Ci sono celebrazioni e anniversari che, ogni anno, sembrano ripetersi uguali a sé stessi: cerimonie che si aprono e si chiudono allo stesso modo, lasciando talvolta un senso di vuoto. La giornata del 27 gennaio, la Giornata della Memoria, non appartiene a questa categoria. Il ricordo di quel 1945, quando l’Armata Rossa aprì i cancelli di Auschwitz mostrando all’umanità fino a che punto si può essere disumani, non è mai identico, perché ogni volta ci costringe a guardare non solo il passato, ma anche il presente, con una lente che mette a fuoco ciò che accade oggi.


Così, mentre ogni anno ci chiediamo come sia potuto accadere allora, finiamo per non vedere come possa accadere ancora adesso. L’attualità divide, ci fa smarrire valori che dovrebbero unirci, ci spinge a sentirci parte di un luogo contro un altro. E anche di fronte all’orrore che colpisce civili, bambini e donne, sempre le prime vittime delle guerre, restiamo spesso divisi. Lo stesso accade davanti agli affondamenti dei barconi carichi di speranza, ai femminicidi in cui si tenta di negare la responsabilità di un patriarcato che resiste, alle morti sul lavoro che mostrano quanto la sicurezza venga ancora considerata un costo.


Sono tragedie quotidiane che colpiscono persone colpevoli solo di cercare una vita migliore. Eppure, di fronte a tutto questo, la società resta frammentata, incapace di riconoscere un orizzonte comune.
La Giornata della Memoria, questo 27 gennaio, con la sua lente d’ingrandimento, diventa allora l’occasione giusta per chiederci perché continuiamo a vedere tanto dramma intorno a noi. Forse è anche un modo per capire come, più di ottant’anni fa, tutto questo sia potuto accadere.
Lorenzo Avincola redattore de L’agone


