Blog Pagina 356

Al Cinema Palma i registi Matteo Zoppis e Alessio Rigo De Righi presentano il loro film: “Testa o croce?”

Domenica 5 ottobre, il Cinema Palma di Trevignano Romano ha fatto da cornice all’incontro tra i fan ed i registi del film “Testa o croce?” Matteo Zoppis e Alessio Rigo De Righi, già ospiti nel 2021 per il precedente film “Re Granchio”.

Dopo la presentazione del film all’ultimo Festival di Cannes, ecco che la coppia di registi si è recata nella sala cinematografica di Trevignano per presentare il loro ultimo lavoro, e rispondere alle domande dei molti appassionati presenti al cinema.

All’interno di un cast internazionale, nel quale spiccano i nomi di John C. Reilly, Juan Pedro Lanzani, Nadia Tereszkiewicz, nonchè di un Alessandro Borghi nelle vesti del buttero Santino, questi ultimi due saranno al centro di una storia di amore e rivoluzione, con un finale che a detta dei registi è lasciato all’interpretazione dello spettatore.

Proprio i butteri sono tra i soggetti principali di questo film. Butteri che vanno a sfidare i cowboy americani portati da Buffalo Bill per uno dei suoi “Wild West Show” in Italia (storia realmente accaduta).

Un western antitetico dunque, dove a fare da protagonisti non sono i selvaggi pistoleri o gli indiani che tanto spazio hanno occupato nella filmografia di John Ford e Howard Hawks.

Al contrario, la dimensione raccontata è quella italiana (le riprese sono state fatte tra la Tuscia ed il basso Lazio), con la vera vita che si respirava tra le campagne italiane di inizio ‘900, che va a contrapporsi con l’artificiosa frontiera statunitense rappresentata dallo show di un Buffalo Bill, il cui intento è, come da lui stesso ammesso, soltanto quello di raccontare una bella storia.

Ad aggiungere innovatività all’interno di un genere già così spremuto, ci hanno pensato la Rosa a tratti “cardinalesca” interpretata da Nadia Tereszkiewicz, vera protagonista del film, e il buttero Santino di Alessandro Borghi, eroe che non spara mai.

Nel corso del Q&A tenutosi alla fine della proiezione, i due registi, accompagnati da membri del cast, hanno raccontato del loro attaccamento al territorio nel quale il film è stato girato (anche il loro esordio “Re Granchio” è stato girato nelle stesse zone), e non si sono risparmiati dal rispondere alle domande dei fan che non si sono fatte mancare.

Davide Catena, redattore L’agone

 

 

CIE, TORQUATI – COZZA (MUN.XV): “SABATO 11 OTTOBRE OPEN DAY SEDE ANAGRAFICA PRIMA PORTA”

Si riceve e si pubblica

“Nuovo appuntamento in Municipio XV con gli open day per il rinnovo della carta d’identità elettronica. Sabato 11 ottobre apertura straordinaria dalle 8.30 alle 16.00 della sede di Prima Porta, Piazza Saxa Rubra 19.

Al fine di garantire un accesso regolamentato ed evitare disagi ai cittadini, per accedere al servizio è necessaria la prenotazione online tramite Agenda CIE esclusivamente nella giornata di venerdì 10 ottobre a partire dalle 9.00 fino a esaurimento delle disponibilità.

Grazie al personale del Municipio per essere come sempre a disposizione”.

Così in una nota il Presidente del Municipio XV Daniele Torquati e l’Assessore al Decentramento Amministrativo, Alessandro Cozza.

Ritorna “Un Caravaggio per la mia Ladispoli” per avvicinare i bambini al mondo dell’arte

Si riceve e si pubblica

Mentre prosegue l’evento “Caravaggio in vetrina”, che ha trasformato viale Italia in un museo a cielo aperto, l’amministrazione comunale lancia un altro progetto per avvicinare le giovani generazioni al mondo dell’arte e della cultura. Parte “Un Caravaggio per la mia Ladispoli”, iniziativa che vuole coinvolgere i giovanissimi, avvicinarli al mondo della creatività, seguendo la scia del successo che sta ottenendo la mostra dei dipinti di Michelangelo Merisi nelle vetrine del corso principale della città”.

Con queste parole la delegata all’arte, Felicia Caggianelli, ha annunciato l’avvio dell’iniziativa “Un Caravaggio per la mia Ladispoli”, rivolta ai bambini delle scuole di Ladispoli ed a tutti coloro che vorranno partecipare.

“Torniamo per il terzo anno consecutivo – prosegue la delegata all’arte, Felicia Caggianelli – a lanciare una sfida alle nuove generazioni, invitandole a disegnare uno dei dipinti di Caravaggio, esposti nelle vetrine di viale Italia. Chiediamo di scegliere l’opera che li ha maggiormente colpiti, oppure di scegliere uno dei tanti capolavori di Michelangelo Merisi. Aiutati dalle loro insegnanti. Naturalmente i partecipanti saranno liberi di interpretare a modo loro i dipinti di Michelangelo Merisi, colpi di genio ed intuizioni artistiche saranno benvenuti. Ringraziamo sin da ora le insegnanti che collaboreranno a spronare la fantasia degli alunni, come sempre tra qualche settimana tutti i partecipanti riceveranno un premio nel corso di una cerimonia ufficiale. Lo scorso anno oltre duecento bambini ricevettero un attestato di partecipazione ed una medaglia, una giuria di esperti assegnò anche dei riconoscimenti speciali ai disegni più coinvolgenti e particolari. Per partecipare è sufficiente inviare il proprio disegno alla mail licia.caggianelli@libero.it. Ovviamente possono partecipare anche giovanissimi di altre città e tutti gli adulti appassionati della pittura di Caravaggio”.               Me

Disturbi dell’umore in adolescenza. L’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce.

