Settembre ci sorprende sempre così: con la sensazione che il mondo abbia continuato a bruciare mentre noi cercavamo di spegnere, almeno per qualche settimana, il rumore di fondo della realtà. La pausa estiva è stata un anestetico: breve, fragile, illusorio. Ora che le attività riprendono, che le città tornano a riempirsi, che le scuole riaprono e la politica ricomincia a parlare, ci accorgiamo che qualcosa non si è mai fermato: la violenza, il cinismo, l’ingiustizia, la passività che li rende possibili.
È qui che nasce il paradosso del nostro tempo: un’epoca che ha fatto dell’indifferenza la sua forma più elegante di resa. Un’epoca che osserva senza vedere, che ascolta senza sentire, che commenta senza agire. Un’epoca che ha sostituito la persona con l’algoritmo, la coscienza con la notifica, il giudizio con la reazione impulsiva.
Come psicologo e criminologo, so bene che ogni forma di male affonda le sue radici nell’indifferenza. Non è mai il gesto isolato a generare la devianza: è il terreno che lo permette. È la passività di chi vede e non interviene, di chi sa e non parla, di chi comprende e non si espone. Il male non ha bisogno di complici: gli basta la neutralità dei giusti.
Eppure, continuiamo a sopportare. Sopportiamo le piccole ingiustizie quotidiane: la prepotenza, l’arroganza, la mancanza di rispetto, la violenza verbale normalizzata. Sopportiamo le mostruosità macroscopiche: le guerre che non finiscono, le donne che muoiono, i ragazzi che uccidono e si lasciano trascinare nei bassifondi morali, le tecnologie che stordiscono e mortificano la meravigliosa coscienza dell’uomo.
Abbiamo smesso di reagire. Ci siamo abituati a tutto. E l’abitudine è la forma più pericolosa dell’indifferenza.
La pausa estiva ha sopito i propositi, ha rallentato la vigilanza, ha addormentato la responsabilità. Ma ora che settembre ci richiama al dovere, dovremmo ricordare che la democrazia non è un bene garantito, che la giustizia non è un automatismo, che la dignità non è un accessorio. Dovremmo ricordare che la scuola – quella che riapre in questi giorni – è il primo presidio contro la barbarie, il luogo dove si impara a pensare, a dissentire, a scegliere.
Dovremmo ricordare che la tecnologia non è un destino, che l’algoritmo non è un sovrano, che la persona non può essere sostituita dalla macchina. Dovremmo ricordare che la violenza non è inevitabile, che la guerra non è naturale, che la devianza non è un fenomeno meteorologico.
E allora sì, questo è un elogio dell’indifferenza. Ma è un elogio amaro, provocatorio, scritto per disapprovare, per scuotere, per mortificare chi si arrende, chi si ferma, chi non lotta per cambiare l’errore, l’ingiustizia, la devianza.
Perché l’indifferenza è il vero nemico. È la radice del male. È la resa che non si vede, ma che tutto permette.
Settembre ci chiede una cosa sola: tornare a essere presenti. Tornare a essere vigili. Tornare a essere umani.
Perché il mondo non cambia da solo. Cambia quando qualcuno decide di non essere più indifferente.
Gianluca Di Pietrantonio, Criminologo forense


