Valencia – La Città delle Arti e delle Scienze

La Città delle Arti e delle Scienze dove l’architettura insegna a sognare

C’è un momento, a Valencia, in cui il passato e il futuro si incontrano in silenzio. Accade nel letto di un fiume, dove l’acqua ferma riflette strutture bianche che sembrano ossature di creature marine emerse dal Mediterraneo, ali di uccelli pietrificati in volo, occhi spalancati verso il cielo. È la Ciutat de les Arts i les Ciències, e per capirla davvero occorre prima capire da dove viene.

 

Una ferita che divenne visione

Il 14 ottobre 1957, il Turia straripò e sommerse Valencia sotto metri d’acqua. Fu una catastrofe che lasciò la città segnata nel profondo. La risposta fu radicale: deviare il fiume, allontanarlo per sempre dal cuore urbano. Il letto prosciugato rimase per decenni come una cicatrice aperta, un vuoto lungo quasi dieci chilometri nel tessuto della città.

Negli anni Ottanta, la Generalitat Valenciana prese una decisione che avrebbe cambiato tutto: trasformare quel vuoto in un gesto. Non un parco qualunque, non un quartiere residenziale, un manifesto. Il vecchio letto del Turia diventò prima il Jardín del Turia, il polmone verde della città, e nella sua parte orientale, più tardi, il cantiere di qualcosa di mai visto prima.

Il progetto fu affidato a due architetti di genio e temperamento opposto: Santiago Calatrava, ingegnere e architetto nato a Valencia, capace di far sembrare il cemento armato leggero come piuma; e Félix Candela, maestro spagnolo delle strutture sottili, esule in Messico per decenni, tornato alla fine della vita a firmare una delle sue opere più poetiche. Tra il 1998 e il 2009, il complesso prese forma. Valencia non era più la stessa.

 

Gli edifici — un bestiario di pietra e luce

Calatrava ha sempre detto di ispirarsi alla natura: alle costole degli animali, alle conchiglie, agli occhi, alle ali. Camminare tra gli edifici della Ciutat significa capire cosa intendesse.

L’Hemisfèric è il primo a catturare lo sguardo: un occhio gigante che si apre sull’acqua, con la palpebra, una struttura mobile in lamelle metalliche, che si riflette nello specchio del lago artificiale raddoppiando la propria forma. All’interno, una cupola emisferica ospita uno dei cinema IMAX e planetari più suggestivi d’Europa. La notte, proiettato verso il cielo, sembra un osservatorio uscito da un romanzo di Jules Verne.

Il Museu de les Ciències Príncipe Felipe è forse l’edificio più audace: lungo 241 metri, con una struttura che evoca uno scheletro di dinosauro o la carcassa bianchissima di una balena spiaggiata. All’interno tutto è pensato per essere toccato, smontato, capito: un museo interattivo dove la scienza non si osserva, ma si sperimenta, adatto ai bambini quanto agli adulti che non hanno mai smesso di fare domande.

L’Umbracle è il respiro vegetale del complesso: una lunga galleria a volta aperta, con arcate bianche che ricordano le nervature di una foglia, sotto cui crescono piante mediterranee, palme, aranci, rosmarino, lavanda, e camminano i visitatori che cercano un momento di quiete. Custodisce anche installazioni di arte contemporanea che dialogano con il verde. È uno dei luoghi più fotografati della città, e anche uno dei meno affollati: spesso ci si ritrova quasi soli, in un silenzio di foglie e luce filtrata.

Il Palau de les Arts Reina Sofía è la creatura più enigmatica del complesso: alto settantacinque metri, con una doppia cupola rivestita di ceramica bianca che a seconda della luce sembra un elmo medievale, un’astronave pronta al decollo o una conchiglia di dimensioni impossibili. Dentro, quattro sale ospitano opera lirica, concerti sinfonici, danza. Calatrava immaginò un edificio che fosse esso stesso uno strumento: la sua acustica è tra le migliori d’Europa e il solo ingresso nell’atrio, con le sue proporzioni solenni e silenziose, prepara all’ascolto.

