“Ieri l’unico esito del tavolo di confronto con la Direttrice Generale dell’ASL Roma 4, la Dottoressa Marino, è stato un rinvio: le lavoratrici e i lavoratori meritano molto di più, noi siamo pronti allo sciopero” è quanto dichiara la Segretaria Generale della Funzione Pubblica CGIL di Civitavecchia-Roma Nord Viterbo, Emanuela Nucerino.
“Pochi giorni addietro denunciavamo per mezzo stampa la decisione dei vertici dell’ASL Roma 4, che insiste su un ampissimo quadrante della provincia nord della Capitale, di non prorogare l’appalto OSS alla cooperativa Nuova Sair. Una scelta arbitraria e unilaterale presa dalla Direttrice Generale della Azienda sanitaria, la Dottoressa Rosaria Marino, che contestiamo sia nel merito sia nel metodo.
Sono circa ottanta i lavoratori e le lavoratrici che rischiano il licenziamento, questo con ripercussioni significative sulla corretta erogazione del sostegno assistenziale nel nostro territorio. Decisione non condivisa con le parti sociali, che sono state informate non dalla Direttrice, ma tramite le vie brevi dalla cooperativa.
In difesa del personale OSS e di tutta l’utenza avevamo prontamente indetto lo stato di agitazione e chiesto un incontro ufficiale ai vertici dell’Azienda, ma – ormai come loro abitudine – hanno preferito lanciare paternalistici appelli sulla stampa locale, piuttosto che interloquire con le organizzazioni dei lavoratori e i loro delegati”.
“Sabato – continua – grazie a un presidio di contestazione a Santa Severa, abbiamo avuto finalmente modo di confrontarci, se pur brevemente, con la Dottoressa Marino e con il Presidente della Regione Lazio Rocca. In quella sede dalle parole dei due era emersa la volontà di trovare una soluzione concreta a tutela sia dei posti di lavoro sia dell’utenza.
Parole di rassicurazione che si sono tristemente tradotte in un nulla di fatto durante l’incontro trai vertici della ASL Roma 4 e le parti sociali di ieri. La Dottoressa Marino ha rimandato di un’altra settimana la comunicazione uUiciale di questa fantomatica proposta,
che dalle sue parole sembrerebbe una panacea a tutti i mali: in tanto le lavoratrici e i lavoratori rimangono nell’incertezza. Il Presidente Rocca aveva espresso parole chiare, ora serve un suo intervento diretto per sanare questa ingiustizia”.
“A questa ennesima fumata nera e a questo indecente gioco sulla serenità delle persone – conclude la Segretaria Generale – non possiamo che rispondere con il proseguimento dello stato di agitazione e con la proclamazione dello sciopero. La Funzione Pubblica CGIL, così come le altre organizzazioni, hanno un mandato chiaro: fare tutto quello che è necessario per garantire un futuro al personale e alle loro famiglie. Speriamo che anche l’ASL e il Presidente della Regione Lazio facciano lo stesso!”
Per ulteriori informazioni e richiesta da parte della stampa
Ufficio Comunicazione FP CGIL Roma Lazio
Il 90% dei pazienti oncologici e immunocompromessi
non riceve il vaccino contro l’Herpes Zoster nei percorsi di cura ospedalieri
Dall’ospedale che cura all’ospedale che protegge: il modello Vax Populi per vaccinare i pazienti fragili
In una stanza d’ospedale o in un ambulatorio oncologico, il tempo è scandito da controlli, esami, terapie. Spesso manca il tempo – e lo spazio – per la prevenzione. Eppure, è proprio lì, accanto ai pazienti più fragili, che deve esserci un vaccino che può evitare dolore cronico, infezioni invalidanti e ospedalizzazioni inutili. È lì che nasce VAX POPULI, un progetto nazionale per portare la vaccinazione contro l’Herpes Zoster dentro i percorsi di cura di chi ne ha più bisogno, integrandola nelle routine cliniche e non trattandola come un’opzione accessoria.
Il titolo “Oltre la sindrome di Calimero” richiama quella condizione descritta dallo psicanalista Saverio Tomasella: sentirsi sempre penalizzati o dimenticati, come il celebre pulcino nero. È così che molti pazienti fragili percepiscono la prevenzione: qualcosa che non arriva mai a loro, un diritto negato. Con Vax Populi l’obiettivo è ribaltare questa percezione, portando il vaccino direttamente nei luoghi di cura e trasformando un senso di esclusione in un’opportunità concreta di protezione.
