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Giovanni Impastato al Liceo Vian: sconfiggere la mafia attraverso la cultura e la memoria

Oggi, 18 ottobre 2025, l’Aula Magna del Liceo Scientifico Statale di Bracciano “Ignazio Vian” ha ospitato un incontro dedicato alla memoria di Peppino Impastato, figura simbolo della lotta contro la mafia.

Ospite d’onore è stato suo fratello, Giovanni Impastato, tra le voci più attive in Italia nella difesa della legalità e della memoria. Alla conferenza hanno partecipato la dirigente del liceo, Lucia Lolli, promotrice dell’evento, il sindaco di Bracciano Marco Crocicchi, il comandante della stazione dei Carabinieri, una delegazione dell’associazione Libera di Ladispoli, l’ex prefetto di Roma Filippo Curcuruto – che ha lavorato alla normativa antimafia al fianco di Giovanni Falcone – e una rappresentanza di studenti del Liceo Pertini di Ladispoli e dell’Istituto Superiore di Bassano.

Un incontro che ha ribadito l’importanza della collaborazione tra Stato e cittadini nella lotta contro la mafia.

La storia di Peppino Impastato è stata raccontata con chiarezza e lucidità dallo sguardo di suo fratello Giovanni, che ha descritto la loro infanzia e il modo in cui la mafia ha segnato le loro vite. Ripercorrendo i ricordi giovanili, è stato tracciato anche il quadro storico e politico dell’Italia tra gli anni Sessanta e Settanta.

Anni travagliati non solo dal terrorismo politico, ma segnati anche da profondi cambiamenti sociali: con la guerra del Vietnam sullo sfondo, si diffusero movimenti pacifisti e presero voce figure intellettuali come Pasolini, Moravia e Sciascia, critiche verso il potere e le ingiustizie. In quel contesto, le mafie si rafforzarono e si spostarono dalle campagne verso le città, infiltrandosi nella politica e nell’economia.

Un episodio decisivo nella vita di Peppino e Giovanni fu la figura di Cesare Manzella, boss di Cosa Nostra e zio della famiglia Impastato. A causa dei legami mafiosi del padre Luigi, la loro casa era spesso perquisita dalle forze dell’ordine e per questo i due fratelli furono affidati proprio a Manzella per un periodo della loro infanzia.

Cresciuti in un ambiente dominato dal silenzio e dalla paura, i due fratelli compresero presto la brutalità della mafia. Il 26 aprile 1963 Manzella fu ucciso in un attentato mafioso: quel giorno segnò una svolta. Di fronte all’orrore di quella morte, Peppino disse la frase che avrebbe guidato tutta la sua vita: «Se questa è la mafia, allora per tutta la vita mi batterò contro». Ed è ciò che fece. Nel 1965 fondò il giornale “L’Idea Socialista” e poi la radio libera “Radio Aut”, con cui denunciava pubblicamente i boss mafiosi del territorio.

Le sue denunce lo resero una figura scomoda non solo per la mafia, ma anche per suo padre Luigi, ancora legato a Cosa Nostra, che finì per allontanarlo da casa. Peppino però non si arrese e continuò il suo impegno politico e civile insieme a un gruppo di compagni, scegliendo di opporsi apertamente alla mafia e all’omertà.

Nel dialogo con gli studenti, Giovanni Impastato ha restituito l’immagine di un uomo coraggioso e libero, capace di ribellarsi alla cultura mafiosa nella quale era nato e cresciuto. Peppino ebbe la forza di scegliere da che parte stare, definendo la mafia con parole inequivocabili: «una montagna di merda».

Giovanni ha spiegato che oggi la mafia è diventata più subdola: non si presenta più solo con la violenza, ma assume sempre più i tratti di una borghesia mafiosa”, capace di infiltrarsi nelle istituzioni e nell’economia, corrompendo invece di sparare.

Ma, come ha ricordato Giovanni, la mafia non è invincibile. Non si combatte con la violenza, ma con la cultura, la memoria e l’impegno civile. Solo costruendo una coscienza collettiva e unendo le forze di cittadini, scuole e istituzioni è possibile sconfiggere questo fenomeno.

La storia di Peppino Impastato dimostra che la mafia non è un destino inevitabile. Come ha ricordato Giovanni, la lotta contro ogni forma di criminalità organizzata richiede un impegno della comunità sociale. È solo attraverso la cultura, la partecipazione civile e il coraggio di scegliere da che parte stare che si può costruire una società libera e giusta, fondata sul rispetto della legalità e della dignità umana.

La memoria non è un semplice esercizio del passato: è uno strumento di libertà per il presente e una responsabilità verso il futuro.