Si riceve e si pubblica

 Ne parliamo con Adelia Lucattini,  Psichiatra e Psicoanalista, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana

Intervista di Marialuisa Roscino

Lucattini: “È importante favorire la fiducia reciproca, evitare giudizi e valorizzare i progressi dei figli, anche minimi. Routine regolari, un dialogo aperto e un clima emotivo prevedibile favoriscono l’equilibrio emotivo e un buon stato di salute”.

 I Disturbi dell’umore in adolescenza sono condizioni cliniche caratterizzate da significative e persistenti alterazioni del tono emotivo, che vanno oltre i normali sbalzi d’umore tipici di questa fase di sviluppo. Questi disturbi possono compromettere gravemente il funzionamento scolastico, sociale e familiare dell’adolescente.

In particolare, il Disturbo Bipolare, che spesso esordisce in adolescenza o nella prima età adulta (picco di incidenza tra i 15 e i 30 anni), è un disturbo cronico che non migliora spontaneamente e che può peggiorare significativamente se non trattato. Da qui, l’importanza di saperli riconoscere e di una diagnosi precoce. Di questo e molto altro, ne parliamo oggi, in questa intervista con Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana, in occasione dell’imminente Giornata mondiale della salute mentale 2025.

Dottoressa Lucattini, ci può illustrare quali sono i vari tipi di disturbi dell’umore?

Esistono diverse modalità di classificazione dei disturbi dell’umore, a seconda dei sistemi diagnostici utilizzati a livello internazionale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nella Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-11), inserisce i disturbi dell’umore, denominati anche disturbi affettivi, che comprende disturbi depressivi, disturbi bipolari, e disturbi dell’umore indotti da sostanze o condizioni mediche.

Si tratta di patologie mentali che coinvolgono la sfera emotiva, cognitiva e comportamentale, caratterizzate da alterazioni significative e prolungate del tono dell’umore, che possono assumere prevalentemente una polarità depressiva (tristezza, perdita di interesse, rallentamento psicomotorio) o euforica/maniacale (esaltazione, iperattività, ridotto bisogno di sonno, impulsività).

I due poli, depressione e mania, rappresentano gli estremi di un continuum in cui si collocano diverse forme intermedie, come l’ipomania, la distimia (depressione cronica lieve) e il disturbo ciclotimico, caratterizzato da oscillazioni più lievi, ma persistenti nel tempo.

Chi riguarda in particolare?

Queste condizioni non riguardano soltanto gli adulti, infatti, anche i bambini e gli adolescenti possono sviluppare disturbi dell’umore, spesso con sintomi meno tipici, come irritabilità, instabilità affettiva, difficoltà scolastiche e alterazioni del sonno o dell’appetito.

Riconoscerli precocemente è fondamentale per prevenire l’evoluzione verso forme più gravi e per favorire uno sviluppo psicoaffettivo equilibrato.

Come pubblicato su JAMA Psychiatry (2024), la diagnosi precoce e il trattamento integrato (psicologico, familiare e, se necessario, farmacologico) migliorano significativamente la prognosi e riducono il rischio di ricadute in età adulta.

 Gli studi epidemiologici cosa indicano in merito?

 Gli studi epidemiologici internazionali mostrano che i disturbi dell’umore rappresentano una delle principali cause di disabilità psicologica e sociale a livello mondiale.

I dati provenienti dall’ampia World Mental Health Survey Initiative, condotta in oltre 30 Paesi e promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (2023) in collaborazione con la Harvard Medical School, indicano che la prevalenza nel corso della vita dei disturbi dell’umore varia dal 7% al 20%, con differenze legate al contesto socioculturale e alle metodologie diagnostiche utilizzate.

Il Disturbo Depressivo Maggiore interessa circa il 5% della popolazione mondiale, ma raggiunge punte del 10–12% nelle donne rispetto al 4–6% negli uomini; i Disturbi Bipolari presentano una prevalenza stimata tra l’1% e il 3%, ma possono raggiungere il 5% se si includono le forme sottosoglia o ciclotimiche; circa il 10–15% delle persone inizialmente diagnosticate con depressione maggiore sviluppano successivamente un quadro bipolare, con fenomeni di tipo ipomaniacale e maniacale, confermando la complessità diagnostica e la necessità di un attento monitoraggio longitudinale.

Come si arriva alla diagnosi dei disturbi dell’umore?

 La diagnosi di un disturbo dell’umore viene posta quando le oscillazioni dell’umore, verso la melanconia o verso l’euforia, diventano intense, persistenti e interferiscono con la vita quotidiana.

Non si tratta quindi di semplici variazioni delle emozioni, ma di condizioni cliniche che alterano in modo significativo il pensiero, la percezione di sé, il comportamento e la relazione con gli altri.

Nel polo depressivo, l’adolescente o l’adulto può sperimentare un senso profondo di vuoto, rallentamento del pensiero e della parola, perdita di energia vitale e idee di autosvalutazione o pensieri di morte. Nel polo maniacale o ipomaniacale, invece, si osservano: accelerazione del pensiero e del linguaggio, iperattività, ridotto bisogno di sonno e una sensazione di onnipotenza o di euforia immotivata. Spesso, la prima manifestazione non è l’agitazione psicofisica, ma l’accelerazione del flusso mentale, che può rendere difficile mantenere una coerenza di pensiero o di discorso.

La diagnosi viene effettuata da uno specialista in psichiatria o da un’équipe multidisciplinare che può includere anche psicologi clinici e psicoterapeuti.

The Lancet Psychiatry Commission on Youth Mental Health (2024) raccomanda modelli integrati, centrati sul giovane e con coinvolgimento della famiglia lungo tutto il percorso (valutazione, intervento precoce, continuità di cura).

Perché spesso la diagnosi dei disturbi dell’umore negli adolescenti arriva in ritardo?

