Comunicato stampa

Giornale del Lago e della Tuscia edito dall'Associazione no-profit "L'agone Nuovo".
Comunicato stampa

Quello del 2026, diciamolo senza girarci intorno, non è un Mondiale: è un tour organizzato. Tre Paesi con 16 città coinvolte. Manca solo il pullman con la guida che, microfono alla mano, dica:
“A destra potete ammirare la finale al New York New Jersey Stadium, a sinistra l’inaugurazione all’Estadio Azteca di Città del Messico. Se guardate bene in fondo… ecco il Canada, quello che sembra un frigorifero, ma più educato.”
Tutto inizierà l’11 giugno a Città del Messico che ospiterà per la terza volta una partita inaugurale. Da fonti ufficiose, pare che il Messico stia preparando una richiesta alla FIFA:
“Dopo cinque inaugurali, la sesta sarà gratis con un pallone in omaggio.”
Sarà un Mondiale che permetterà di parlare, oltre che di fuorigioco, anche di altro. Ecco qualche suggerimento.
Geografia.
Tre Paesi, mille culture e la certezza che almeno una partita si giocherà mentre stai dormendo. Il Mondiale 2026 non sarà solo calcio. Sarà un corso accelerato di geografia, astronomia, sopravvivenza notturna e gestione delle relazioni:
“Amore, non sto tradendo nessuno: sto solo guardando una partita alle tre del mattino”.
Lo stadio più a nord sarà il BC Place a Vancouver (Canada), ben sopra il 49° parallelo; quello più a sud l’Hard Rock Stadium a Miami (USA), più a sud persino di Città del Messico; quello più a ovest il Lumen Field a Seattle (USA), che si trova più a ovest di San Francisco. Los Angeles e Vancouver sono molto a ovest, ma Seattle la supera di qualche decimo di grado di longitudine, non fatevi ingannare dalla proiezione del Mercatore, ma guardate le coordinate; lo stadio più a est è il Gillette Stadium, situato a Foxborough, Massachusetts, nell’area metropolitana di Boston.
Dicono che il calcio unisca i popoli. Sì, certo. Peccato che nel 2026 li unisca a orari completamente diversi. Con tre fusi orari diversi, la FIFA ha creato un Mondiale che non unisce i popoli: unisce le occhiaie.
Il Mondiale si gioca in tre fusi orari nordamericani, che già di per sé sembrano una barzelletta:
EDT (UTC -4): la costa Est, dove le partite iniziano a orari quasi civili. Per noi italiani significa:
“Ah, guarda, è solo sera. Posso ancora fingere di avere una vita sociale.”
CDT (UTC -5): Messico e centro USA. Traduzione:
“Ok, è tardo pomeriggio da loro… quindi da noi è l’ora in cui stiamo decidendo cosa ordinare sul delivery.”
PDT (UTC -7): la costa Ovest.
Qui la FIFA ha deciso di testare la nostra fede calcistica: le partite che iniziano alle 18.00 locali, significa che in Italia sono le 03:00 del mattino. Perfetto per chi ama il calcio, l’insonnia e le occhiaie artistiche.
Per sopravvivere, basta ricordare tre semplici regole:
EDT → Italia +6 ore
CDT → Italia +7 ore
PDT → Italia +9 ore
Ad esempio, la partita inaugurale si gioca in Messico, quindi in CDT. Loro iniziano alle 13:00. Noi alle 21:00. Un orario perfetto: abbastanza presto per non addormentarsi, abbastanza tardi per litigare su chi ha preso il telecomando.
Vancouver ospita partite a giugno, ma in British Columbia a giugno può fare freddo. Non freddo “metti la felpa”. Freddo “metti la felpa, il piumino, la sciarpa e chiedi scusa al clima per averlo sottovalutato”.
Per capirsi freddo del tipo: “Porta la maglia della tua squadra. Ma anche la giacca a vento, i guanti e un thermos di brodo caldo.”
Invece Miami ospita partite a giugno del tipo: “Porta la maglia della tua squadra. Ma non dimenticare anche la crema solare, un cappello e un estintore per il caldo.”