 

Simona Siciliano

𝐆𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐜𝐨𝐧 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐈𝐦𝐩𝐚𝐬𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐚𝐥 𝐋𝐢𝐜𝐞𝐨 𝐕𝐢𝐚𝐧

Riceviamo e pubblichiamo

Oggi al 𝐋𝐢𝐜𝐞𝐨 “𝐈𝐠𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨 𝐕𝐢𝐚𝐧” 𝐝𝐢 𝐁𝐫𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚𝐧𝐨, insieme a studenti e studentesse del territorio da Ladispoli fino a Bassano, abbiamo incontrato 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐈𝐦𝐩𝐚𝐬𝐭𝐚𝐭𝐨, fratello di 𝐏𝐞𝐩𝐩𝐢𝐧𝐨, per un momento intenso di 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐜𝐢𝐯𝐢𝐥𝐞 e 𝐢𝐦𝐩𝐞𝐠𝐧𝐨 𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐨.
Parlare di mafia non significa parlare solo del passato: significa interrogarsi sul 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐞, sul 𝐜𝐨𝐫𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐝𝐢𝐫𝐞 𝐧𝐨, sull’importanza di essere 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚𝐝𝐢𝐧𝐢 𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢, 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐢 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐚𝐩𝐞𝐯𝐨𝐥𝐢.
Giovanni ha raccontato la storia di Peppino, ma anche quella di chi, ogni giorno, sceglie di 𝐧𝐨𝐧 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐝𝐚𝐥𝐥’𝐚𝐥𝐭𝐫𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞.
💬 “𝐋𝐚 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚 𝐬𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐛𝐚𝐭𝐭𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚, 𝐜𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐛𝐞𝐥𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐢.”
Un ringraziamento speciale alla 𝐃𝐢𝐫𝐢𝐠𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐬𝐜𝐨𝐥𝐚𝐬𝐭𝐢𝐜𝐚, ai 𝐝𝐨𝐜𝐞𝐧𝐭𝐢 e a tutti coloro che hanno reso possibile questo incontro, che ci ricorda che 𝐥𝐚 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐫𝐢𝐭𝐨, 𝐦𝐚 𝐮𝐧 𝐢𝐦𝐩𝐞𝐠𝐧𝐨 𝐪𝐮𝐨𝐭𝐢𝐝𝐢𝐚𝐧𝐨.
🕊️ 𝐏𝐞𝐩𝐩𝐢𝐧𝐨 𝐯𝐢𝐯𝐞 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐨𝐠𝐧𝐮𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐧𝐨𝐢 𝐬𝐜𝐞𝐠𝐥𝐢𝐞 𝐜𝐢𝐨̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐞̀ 𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐨, 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐝𝐚𝐥𝐥’𝐚𝐥𝐭𝐫𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞. 𝐂𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐮𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐢𝐧𝐬𝐢𝐞𝐦𝐞 𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝟏𝟎𝟎 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐢!

GIORNALISMO: A GIULIA DI STEFANO IL PREMIO SULMONA DI GIORNALISMO

Riceviamo e pubblichiamo

La chigista del Tg2 e conduttrice Rai, Giulia Di Stefano, è la vincitrice del Premio Sulmona di giornalismo. La premiazione si è tenuta nella mattina di sabato 18 ottobre, al Teatro comunale “Maria Caniglia” di Sulmona (L’Aquila), in occasione della cerimonia di apertura del 52° Premio Sulmona – Rassegna internazionale di arte contemporanea, organizzata dal Circolo di arte e cultura “Il Quadrivio”, cui è abbinato il riconoscimento dedicato alle firme della carta stampata, della televisione, delle agenzie di stampa e del web.

Giulia Di Stefano è stata premiata dal presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio, Gabriele Gravina e dalla presidente del Circolo “Il Quadrivio”, Paola Pelino “per la sua capacità di coniugare rigore giornalistico, chiarezza espositiva e sensibilità umana nel racconto dell’attualità.

Giulia Di Stefano si distingue per l’autorevolezza e la precisione con cui affronta temi di interesse nazionale e internazionale, offrendo al pubblico del Tg2 un’informazione puntuale, equilibrata e sempre rispettosa dei fatti. Attraverso uno stile sobrio e incisivo, ha saputo raccontare con efficacia eventi complessi, dando voce ai protagonisti e restituendo al telespettatore un quadro completo e comprensibile della realtà.

Il suo impegno costante nella ricerca della verità, unito a un profondo rispetto per l’etica professionale, la rende un esempio di giornalismo al servizio della società”. Il nome di Giulia Di Stefano si aggiunge così al prestigioso albo d’oro che, dal 1990 a oggi, ha visto premiati, tra gli altri, i nomi più importanti del giornalismo e della televisione, come Aldo Cazzullo, Riccardo Iacona, Bruno Vespa, Gennaro Sangiuliano, Federica Sciarelli, Gian Marco Chiocci, Francesco Giorgino, Peter Gomez, Paolo Corsini, Laura Chimenti, Paolo Petrecca, Alessia Lautone, Eleonora Daniele, Luca Telese, Cesara Buonamici, Augusto Minzolini e tanti altri.