Vax Populi, progetto di titolarità di GSK, svolto da Nume Plus, coinvolge 10 ospedali italiani[1] da Nord a Sud con servizi di oncologia, reumatologia e immunologia clinica ed ha stimato un bacino di migliaia di pazienti oncologici e cronici che potrebbero beneficiare della vaccinazione. “Il progetto Vax Populi ha mappato i percorsi intraospedalieri per capire dove e come intercettare i pazienti eleggibili, individuando i momenti chiave in cui proporre la vaccinazione direttamente all’interno degli ospedali o inviando i pazienti a centri vaccinali di prossimità. L’obiettivo è quello di inserire la vaccinazione nei percorsi ospedalieri esistenti, rendendola parte integrante della cura”, spiega Stefano Remiddi, coordinatore scientifico del progetto.
“L’Herpes Zoster, noto anche come Fuoco di Sant’Antonio, – spiega Ivan Gentile, ordinario di malattie infettive preso l’Università degli Studi di Napoli Federico II – è una malattia frequente causata dalla riattivazione del virus della varicella, contratto in età pediatrica. Quando si riattiva in età adulta provoca dolore intenso e bruciante, che può interessare un lato del corpo, il dorso, il viso o l’occhio. Si calcola che almeno un terzo della popolazione lo sviluppi nel corso della vita. Ad esserne colpiti sono soprattutto anziani e soggetti immunocompromessi, causando in molti casi nevralgie croniche (PHN), che compromettono in modo duraturo la qualità della vita”.
Nel nostro Paese, il 40,5% della popolazione (oltre 24 milioni di persone) convive con almeno una malattia cronica. Di questi, 12,2 milioni sono multi-cronici. Tra gli over 75, l’85% ha almeno una patologia, il 64,3% ne ha due o più. Eppure, secondo un sondaggio Ipsos Healthcare, quasi il 50% di chi soffre di cronicità non conosce l’Herpes Zoster o ne ha solo una vaga idea.
“I principali fattori di rischio – spiega il professor Gentile – sono l’età, perché il sistema immunitario tende a indebolirsi, e la presenza di malattie croniche come diabete, BPCO, tumori o l’assunzione di farmaci immunosoppressivi. Nei pazienti fragili, un’infezione da Herpes Zoster può comportare ritardi o interruzioni nelle terapie di base, riducendo l’efficacia dei trattamenti stessi”.
La prevenzione diventa quindi fondamentale: il vaccino rappresenta uno strumento sicuro ed efficace, con una protezione superiore al 90% che si mantiene per oltre 10 anni. “Il vaccino – spiega il professor Gentile – è raccomandato dal Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2023–2025 per tutti gli over 50, indipendentemente dal rischio individuale, e per i soggetti di 18 anni fragili (oncologici, diabetici, affetti da BPCO, asma, cardiopatie, immunodeficienze, ecc.). Per questi ultimi e per gli over 65 è gratuito. La somministrazione è prevista una sola volta nella vita e può essere effettuata in qualsiasi momento. Si tratta di un vaccino ricombinante, non vivo, che contiene soltanto una proteina del virus: questo significa che non può causare la malattia, neppure nei pazienti immunodepressi. Può essere somministrato in concomitanza con altri vaccini, come quello antinfluenzale o antipneumococcico”.
Nei pazienti oncologici il rischio di Herpes Zoster aumenta per effetto della malattia e dell’immunosoppressione indotta dalle terapie. “Le complicanze, dalla nevralgia post-erpetica fino alle forme disseminate o oculari, possono tradursi in dolore persistente, ritardi nei cicli e peggioramento della qualità di vita”, dichiara Saverio Cinieri, presidente di Fondazione Aiom e direttore Oncologia Medica, P.O. Perrino di Brindisi, uno dei centri coinvolti nel progetto Vax Populi. “Per questo, quando possibile, il vaccino va programmato prima dell’inizio dei trattamenti, ma può essere somministrato se necessario anche tra un ciclo e l’altrovalutando timing e stato immunitario. La vaccinazione, inserita in un percorso strutturato, è uno strumento concreto di prevenzione delle interruzioni terapeutiche e delle complicanze evitabili”.