A Miami il caldo è talmente intenso che il pallone non rimbalza: evapora.
È il primo Mondiale in cui per seguire la tua squadra devi avere non solo il calendario, ma anche un atlante, un convertitore di fusi orari e un diploma in logistica internazionale.
Tecnologia
Con palloni che sembrano smartphone e arbitri che ricevono più notifiche del tuo gruppo WhatsApp scolastico, questo sarà il primo Mondiale in cui il pallone rischia di essere più intelligente di alcuni difensori. Il pallone ufficiale è un piccolo prodigio di ingegneria: una batteria interna, un microchip sensore IMU a 500 Hz che registra ogni tocco 500 volte al secondo come un diarista ossessivo e ha necessità non solo di essere gonfiato, ma anche di essere ricaricato prima di ogni partita, proprio come un telefonino che ha passato la notte a scrollare social.
Con un microchip così, manca solo che abbia anche Spotify e ti chieda: “Vuoi ascoltare una playlist motivazionale mentre ti dribblo?”
A questo punto manca solo che inizi a mandare all’arbitro notifiche del tipo
“Scusi, quel giocatore mi ha preso a calci senza motivo.”
oppure dica:
“Hai camminato 3.000 passi oggi. Bravo. Ora smettila di prendermi a calci.”
La FIFA lo guarda con orgoglio, ma anche con un filo di ansia: in un mondo in cui si può hackerare qualunque cosa, qualcuno teme che un programmatore particolarmente creativo possa infilarsi nel microchip e deviare la traiettoria del pallone per segnare un gol decisivo… magari proprio contro gli Stati Uniti.
Non sarebbe la prima volta che la geopolitica incontra il calcio, ma sarebbe la prima volta che lo faccia via Wi‑Fi.
Mentre gli ingegneri assicurano che “è tutto sotto controllo”, il pallone, lucido, perfetto, quasi vanitoso, sembra pronto a diventare il vero protagonista del torneo. Un oggetto che non si limita a rotolare: ascolta, registra, osserva e, forse, in fondo, giudica.
Il pallone è composto di soltanto quattro pannelli, una scelta minimalista che fa sembrare il design scandinavo un esercizio di barocco.
Il VAR avrà più telecamere di un reality show. Se un giocatore si gratta il naso, lo vedranno da 12 angolazioni diverse, compresa una ripresa satellitare. A chi si aggiusterà i calzettoni, arriverà una mail con la foto da tre angolazioni e la scritta:
“Vuoi salvarla nei ricordi?
Si ipotizza che la finale dei Mondiali 2026 possa risucchiare fino al 7% del traffico Internet globale. In pratica, per un paio d’ore il pianeta smetterà di funzionare a pieno regime: niente email, niente smart working, niente videochiamate con la nonna (scherzo, ma non poi così tanto). Tutti collegati a guardare ventidue persone che corrono dietro a un pallone… e i server che sudano più dei giocatori.
Con tutta questa tecnologia, forse non funzionerà la connessione Wi‑Fi dello stadio:
“Vuoi caricare una foto? Perfetto, sarà online entro il Mondiale 2030.”
Poi c’è il dato più surreale: durante il torneo verranno generati l’equivalente di 45.000 anni di video in 4K. Quarantacinquemila anni. Roba che, se inizi a guardarli oggi, finisci quando l’umanità avrà sviluppato tre nuove civiltà, inventato altrettanti modi per sbagliare i rigori e forse colonizzato Marte, dove ovviamente si giocherà il primo Mondiale interplanetario.
Insomma: sarà un evento epico e, soprattutto, un incubo per chiunque abbia una connessione “fino a 20 mega” equivalente alle accelerate dei bradipi.
Sociologia
Ci saranno Nazioni minuscole che sfideranno giganti, tipo Curaçao, 150.000 abitanti e la faccia di chi dice:
“Siamo pochi, ma rumorosi”.
Praticamente un quartiere di Roma, ma con più mare, meno traffico e, soprattutto, una nazionale qualificata al Mondiale.