Per Giulia Di Stefano si tratta di un momento professionale molto positivo. Reduce dalla conduzione di “Agorà Estate” su Rai 3, che nel corso della stagione estiva ha raggiunto picchi del 7% di share, la giornalista è ora tornata al Tg2 per raccontare le attività del Governo. Proprio lo scorso mese è stata premiata a Benevento con il “Premio Arco di Traiano” di giornalismo.

“Ricevere il Premio Sulmona è un onore che mi invita non solo a ringraziare, ma a riflettere”, ha detto la giornalista Giulia Di Stefano nel corso della cerimonia, “In un tempo in cui il rumore sovrasta il ragionamento e le ideologie sembrano dettare la realtà, credo che il compito del giornalismo – e forse anche il nostro dovere civile – sia proprio quello di tornare a pensare.

Pensare prima di parlare, ascoltare prima di giudicare, approfondire prima di semplificare. Solo così possiamo restituire valore alle parole e verità ai fatti. Colgo l’occasione per esprimere tutta la mia vicinanza e solidarietà al collega Sigfrido Ranucci, che nelle scorse ore è stato oggetto di un terribile attentato, che ha messo in pericolo la sua vita e quella della sua famiglia. Grazie per questo riconoscimento che è, per me, anche un richiamo alla responsabilità”.

La bella ‘Mbriana

La bella della Meridiana

Quando la meridiana sospira l’ora più bella e la luce si fa seta sulle cose, se una tenda si dovesse muovere lievemente, senza vento, come accarezzata da dita invisibili, avvicinati piano. Se poi, tra le pieghe del silenzio, apparirà una farfalla o un piccolo geco ti osserverà con occhi di smeraldo, non temere e sorridi. È venuta da te la Bella del Mezzogiorno, creatura di luce e mistero, che porta fortuna a chi sa vedere la magia nascosta nei gesti minimi. Lei non lascia tracce, solo un fremito nell’aria, un battito d’ali, un istante in cui il mondo si ricorda di essere incantato.

 

L’amore non era leggenda

Accadde molti anni fa, in un tempo in cui l’amore non era leggenda, ma respiro profondo, che a Napoli, tra i vicoli profumati di fiori di limone e il mare che sussurrava segreti alle barche, vivesse una fanciulla la cui bellezza sfuggiva alle parole, come la luce che danza sull’acqua o il profumo di un sogno al risveglio.

Era figlia unica, nata da un amore raro e custodita come un tesoro da genitori la cui ricchezza non si contava in oro, ma in palazzi che cantavano al sole e giardini dove il tempo si fermava a contemplare. Chi la vedeva, anche solo per un istante, sentiva nel cuore un tremito dolce, come se l’antico incanto dell’amore avesse ancora voce nel mondo.

La fanciulla, incanto vivente tra i profumi di Napoli, era cresciuta libera e si era innamorata. Non di un principe, ma di un giovane del popolo, gentile come il primo sole del mattino, e il suo amore era ricambiato con la stessa intensità con cui il mare abbraccia la riva. I genitori, toccati dalla purezza di quel sentimento, non opposero resistenza. Desideravano solo vederla felice e così acconsentirono alle nozze.

Furono fissate per mezzogiorno, in un giorno di maggio. Il mese in cui la natura stessa pare benedire l’amore. Il mese in cui le farfalle, appena nate, aprono le ali come veli nuziali e danzano di fiore in fiore, mentre i gechi, custodi silenziosi dei muri assolati, tornano a vegliare le pietre antiche con occhi di luce.

 

Il giorno atteso

Il giorno atteso giunse come una promessa sussurrata al cuore. Il sole di maggio accarezzava la città e la fanciulla, vestita di bianco come una nuvola che sembrava avesse deciso di camminare, invece che volare, avanzava verso l’altare. Intorno a lei, un giardino di fiori sbocciati per amore e sorrisi che brillavano come stelle diurne, testimoni silenziosi di una felicità che non chiedeva altro che essere vissuta. L’aria stessa sembrava trattenere il respiro, per non disturbare la grazia di quell’istante. L’amore, in quel momento, aveva un volto e camminava tra i petali, verso il sì che avrebbe fatto fiorire l’eternità.

Come una sacerdotessa della felicità, la ragazza aveva preparato lei stessa ogni cosa, con mani leggere e cuore ardente. Nulla aveva lasciato al caso: ogni fiore, ogni tessuto, ogni luce era stato disposto con cura per riflettere la bellezza che abitava il loro amore. L’ordine non era ostentazione né rigore, ma poesia: una danza silenziosa di dettagli che parlavano di gioia, di tenerezza, di dono. Ogni gesto, ogni scelta, era un atto di gentilezza, perché lei e il suo amato avevano cuori che non conoscevano altro che la generosità. Quel giorno non era solo una festa, ma un incantesimo tessuto con fili di attenzione, dove la cura diventava luce e l’amore si faceva spazio in ogni angolo, come se il mondo intero avesse deciso di sorridere con loro. Le navate, ornate di teli leggeri e fiori di campo, sembravano respirare insieme agli invitati, mentre la luce filtrava dai vetri colorati come carezze divine, dipingendo il pavimento di riflessi che danzavano al ritmo della gioia. I banchi erano profumati di zagara e tuberosa, intrecciati con nastri color crema e piccoli rami d’ulivo, simboli di pace e promessa. Sui gradini dell’altare, petali di rosa erano sparsi come benedizioni silenziose e ogni angolo sembrava sussurrare: “Che l’amore vi accompagni sempre.”