“Il Dipartimento di Prevenzione svolge una funzione strategica nella promozione del benessere e nella tutela della salute individuale e collettiva – dichiara Stefano Termite, Direttore del Dipartimento di Prevenzione della ASL di Brindisi. “È in questa prospettiva che, accanto al reparto di Malattie infettive del P.O. “Perrino” di Brindisi, abbiamo attivato un ambulatorio di prossimità dedicato alla vaccinazione dei soggetti fragili. L’iniziativa, espressione di una programmazione aziendale, si integra con il progetto Vax Populi, contribuendo a rafforzare l’accessibilità e l’efficacia degli interventi rivolti ai pazienti vulnerabili. Integrare le vaccinazioni nei programmi di cura significa non solo ridurre complicanze evitabili, ma anche consolidare il ruolo dell’ospedale come luogo che protegge e accompagna la persona lungo l’intero iter assistenziale”.
Nonostante le evidenze scientifiche sulla necessità e i benefici dell’immunizzazione per i pazienti fragili, la vaccinazione contro l’Herpes Zoster è ancora sottoutilizzata: “Dai primi dati raccolti – spiega Remiddi – emerge che su 16mila pazienti fragili (oncologici, immunocompromessi, diabetici e reumatici), in transito in strutture di ricovero e cura di eccellenza in vari momenti della propria malattia di base, ad oggi solo il 10%-15% viene vaccinato per Herpes Zoster, pur avendone l’indicazione ed il diritto (gratuità). Se consideriamo che in Italia ci sono 500 ospedali pubblici ci rendiamo conto dell’enorme potenziale di pazienti fragili attualmente non coperti da vaccinazione. Il modello Vax Populi che stiamo sperimentando sull’Herpes Zoster potrebbe essere ampliato ad altre strutture ma anche ad altri vaccini trasformando gli ospedali in centri che non solo curano ma generano attivamente salute attraverso la prevenzione”.
“Il valore aggiunto di Vax Populi – commenta il professor Gentile – è l’integrazione: portare la vaccinazione direttamente dentro i percorsi di cura, accanto agli specialisti che già seguono i pazienti cronici e oncologici. Questo rende la raccomandazione più autorevole e l’accesso molto più semplice. I dati emersi fino ad ora, però, ci dicono anche che la strada è lunga: il 90% di pazienti non ancora vaccinati è la conferma che il vaccino è ancora sottoutilizzato, ma anche la prova che abbiamo finalmente strumenti concreti per intercettare questa popolazione. Il progetto Vax Populi fornisce una cornice e regole generali, che ogni ospedale può declinare in base alle proprie caratteristiche organizzative. La prevenzione significa meno ricoveri, meno antibiotici, meno analgesici, quindi meno antibiotico-resistenze e meno dolore. Con un impatto positivo sia per i pazienti, sia per l’intero sistema”.
“Progetti come Vax Populi possono fare la differenza perché trasformano una raccomandazione clinica in pratica quotidiana: definiscono percorsi condivisi tra oncologia, medicina generale e servizi vaccinali; integrano il promemoria vaccinale nel fascicolo del paziente trasformando un momento di fragilità in un’opportunità di prevenzione. Il paziente non deve cercare il vaccino: è il vaccino a raggiungerlo, nel luogo in cui è già seguito”, commenta il professor Cinieri.
[1] Attualmente i centri coinvolti nel progetto sono: Ospedale dell’Angelo – Mestre (ULSS 3 Serenissima); AOUM Presidio Torrette – Ancona; Ospedale Di Summa – Perrino – Brindisi; ASST A.O. Papa Giovanni XXIII (Bergamo); Azienda Ospedaliero Universitaria di Sassari
È stata presentata in Consiglio regionale, dal capogruppo di Azione Alessio D’Amato e sostenuta da tutta l’opposizione, la mozione che invita il Presidente della Regione a intraprendere ogni iniziativa utile nei confronti del Governo italiano per ottenere informazioni riguardanti Alberto Trentini, giovane cooperante italiano detenuto in Venezuela, e soprattutto per richiedere che siano messe in atto tutte le azioni necessarie per giungere alla sua immediata liberazione.
Sono ormai trascorsi oltre 300 giorni da quando Alberto è stato sottoposto a una detenzione arbitraria, ingiusta e senza motivazioni, nel carcere di El Rodeo in Venezuela, senza alcun capo di imputazione a suo carico. In questo lungo periodo la famiglia non ha mai smesso di chiedere verità e libertà per Alberto e un impegno maggiore da parte delle istituzioni, ma finora gli interventi diplomatici del Governo italiano non hanno portato a risultati concreti.