Ci sono vari fattori che concorrono a ritardare la diagnosi, gli adolescenti possono non riconoscere i sintomi, i genitori possono interpretare l’umore instabile come situazioni normali nell’adolescenza,  e la scuola non è attrezzata, difatti, la diagnosi è demandata ai servizi sanitari.

Dal punto di vista psicologico, la letteratura psicoanalitica sottolinea che i ragazzi possono non avere consapevolezza dei propri conflitti emotivi e le difese inconsce possono criptare il malessere. Un’ampia rassegna sull’efficacia della psicoterapia psicodinamica nei giovani pubblicata su Frontiers in Psychology (2021) conferma che tali approcci sono particolarmente utili nei disturbi interiorizzati (depressione, ansia) non manifesti chiaramente sul versante comportamentale.

Uno studio su adolescenti Frontiers Child & Adolescent Psychiatry (2023) ha rilevato che il ritardo medio diagnostico supera 2 anni, soprattutto per difficoltà nel distinguere sintomi depressivi da disturbi d’ansia o disordini dell’attenzione.

A quale età si manifestano i disturbi dell’umore?

disturbi dell’umore possono manifestarsi a qualunque età, ma i primi segnali compaiono spesso già durante l’infanzia o nell’adolescenza.

Nei bambini, i sintomi sono meno tipici e più difficili da riconoscere, possono prevalere irritabilità, iperattività, impulsività, difficoltà di attenzione e disturbi del sonno, elementi che talvolta portano a una diagnosi errata di ADHD. Tuttavia, a differenza di quest’ultimo, che ha una base prevalentemente neuroevolutiva, i disturbi dell’umore hanno un’origine psicologica e relazionale, legata anche a fattori costituzionali, ambientali e affettivi.

Durante l’adolescenza, periodo di intensa riorganizzazione emotiva e identitaria, l’esordio diventa più evidente, possono comparire episodi depressivi, crisi d’ansia, fluttuazioni dell’umore, disturbi del sonno o dell’alimentazione, talvolta alternati a fasi di grande energia e creatività.

Una ricerca su Acta Psychiatrica Scandinavica (2024) indica che l’età media di esordio per i disturbi dell’umore si colloca tra i 13 e i 18 anni, con un secondo picco tra i 20 e i 30 anni. Ciò corrisponde alle fasi di vita più delicate, caratterizzate da passaggi evolutivi e sfide identitarie importanti.

Quali terapie psicologiche e psicoanalitiche sono più utili per adolescenti con disturbi dell’umore?

 Sul versante psicologico, interventi basati sulla terapia interpersonale e terapie sistemico-relazionali che lavorano sulla regolazione emotiva, sono efficaci nel ridurre sintomi depressivi e prevenire ricadute, soprattutto se combinati con il supporto familiare.

Dal versante psicoanalitico, la Short-Term Psychoanalytic Psychotherapy (STPP) è una modalità che, pur breve, mira ad affrontare conflitti interiori e simbolici: uno studio recente ha descritto le tecniche utilizzate e i fattori di rottura/risanamento dell’alleanza terapeutica.

Inoltre, una ricerca pubblicata su The Lancet Psychiatry (2017) ha valutato l’efficacia dell’intervento psicologico integrato su adolescenti depressi, mostrando che l’effetto terapeutico si mantiene nei mesi successivi rispetto al solo trattamento farmacologico.

Qual è il ruolo della famiglia nella gestione dei disturbi dell’umore adolescenziali?

 La famiglia può essere un fattore protettivo o di rischio: comunicazione aperta, supporto emotivo, stabilità quotidiana, partecipazione al percorso terapeutico tendono a migliorare l’aderenza ai trattamenti e ridurre le ricadute. Da un punto di vista psicoanalitico-relazionale, il contesto familiare offre il terreno cui proiettare e rielaborare dinamiche inconsce: comprendere le tensioni relazionali (la dipendenza, l’attaccamento, le aspettative inconsce) può favorire la guarigione interna del ragazzo.

Sul fronte empirico, uno studi di psicoterapia psicoanalitica con adolescenti, pubblicato su Frontiers in Psychology (2024) mostra che la qualità dell’alleanza terapeutica genitori-psicoterapeuti e l’impegno familiare influiscono sui risultati clinici. Inoltre, come mostrato su International Journal of Social Psychiatry (2023), l’intervento allargato alla famiglia, come il supporto genitoriale o psicoterapia  familiare, è stato associato a migliori esiti a lungo termine, riducendo la frequenza e gravità degli episodi acuti nei figli.

Quali sono gli approcci terapeutici per i disturbi dell’umore?

 I disturbi dell’umore sono patologie complesse e multifattoriali: la loro cura deve essere personalizzata, adattata alla fase del disturbo, alla storia del paziente e al suo assetto psicologico e relazionale.

Le linee guida internazionali (NICE, APA, OMS) raccomandano un approccio integrato che comprenda: la terapia farmacologica mirata alla fase in atto (depressiva, maniacale o mista) e alla prevenzione delle ricadute e la psicoterapia. I farmaci stabilizzatori dell’umore restano la base dei trattamenti. Gli antidepressivi e alcuni antipsicotici atipici vengono usati con attenzione e in combinazione per modulare i sintomi specifici. Negli ultimi anni si parla di “terapie sartoriali”, ovvero terapie modulate ad personam, che tengono conto della risposta individuale e degli effetti collaterali, di solito transitori.

La psicoterapia psicoanalitica o psicodinamica, affiancata quando opportuno da terapie genitoriali o familiari, permette di comprendere e rielaborare i conflitti emotivi alla base della sofferenza.

In base alla gravità e alla struttura di personalità, il percorso può avere frequenza da una a tre sedute settimanali, con l’obiettivo di ricostruire la continuità dell’esperienza affettiva e il senso di sé.

L’intervento familiare e la rete di supporto sono fondamentali. Il coinvolgimento dei familiari favorisce l’aderenza terapeutica e riduce le ricadute. Programmi di supporto genitoriale o di coppia si sono dimostrati efficaci nel migliorare la stabilità emotiva del paziente.