La campana suonò il mezzogiorno, tutto si fermò per un istante: la chiesa, i cuori, il tempo. Come se il mondo intero avesse deciso di inchinarsi davanti a quell’amore gentile come un gesto che non chiede nulla e generoso come chi sa donare senza misura.

Ma sull’altare, dove l’amore avrebbe dovuto compiersi, lui non c’era. La fanciulla, vestita di luce e speranza, era sola, tra i fiori e gli sguardi, ignara che il destino, crudele e malvagio, aveva già scritto un’altra pagina.

Lungo la strada, il giovane sposo, vestito a nozze, con il cuore colmo di promessa, aveva incrociato due figure oscure, piegate sull’innocenza di un’anziana donna, che tentavano di strapparle quel poco che ancora le permetteva di sopravvivere. Lui, non esitò. Si gettò tra il male e la fragilità, come un angelo senza ali, come un uomo che sa amare e quindi non resta solo a guardare. Ma il mondo, spesso, non sa riconoscere la bellezza e la giustizia. Una lama lo colpì al petto, fermando il battito del cuore che avrebbe dovuto proseguire solo per lei.

La fanciulla, splendida come l’aurora e innamorata con tutta l’anima, attendeva sull’altare. Il suo cuore batteva come un canto, gli occhi cercavano il volto amato tra i sorrisi e i fiori, mentre il tempo scorreva lento. Ma lui non giunse e il silenzio, che prima pareva incanto, divenne lentamente presagio.

Quando la notizia della morte arrivò, nessuno trovò la forza di spezzare il sogno. Nessuno osò ferire quella luce che ancora brillava nei suoi occhi, quella speranza che danzava nel suo sorriso. Così, la chiesa tacque e il mondo intero si fece complice di un amore che non voleva morire. Lei rimase lì, vestita di bianco, come una promessa che il destino non aveva saputo mantenere, ma che il cuore continuava a custodire.

 

La fede che solo chi ama davvero possiede

Qualcuno propose di tornare a casa, ma la giovane, col cuore spezzato, ma ancora colmo d’amore, non cedette. Attese inutilmente. Poi impazzì, ma non nel senso comune: si fece vento, passo, sguardo. Uscì dalla chiesa e si incamminò per le vie di Napoli, come chi cerca un sogno che è certo di poter raggiungere. Cercava il suo amore. Attraversò vicoli e piazze con la grazia di chi ama troppo per arrendersi. Ogni balcone, ogni voce, ogni profumo le sembrava un indizio, un segnale che lui fosse lì. Lui doveva essere lì, da qualche parte, nascosto tra le pieghe della città che li aveva visti innamorarsi. Non pensò nemmeno per un istante di essere stata abbandonata. Nel suo cuore, lui era ancora in cammino verso l’altare, forse trattenuto da un imprevisto, da un gesto di bontà, ma certo vivo, certo suo. Ignorava la tragedia, non per follia, ma per fede: la fede che solo chi ama davvero possiede, quella che trasforma l’assenza in presenza, e il dolore in poesia.

La giovane, guidata dal cuore e dal ricordo, cominciò a varcare soglie sconosciute, come una preghiera che cerca ascolto, portando con sé il candore del suo abito e la dolcezza di un amore mai spento. Entrava nelle case con passo lieve, non per chiedere, ma per cercare: un volto, un segno, una voce che le dicesse dove fosse il suo amato. Qualcuno, toccato dalla sua grazia e dal dolore che le brillava negli occhi come stelle velate, le offriva un rifugio, un piatto caldo, un frammento di gentilezza, senza chiedere nulla se non un suo sorriso di ringraziamento. Poi, con rispetto e silenziosa compassione, la lasciava andare, perché si capiva che la sua ricerca non era di questo mondo, ma di un amore che nessuna porta avrebbe mai potuto trattenere. Napoli divenne il suo giardino di speranza e ogni casa che l’aveva accolta conservava il profumo di un sogno che aveva sfiorato l’eternità.

Il padre, spezzato dal dolore, ma ancora guidato dall’amore per la sua unica figlia, non poté restituirle la felicità perduta, ma giurò a sé stesso di vegliare su di lei, come si veglia su una fiamma fragile nella notte. Così, mentre lei vagava per Napoli, con il cuore colmo d’amore e d’illusione, egli incaricò alcuni fedeli servitori di seguirla da lontano, senza mai farsi vedere, come angeli silenziosi. A ogni casa che le avrebbe offerto un tetto, un pasto, un sorriso, avrebbero lasciato, con discrezione e rispetto, senza che nessuno se ne accorgesse, una ricompensa generosa. Non per dovere, ma per gratitudine, perché chi accoglieva la sua bambina, accoglieva anche lui stesso, accoglieva il ricordo di un amore spezzato e la speranza che almeno la bontà potesse ancora fiorire. Era il suo modo di dire grazie al mondo e di continuare ad amare, nel solo modo che gli era rimasto.