“Con questa mozione, così come con quella già approvata all’unanimità in Campidoglio, vogliamo contribuire a tenere i riflettori accesi su questa vicenda, nel rispetto della volontà della famiglia e delle iniziative di carattere diplomatico – spiega D’Amato –. Ci auguriamo che presto si possa ottenere la liberazione di Alberto Trentini e auspichiamo che anche una spinta proveniente dalle assemblee elettive possa contribuire a sbloccare una situazione che appare ferma in uno stallo inaccettabile”.
Arrivano notizie – ancora non confermate ma ormai sempre più insistenti – di un parere positivo del Ministero sulla procedura di VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) relativa al porto crocieristico privato di Fiumicino.
Se così fosse, saremmo di fronte all’ultimo tassello che apre definitivamente la strada a un progetto che rappresenta un colpo durissimo per il territorio, per l’ambiente e per la dignità pubblica.
Ancora una volta assistiamo al trionfo dell’interesse privato sul bene comune. Un Paese che svende il suo mare, le sue coste e i suoi beni demaniali per inseguire il profitto di pochi, dimenticando che la vera ricchezza di una comunità non si misura in metri cubi di cemento, ma in giustizia sociale, salute e tutela del territorio.
Fiumicino rischia di pagare un prezzo altissimo: impatti ambientali devastanti, gravi conseguenze per la salute dei cittadini, caos urbano e un modello di sviluppo che non appartiene alla nostra idea di progresso.
E come se non bastasse, questo porto privato andrà a colpire duramente anche Civitavecchia, già ferita da anni di scelte sbagliate e promesse mancate. Dopo la finta chiusura di ENEL, ora arriva la beffa: la concorrenza di un’infrastruttura privata che sottrarrà lavoro, traffici e prospettive alla nostra città e ai nostri lavoratori.
Non possiamo restare in silenzio.
È il momento di fermare le macchine e aprire veri tavoli di sviluppo, pubblici, trasparenti e partecipati. Tavoli dove la voce dei cittadini, dei lavoratori e delle forze democratiche torni finalmente ad avere un peso.
Perché il mare, le coste, il futuro del nostro territorio non sono merci da vendere, ma beni comuni da difendere.
Alla faccia di chi parla di sovranità e poi consegna tutto ai privati.
Enrico Luciani
Segretario del Partito Democratico di Civitavecchia
A seguito della nostra richiesta formale il Direttore dell’Esecuzione del Contratto (DEC) – che ringraziamo per la solerzia e la professionalità con la quale sta gestendo la vicenda – ha disposto l’attivazione urgente del servizio di pulizia e manutenzione delle caditoie stradali, come previsto dal capitolato d’appalto del servizio di igiene urbana.
Il 15 settembre scorso, a seguito di un sopralluogo, è stato redatto un primo elenco di circa 240 punti che necessitano di intervento prioritario, visto l’arrivo della stagione autunnale e del previsto aumento delle precipitazioni.
Con una comunicazione ufficiale alla ditta incaricata, il DEC ha chiesto:
di intervenire con assoluta urgenza per garantire l’efficienza del sistema di drenaggio;
di trasmettere un cronoprogramma operativo degli interventi;
di rispettare l’obbligo contrattuale di pulizia di almeno 2.000 caditoie/anno, utilizzando mezzi tecnici adeguati (autospurgo Canal-Jet e autobotti di almeno 10 mc);
di fornire la documentazione dettagliata degli interventi eseguiti, inclusi i FIR (Formulari di Identificazione dei Rifiuti), come previsto dalle normative ambientali.
La nostra iniziativa nasce da una preoccupazione concreta: prevenire allagamenti e criticità idrauliche che potrebbero colpire il territorio con l’arrivo delle piogge. Per questo, abbiamo chiesto con urgenza che il servizio venisse attivato e che ci fosse trasparenza sulle attività svolte, a tutela della sicurezza pubblica e del benessere dei cittadini.
Proseguiremo nel monitoraggio delle attività e continueremo a vigilare affinché vengano rispettati tempi, modalità e standard qualitativi previsti dal contratto, attività che spetterebbe alla Giunta.