Sono arrivati fin qui per dimostrare che non serve essere un gigante per entrare nella storia: basta un sogno, un allenatore testardo e un po’ di fortuna caraibica, quella che profuma di vento caldo e ottimismo.
Mentre loro festeggiano il de Coubertiniano ‘l’importante è partecipare’, noi italiani osserviamo la scena con la bocca amara. Perché, diciamolo con eleganza: Curaçao è al Mondiale, noi no. Centocinquantamila abitanti contro i nostri sessanta milioni. Un’isola che in un pomeriggio la giri tutta in motorino, mentre noi giriamo in tondo da due edizioni cercando un varco per rientrare.
È un po’ come se il vicino di casa, quello che non salutavi mai perché “tanto è uno sfigato”, vincesse il Nobel mentre tu stai ancora cercando le chiavi di casa.
Se continua così, al prossimo Mondiale si qualificherà anche la squadra aziendale del supermercato sotto casa battendo la nostra nazionale, almeno loro hanno vinto il torneo interno del reparto salumi. L’autocritica sorge spontanea, ma con il sorriso: forse dovremmo prendere esempio da Curaçao.
Loro hanno messo insieme entusiasmo, organizzazione, un pizzico di follia tropicale… noi abbiamo messo insieme rimpianti, moviole e dibattiti televisivi infiniti.
Loro hanno trovato un allenatore che ha costruito un miracolo; noi abbiamo trovato mille opinioni e nessuna qualificazione. Eppure, in fondo, questa è la bellezza del Mondiale: ti ricorda che il calcio non è una questione di dimensioni, ma di visione. Che la storia non la scrive chi è più grande, ma chi ci crede di più e che a volte, per tornare a sognare, basterebbe un po’ di quella testardaggine caraibica.
Conviene conoscere le tifoserie nordamericane, che sono un mondo a parte
Gli statunitensi gridano “Defense!” anche quando la loro squadra sta tirando un calcio d’angolo.
I messicani cantano per 90 minuti, qualunque sia il risultato.
I canadesi si scusano se fanno gol: “Sorry, eh?”
Altri argomenti mondiali:
Geografia, Tecnologia e Sociologia
Identità, Urbanistica e Geologia
Fonti:
Riccardo Agresti
Dal profilo Facebook del Comune di Oriolo
Dal profilo Facebook del comune di Trevignano
Dal profilo Facebook del Comune di Canale Monterano
Dalla pagina Facebook del Comune
Il Santo Calice: storia vera di una coppa antica
Si racconta che ogni oggetto antico abbia una voce. Non una voce che si ascolta con le orecchie, ma una sensazione sottile, come un respiro trattenuto nel tempo. La coppa che oggi riposa nella Cattedrale di Valencia è una di queste voci: piccola, discreta, eppure capace di attraversare i secoli.
All’inizio non era un tesoro. Era solo una coppa di agata, levigata da mani pazienti in un laboratorio del Vicino Oriente. Una coppa da tavola, fatta per contenere vino, acqua, forse un gesto di ospitalità. Nessuno avrebbe immaginato che un giorno sarebbe diventata un simbolo, un ponte tra mondi.
La tradizione dice che fu posata su una tavola semplice, in una stanza di Gerusalemme. Non c’erano cavalieri, né magie, né luci soprannaturali. C’erano uomini stanchi, un maestro che parlava di amore e di addio e un gesto antico come il mondo: prendere il pane, prendere il calice, condividere. Da quel momento la coppa non fu più solo una coppa. Divenne memoria.
La tradizione, sostenuta da una documentazione insolitamente continua, racconta un percorso che attraversa l’intera storia cristiana.
La coppa dell’ultima cena di Gesù, con cui istituì il sacramento dell’Eucarestia, sarebbe stata portata a Roma da san Pietro e usata dai primi papi nelle celebrazioni eucaristiche.
Quando i venti della persecuzione iniziarono a soffiare su Roma, la coppa fu affidata a mani fidate. Passò di notte, di casa in casa, come un segreto da proteggere, fino a che, nel 258, durante la persecuzione di Valeriano, papa Sisto II l’affidò al diacono san Lorenzo, che la fece giungere nella sua terra natale, Huesca, per salvarla.