Perché è così importante intervenire precocemente nei disturbi dell’umore?

Intervenire subito consente di limitare la durata e severità degli episodi, prevenire la cronicizzazione, preservare il funzionamento scolastico e sociale e ridurre il rischio suicidario.

Uno studio psicoanalitico longitudinale su Frontiers Psychology (2021) mostra che trattamenti anche brevi possono avere uno “sleeper effect” nel tempo, ovvero la trasformazione progressiva dovuta alla rielaborazione inconscia, con i miglioramenti che si consolidano nel tempo anche dopo la fine della terapia. Un intervento tempestivo può modificare la traiettoria neurobiologica dell’umore, stabilizzando circuiti cerebrali affetti da disregolazione emotiva. Complessivamente, l’intervento precoce rappresenta un’azione preventiva che agisce non solo sui sintomi attivi nel presente, ma anche sul potenziale evolutivo con sviluppo di resilienza per il tempo a venire.

Consigli per genitori

 Osservare  se i cambiamenti improvvisi dell’umore, del sonno, dell’appetito o del rendimento scolastico non sono sempre “crisi adolescenziali”. Possono essere segnali precoci di un disturbo dell’umore;

Rivolgersi tempestivamente a professionisti della salute mentale, in caso di  irritabilità persistente, isolamento, o oscillazioni emotive marcate, è fondamentale consultare uno psichiatra dell’età evolutiva o uno psicoanalista. L’intervento precoce riduce il rischio di peggioramento e favorisce la stabilizzazione;

Collaborare con i curanti. La cura dei disturbi dell’umore è un percorso di alleanza terapeutica tra famiglie, pazienti e professionisti. Partecipare attivamente agli incontri e condividere osservazioni quotidiane aiuta i clinici a calibrare meglio le terapie.

Anche quando i sintomi migliorano, non interrompere i trattamenti senza consulto medico. Le ricadute sono frequenti se le terapie vengono sospese bruscamente. È preferibile una gestione graduale e condivisa con gli specialisti.

Avere un figlio con un disturbo dell’umore può essere un grande dispiacere e molto faticoso. È essenziale riconoscere il proprio stress e chiedere sostegno psicologico anche per se stessi. I genitori che stanno bene sono una risorsa per i figli;

È importante favorire la fiducia reciproca, evitare giudizi e valorizzare i progressi dei figli, anche minimi. Routine regolari, dialogo aperto e un clima emotivo prevedibile favoriscono l’equilibrio emotivo e un buon stato di salute.

I racconti d’inizio settimana: Amore e morte sul palco di un anfiteatro naturale

Quelle splendide giornate d’inizio estate, trascorse nel grazioso e familiare borgo di Trevignano Romano, iniziavano sempre con il solito dubbio: la pizza rossa che mia zia Leonina ci portava tutte le mattine nella casa di mio nonno Lorenzo, l’aveva acquistata nella bottega di Geo, in quella di Aldo, oppure presso il vapoforno, leggermente più distante, di Piola?

Quella mattina non potemmo porci il quesito perché quando mia zia arrivò a casa, mio fratello ed io eravamo usciti qualche ora prima in compagnia di mio padre che aveva organizzato una giornata completamente dedicata alla pesca ed è molto probabile che nel momento in cui mia zia, quella mattina, suonò il campanello di casa, noi stavamo già salendo su una barca, tutta di legno, chiamata Lucia in memoria di mia nonna deceduta qualche anno prima.

Mio padre la teneva adagiata su un terreno nascosto tra le canne, al termine di uno stretto passaggio che, dalla strada asfaltata, permetteva di raggiungere la riva del lago. Un luogo, per me magico, che si trovava qualche metro dopo il cinema Palma, proprio di fronte all’altro cinema del paese, quello della Casa del fanciullo, dove si proiettavano film prevalentemente a carattere religioso. Si potrebbe dire che l’imbarcazione era collocata tra il diavolo e l’acqua santa.

La giornata era splendida, la superficie del lago era talmente piatta che il promontorio di Montecchio, dall’altra parte del piccolo golfo, si specchiava in tutto il suo naturale splendore.

Molto prima di raggiungere le Pantane, mio padre decise di uscire dall’amabile golfetto per provare a pescare qualche luccio in acque più aperte, e quindi più profonde e fresche, con la sua tirlindana. Non era la prima volta e quella scelta mi riempiva sempre di gioia perché mi permetteva di remare, mentre lui, in fondo alla barca, dopo aver lanciato un lungo filo di nylon che terminava con un cucchiaio di rame circondato da grossi ami, rimaneva in attesa che almeno uno di quei poveri pesci, che avevano la sola sfortuna di essere portatori di carni prelibate, cadesse in inganno.

L’assenza di vento non era una buona condizione per quel tipo di pesca, così, dopo tre o quattro giri andati a vuoto, ci dirigemmo verso il grande canneto delle Pantane in attesa di miglior fortuna.

Mentre ci avvicinavamo, in quel momento, l’ambiente circostante si trasformava velocemente. Il marineto, sotto la superficie del lago, cedeva il posto alle alghe più alte che arrivavano fino alla linea dell’acqua e il tutto veniva abbellito da verdi ninfee sempre più numerose e adorne di grandi fiori colorati.

Soltanto la sempre più fitta presenza delle canne, e ancor prima i turgidi sigaroni, originati da quelli che noi chiamavamo giunchi, interrompevano quel bellissimo tappeto somigliante a un verde prato fiorito. Ed ecco che cominciava un altro scorcio che, a metà tra terra e acqua, forniva un sicuro riparo per uccelli e anfibi, che, attraverso i loro suoni, annunciavano la loro presenza.