I consiglieri comunali Enrico Stronati, Leda Catarci, Matteo Flenghi
Sento di aumento della consapevolezza per il rispetto dell’ambiente e per il decoro urbano, ma quanto vedo e percepisco, e le notizie che mi giungono all’orecchio, sembrano smentire questa affermazione.
Sul Lungolago di Anguillara Sabazia, all’altezza più o meno di Via della Cannella, di prima mattina la presenza di cinghiali è una consuetudine. Vanno alla ricerca di cibo, e sanno che lì, tra contenitori rovesciati e rifiuti volutamente e irresponsabilmente abbandonati, ne troveranno. C’è chi lascia buste ingombranti nei contenitori a bordo Lungolago, che non sono certo finalizzati alla raccolta dei rifiuti prodotti in casa, e che strapieni riversano il loro contenuto per terra.
C’è chi li lascia a bordo della strada o a bordo degli edifici. Non è una pratica occasionale, è un’attività quotidiana, e se a qualcuno, colto in flagrante, gli si dice in modi urbani perché fa ciò, può capitare di ricevere risposte del tipo: “Pago la monnezza e la butto dove mi pare!” Una risposta che si commenta da sé, un indicatore sconvolgente del grado di consapevolezza e responsabilità di tanti cittadini a fronte di un problema gravissimo e incombente come l’inquinamento da rifiuti, che danneggia tutti noi, indiscriminatamente: perché farci del male da soli?
A proposito dei contenitori rovesciati mi si dirà che sono i cinghiali stessi che li rovesciano alla ricerca di cibo; la risposta è semplice: i contenitori devono essere attrezzati e posizionati in modi da non consentire il loro rovesciamento; e poi ci sono i rifiuti abbandonati lungo la strada o che si rovesciano dai contenitori del Lungolago stracolmi di rifiuti “casalinghi”, pratiche nefaste che vanno sanzionate, e che costituiscono il principale richiamo per i zannuti ungulati e per i topi. E sì, perché non solo i cinghiali, ma anche i topi godono di questo bendidio generosamente largito da cittadini particolarmente generosi nei loro confronti. Topi che biblicamente “crescono e si moltiplicano”.
Ma non è soltanto sul Lungolago di Anguillara che accadono queste cose. C’è chi pratica lo spregevole sport dell’abbandono di rifiuti in luoghi che sono più appartati, come Via delle Pantane; e se gli si fa notare – sempre in modi urbani – la cosa, farfuglia che … insomma … alla fine sono rifiuti biodegradabili. Roba che non ci si crede!
Per non parlare dei rifiuti che “sfuggono” dai mezzi della raccolta differenziata – buste e contenitori di carta, cartone e plastica; bottiglie in PET; contenitori di alluminio … – e si distribuiscono generosamente ai bordi delle strade; o dei contenitori dei rifiuti che, svuotati, vengono “lanciati” per terra e talvolta finiscono in mezzo alla strada costituendo un vero e proprio pericolo; magari il vento ci mette del suo, ma se fossero accuratamente svuotati e poi rinchiusi e riposizionati correttamente questo non accadrebbe. Forse sarebbe il caso di farlo notare a chi cura la raccolta dei rifiuti.
C’è molto lavoro da fare. L’amministrazione farebbe bene a lanciare campagne di sensibilizzazione sul decoro urbano, e a sanzionare chi viene colto in flagrante.
Il libro narra la tragica vicenda (diffusa da televisioni e organi di stampa anche nazionali (come La Repubblica o Il Corriere della sera, oltre che da Report) di una bambina ucraina, Elisabetta, che i coniugi Federico sono riusciti ad adottare nel 2009 insieme al fratello, dopo aver dovuto superare mille difficoltà.
Un giorno, a giugno del 2020, dopo una caduta, Lisa si presentò a casa con un grosso ematoma: da quel momento ebbe inizio la tragedia che la porterà alla morte, tra atroci dolori, per una infusione di midollo non compatibile.
All’interno della narrazione, incentrata sul dramma umano di Lisa e della famiglia, sul calvario che porta all’adozione, sull’alternanza della gioia e della sofferenza, sull’epilogo tragico e sulla volontà dei genitori di un impegno sociale a favore dei diritti dei piccoli malati, sono presenti due grandi temi sociali: quello delle adozioni e quello della malasanità.