La giovane continuò a cercare il suo amore per giorni, per mesi, per stagioni intere, camminando tra i vicoli di Napoli, come una melodia che non vuole finire. Il suo cuore, pur ferito, non smise mai di credere. Finché, un giorno, non si dissolse. Non morì, no. Si fece aria, luce, profumo. Si fece presenza sottile, che non abbandonò mai le case che l’avevano accolta, quelle che le avevano offerto pane, riparo e un frammento di gentilezza.

Oggi si racconta che viva ancora lì, nelle stanze dove l’amore aveva lasciato il suo respiro. Visibile solo in certi istanti. Quando una tenda si muove senza vento, come accarezzata da dita invisibili. Quando un vecchio specchio riflette qualcosa che non dovrebbe esserci: un volto dolce, un sorriso che appartiene a un’altra epoca. Chi la vede, anche solo per un battito di ciglia, sente nel cuore un fremito, come se l’amore, quello vero, non fosse mai davvero scomparso. La percepisce come un sorriso nell’aria, quando la casa è colma di armonia, quando le stanze profumano di pane e di quiete e ogni cosa è al suo posto, come se il cuore stesso avesse ordinato il mondo per accogliere la felicità. In quei momenti, lei è allegra, sorride, danza tra le tende che si muovono senza vento, accarezza i vetri con dita di luce e si posa lieve sui cuscini, come una benedizione invisibile e si trasforma in farfalla o in un verde geco.

Ma se la casa è ferita da discordia, se il disordine regna e la cattiveria ha voce, la sua presenza si fa triste, come un’ombra che non trova pace, come un amore che non riesce a fiorire.

 

La sedia vuota

Ancora oggi, nelle dimore dove l’amore ha radici profonde, una sedia resta sempre vuota, non per dimenticanza, ma per speranza: perché se lei dovesse tornare, ancora pazza d’amore, ancora in cerca del suo promesso, troverebbe un posto, un gesto, un cuore aperto.

Le donne anziane, custodi di memorie e silenzi, nelle sere d’inverno, raccontano la sua storia con voce bassa e occhi lucidi, senza sapere se lei sia lì, nascosta tra le pieghe del tempo, senza conoscerne il nome, ma riconoscendone l’anima.

E quando varcano la soglia, rientrando a casa, con rispetto e dolcezza, la salutano come si saluta una regina invisibile: “Bona sera, bella ‘Mbriana.”

 

La leggenda

Si narra ancora, tra i vicoli antichi di Napoli, che nelle case si aggiri ancora l’anima gentile, invisibile e luminosa della fanciulla di cui non si ricorda più il nome, ma tutti chiamano “Bella ‘Mbriana”, nome che nasce dalla meridiana, che segna le ore dorate e scalda le mura con luce domestica. Spirito benefico e silenzioso, che veglia sui tetti e sulle stanze, portando con sé il calore del sole e la quiete del cuore.

Quando la vita si fa burrascosa e la serenità familiare vacilla, è a lei che si rivolge il pensiero, come a una madre segreta. Ama l’ordine, la pulizia, il rispetto delle cose semplici. E guai a parlar di trasloco tra le sue pareti: meglio confidarsi al vento, lontano da casa, per non turbare la sua presenza discreta. Offenderla sarebbe come spezzare un incantesimo.

Si dice che la Bella ‘Mbriana appaia sotto forma di geco, creatura silenziosa e attenta, oppure si lasci intravedere tra le tende che danzano leggere in una giornata di sole. È lì, tra i raggi e le ombre, che si manifesta, non per farsi vedere, ma per farsi sentire come un respiro che custodisce l’amore, la memoria, e il mistero.

 

Pino Daniele

A lei, il grande Pino Daniele, ha dedicato una canzone che evoca una presenza che va oltre la leggenda, simbolo di una Napoli ferita e resiliente, di una bellezza che resiste nel dolore diventando testimone delle contraddizioni della città: la Napoli che cresce, che lotta, che si sporca le mani ma non perde la sua anima.

Per ascoltare la canzone clicca qui

 

Riccardo Agresti

Incontro tra Amministrazione e Sindacati sulla situazione occupazionale degli operatori socio-sanitari e amministrativi

Riceviamo e pubblichiamo

Si è svolto il giorno 16 ottobre pomeriggio, presso il Comune di Civitavecchia, un incontro tra l’Amministrazione comunale e le organizzazioni sindacali, confederali e di categoria, per affrontare la delicata questione occupazionale che interessa circa 140 lavoratori, tra operatori socio-sanitari e amministrativi, impiegati presso le cooperative operanti all’interno della ASL RM4.