L’Àgora, l’edificio più recente, è una grande vela, o forse un baccello, o un seme, di acciaio e vetro colorato, pensato per accogliere eventi sportivi, congressi, mostre. Quando è illuminata di sera, la sua struttura traslucida filtra la luce in modi imprevedibili.

Infine c’è lui: l’Oceanogràfic, firmato da Félix Candela, il più grande acquario d’Europa. Le sue coperture a forma di petali di cemento, strutture iperboloidi sottilissime, quasi impossibili da realizzare, galleggiano sull’acqua come fiori aperti. All’interno si attraversano i principali ecosistemi marini del pianeta: l’Artico, il Mediterraneo, i tropici, gli abissi. I tunnel sottomarini permettono di camminare letteralmente sotto banchi di squali e razze. I beluga si avvicinano al vetro con una curiosità che disarma. Le meduse pulsano in vasche illuminate che sembrano lampade di sogno.

 

Come viverla

Il modo peggiore di visitare la Ciutat de les Arts i les Ciències è quello frettoloso: arrivare, fotografare, partire. Il modo migliore è lasciarle il tempo che merita.

Al tramonto, gli edifici bianchi si trasformano: la luce radente del Mediterraneo li tinge di oro e arancio, i riflessi sull’acqua si moltiplicano e tremolano, e per qualche minuto il complesso sembra davvero un organismo vivente che respira. È il momento più bello per fotografare e per stare semplicemente fermi a guardare.

Di notte, l’illuminazione artificiale fa emergere dall’oscurità profili che di giorno si perdono nella luce piena. Il Palau de les Arts illuminato, in particolare, ha qualcosa di sospeso e irreale, una creatura marina risalita dalle profondità, avvolta in un alone bianco.

La domenica mattina il complesso appartiene ai valenciani: runner, famiglie in bicicletta, ragazzi con gli skateboard, coppie che passeggiano. È uno dei pochi momenti in cui si capisce davvero che questo non è un luogo per i turisti, è un luogo della città.

Vale la pena dedicare almeno mezza giornata all’Oceanogràfic, che spesso viene visitato di fretta. I delfini si esibiscono in sessioni regolari, ma la vera esperienza è nei tunnel: camminare sotto l’oceano, con i pesci che passano sopra la testa, è qualcosa che rimane.

Per chi ama l’opera o la musica classica, assistere a uno spettacolo al Palau de les Arts è un’esperienza che va oltre il concerto: la sala, l’acustica, l’architettura, tutto concorre a rendere la serata memorabile. La programmazione include ogni anno titoli del grande repertorio e produzioni contemporanee di livello internazionale.

Una curiosità che pochi conoscono: Calatrava progettò l’Hemisfèric affinché la sua forma, riflessa nell’acqua del lago, componesse un’ellisse perfetta. È un dettaglio invisibile se si cammina distrattamente, ma evidente se ci si ferma sul bordo del canale e si guarda in basso. L’occhio che si riflette diventa un’iride completa.

La costruzione del complesso fu oggetto di polemiche vivaci, con costi lievitati ben oltre le previsioni iniziali e ritardi che si accumularono per anni. Eppure, come spesso accade con le opere visionarie, quello che sembrava uno spreco si è rivelato nel tempo un investimento in identità: la Ciutat è oggi l’immagine più riconoscibile di Valencia nel mondo, e il motore di un turismo culturale che ha trasformato l’economia della città.

 

Una Valencia che non dimentica

La cosa più bella della Ciutat de les Arts i les Ciències non è nessuno dei suoi edifici singolarmente. È il fatto che sorge dove un tempo scorreva un fiume che aveva appena distrutto la città, che la ferita dell’alluvione sia diventata prima un giardino e poi un capolavoro architettonico racconta qualcosa di essenziale sul carattere di Valencia: quella Valentia, quel coraggio, che i soldati romani avevano visto giusto nell’iscrivere nel suo nome.

 

Approfondimenti

Valencia

Jardì del Tùria

Il Santo Calice: il Graal

L’Orxata

La Paella valenciana

Il Tribunal de las aguas

 

Riccardo Agresti

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