Mio padre aveva a disposizione un proprio corridoio (in realtà non so se per un accordo tacito tra pescatori) che gli permetteva di entrare all’interno del canneto. Subito dopo, una volta a destra e una volta a sinistra, tirava fuori da non più di un metro d’acqua, una specie di lungo cilindro fatto di rete, con tre o quattro cerchi di metallo, dal cui interno uscivano altri più corti, che finivano a imbuto, sempre più piccoli, sempre più stretti, fino al termine, dove un nodo chiudeva l’unica via di salvezza. I pesci, entrati dal cilindro più grande, rimanevano chiusi in fondo al sacco, senza la possibilità di tornare indietro, vivi e, proprio per questo, pronti a essere catturati. Più forte era il rumore dell’acqua, provocato dal disperato movimento dei pesci, man mano che si alzava il tovarello (mio padre lo chiamava così), più abbondante era stata la pesca.

Tra le varie soste, solamente una volta, giunti quasi al termine del lungo corridoio, non sentimmo alcun rumore, nonostante l’antico attrezzo dei pescatori fosse comunque pesante: fu quando un uccello, una folaga, cercando di catturare il pesce impigliato nella trappola mortale, s’infilò nel tovarello e rimase incastrata in fondo al sacco, unico animale, tra i pochi presenti, che non era in grado di respirare sott’acqua.

Rimasi scioccato da quella morte assurda mentre mio padre, dopo aver sciolto il nodo finale del tovarello, lanciò il corpo della folaga tra le canne e, forse preso da un senso di colpa, lasciò liberi i pochi pesci rimasti. Sarà stato un episodio che aveva già vissuto, o forse no, sinceramente non ebbi il coraggio di chiederglielo anche perché mancava ancora da tirare sulla barca un altro paio di tovarelli e non volevo che mio padre, subito dopo la mia domanda, tornasse indietro, lasciando quei poveri pesci ancora sott’acqua, ancora obiettivo di una prossima folaga.

Fu una precauzione inutile perché, non molto distante dal nostro corridoio, proprio in quella parte del canneto, dove mio padre aveva lanciato la folaga, sentii nitidamente un suono diverso da quello prodotto dai numerosi volatili presenti: era il lamento di una giovane donna che, ogni volta che alzava il tono della voce, si rivolgeva a dio, chiamandolo più volte.

Mio padre, dopo essersi guardato attorno visibilmente preoccupato, si allontanò subito dal canneto, lasciando sott’acqua gli ultimi tovarelli e dentro di me una profonda delusione. Tirando assieme la barca a riva, dopo aver nascosto i remi tra l’erba alta, continuai a chiedermi perché mio padre fosse andato via in quel modo, fuggendo dalle proprie responsabilità, che ritenevo del tutto involontarie. Anche in questo caso scelsi di non dire nulla.

Mentre tornavamo a casa, tra i vicoli del borgo, avrei voluto chiedere spiegazioni ma, al primo apparire della finestra della casa paterna, mi ricordai di quando, ancora molto piccolo, mia nonna Lucia, mentre puliva il pesce, lanciava, a me e mio fratello, nel vicolo sottostante, la vescica natatoria dei pesci appena pescati che noi facevamo scoppiare sotto i nostri piedi. Fu l’unica cosa che riuscii a dire durante il pranzo e il mio ricordo commosse tutti i presenti.

Nel pomeriggio, dopo essere andato a comprare per mio nonno, i sigari e i fulminanti presso la tabaccheria all’interno del bar di Ermete, mi recai all’osteria di Fortunato, dove mio padre iniziò a raccontare, rivolgendo a mio nonno uno strano sorriso ironico, per me, incomprensibile, l’episodio del lancio della folaga e le sue conseguenze. Fu in quel preciso istante che cominciai a capire… e quando mio nonno Lorenzo mi offrì, con la complicità di mio padre, mezzo bicchiere della sua birra, pur allungandola con una gazzosa, mi sentii subito grande.

Lorenzo Avincola

Donnafugata – Tra realtà e fantasia la leggenda di Bianca di Navarra (parte 5 di 7)

La scelta

Scelse. Fra le due opzioni che le erano state prospettate simbolicamente, scelse. Era necessaria una terza via. Una via che il conte non si sarebbe potuto aspettare: una fuga. Ma come?

La chiave era lì, fredda e silenziosa. Ma come poteva essere utile per quella porta da cui era stata condotta? Era davvero la possibilità di una via d’uscita, o solo un’illusione ben congegnata? Il castello era sorvegliato, ogni porta presidiata da un guardiano, ogni corridoio abitato da un orecchio pronto a cogliere il minimo sussurro. Fuggire significava rischiare tutto, forse morire e svanire come un’ombra senza nome.

In quel momento, la violenza non era nella corda, né nel vestito. Era nel silenzio. Era persino in quella chiave: un gesto di pietà, sì, ma anche un atto muto, nascosto, come se la libertà non potesse essere concessa, ma dovesse essere rubata con l’ingegno, strappata con il rischio, conquistata nel buio.

 

Presenze invisibili

Chiuse gli occhi. Respirò lentamente. Capì che doveva muoversi in fretta, perché anche il tempo, in quella stanza, non le apparteneva più e, finché la candela bruciava, lei esisteva ancora.

Si domandò cosa fosse davvero quella chiave. Non sembrava affatto adatta ad aprire la porta massiccia che la separava dalla libertà: troppo piccola, troppo vecchia. Eppure, troppo intenzionalmente lasciata per essere ignorata. La vecchia serva era uscita senza proferire parola, e il soldato non doveva essere lontano. Bianca era sola, immersa nella luce tremolante della candela, mentre i fievoli rumori di voci e passi lontani si affievolivano pian piano, fino a svanire. Segno che forse la notte era sopraggiunta. O che il mondo esterno aveva smesso di esistere.

Ma nel silenzio, qualcosa sembrò mutare.