L’incontro si è svolto su iniziativa dell’Assessore al Lavoro Piero Alessi e il Presidente del Consiglio Comunale Marco Di Gennaro.

Nel corso della riunione è stata condivisa la necessità di costruire un percorso che dia risposte concrete a lavoratrici e lavoratori che, per anni, hanno operato in condizioni di precarietà, garantendo servizi fondamentali per la collettività e svolgendo un ruolo essenziale durante la fase più drammatica dell’emergenza Covid.

L’Amministrazione comunale, raccogliendo le istanze dei rappresentanti sindacali, ha espresso la volontà di sostenere ogni possibile soluzione utile a risolvere questa criticità, anche attraverso l’interlocuzione istituzionale con la ASL RM4 e la Regione Lazio.

Il Sindaco Marco Piendibene, nella sua qualità di Presidente della Conferenza dei Sindaci del Distretto Sociosanitario, si è reso disponibile a farsi portavoce delle richieste emerse. Il Sindaco porrà la questione anche in un incontro già previsto col presidente Rocca

Nel corso dell’incontro è emersa, in particolare, la necessità di prorogare gli appalti in scadenza, per evitare una crisi occupazionale e consentire di accompagnare i lavoratori precari fino allo scorrimento della graduatoria del concorso pubblico già espletato per gli operatori socio-sanitari.

Resta inoltre l’impegno condiviso a mantenere alta l’attenzione anche sulla situazione dei lavoratori amministrativi, per i quali sarà necessario individuare percorsi specifici all’interno di un quadro di solidarietà e responsabilità sociale comune.

Amministrazione comunale e organizzazioni sindacali si sono impegnate a proseguire il dialogo nelle prossime settimane per monitorare l’evoluzione della situazione e garantire la tutela dei livelli occupazionali e dei servizi sanitari sul territorio.

“Ci scappa da leggere”: riprendono gli incontri bimestrali di lettura condivisa

Riceviamo e pubblichiamo

La tela di Archimede: sabato 18 ottobre incontro con l’autore Riccardo Mangiacapra

Riceviamo e pubblichiamo

Incontro pubblico all’ex Consorzio Agrario di Anguillara: insieme possiamo fare la differenza

Riceviamo e pubblichiamo

A Cerveteri rafforzati i controlli nella zona del Sasso a seguito dei recenti furti

Riceviamo e pubblichiamo

A seguito delle numerose segnalazioni pervenute da parte dei cittadini relative a una serie di reati predatori avvenuti nella zona del Sasso, la Sindaca di Cerveteri, Elena Gubetti, ha immediatamente avviato un confronto operativo con i Carabinieri.

Nel corso dell’incontro è stato condiviso un quadro complessivo della situazione e concordato un rafforzamento dei controlli e dei pattugliamenti sul territorio già a partire dalle prossime ore. “Comprendo pienamente la preoccupazione e l’agitazione dei residenti – ha dichiarato la Sindaca Gubetti –. Per questo motivo, come Amministrazione, continueremo a collaborare in maniera sinergica e costante con le Forze dell’Ordine per garantire la sicurezza della comunità”.

La Sindaca ha inoltre ricordato che le Forze dell’Ordine stanno visionando le immagini delle telecamere di sorveglianza presenti sul territorio al fine di individuare i responsabili dei furti avvenuti negli ultimi giorni. “L’attenzione è alta e costante – ha aggiunto Gubetti –. Ringrazio le Forze dell’Ordine per il lavoro quotidiano e per la disponibilità e la professionalità con cui stanno affrontando la situazione”.

La Sindaca ha espresso la propria vicinanza alle famiglie che sono state vittime dei furti, sottolineando la gravità di questi episodi che rappresentano una forte violazione della privacy e della proprietà privata, e ha ribadito la massima collaborazione istituzionale per garantire sicurezza e serenità ai cittadini.

L’IMPORTANZA CRUCIALE DEL SONNO NEI BAMBINI IN ETÀ SCOLARE. LE INDICAZIONI PIÙ UTILI PER I GENITORI. NE PARLIAMO CON ADELIA LUCATTINI

Intervista di Marialuisa Roscino

Il sonno non è semplicemente un periodo di riposo, ma un momento cruciale per la crescita, la salute e l’apprendimento. La mancanza di sonno nei bambini, che sia acuta o cronica, ha conseguenze significative su ogni aspetto del loro sviluppo: fisico, emotivo, intellettivo, comportamentale e cognitivo e, in particolare modo in età scolare. Il sonno agisce come un regolatore emotivo. Quando manca, i bambini sono meno capaci di mantenere l’attenzione. In particolare modo, la privazione di sonno, compromette non solo la capacità del bambino di memorizzare nuove nozioni e di risolvere problemi, ma anche  di sapere gestire lo stress e le oscillazioni dell’umore, con conseguenti reazioni di irritabilità e impulsività. Di questo  e molto altro, ne parliamo in questa intervista con Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana

Lucattini: “Eliminare tutta la tecnologia, almeno due ore prima di andare a dormire. La mente ha bisogno di rallentare e rilassarsi, gli stimoli tengono svegli. Importante Importante sostenere l’autonomia progressiva dei bambini. C’è bisogno di rassicurarli e di infondere loro fiducia,  abituandoli gradualmente a stare da soli nella loro cameretta, senza brusche accelerazioni o lungaggini che ne rallentano l’autonomia”.

