29 Gennaio, 2026
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Scirocco e Tramontana (parte 1 di 2)

Gli spiriti dell’aria

Eolo, il cui nome greco, Αἴολος, evoca l’idea del mutamento e della rapidità, era figlio di Poseidone, il dio dei mari, e di Arne, donna mortale dal destino enigmatico. Sovrano dell’aria e delle sue invisibili correnti, Eolo regnava su un regno sospeso tra cielo e mare, dove dimorava con i suoi dodici figli: sei maschi e sei femmine, incarnazioni dei venti che solcano l’aria, avuti da Telepatra.

Per preservare l’equilibrio tra le potenze della natura e impedire che il caos si impadronisse del mondo, Eolo decretò che i suoi figli si sarebbero uniti in matrimonio tra loro. In quelle nozze celesti, egli riponeva la speranza che l’amore potesse domare l’impeto e generare venti più miti, portatori di armonia e respiro vitale per la terra.

 

Il fallimento educativo

Purtroppo, l’arte di educare non si eredita come un dono divino, né il cielo insegna a essere padre. Eolo, pur signore dell’aria e custode dei venti, si rivelò un padre smarrito, incapace di guidare le giovani correnti: signore dell’aria e del respiro, regnava sul vuoto, ma non sul cuore. Quando i venti erano ancora piccoli e il cielo li cullava come piume erranti, egli non seppe opporsi ai loro capricci. Non sapeva dire di no, o forse non osava, temendo di turbare con un rifiuto la fragile serenità dei suoi figli o non poteva perché indaffarato o non voleva perché non sapeva spiegarne il motivo.

Non correggeva, non ascoltava, non imponeva. Le sue parole erano sempre minacce vuote, promesse che tutti i figli riconoscevano essere illusorie e vane. Ogni desiderio dei venti veniva esaudito per non sentire lamenti, ogni malefatta accolta con un sorriso indulgente, come se una piccola parola fuori posto non fosse il prodromo di altre più pesanti, come se l’amore vuoto bastasse a contenere la furia della gioventù.

I figli cercavano i confini della loro libertà, come il mare cerca la riva, confini che non trovavano mai. Eolo, con un sorriso, che voleva essere comprensione più per la sua incapacità che per le malefatte dei figli, giustificava ogni loro eccesso, sorvolava su ingiurie e sopraffazioni, lasciando che le urla squarciassero il cielo e i litigi si trasformassero in tempeste sulla Terra che tremava sotto il peso di un padre che non sapeva guidare.

Gli insulti, un tempo sussurrati tra fratelli, iniziarono ad essere più pesanti e più alti e proseguirono colpendo anche i genitori. Parole taglienti, come lame d’aria, ferivano il cuore della genitrice e il cielo si rattristava, coprendosi di nuvole scurissime. Ma Eolo, invece di imporsi, sdrammatizzava, svuotando la sua già fragile autorevolezza che si dissolveva giorno dopo giorno come si dissolve la nebbia al mattino. Le lacrime della madre, ignorate e silenziose, si condensavano nell’aria, trasformandosi in nubi minacciose, presagio di burrasche che nessun dio avrebbe potuto placare.

Così, nel regno del vento, l’amore senza guida divenne caos, e l’indulgenza si fece tempesta.

 

Il castigo come illusione dell’educazione

Quando il caos dei venti iniziò a turbare la quiete degli uomini, Zeus, dall’alto dell’Olimpo, si destò inquieto. Le urla che squarciavano il cielo, le tempeste che laceravano la terra, non erano più giochi d’aria, ma minacce al cosmo intero. Così il sovrano degli dèi intervenne, imponendo a Eolo un ordine che non ammetteva replica.

Eolo, piegato dal volere divino, decise allora di rinchiudere i suoi figli, creature ormai indomabili, in otri magici, sigillati con incantesimi antichi, custoditi nelle caverne profonde di Ἑ᾿ολία νῆσος, l’isola Eolia, che alcuni identificano in Lipari, altri in Stromboli, dove sorgeva la sua reggia tra vapori e pietra.

Credeva, illudendosi, che l’isolamento potesse sostituire l’educazione, che il silenzio forzato valesse più di mille parole mancate. Ma punire quando è troppo tardi, senza aver mai insegnato, né ascoltato, né compreso, è come chiudere le porte di un tempio che non ha mai accolto preghiere. Rinchiudere senza dialogo, castigare senza spiegare, non genera saggezza, né pentimento. Solo silenzio. Solo rancore. Nelle profondità delle caverne, dove il vento geme tra le rocce, i figli di Eolo non impararono a comprendere le necessità altrui, ma coltivarono solo il proprio egoismo che non ammette le esigenze altrui.