Per secoli fu custodita nel monastero di San Juan de la Peña, tra i silenzi dei Pirenei.
Quando riemerse, fu accolta dai re d’Aragona: nel 1399 i monaci la consegnarono al re Martino I. Passò da una corte all’altra, finché, nel 1424, Alfonso il Magnanimo la portò a Valencia, dove rimase stabilmente e dove, dal 1916, è custodita nella Cappella del Santo Calice della cattedrale che divenne la sua casa definitiva. Lì, tra colonne gotiche e luce filtrata, la coppa trovò finalmente riposo alla fine di una storia che non ha bisogno di miracoli, ma è fatta da documenti: le pergamene, gli inventari reali, le cronache monastiche. Una catena di testimonianze che, dal IV secolo in poi, non presenta interruzioni.
La parte superiore del calice di Valencia è una semplice coppa di agata orientale, lavorata con la finezza tipica dell’artigianato vicino-orientale del I secolo a.C.. È piccola (circa 17 cm totali, 7 cm la sola coppa, diametro 9,5 cm), leggera, pensata per essere tenuta nel palmo della mano. Il piede e i manici sono aggiunte medievali, realizzate quando la coppa divenne oggetto di venerazione. Gli studi archeologici degli ultimi decenni hanno confermato che la coppa è compatibile per epoca, stile e provenienza con un oggetto che avrebbe potuto trovarsi sulle tavole giudaiche del tempo di Gesù.
Il Calice di Valencia è importante per tre motivi. La coppa in agata, nella sua parte originale, è una delle pochissime del I secolo giunta fino a noi in condizioni eccellenti. Nessun’altra reliquia cristiana possiede una documentazione così continua e coerente. Per milioni di credenti rappresenta la memoria tangibile dell’Ultima Cena: non un oggetto magico, ma un frammento di quotidianità che si è trasformato in simbolo.
Il calice è stato usato da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI durante la Messa.
Il Calice non è il premio di un eroe. È la memoria di un gesto di condivisione, di un amore che si spezza e si dona e forse per questo, ancora oggi, chi lo guarda sente una nostalgia, una promessa, un richiamo.
Il Calice di Valencia non è il Graal dei romanzi medievali. Il Graal arturiano nasce nel XII secolo come simbolo letterario: un oggetto mistico e mutevole, ora coppa, ora piatto, ora pietra, che incarna la purezza spirituale e sfida ogni definizione. È il centro di una ricerca interiore, non di un pellegrinaggio storico; un enigma più che una reliquia. Mito, allegoria, poesia: questo è il Graal arturiano. Il Calice di Valencia, al contrario, è un oggetto reale, databile, studiato, con una storia documentata. Le due tradizioni non si escludono, ma appartengono semplicemente a mondi diversi.
Nelle leggende medievali, il Graal non è solo un oggetto sacro: è la prova suprema, la meta che separa i cavalieri comuni dagli eletti. Si racconta che fosse la coppa dell’Ultima Cena, la stessa con cui Giuseppe d’Arimatea avrebbe raccolto il sangue di Cristo durante la Crocifissione. Questa doppia sacralità — eucaristica e passionaria insieme — lo trasforma in un simbolo di potere assoluto e purezza irraggiungibile.
Secondo la tradizione arturiana, Giuseppe fugge dalla Palestina portando con sé il Graal e raggiunge le isole britanniche, dove fonda una comunità cristiana e affida il sacro oggetto ai suoi discendenti, i Re Pescatori. Per secoli questa stirpe ne è la custode, ma il suo potere si indebolisce man mano che i guardiani si rivelano indegni.
Quando Artù sale al trono, il regno è ferito, la terra è sterile e il Graal è scomparso. La sua ricerca diventa il simbolo stesso della rigenerazione del mondo. I cavalieri partono, ma uno solo è destinato a trovarlo: Galahad, figlio di Lancillotto, l’unico totalmente puro. È lui a vedere il Graal, a toccarlo, a essere infine rapito in una dimensione spirituale. Dopo la sua visione, il sacro oggetto scompare per sempre dalla Britannia.
