Il referendum sulla giustizia non voluto dagli italiani    

Alle urne si presenta un numero esiguo di votanti. Ed è flop

Domenica 12 giugno gli italiani sono stati chiamati a votare per il referendum sulla giustizia, proposto da Lega e Radicali. Si è votato anche per le amministrative in 971 comuni su 7903, in un solo giorno dalle 7 alle 23. Il referendum abrogativo rientra tra le fonti del diritto; le norme procedurali sono state scritte ventidue anni dopo la Costituzione, con la legge 352/70. Prevede che il Presidente della Repubblica con decreto ne indichi la data, che dev’essere una domenica tra il 15 aprile e il 15 giugno. Il primo sul divorzio nel 1974 ottenne l’87,7% di affluenza. Negli anni sono stati pochissimi quelli che hanno raggiunto il quorum; segno che gli elettori hanno percepito il ricorso continuo a questo istituto come un vero e proprio abuso privo di ogni ragionevolezza.

 

I risultati dello spoglio dei referendum in oggetto lo dimostrano

Elettori 46.174.268

Votanti 9.664.000

Schede nulle 879.812

Schede bianche 3.330.658

Schede contestate 3.800

 

L’esito negativo era scontato per una serie di fattori: scarsa informazione, complessità della materia, farraginosità dei quesiti, riforma Cartabia in discussione in Parlamento.

Riguardo quest’ultima è bene ricordare che il governo di larghe intese sta discutendo la tanto attesa riforma e che una parte è stata già approvata. Infatti, sui cinque quesiti oggetto di referendum, tre (separazione delle funzioni dei magistrati, valutazione sull’operato delle toghe, elezione dei componenti togati del Consiglio superiore della magistratura) toccano materie contenute nella riforma Cartabia, approvata dalla Camera dei deputati e il 16 giugno approvata anche dal Senato.

I cinque quesiti

Scheda colore rosso-Abolizione della legge Severino,

Scheda arancione-Limitazioni delle misure cautelari, art.274 cpp,

3° scheda gialla-Separazione delle funzioni dei magistrati,

4° scheda grigia-Valutazione sull’operato delle toghe.

5° scheda verde-Elezione dei componenti togati del CSM

Il loro contenuto, arduo da leggere e difficile da capire, dimostra che la magistratura è malata e non può essere il “sì” o il “no” di un referendum a salvarla, ma la competenza, la professionalità e la responsabilità degli attori della giustizia, della politica e del Parlamento.

Un grande di altri tempi, Charles-Louis de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu (francese -1689/1755), in risposta a Jean-Jacques Rousseau (svizzero-1712/1789), fervido difensore del referendum, riteneva che «i cittadini, in gran parte, sono capaci di scegliere i propri rappresentanti, ma non sono capaci di governare né di giudicare sui singoli progetti di legge».

Giorni fa in tv Luciana Littizzetto affermava: «Come potremmo mai documentarci su questioni così tecniche? Per chi ci avete preso, per sessanta milioni di Perry Mason?».

Queste affermazioni le condivido e ribadisco che non può essere il “si/no” del referendum a tirar fuori la giustizia dal pantano nel quale oggi è caduta; spetta alle figure istituzionali preposte, alle quali gli elettori hanno dato il mandato, nelle varie forme, nell’interesse del popolo e della Repubblica.

Concludo con una amara considerazione.

Gli italiani che hanno votato hanno compiuto il loro diritto-dovere di elettori e a loro va il nostro plauso, ma credo che rimanga in tutti la sofferenza di aver buttato via tanti milioni di euro che vanno a sommarsi al debito pubblico nazionale e la tristezza che ancora una volta il populismo e la bassa politica vuol farci credere di voler cambiare tutto per non cambiare nulla.

Franco Marzo

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