 

Il silenzio del vento e il mare immobile

Gli anni scorrevano in una quiete solo apparente, ma il mondo, sotto quella calma, gemeva. Senza i venti a soffiare sulle vele, le navi restavano immobili, come uccelli dalle ali spezzate sul dorso del mare, o si muovevano a costo di enormi sforzi sui remi. Il commercio si arrestava, gli scambi tra i popoli si facevano rari, e la vita, privata del suo respiro, diventava più faticosa, più isolata. In quell’epoca remota, il mare non era un confine: era una strada liquida, una via sacra che univa civiltà lontane, portando con sé spezie, parole, idee e il profumo di terre mai viste.

Le strade di terra erano poche, impervie, scolpite nella roccia e nel fango, ben lontane dalla comodità che oggi conosciamo. Solo le navi, spinte dal soffio dei venti, potevano attraversare il mondo, cucendo insieme le coste come fili d’oro su un tessuto blu.

Gli anni scorrevano, ma senza vento, il mare era uno specchio immobile e l’umanità, priva di connessione, cominciò a chiudersi in sé stessa, come isole mute nel grande oceano del tempo.

 

La fuga dei venti

Zeus, ancora una volta, alzò la voce dell’Olimpo, e il suo comando giunse come tuono nel cuore di Eolo. Il dio dell’aria, stanco e rassegnato, decise infine di liberare i suoi figli, uno alla volta, lentamente, come si sciolgono nodi troppo stretti, per evitare che si scontrassero come in passato, quando la loro furia aveva quasi spezzato il cielo.

Ma il primo vento, impaziente e maldestro, non attese il gesto solenne del padre. Scattò fuori dall’otre come freccia impazzita, con la grazia di un uragano e la goffaggine di un bambino. Nel suo impeto, urtò l’otre accanto, che rotolò, si inclinò, si ruppe e, con esso, uno dopo l’altro, tutti gli altri sigilli cedettero, come vasi sacri infranti in un tempio profanato.

In un istante, il cielo si riempì di grida, di correnti che si inseguivano, si scontravano, si mescolavano in un turbinio inarrestabile. I venti, finalmente liberi, non cercarono ordine né pace, ma esplosero nel mondo come figli dimenticati che reclamano il loro nome.

Eolo, attonito, non poté far altro che osservare la danza selvaggia che lui stesso aveva scatenato, non con la volontà, ma con l’incapacità di contenere ciò che non si può imprigionare: la natura del vento, libera, impetuosa, indomabile.

 

L’incontro dei venti: un amore sospeso tra cielo e terra

Nel cuore del caos, quando il cielo sembrava sul punto di spezzarsi e le correnti impazzite si rincorrevano come cavalli selvaggi, accadde l’imprevedibile: un istante di quiete nel tumulto, un battito sospeso tra due respiri.

Scirocco, vento del sud, caldo come la sabbia che canta sotto il sole, passionale come un tramonto che incendia l’orizzonte, si arrestò per un attimo, come se qualcosa lo avesse chiamato da lontano. Fu allora che incrociò lo sguardo di Tramontana, vento del nord, fredda e raffinata, con la grazia di un fiocco di neve che danza nell’aria, con l’eleganza di chi conosce il silenzio delle montagne.

Non erano più i piccoli venti di un tempo, giocosi e inconsapevoli. Ora erano cresciuti, adolescenti impetuosi, carichi di desideri e di storie non dette. In quell’istante, fu come se il tempo si fermasse, come se il mondo intero trattenesse il fiato. Lui, ardente come il deserto che brucia anche sotto la luna, lei, limpida e distante come un cristallo che non osa sciogliersi. Non si erano più visti da anni, non si conoscevano davvero, ma bastò uno sguardo, un solo sguardo e fu amore. Non un amore gridato, ma uno che nasce nel silenzio, tra le pieghe del vento, tra le correnti che si sfiorano senza toccarsi, tra il calore che cerca il gelo e il gelo che si lascia cercare. In mezzo alla tempesta, due anime si riconobbero, e il cielo, per un attimo, divenne poesia.

 

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Riccardo Agresti

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