Dott.ssa Lucattini, perché è importante il sonno nei bambini in età scolare?

Dormire bene è uno dei più efficaci e nel contempo, naturali modi per mantenersi in buona salute. Nei bambini piccoli tra i tre e i sei anni, il sonno non è un  semplice  bisogno biologico, è anche un’esperienza psichica complessa, dove corpo e mente, bambino e ambiente, imparano a separarsi e a ritrovarsi.

Eppure, sempre più spesso, i genitori segnalano difficoltà del sonno nei loro bambini che li mettono a dura prova: addormentamenti lunghi, risvegli notturni, paure del buio e conseguenti stanchezza e irritabilità diurne.  Il sonno del bambino è una finestra privilegiata sulla sua vita emotiva e sulla qualità del legame familiare. Come ricordava lo psicoanalista e pediatra Donald Winnicott, “un bambino che dorme bene è un bambino che si sente custodito, fuori e dentro di sé”. Per capire come i disturbi del sonno si leghino all’umore, al comportamento e alla vita emotiva familiare, è importante conoscere bene la sua fisiologia.

Qual è la fisiologia del sonno?

Nei bambini, il sonno ha una fisiologia in rapida evoluzione: tra i 3 e i 6 anni si stabilizzano i cicli REM (sonno dei sogni, legato all’elaborazione emotiva e mnemonica) e non-REM (sonno profondo, ristoratore e di crescita).

Un ciclo completo dura circa 60–70 minuti, più breve rispetto all’adulto, che si ripete 8–10 volte per notte. In questa fase, il sonno profondo è predominante nelle prime ore, mentre il REM aumenta nelle ultime. Durante il sonno si verifica la secrezione dell’ormone della crescita (GH), il consolidamento della memoria e la regolazione dei circuiti emotivi e attentivi.

Come evidenziato in Sleep Medicine Reviews (2022), la maturazione del sonno in età prescolare è un processo complesso che intreccia aspetti neuropsicobiologici e relazionali, dormire bene significa non solo crescere, ma anche imparare a regolare affetti e separazioni. Dormire bene significa “riposare”, e imparare a fidarsi e “a lasciarsi andare” senza paura di perdersi o di essere abbandonati.

Quanto sono diffusi i disturbi del sonno nei bambini piccoli e perché sono così rilevanti?

I disturbi del sonno sono molto frequenti: una ricerca internazionale pubblicata su Translational Psychiatry (2023) ha stimato che oltre un terzo dei bambini sotto i 7 anni presenta difficoltà significative di sonno, come fatica ad addormentarsi, risvegli frequenti o incubi notturni.

Il sonno in questa fase della vita è cruciale: contribuisce alla maturazione cerebrale, alla regolazione delle emozioni e alla costruzione dell’identità. Quando questo processo è disturbato, possono emergere ansie di separazione, paure del buio o aggressività diurna: segni che la mente non riesce a “dormire” quanto il corpo. Il sonno può essere immaginato come una sorta di “spazio transizionale”, un luogo in cui il bambino si ritira dal mondo esterno e metabolizza le esperienze del giorno anche attraverso i sogni.

Qual è il legame tra sonno, umore e comportamento in età scolare?

Le connessioni sono profonde. La ricerca mostra che un sonno insufficiente o frammentato è associato a maggiore irritabilità, lamentosità, iperattività e difficoltà di autoregolazione emotiva con crisi di pianto e capricci da stanchezza.

Uno studio pubblicato su Frontiers in Sleep (2024) ha evidenziato che la qualità del sonno nei primi anni di vita predice, a distanza di tempo, l’emergere di disturbi del comportamento in età scolare.

In psicoanalisi, il sonno è una soglia tra coscienza e inconscio: i risvegli notturni o il rifiuto di dormire possono essere modalità simboliche di comunicazione. Il bambino, nel suo linguaggio corporeo, è come se manifestasse la sua difficoltà  a staccarsi dai genitori e la paura di restare da solo con se stesso, in balia delle proprie angosce che possono essere anche del tutto indipendenti dal comportamento dei genitori. In questi casi, il disturbo del sonno è un modo per restare in contatto con le figure di attaccamento, il papà e la mamma, anche di notte. È importante tenere presente che come ci sono genitori maggiormente in difficoltà o fragili, così ci sono anche bambini più fragili.

