Brasile e Serbia, due vittorie che parlano di democrazia e partecipazione

Brasile-Serbia non è una partita dei Mondiali, anche se il tabellino finale potrebbe ingannare. In entrambi i Paesi sono andate in scena sfide vere, combattute fino all’ultimo. E come accade nel calcio, quando l’arbitro fischia la fine, c’è chi canta negli spogliatoi e chi attribuisce la colpa al terreno di gioco.

La differenza è che nel calcio tutto svanisce nel giro di poche ore mentre nelle competizioni elettorali i risultati finali incidono profondamente nella vita di tutti i giorni e possono cambiare il corso della Storia. Brasile e Serbia sono realtà lontane per storia, cultura e sistema politico. Eppure la vittoria di Lula e l’affermazione del movimento studentesco, la cosiddetta “Lista degli Studenti”, che ha sfidato il potere di Vucic, raccontano qualcosa che si ripete: la domanda di cambiamento proveniente dalla società. In entrambi i casi, la competizione politica si è trasformata in un banco di prova per la solidità delle istituzioni democratiche e per la facoltà dei cittadini di orientare il destino della nazione. Due esempi che dovrebbero essere esportati in molti altri paesi, compreso il nostro, due esempi anche molto diversi tra loro: mentre in Brasile la vittoria di Lula conferma la forza dell’area progressista brasiliana e il suo radicamento tra le fasce popolari del Paese, in Serbia le elezioni sono state vinte da una vasta coalizione animata da movimenti studenteschi e civici, interrompendo quattordici anni di governo di Vucic. Due anni di proteste contro un governo sospettato di corruzione, accusato di restringere gli spazi del pluralismo e di minare le istituzioni democratiche, hanno prodotto questo risultato, destinato a rappresentare un passaggio cruciale nella vita politica del Paese. Due modi diversi di conquistare il consenso, ma entrambi capaci di ricordare che la democrazia vive soprattutto nella partecipazione dei cittadini. Perché, al di là delle differenze, Brasile e Serbia ricordano la stessa verità: il voto resta lo strumento decisivo con cui i cittadini possono orientare il destino di un Paese. In Brasile gli elettori hanno rinnovato la fiducia a Lula e al suo progetto politico; in Serbia hanno scelto di aprire la strada a una nuova generazione di protagonisti della vita pubblica. Due esiti diversi, un’unica lezione: nelle democrazie il cambiamento come la continuità non s’impongono, si conquistano attraverso il voto e il responso delle urne, perché, al di là dei vincitori e dei vinti, c’è una regola che vale in ogni competizione: più ampia è la partecipazione, più forte, chiaro e difficilmente contestabile è il verdetto finale. I risultati arrivati dal Brasile e dalla Serbia, pur maturati in contesti geografici, culturali e politici molto diversi tra loro, confermano quanto il voto continui a essere uno strumento capace di ridisegnare gli equilibri di potere, aprire nuove prospettive e alimentare la speranza di un futuro migliore.

Lorenzo Avincola  redattore L’agone

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