Un inno all’amore nel senso più vero, più meraviglioso, più grande del termine, il cui verbo è donare e non pretendere; parallelamente una atroce presa di coscienza dell’indifferenza e del cinismo umani, che troppo spesso antepongono un qualsiasi miserabile vantaggio personale al bene degli altri: questo è il libro “Le tre vite di Lisa”, che si risolve in una denuncia accorata contro le storture sociali e umane che sono alla base anche della malasanità.
L’opera, per la drammaticità e l’assurdità della vicenda, sembra essere stata scritta da un tragediografo: è costituita da un lungo percorso quasi catartico fino al raggiungimento di quella genitorialità tanto agognata e da un rapido, vorticoso, inaspettato e tragico precipitare degli eventi.
Colpiscono, nella parte iniziale, le difficoltà e le sofferenze impreviste e imprevedibili che deve sopportare chi, di fronte al desiderio di regalare a dei bambini un futuro sereno e di mettere a loro disposizione la propria vita umana, familiare e sociale, scopre un sistema che arriva fino all’ostracismo.
Lascia senza parole, poi, l’epilogo tragico della vicenda che ha sconvolto tutta la famiglia e che meglio si può comprendere dalle parole dei genitori che spezzano il cuore.
Dice il papà, accanto al letto di morte di Lisa: “….le stringo il polso, come quando le sentivo se aveva la febbre……. Perché non mi sei stato vicino, sembra dirmi…. non posso lasciarla sola per troppo tempo”.
Dice la mamma: “Per il dolore le mettevo cuscini caldi dietro le spalle e sulla schiena, mentre gli effetti dell’infusione del sangue incompatibile distruggevano gli organi ad uno ad uno. Mi faceva tenerezza quando mi chiedeva aiuto, quando mi chiedeva di pulirle gli occhi e la bocca devastata dalla mucosìte. Quando mi chiedeva un sorso d’aranciata col cucchiaino come i neonati. Quando mi faceva comprare il biberon per bere qualche goccia di latte. Vedevo la figlia bisognosa di cure che tanto avevo desiderato, ma in questo modo aberrante…..e adesso la vita me la dava così, costringendomi, in un macabro gioco, ad accompagnarla con le bugie fino all’ultimo momento di vita cosciente, quando di fronte ad una crisi respiratoria le dicevo che la stavano portando in terapia intensiva per aprirle i polmoni.
Sapevo che non l’avrei più rivista e le volevo stare vicino quando l’avrebbero sedata.
Tenerle la mano e sorriderle…rassicurandola sull’imminente sollievo”.
Potenza dell’amore di una madre che riesce a sorridere alla figlia mentre il suo cuore sanguina di fronte alla presa di coscienza dell’irreversibilità di una tragedia senza fine.
Per concludere, come anticipato nella premessa, nel libro due sono gli attori apparentemente non protagonisti che però, in realtà, più che aleggiare dominano sempre nella vicenda, a rendere più tragiche quelle maschere pirandelliane che prorompono con arroganza in quella che voleva essere soltanto una favola a lieto fine: il problema delle adozioni e quello della malasanità. Stride il contrasto tra la solidarietà innata negli uomini e che si manifesta visivamente nelle grandi tragedie sociali, e il cinismo con il quale sono trattati da alcuni apparati questi due temi, ridotti spesso al puro materialismo, a centro di potere sulla pelle dei più deboli e, purtroppo, talvolta anche a sola fonte di lucro.
Proprio questa consapevolezza ha spinto i genitori di Lisa ad un impegno sociale indefesso.
È quanto afferma con parole spontanee e meravigliose, nella loro semplicità e nella determinazione che esprimono, mamma Margherita nella chiusa finale:
“……Ora Lisa deve rivivere. Per la quarta volta. La terza vita di Lisa, ingiustamente troncata, deve lasciare una traccia nelle nostre coscienze. Sta a noi, adesso, far nascere la quarta nell’attivismo sociale e sanitario.
Sarà una vita di riscatto per gli altri, una vita in difesa dei diritti dei piccoli malati, soprattutto dei ragazzi, vittime consapevoli dei soprusi dei forti….la sua forza ci accompagnerà nella lotta, affinché non accada mai più questo orrore.”
Ebbene! La quarta vita di Lisa è già cominciata, ha già dato i suoi frutti con la riapertura del reparto di oncoematologia pediatrica dell’Ospedale Umberto I° e rimarrà imperitura, monito per tutti noi sui veri valori dell’esistenza.