Più il mondo umano si ritraeva, più la stanza sembrava popolarsi di altro. Rumori sottili, profondi, che si udivano solo quando il silenzio diventava assoluto. Mugugni, forse. Lamenti. Come se le pietre stesse respirassero memorie intrise di sangue e silenzio. Presenze invisibili, antiche, tragiche, che sembravano lamentare un’esistenza remota e sfortunata, prendevano forma nel buio per terrorizzarla.

All’improvviso, qualcosa di impercettibile la fece immobilizzare. Un brivido le attraversò la schiena, gelido come un tocco senza carne. come dita d’ombra che reclamano il corpo. La fiamma della candela restava immobile, ma dall’altro lato della stanza notò un arazzo che si era mosso appena. I suoi fili pendenti avevano tremato, come sfiorati da un respiro e quel tremore l’aveva avvolta, come un manto invisibile.

Bianca lo fissò. Presenze oscure? Spiriti venuti a reclamarla, a impedirle di cedere al suo carceriere? O forse, anime perdute che volevano avvertirla, proteggerla, trascinarla via prima che fosse troppo tardi?

 

Il respiro

Fu solo un istante. Poi prese forza e si avvicinò. Non per affrontare, né per carezzare o ammansire lo spirito ignoto e minaccioso, ma per comprendere. Vicino alla parete non notò alcuna presenza sovrumana: la sua mano accarezzò soltanto l’ordito, e rimase dubbiosa, con i fili tra le dita. Poi scostò l’arazzo e guardò la pietra che il disegno nascondeva. La sfiorò: era fredda sotto le dita, umida e gelida come il respiro della notte. Un respiro, appunto.

Poi le parve che una voce sussurrasse da dietro la parete. Lo spirito cercava di invitarla ad attraversarla? La voce non era umana. Non quella di un servo, né di una dama. Era un suono che sembrava provenire da oltre il tempo, dall’oltretomba o da un sogno antico.

Bianca non si mosse. Non tremò. Era sola, sì. Ma non fragile. Chiunque sarebbe rimasto impietrito davanti a quelle presenze misteriose. Non lei. Anche se ora era soltanto una donna che doveva fuggire, non aveva smarrito il carattere e l’intelligenza che le appartenevano fin dalla nascita. Quell’arazzo non nascondeva un mistero ultraterreno, ma la sua salvezza: era la memoria di un passaggio dimenticato, un segreto custodito dalle pietre.

Appoggiò l’orecchio al muro. Lì, tra le pietre, sentì chiaramente qualcosa. Qualcosa di profondo, lugubre, lontano. Non un lamento. Non un pianto. Un soffio da far inorridire, ma vivo. Come incute timore, ma pulsa, la libertà.

Che non fosse rinchiusa in una torre, lo aveva capito subito. Ma ora comprendeva che non era nemmeno sepolta in un sotterraneo. Quella stanza era parte di qualcosa di più grande: un sistema di ambienti, forse gallerie, che serpeggiavano sotto il palazzo come vene sotto la pelle. Ma soprattutto, da qualche parte là intorno, c’era uno sbocco. Un passaggio. Un varco verso la campagna, da cui penetrava quel vento della tempesta che urlava la sua forza impetuosa, ma poi, infilandosi in un probabile dedalo, si riduceva a un soffio sottile, quasi impercettibile, che muoveva appena i fili decorativi dell’arazzo, passando chissà dove attraverso la parete.

I suoni lugubri erano l’eco del vento della tempesta. Quella stessa tempesta che aveva temuto durante il viaggio, osservando le nuvole nere e minacciose. Ora, quella tempesta non era più minaccia. Era alleata. Era occasione. Una tempesta che prima l’aveva spinta fra le braccia del suo nemico, ora le indicava come fuggirne.

 

San Pietro

Bianca rimase immobile, a fissare gli arazzi. Dietro di loro non una porta. Non una finestra. Solo pietra. Solo silenzio. Notò che tutti i santi erano rivolti verso il letto, ma tra la spada di san Paolo e il libro di san Girolamo, le chiavi di san Pietro attirarono la sua attenzione: il vicario di Cristo era l’unico a guardare verso la porta, e le chiavi che stringeva sembravano non solo simboliche, ma indicare una direzione precisa lungo la parete.

Non aveva scelta, se non provare tutte le ipotesi, anche quelle che sfioravano l’assurdo. Non pensò a un segno misterioso del divino, ma a una possibilità più concreta, seppur improbabile: chi aveva disegnato i cartoni preparatori per l’arazzo forse aveva lasciato un messaggio nascosto, inciso nel filo, un’indicazione deliberata, forse un avvertimento, forse una via d’uscita.

Si scostò lentamente, con il cuore che batteva forte, e si mise a osservare la direzione indicata con occhi nuovi, guidata non dalla speranza, ma dalla logica disperata di chi cerca una falla nel disegno del potere. Poi iniziò a esplorare, con le mani tremanti, la fredda superficie dietro gli arazzi.

Le pietre non erano perfettamente allineate. Alcune sporgevano appena, altre sembravano consumate dal tempo in modo innaturale, come se fossero state toccate più volte, come se qualcuno avesse già cercato, o trovato, ciò che lei ora cercava. Un dettaglio la colpì: una piccola fessura verticale, sottile come un taglio, correva lungo il bordo di una lastra più chiara delle altre. Come una cicatrice che il muro non era riuscito a nascondere. Non era una crepa. Era una soglia. Un confine tra il visibile e il celato.

Bianca passò le dita lungo la linea. La pietra era fredda, ma lì, in quel punto, sembrava vibrare sotto la pelle, come se custodisse un respiro antico. Cercò con lo sguardo un incastro, un rilievo, un’anomalia. Trovò una piccola cavità nascosta tra due giunture, appena visibile. Vi infilò le dita. Un lieve scatto. Poi nulla. Ma quando provò, quasi per rabbia, a spingere la parete, sentì un suono sordo, come di pietra che si muove contro pietra. La parete tremò. Lentamente, una sezione del muro si ritirò all’indietro, rivelando una porta dissimulata, perfettamente incastonata tra le irregolarità della muratura. Nessuna serratura visibile. Nessuna maniglia. Solo un’apertura che si stava schiudendo come una bocca silenziosa, pronta a inghiottirla o a liberarla.