Nelle versioni più tarde del ciclo arturiano, si narra che il Graal non rimanga nelle isole britanniche, ma venga condotto in salvo nel Sud, “in una terra cristiana minacciata dagli invasori”. Molti autori medievali identificano questa terra con la Spagna, allora impegnata nella Reconquista.
Il Graal è il linguaggio della letteratura cavalleresca: quello di Chrétien de Troyes e Geoffrey di Monmouth nel XII secolo, di Robert de Boron e Wolfram von Eschenbach tra la fine del XII e il XIII, fino a Thomas Malory nel Quattrocento. Il Calice di Valencia, invece, è il linguaggio della storia.
Approfondimenti
La Città delle arti e delle scienze
Riccardo Agresti
Una sala Natili gremita, quella del 6 giugno a Canale Monterano, fatta di sguardi attenti e curiosi, di persone che ascoltando le parole di Manfredi De Negri e osservando le immagini proiettate si sono riconosciute e hanno riconosciuto la storia di un paese intero. È stato questo il senso più profondo dell’incontro organizzato dall’associazione Inchiostro del Futuro, in collaborazione con l’Università Agraria di Canale Monterano. Dopo un saluto rappresentativo dell’associazione portato da Vilma Piccioni, ha preso la parola il Presidente dell’Università Agraria, Fabio Chiaravalli, che encomiando il certosino lavoro di Manfredi De Negri lo ha circoscritto alla ricorrenza del 120esimo anniversario dell’ente.
“Occasione speciale e storica sotto tutti i punti di vista, con la quale abbiamo avvertito l’esigenza di ricostruire la storia dell’Università Agraria. Come spesso mi piace affermare, l’università è un signore attempato e il rischio che volevamo evitare era quello della decomposizione, soprattutto riguardo alla memoria storica. Manfredi è stata la persona in grado di trasformare un nostro desiderio in realtà: con mesi di lavoro, tutto volontario, ha riordinato l’archivio storico, ha riportato alla luce documenti che sembravano persi nel tempo. Non è stato un lavoro per Manfredi, è stata un’attività di passione. Un lavoro enorme che ha portato avanti per mesi con l’obiettivo di arrivare nel 2026 con la possibilità di avere un archivio storico in ordine, utilizzabile e di poterlo presentare e mettere a disposizione per tutta la cittadinanza. Un lavoro che porterà a una mostra, dal 15 al 30 agosto, dedicata ai documenti ritrovati, alle storie che raccontano e alle fotografie reperite che offrono immagini di quelle storie.

Allo stesso tempo abbiamo fatto, e continuiamo a fare, anche un appello: chiunque dovesse avere documenti, lettere, scritti, non li lasciasse disperdere nella memoria, ma li portasse alla luce dandogli una seconda vita. Del resto la stessa foto della locandina, che abbiamo scelto come “guida” di questo nostro incontro odierno, vede sullo sfondo i nonni di persone a noi molto vicine, che hanno trovato questa foto e ce l’hanno consegnata”. Poche parole, quelle del presidente, che hanno introdotto l’esposizione di Manfredi De Negri; un excursus storico, realizzato dall’analisi di documenti, immagini e fotografie, passato attraverso le due guerre, il periodo del fascismo, la liberazione, fino ad arrivare ai giorni nostri.
L’università agraria ha avuto ben 50 presidenti (Fabio Chiaravalli è appunto il 50esimo), tra cittadini eletti e commissari prefettizi. “Oggi il fine dell’Agraria è diverso: non più sostenere le famiglie, ma salvaguardare questo territorio con nuovi obiettivi, che raccontano l’idea che alcune risorse non appartengono a un solo individuo ma a intere comunità. E’ un percorso alternativo, questo, in grado di rappresentare la memoria del mondo contadino, la storia delle lotte sociali, dell’alto governo locale, la terra come bene condiviso”. Ha affermato Manfredi, ringraziando chi ha permesso per primo la realizzazione dell’archivio, ovvero Daniele Natili. “120.000 documenti, che parlano della vita di questo paese: e tutto questo stava andando perso”.