Con molta tristezza si porta a conoscenza che il compianto Generale Luigi Flamini di anni, 102 e Socio decano della scrivente Sezione dell’Associazione Arma Aeronautica di Bracciano ha chiuso le ali oggi pomeriggio.
Le esequie si terranno domani, 8 ottobre 2025 alle ore 15:00, presso la Chiesa del SS Salvatore a Bracciano 2.
La redazione de L’agone, si unisce al cordoglio dei familiari, ricordando il glorioso passato del Generale.
Il mondo mediatico e l’opinione pubblica mondiale godono da due anni di un singolare “privilegio”: nella storia dei genocidi (e ce ne sono stati diversi nel percorso dell’umanità, almeno da quando comincia la storia intesa come scrittura dell’accaduto) è la prima volta che abbiamo la possibilità di assistere ad un genocidio in diretta, grazie alla tecnologia del nostro tempo.
Ed è anche la prima volta che l’operato di coloro che attuano questo scempio dimostrano la spudorata certezza di mostrarsi come vittime che agiscono per la propria difesa e sopravvivenza. Esiste ora in Israele un governo che riesce a manipolare il passato millenario di un grande popolo da sempre perseguitato.
Un governo, espressione minima di una élite politica, che ha assunto al suo interno noti criminali in ruoli di rilievo, e che vive il proprio fanatismo religioso con venature di follia, e ne fa strumento di un nazionalismo espansionistico che si realizza nel sistematico crimine di guerra e nella sistematica violazione del diritto internazionale. Diritto che già di per se stesso è fragile e, come precisa un nostro ministro, “vale fino a un certo punto”.
Il governo Netanyahu accusa infatti di terrorismo (termine ambiguo, anche storicamente, che cambia a seconda delle definizioni legali che ne danno i diversi Stati) chiunque e qualsiasi evento tenti, anche con strumenti del tutto pacifici, di riportare nei termini ragionevoli del diritto internazionale la follia nazionalista ed espansionista che pervade oggi la politica di Israele, e che ne mangia l’anima. Un’anima luminosa che , in passato, si poteva ancora forse considerare una delle poche speranze della storia dell’umanità.
Non tutto parte dal 7 ottobre di due anni fa, giorno in cui è accaduto il noto pogrom realizzato dai criminali di Hamas contro un gruppo di giovani inermi imbevuti di musica e di ideali pacifisti, e contro famiglie fra le più democratiche e open minded di tutto Israele. Il 7 ottobre ha dato l’alibi finale ad un processo di prevaricazione e di apartheid perpetrato dalla politica interna israeliana sul popolo palestinese: un processo sempre più violento e inarrestabile, misconosciuto o anche ignorato dal mondo.
Un processo che ora si sta completando con efferatezza inaudita con il beneplacito dei regimi politici di mezzo mondo, abbrutiti dal potere economico e dai legami globali intrecciati da decenni con Israele, e con il mondo della diaspora ebraica. (Gli ebrei della diaspora sono coloro che hanno scelto di non rientrare in Israele dopo il 1947).
Tutto questo accade sotto gli occhi di un’opinione pubblica globale sempre più esterrefatta ed incredula, e che solo ultimamente sta trovando l’energia di esprimersi, con una reazione visibile e organizzata: le diverse ultime manifestazioni di massa in casa nostra e in Europa, ma anche negli USA; e la missione della Flotilla.
Molti intellettuali di matrice ebraica pensano e scrivono da anni denunciando le condizioni di apartheid in cui è tenuta da ottanta anni la popolazione palestinese. E ultimamente ancora molti altri, finora piuttosto moderati , si stanno pronunciando con forza e intima sofferenza contro l’operato del governo Netanyahu, operato a volte negato a volte ostentato con un misto di ipocrisia e di spudoratezza.
L’arroganza di Israele, dice qualche commentatore. Altri giornalisti esperti di Medio Oriente parlano anche della rimozione collettiva dell’opinione pubblica in Israele, il cui senso critico e la cui consapevolezza sono stati offuscati dal dolore del 7 ottobre e degli ostaggi mai restituiti. Eppure sappiamo che in molti in Israele vogliono la pace, e in molti vorrebbero la controversa soluzione dei due popoli conviventi in due stati adiacenti.
In questo caotico e doloroso orizzonte, qualcuno e qualcosa ci hanno fatto sognare: la Flotilla, con la sua missione apparentemente avventurosa e improbabile, e che esprime invece una altissima verità di solidarietà : umana, inter-religiosa, internazionale, intergenerazionale. Una missione che è diventata potente arma mediatica di pressione politica; una missione vissuta dai suoi partecipanti in termini di pacifismo e non violenza gandhiana e con enormi sforzi e rischi personali.