Dietro, il buio. Un corridoio stretto, scavato nella roccia, dove l’aria era più fredda e odorava di terra antica, di umidità e di segreti sepolti.

 

 

Per leggere la puntata successiva

 

Per leggere dall’inizio

 

Riccardo Agresti

LA BIOGRAFIA DEDICATA AD ANDREA LO VECCHIO PREMIATA A LUGANO CON IL “PREMIO SPECIALE GINEVRA”

Si riceve e si pubblica

LILIANA LO VECCHIO HA RITIRATO IL RICONOSCIMENTO IN RICORDO DEL FRATELLO

Dopo il successo ottenuto con il “Premio Emotion” alla 17ª edizione del Premio Letterario Internazionale Città di Cattolica, la biografia “A modo mio… Basta un attimo”, scritta da Giancarlo Colaprete e dedicata all’indimenticato autore, musicista e produttore Andrea Lo Vecchio, conquista anche la Svizzera.

Sabato 4 ottobre 2025, nel prestigioso contesto del Switzerland Literary Prize, svoltosi al Lux Art House di Massagno – Lugano, l’opera si è aggiudicata il Premio Speciale Ginevra nella sezione “Saggistica edita”, tra centinaia di titoli giunti da ogni parte del mondo. Il Premio Switzerland Literary Prize, giunto alla sua quinta edizione, è promosso dall’Associazione Culturale Pegasus, guidata dal presidente Roberto Sarra, che segue oltre 18 mila autori provenienti da 21 Paesi e organizza ogni anno cinque premi letterari internazionali.

A ritirare l’ambito riconoscimento sul palco, visibilmente emozionata, è stata Liliana Lo Vecchio, sorella di Andrea, la quale ha regalato al pubblico in sala un commosso e personale ricordo del fratello. Un intervento toccante, arricchito da aneddoti vissuti nella Milano degli esordi, al fianco di giovani artisti destinati a diventare grandi nomi della musica italiana, come Dori Ghezzi, Bobby Solo, Betty Curtis, Roberto Vecchioni e molti altri.

Questo premio assume un significato ancora più profondo per almeno due motivi: da un lato rende omaggio alla straordinaria carriera di Andrea Lo Vecchio, figura centrale della canzone d’autore italiana e autore di brani rimasti nella memoria collettiva come Luci a San Siro (per Roberto Vecchioni), Rumore (per Raffaella Carrà), Era (per Wess & Dori Ghezzi), A modo mio (per Patty Pravo), Donna Felicità (per i Nuovi Angeli), Per… (per Ornella Vanoni), Help me (per i Dik Dik), Dedicato a te (per Santino Rocchetti), Invece adesso (per Roberto Soffici), La porta socchiusa (per Mia Martini). Dall’altro, il luogo stesso della premiazione — Lugano, nel Canton Ticino — ha un legame simbolico fortissimo: è qui che Mina, interprete di ben 19 brani firmati da Andrea Lo Vecchio, ha scelto da tempo di vivere lontana dalle scene.

Non a caso, un intero paragrafo della biografia è dedicato proprio alla collaborazione tra Lo Vecchio e Mina, con il titolo “Mina: una storia lunga due long playing”. Tra i brani scritti per lei, alcuni dei più significativi della sua carriera: “E poi…”, “Ormai”, “Fate piano”, “La vigilia di Natale”. Il brano “E poi…”, in particolare, venne inserito da Mina nell’ultimo concerto della sua carriera, registrato al Bussoladomani il 23 agosto 1978, poco prima del definitivo addio alle scene televisive. Con quasi 900 canzoni all’attivo e oltre 90 milioni di dischi venduti nel mondo, Andrea Lo Vecchio ha lasciato un patrimonio musicale interpretato da artisti del calibro di Mina, Raffaella Carrà, Al Bano, Ornella Vanoni, Mia Martini, Wess & Dori Ghezzi, Claudio Villa, Domenico Modugno, Roberto Vecchioni, Iva Zanicchi, Gigliola Cinquetti, Charles Aznavour, Shirley Bassey, Sylvie Vartan, e tantissimi altri. Di assoluto livello fu la sua produzione per bambini (tra cui Tarzan lo faBia la sfida della magiaAstrogangaJudo BoyWoobindaGundam), spesso realizzata in collaborazione con l’amico Detto Mariano. Anche il piccolo schermo ha visto Andrea Lo Vecchio protagonista in numerose trasmissioni televisive, da Canzonissima a I Migliori Anni, da Tale e Quale Show a Drive In, fino al Festival di Sanremo 2010.

Rock e Dante le nuove proposte per l’11 e il 12 ottobre di “Bracciano rompe gli schemi”

Si riceve e si pubblica

Al Teatro Delia Scala prosegue la “rassegna multindisciplinata”. Sul palco sabato i RapsoDiSmurina e domenica Raffaello Fusaro

Ancora un doppio appuntamento per “Bracciano rompe gli schemi, la rassegna multindisciplinata” promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Bracciano al teatro Delia Scala.

Due gli eventi in programma per questo fine settimana – ad ingresso gratuito –  che in linea con lo spirito della rassegna sono molto differenti tra loro. Si passa dalle sonorità rock alle eleganti terzine dantesche. Un’offerta culturale che si rivolge ad un pubblico vasto e di tutte le età.

Sabato 11 ottobre alle 21 approda sul palco del Delia Scala la band RapsoDiSmurina, un ensemble che ha al suo attivo quattro album e che riunisce tre musicisti navigati del territorio.