La serenità familiare incide favorevolmente sulla qualità del sonno dei bambini?

Senz’altro! I bambini vivono e riposano dentro un ambiente psichico, non solo in una stanza. Uno studio pubblicato su Pediatric Discovery (2024) ha dimostrato che lo stress genitoriale è uno dei principali predittori di disturbi del sonno nei figli.

Quando i genitori sono tesi o ansiosi, attraverso il linguaggio del corpo e non verbale, trasmettono dei segnali che i bambini colgono con grande sensibilità, una tensione nei gesti, muoversi di fretta, provocare rumori forti, inoltre, i genitori accentuano la tendenza al controllo. I bambini percepiscono tutto questo, si preoccupano e possono fare fatica a lasciarsi andare e abbandonarsi al sonno. Per dormire bene, il bambino deve sentire che qualcuno può vegliare su di loro, esserci, al proprio posto.

Quando è il momento di chiedere aiuto agli specialisti?

L’ European Journal of Pediatrics (2024), sostiene che l’adozione rigorosa di corrette pratiche di igiene del sonno da parte dei genitori debba essere il primo intervento, e che solo in caso di insuccesso occorra consultare specialisti o centri del sonno. Il pediatra è sempre il primo passo: deve escludere cause organiche – come apnee, reflusso o disturbi respiratori – e dare indicazioni. Se il problema persiste nonostante delle buone abitudini, o se è accompagnato da incubi, regressioni (ritorno a comportamenti più infantili), o ansia intensa, è utile un consulto psicoanalitico.

Lo psicoanalista infantile lavora sul significato del disturbo: cosa rappresenta addormentarsi, chi si prende cura del bambino quando dorme, chi resta sveglio. Il sonno è un atto di fiducia nell’ambiente; se la fiducia è incrinata, anche il sonno si rompe. Nel lavoro clinico si coinvolgono sempre i genitori, perché spesso il sonno del bambino è lo specchio del sonno emotivo della famiglia.

Quali sono, secondo Lei, i fattori ambientali che disturbano oggi maggiormente il sonno dei bambini ?

Oltre ai fattori emotivi, ci sono abitudini familiari che interferiscono con la fisiologia e la psiche del sonno. Tra questi: uso precoce dei dispositivi elettronici, in particolare gli smartphone, infatti la luce blu ritarda la produzione di melatonina e la stimolazione visiva mantiene la mente in allerta.

Quando i genitori non mantengono routine regolari, gli orari dei pasti  e dell’ora a cui andare a dormire, l’assenza di rituali che tanto servono ai bambini per strutturarsi, desincronizzano il ritmo biologico e disorientano psicologicamente.

Una ricerca pubblicata su European Child & Adolescent Psychiatry (2024) ha stimato che l’esposizione serale agli schermi aumenta del 49% il rischio di disturbi del sonno nei bambini sotto i 6 anni. Da un punto di vista psicoanalitico, potremmo dire che l’eccesso di immagini esterne toglie al bambino la possibilità di costruire le proprie immagini interne, quelle del sogno e della fantasia. Il sonno diventa allora più povero, più agitato, meno rigenerante.

Sotto la lente d’ingrandimento sono le cattive abitudini che implicano un eccesso di stimoli, come fare attività fino a tardi, luci forti, rumori. Un ulteriore elemento è il sovraccarico psicoemotivo accresciuto dalla mancanza di giuste pause e di tempi vuoti da attività, bisogna ricordarsi sempre che il cervello del bambino ha bisogno di tempo e spazio mentale per crescere ed per elaborare le esperienze.

Quali consigli si sente di dare al riguardo, ai genitori?

Creare delle abitudini prevedibili. Orari regolari di sonno e risveglio aiutano il corpo e la mente a sincronizzarsi.

Avere dei rituali serali rassicuranti. Lettura, musica dolce, luci soffuse, canzoncine rilassanti che preparano alla separazione dal giorno e dai genitori con serenità;

Eliminare tutta la tecnologia, almeno due ore prima di andare a dormire. La mente ha bisogno di rallentare e rilassarsi, tutti gli stimoli elettronici tengono svegli;

Sostenete l’autonomia progressiva dei bambini. C’è bisogno di rassicurarli e di infondere fiducia nella possibilità di imparare a stare gradualmente da soli nella loro cameretta, senza brusche accelerazioni o lungaggini che ne rallentano l’indipendenza a partire dalle piccole cose;

Ascoltare le paure notturne, è importante non banalizzare mai le preoccupazioni, la paura del buio o dei brutti sogni, vanno considerati come comunicazioni  inconsce, messaggi dal mondo interno e come tali vanno presi seriamente;

Se il problema persistesse, dopo aver applicato tutte le buone norme per favorire il sonno, allora, contattare il pediatra. Gli specialisti e gli psicoanalisti infantili possono collaborare senz’altro, per restituire tranquillità, benessere ed un buon sonno al bambino e a tutto il nucleo familiare.