Putin con la narrazione sulla grandezza della Russia, è caduto in un paradosso. Il sogno di conquistare Kiev è svanito; la guerra ha prodotto uno spreco di risorse umane ed economiche tale da doversi rivolgere a Iran e Corea del Nord per la fornitura di armi. Voleva allontanare la NATO dai confini russi, invece ha ottenuto l’esatto opposto con l’ingresso di Finlandia e Svezia.
I russi chiedono che il futuro della Russia non sia la nostalgia di un passato imperiale.
Nello scenario attuale la prepotenza è una variabile impazzita, un elemento di forza capace di scardinare gli equilibri a colpi di ultimatum.
Il passo d’arresto di Putin
Il 9 maggio, alla parata per la giornata della vittoria sovietica nella II Guerra Mondiale, Putin ha dichiarato: «la vittoria è sempre stata e sempre sarà nostra», ma poi, in conferenza stampa, ignari i collaboratori, ha annunciato a sorpresa l’apertura di una nuova fase negoziale con l’Ucraina, sulla proposta di mediazione di Trump.
Il passo d’arresto di Putin è il momento in cui il mito dell’infallibilità si è spezzato e i desideri ideologici sono spenti. È quanto accade esaminando le dinamiche del leader. Emerge una verità più sottile: anche il potere autoritario possiede un punto di rottura, un momento in cui la realtà dei fatti impone una riflessione.
La prepotenza non è mai cieca fino al suicidio. Quando il costo del conflitto supera il beneficio politico, o quando l’isolamento economico rischia di sgretolare il consenso interno, il “prepotente” si piega alla ragion di Stato.
Questa riflessione trova un’eco naturale oltreoceano. È possibile che il Cremlino, pensando a un baratto con Trump, il cui consenso è precipitato, metta a disposizione i buoni rapporti con Teheran offrendogli di chiudere il conflitto senza perdere la faccia, in cambio del disimpegno della NATO in Ucraina.
Inoltre, Putin si dichiara pronto ad aprire un negoziato con l’UE, cogliendo la notizia del prestito UE da 90 miliardi a Kiev e la disponibilità al dialogo di Antonio Costa.
Al riguardo, Putin indica l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder per mediare con Bruxelles, ma l’Europa si mostra cauta; trattasi di un suo vecchio amico in società russo-tedesche e il solo che non ha condannato l’invasione dell’Ucraina nel 2022.
Il consenso elettorale, quindi, rappresenta il limite invalicabile per un politico, e anche la retorica più aggressiva tende a mitigarsi cercando compromessi impensabili.
Franco Marzo