Provenienti da diverse estrazioni culturali e geografiche Walter Smurina, Federico Nespola e Daniele Fallarino sono riusciti a condensare un prodotto originale a cavallo fra il rock alternativo e la canzone d’autore mediterranea.  Sabato 11 ottobre sarà possibile assaporare tutto il loro vasto repertorio, al teatro Delia Scala, contenuto nei quattro diversi album pubblicati dal 2012 ad oggi.

Un rock originale di suono e voci che fonde diverse sonorità creando il sound unico dei RapsoDiSmurina. Walter Smurina si esibirà al basso, piano, armonica, voce, Daniele Fallarino alle chitarre, lapsteel, cigar box e Federico Eugenio Nespola alla batteria, percussioni e synth.

La rassegna multindiscipinata compie poi la domenica 12 ottobre alle 18 un salto temporale con il reading di e con Raffaello Fusaro, “un incredibile intreccio di energie”.

In “Lectura Dantis del nostro tempo”, Fusaro attualizza la narrazione dantesca. Propone un viaggio immaginifico nell’universo dantesco fatto di parole, voce e musica. Regista, autore e performer di teatro, Fusaro, propone da anni una sua drammatizzazione di alcuni canti dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso, supportato anche da musiche che spaziano per genere e periodo. Da Bach alla musica elettronica, passando per l’avanguardia di Stockhausen e le sonorità sacre di Arvo Part, l’artista accompagna il pubblico in una lettura dantesca che coniuga passato e futuro, senso civile e senso dei sentimenti sottolineando la capacità unica avuta da Dante di parlare al nostro presente, anticipandone criticità e caratteristiche con forza dirompente. Fra i temi che verranno fuori quelli legati alla necessità di partecipare eticamente alla vita civile e all’urgenza di trovare un nuovo umanesimo che ci unisca in un sentire condiviso. L’appuntamento è parte di un ciclo che ha visto l’artista impegnato con la sua Lectura Dantis in numerosi luoghi storici d’Italia, piazze, cattedrali e centri storici della penisola, dopo aver portato con grande successo lo spettacolo Dante Remix a Roma, Buenos Aires, Firenze, Montalcino, Lazio e Puglia.

Ancora due coinvolgenti appuntamenti da non mancare per la rassegna d’autunno a Bracciano.

Gubetti: “Iscrizioni sempre aperte alla Consulta cittadina per la Disabilità del Comune di Cerveteri”

Si riceve e si pubblica

Sul sito internet istituzionale dell’Ente la modulistica completa

A sei mesi dall’elezione del direttivo, proseguono le attività della Consulta Cittadina permanente per le Politiche a favore delle Persone con Disabilità del Comune di Cerveteri. Le possibilità di iscrizione e adesione sono sempre aperte: possono iscriversi le persone con disabilità, i loro genitori o famigliari residenti a Cerveteri, singoli cittadini interessati, operatori, associazioni o enti del terzo settore.

“La nascita della Consulta per le Politiche a favore delle Persone con Disabilità era un impegno ben preciso che avevamo preso con cittadini e famiglie, uno strumento che punta a coinvolgere tutti, proprio per agevolare, incentivare e sviluppare quel percorso di coinvolgimento attivo della comunità sul quale da sempre lavoriamo – ha dichiarato il Sindaco di Cerveteri Elena Gubetti – le iscrizioni sono aperte ed è possibile iscriversi utilizzando l’apposito modulo disponibile sul sito internet del Comune di Cerveteri: aderire rappresenta un’opportunità unica per contribuire in maniera diretta sulle disabilità nel nostro territorio e nella nostra città. Per avere maggiori informazioni, spiegazioni o dettagli, è possibile contattare la attuale Vicepresidente della Consulta, Roberta Arseni, al numero 3349835181”

La modulistica e le modalità di iscrizione sono disponibili al link:

https://www.comune.cerveteri.rm.it/novita/consulta-cittadina-delle-persone-con-disabilita

PLURALISMO E LIBERTA’: “DAL BILANCIO 2024 DI STAMPA ROMANA SEGNALI POSITIVI, ORA PROSEGUIRE VERSO IL RISANAMENTO”

Si riceve e si pubblica

“Il nostro voto favorevole al bilancio 2024 di Stampa Romana, chiuso con un sostanziale pareggio, è uno stimolo a proseguire lungo il percorso di risanamento avviato in questi anni in cui siamo parte attiva della maggioranza che governa il sindacato regionale”. Così in una nota il coordinamento nazionale di Pluralismo e Libertà, presente in Stampa Romana, Fnsi, Inpgi e Casagit, sull’approvazione del bilancio dell’Associazione Stampa Romana, avvenuto nei giorni scorsi.

“Sui conti dell’Associazione pesano negativamente dinamiche strutturali quali la riduzione dei contributi Inpgi e Casagit”, proseguono gli esponenti di Pluralismo e Libertà, “Allo stesso modo va rilevata l’ulteriore contrazione del patrimonio netto.

Ma proprio una gestione oculata delle risorse ha consentito di chiudere in attivo gli esercizi dal 2017 e dal 2021 e di accantonare fondi che ora rendono meno complessa l’attuale congiuntura. Una gestione su cui abbiamo sempre vigilato con attenzione: prima dall’opposizione, in uno scenario caratterizzato da conti in rosso determinato anche da chi, adesso, lancia allarmi sul futuro dell’Associazione.

Poi, nelle ultime due consiliature, con il nostro impegno diretto nel Collegio dei revisori oltre che in Consiglio Direttivo. Le sfide future si prospettano difficili e impegnative: rinnovo del contratto nazionale, espulsione di migliaia di colleghi dalle redazioni, disaffezione verso il sindacato. Le affronteremo con lo stesso approccio pragmatico e non ideologico dimostrato a Stampa Romana e negli altri organismi di categoria”.