Non a caso diverse voci del mondo cattolico hanno di recente ringraziato la Flotilla, che ha saputo organizzare anche a chi era rimasto a terra un’azione di ripetute manifestazioni politicamente trasversali, per la gran maggioranza pacifiche, e con una inedita partecipazione di massa.
Purtroppo, non possiamo fare a meno di notare con amarezza come l’effimero domini il mondo dell’informazione: i media hanno già dimenticato l’imponenza delle manifestazioni; della Flotilla si parla ora poco o nulla; la partecipazione emotiva ai cortei non si è tradotta in partecipazione politica, con una maggiore affluenza alle urne alle ultime regionali di domenica scorsa.
Eppure, e proprio per questo, non dobbiamo e non vogliamo smettere di indignarci . Continuiamo a informarci sulla storia recente della Palestina, che non nasce il 7 ottobre ma almeno cento anni prima. Anna Foa ( Il suicidio di Israele) e Gad Lerner (Ebrei in guerra) hanno di recente scritto libri interessanti e sofferti, sottili e densi, con una scrittura chiara e incisiva. Tutti noi che ci indigniamo e soffriamo di questi eventi inauditi (ma non inediti nella storia umana, purtroppo) abbiamo il dovere morale di conoscere e di ascoltare. Sono testi alla portata di tutti, anche di chi non è poi così abituato alla lettura. E ricordo anche le testimonianze di Francesca Albanese (J’accuse).
Quando il mondo dorme), esperta di diritto internazionale e da anni funzionaria delle Nazioni Unite per le questioni legate alla Palestina. La Albanese è una che non si tira indietro, che non ha paura di pagare il prezzo per la propria libertà di esprimere ciò che la coscienza le impone di divulgare. Ed è un prezzo molto alto, in termini umani e professionali.
E infine un libro facile facile, una raccolta di racconti : Gaza writes back: racconti di giovani autori e autrici da Gaza, Palestina. La raccolta è stata curata da Refaat Alareer, poeta e professore universitario palestinese, ucciso dall’esercito israeliano in un omicidio mirato a Gaza City, il 6 novembre 2023.
Non oso chiedermi quanti di quei giovani scrittori siano ancora in vita.
Lazio Strade Sicure, fermare la strage sulle strade: educazione, prevenzione e corsi di guida sicura per i giovani del Lazio
“Gli incidenti stradali sono la prima causa di morte tra i giovani fino a 29 anni. Nel Lazio, solo negli ultimi tre anni, oltre 900 persone hanno perso la vita e, nei primi nove mesi del 2025, sono già più di 40 i pedoni uccisi sulle strade della nostra regione. Numeri che fanno del Lazio la maglia nera in Italia per vittime della strada e che raccontano una tragedia quotidiana che non può più essere tollerata” dichiara Alessio D’Amato, promotore della proposta di legge Lazio Strade Sicure, con il patrocinio delle associazioni dei familiari delle vittime.
La legge si ispira alla strategia europea della Vision Zero, che punta a dimezzare le vittime entro il 2030 e ad arrivare a zero vittime entro il 2050. “Non è un’utopia – sottolinea D’Amato – in molte capitali europee questo obiettivo si sta già raggiungendo grazie a un forte impegno politico e a misure concrete”.
La legge, ferma da oltre due anni in commissione, mette al centro la prevenzione e l’educazione alla sicurezza stradale, con programmi e laboratori nelle scuole rivolti agli studenti per rafforzare fin da giovanissimi la percezione del rischio e la cultura del rispetto delle regole. Accanto alla formazione, il testo prevede i corsi di guida sicura per i ragazzi e per chi guida mezzi pubblici, l’istituzione di un Osservatorio regionale permanente, il sostegno psicologico ai familiari delle vittime e un fondo dedicato alla messa in sicurezza delle strade, a partire dai passaggi pedonali e dagli incroci più critici.
“Ogni vittima della strada è un fallimento del sistema – spiega D’Amato –. Non possiamo più assistere in silenzio a una strage che colpisce ogni settimana le famiglie della nostra regione e della Capitale. La politica non può più voltarsi dall’altra parte: ogni ulteriore attesa è grave”.