchi, sudafricani, indiani e di tutte le altre nazioni che sono venute in Italia a liberarci dal nazifascismo, devono rappresentare ancora oggi il nostro specchio dove guardarci prima di parlare di Storia moderna e delle attuali crisi internazionali.
Ritengo sia assolutamente irrinunziabile essere intimamente legati al sacrificio di quei giovani morti a causa del fascismo così, con questa base, con questo presupposto, da approcciare ogni ragionamento sulla “Colonia italiana” made in USA.
Non solo. L’alleanza/sudditanza americana ha fatto molto comodo alla Chiesa che si è ritrovata protetta da una potenziale vittoria dei comunisti di Togliatti. Ha fatto molto comodo alla Democrazia Cristiana dallo scudo crociato per sviluppare le sue politiche anti-PCI, per adulare latifondiari, borghesi, industriali, il clero, gli ex nobili, i militari, i fascisti mai convertitisi, per
avere aiuti finanziari per il sostentamento degli apparati politici…
L’Italia si è alimentata per decenni da questa nutrice a stelle e strisce. Ed ora? Come leggiamo questo antiamericanismo?
Siamo diventati grandi o smemorati? Siamo diventati vigliaccamente irriconoscenti o subdolamente voltagabbana? I tanti borghesi che sento inveire ora contro gli USA, fino a un decennio fa che dicevano? Quanti vantaggi hanno tratto da questa sudditanza atlantica?
Il presidente Trump ha posto, in un modo che francamente ne avremmo fatto a meno, un aspetto che prima o poi dovevamo affrontare: siamo pronti a recidere il cordone ombelicale americano? Sia pronti a guidare la macchina del nostro futuro non da soli, ma da pari?
Finalmente l’Europa diventerà Stati Uniti d’Europa? Rifiutiamo le tecnocrazie e i tecnogerarchi, ma siamo attratti dalle criptovalute, dai criptovalori e dai criptopoteri? Rincorriamo l’intelligenza militare e l’innovazione artificiale? Siamo ancora
uno stato satellite o vogliamo essere uno stato con satelliti? Vogliamo avere l’energia nucleare o avere l’energia per rinunciare al nucleare? Vogliamo amare una Costituzione che ripudia la guerra o vogliamo fare la guerra alla nostra Costituzione? Che vogliamo fare? Che orizzonte futuro vogliamo delineare?
Gli 80 anni della nostra Repubblica (2 giugno 1946) passano attraverso il nostro territorio: da Gela a Roma, da Ortona a Genova, da Marzabotto a Milano, dal paesino più piccolo e sperduto dell’Appennino fino alla Trieste del 26 ottobre 1954 tornata pienamente italiana. Una Repubblica democratica e non uno stato fascista oppressivo e opprimente, che ha trattato i
giovani come carne da macello e le donne come sguattere e serve.
Ottant’anni di Repubblica non si riassumono in un bilancio. Si attraversano. Il boom che cambiò le case e le strade, le bombe che cambiarono le piazze, le stragi di mafia che cambiarono i tribunali, i disastri del Vajont e di Seveso che cambiarono la normativa ambientale di mezzo mondo. Gli studenti in piazza nel ’68, Falcone e Borsellino nel ’92, il terremoto dell’Irpinia, quello dell’Aquila, quello di Amatrice, la terra che cede e noi lì testardi a ricostruire, ogni volta. E nel mezzo, quattordici premi Nobel: da Quasimodo a Fo, da Levi Montalcini a Rubbia e a Parisi. Una Repubblica che, tra una spallata e l’altra, ha prodotto
bellezza e pensiero. Non male, per un paese che nel 1944 stava ancora raccogliendo i suoi morti.
Impossibile fare un bilancio cristallino ed oggettivo in poche righe. Senz’altro quello attuale è un periodo storico di forte angoscia ed i populismi, nazionalismi, autoritarismi e neofascismi provocano fortissime preoccupazioni. La nostra Repubblica ha retto in qualche modo ai vari eventi e alle varie spallate, anche interne (come ultimo il misero tentativo di quest’anno di
colpire la Costituzione sul tema giustizia), ma a che prezzo? Ci possiamo dire più forti perché abbiamo retto a questi colpi o stiamo diventando sempre più suonati a furia di botte? Antifascismo, Resistenza, Liberazione, Repubblica: non sono parole da targa. Sono la stessa parola, detta in quattro momenti diversi.
E la libertà non si conserva nei musei o nei libri, si consuma, si logora, si perde un pezzo alla volta ogni volta che si preferisce la menzogna comoda alla verità scomoda, ogni volta che si deride di chi la difende come se fosse ingenuo o melenso farlo. Forse è questo il vero rischio: non un colpo di stato, ma una lenta sciatteria collettiva.
Una gomma che non si appiccica più.
4 GIUGNO, TORQUATI (MUN.XV): “LIBERAZIONE ROMA, A LA GIUSTINIANA RICORDO MARTIRI DE LA STORTA”
Comunicato stampa
“In occasione dell’82esimo Anniversario della Liberazione di Roma, come ogni 4 giugno, questa mattina il Municipio XV ha voluto ricordare l’Eccidio de La Storta e i 14 prigionieri politici trucidati nel 1944 lungo la via Cassia dalle truppe naziste in ritirata.
Una cerimonia sentita e partecipata che ha richiamato davanti alla stele commemorativa di via Antonio Labranca a La Giustiniana istituzioni, associazioni e familiari delle vittime, oltre ad “Anpi Martiri de La Storta e Isola Farnese” e le studentesse e gli studenti della Scuola secondaria di La Storta, “Bruno Buozzi”, intitolata all’operaio sindacalista assassinato proprio a via Labranca.
Inserita tra le cerimonie capitoline per la Liberazione di Roma, alla deposizione della corona di alloro hanno preso parte l’Assessore capitolino, Pino Battaglia e il Consigliere Regionale, Marco Colarossi, che ringrazio. Al termine della cerimonia il Municipio XV ha poi deposto un mazzo di fiori alla stele commemorativa di via Cassia angolo via Giulio Galli.
Ricordare non è soltanto un dovere storico, ma un impegno morale nei confronti delle generazioni presenti e future. Soltanto con la consapevolezza e il ricordo condiviso del sacrificio di uomini e donne coraggiose che hanno sacrificato la loro vita per il Paese, per la libertà e la democrazia, possiamo costruire un futuro migliore”.
Così in una nota il Presidente del Municipio XV, Daniele Torquati.