Delle quasi due ore di esposizione, durante le quali sono passati in rassegna documenti, storie di vita e di famiglie canalesi, riporto qualche curiosità: parrebbe che le prime elezioni comunali dopo la liberazione dal regime fascista siano state proprio quelle per la scelta del sindaco di Canale, svolte nelle urne dell’Università Agraria. Grazie allo straordinario lavoro svolto, inoltre, Manfredi è riuscito a ritrovare la macchina fotografica a lastre con cui sono state scattate gran parte delle foto in bianco e nero che raccontano un territorio canalese di 120 anni fa.

Sono 7000 i documenti ritrovati, scansionati e migliorati con l’Intelligenza Artificiale, che Manfredi De Negri ha recuperato e catalogato in un archivio prezioso dell’ente Università Agraria; sebbene sembri un traguardo, in realtà è solo un punto di partenza per più approfonditi arricchimenti di una storia di terre collettive, sudore, sacrifici e orgoglio tutto locale.
Ludovica Di Pietrantonio, direttore L’agone
Gianluca Di Pietrantonio, redattore L’agone
Comunicato stampa
In merito alle recenti dichiarazioni del consigliere comunale Luigino Bucchi sulla gestione idrica nella frazione de I Terzi, l’Amministrazione desidera fare chiarezza, sostituendo le polemiche strumentali con i dati oggettivi che segnano, finalmente, una svolta decisiva per i cittadini.
È singolare che proprio chi, nel consiglio comunale, fa riferimento a forze politiche che oggi governano la Regione Lazio, scelga di limitarsi ad attacchi a mezzo stampa anziché attivare i propri canali per informarsi correttamente sui progressi in corso. Mentre il consigliere preferisce dare spettacolo con dichiarazioni fuori contesto, questa Amministrazione ha lavorato in silenzio e con costanza per ottenere ciò che per anni era rimasto bloccato.
I cittadini de I Terzi meritano risposte concrete, non proclami elettorali. Per questo, abbiamo lavorato a fondo sui tavoli tecnici con Regione Lazio, ARSIAL e Acea Ato2. Il risultato di questo impegno è tangibile ed è scritto nero su bianco nella Legge Regionale 10 del 28 maggio 2026.
Grazie all’articolo 29 di tale normativa, il percorso per la soluzione definitiva è legge: gli acquedotti di proprietà ARSIAL sono in fase di trasferimento gratuito ai Comuni, per essere immediatamente affidati in concessione al gestore del Servizio Idrico Integrato. La legge prevede, inoltre, un contratto di servizio transitorio per garantire la continuità dell’erogazione e la gestione ordinaria delle utenze, con il supporto finanziario diretto della Regione.
Ci chiediamo dunque: il consigliere Bucchi ha letto il testo della Legge Regionale 10/2026? Se lo avesse fatto, saprebbe che la Regione – ente guidato proprio dai suoi riferimenti politici – ha finalmente stanziato le risorse e definito l’iter che sblocca il perimetro del servizio idrico per i residenti de I Terzi.
L’Amministrazione, rappresentata in prima persona dalla Sindaca Elena Gubetti, non ha mai smesso di rappresentare le ragioni dei cittadini, anche quando si è dovuto ricorrere a soluzioni emergenziali per garantire l’accesso all’acqua, sempre lavorando per la transizione verso un servizio pubblico ordinario.
Invitiamo il consigliere a un atteggiamento più costruttivo: invece di cavalcare il disagio con attacchi che non risolvono nulla, si informi presso gli uffici competenti o si faccia promotore, presso i propri contatti in Regione, di un’accelerazione ulteriore degli atti necessari all’applicazione della nuova legge.
La nostra porta, come sempre, resta aperta a cittadini e comitati per illustrare i passaggi tecnici di questa storica transizione. Il tempo delle bugie e delle mancate risposte è finito; oggi contano solo le soluzioni, e le nostre sono, finalmente, realtà.
Cerveteri, 6 giugno 2026
L’Amministrazione Comunale