Il derby del bar Four Friends

Marco entrò al Four Friends con la sciarpa della Roma avvolta al collo. Era presto, il caffè profumava di giornata che deve ancora cominciare e lui aveva già l’adrenalina del derby che gli pulsava nelle tempie.

Chiara, al bancone, lo vide e gli lanciò un sorriso:

“A Marco… oggi te vedo carico. Forza Lazio!”

Marco sbuffò, ma non si offese. Con Chiara non era possibile offendersi. Era di una simpatia unica, sempre allegra, con quella leggerezza seria che smonta tutto.

“Ma piantala, va’… famme ‘sto caffè che devo annà a Roma. Oggi se vince!”

Chiara rise e gli porse la tazzina sul bancone.

Marco cominciò a sorseggiarlo quando entrò un altro cliente, sciarpa biancoceleste, passo tranquillo. Chiara lo salutò con un entusiasmo teatrale:

“Oh, ecco Luca! Forza Roma!”

Il nuovo arrivato scoppiò a ridere.

“Chia’, sei sempre la solita.”

Marco lo guardò, poi guardò lei.

“Ma allora ce prendi in giro a tutti?”

Luca gli si sedette accanto.

“A tutti no. A chi considera amico sì.”

Chiara non si voltò, ma disse divertita:

“Ve sfotto perché siete buffi. Tutti. Romanisti, laziali… e non solo! Ve credete diversi, ma siete uguali come due caffè presi al banco.”

I due si guardarono.

“In effetti proprio uguali no, ma ho capito che voi di’”, rispose Marco.

“È che a Roma semo cresciuti co’ ‘sta storia dei non romani burini, dei romani razzisti, della Lazio a destra e la Roma a sinistra…” aggiunse Luca.

“Che poi manco è vero. La storia è più complicata. Pensa: la Roma vinse il suo primo scudetto grazie a Mussolini!”

“No, è molto più semplice”, intervenne Chiara. “È che ve piace litigare per una cosa che nun ve cambia niente. Per favve dimentica’ che siete persone e non un gregge. Ma mica succede solo con Roma e Lazio, eh. È lo stesso teatrino tra nord e sud, tra Paese e Paese. Cambia la sciarpa, cambia la bandiera, ma è sempre la stessa scusa per non guardarsi davvero.”

Posò lo strofinaccio sul banco e continuò.

“Chi vince oggi? Boh. Ma voi domani ve sveglierete senza soldi in più, senza gloria personale. Non avrete segnato voi, non avrete parato voi e la squadra non l’avrete scelta voi. Avrete solo urlato per 90 minuti e magari ve sarete pure menati senza conoscervi. Senza sape’ che quello che avete menato, magari domani ve avrebbe potuto aiuta’ pe’ qualcosa.”

Marco e Luca rimasero in silenzio, ciascuno con la propria sciarpa stretta tra le mani.

“Sapete una cosa”, riprese Chiara guardando verso la sala. “Questo posto qui l’hanno messo su in quattro. Quattro soci, quattro storie diverse, quattro teste che manco si somigliano. Se avessero litigato su chi aveva ragione, ‘sto locale manco esisteva. Invece hanno fatto de la diversità la forza, e infatti se chiama Four Friends. Mica a caso.”

Chiara li osservò uscire insieme.

“Oh, ma dopo tornate qua, che stasera se magna: pinsa romana, tagliere e un cocktail, che al Four Friends c’è posto per tutti i tifi.”

Lì, tra le vetrate del Four Friends, è l’unico posto di Bracciano dove romanisti e laziali, forestieri e paesani, si ritrovano seduti allo stesso tavolo. Non per festeggiare o per piangere, ma per godersi l’amicizia.

Riccardo Agresti

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