Comunicato stampa

Giornale del Lago e della Tuscia edito dall'Associazione no-profit "L'agone Nuovo".
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Giovedì 27 agosto apre Gabriele Cirilli, venerdì la serata discoteca “anni ’80 e ’90” e sabato sera Alex Britti. Chiude Max Giusti. Ingresso gratuito a tutti gli spettacoli.
“Dopo le grandi serate con l’Etruria Eco Festival, che ha festeggiato straordinariamente i suoi 20anni con i concerti sold-out di Daniele Silvestri e Max Gazzé, è giunto il momento dell’evento che maggiormente rappresenta Cerveteri in tutto il Centro Italia: la Sagra dell’Uva e del Vino dei Colli Ceriti, che quest’anno giunge alla sua 63esima edizione. Una Sagra che quest’anno più che mai, sarà impreziosita da un poker di serate assolutamente da non perdere. Siamo infatti onorati di avere sul palco del Parco della Legnara Alex Britti, protagonista quest’anno di un tour con numeri da capogiro in tutta Italia, Max Giusti, più volte protagonista delle serate delle nostre estati, Gabriele Cirilli e il cast di ‘Voglia di Dance All Night’, pronto a farci ballare e divertire con una serata revival davvero esplosiva”.
Così, Francesca Cennerilli, Assessore alla Cultura del Comune di Cerveteri annuncia il cartellone degli spettacoli in programma per la 63esima Sagra dell’Uva e del Vino dei Colli Ceriti, in programma a Cerveteri, nel cuore del Centro Storico da giovedì 27 a domenica 30 agosto.
Ad aprire le danze, giovedì 27 agosto, sarà Gabriele Cirilli, un personaggio poliedrico, comico, cabarettista, attore, umorista, divenuto celebre sul palco di Zelig con il tormentone “Chi è Tatiana??” e ancora oggi mattatore di numerosi programmi televisivi di successo, tra cui “Tale e Quale Show” dove è solito esibirsi in performance esilaranti e travolgenti.
Venerdì 28 agosto il Parco della Legnara si trasformerà in una straordinaria discoteca all’aperto: è il momento infatti di alzare le mani al cielo e di ballare senza freni con “Voglia di Dance All Night’”. Deejay, vocalist, ballerine, performer, animazione, gadget ed effetti speciali, per la serata anni ’80 e ‘90 più spettacolare d’Italia. Ad aprire la serata, il gruppo musicale locale “TatyEsse & le Crazy Girls” e lo spettacolo comico de “I Centouno”.
Sabato 29 agosto un vero e proprio gigante della musica italiana: c’è Alex Britti, con una tappa di “Brittintour 2026”. Con la sua chitarra inconfondibile e una naturale capacità di attraversare generi e linguaggi musicali diversi, Britti continua a costruire un percorso artistico straordinario: dal blues al jazz, dal rock al pop. Un concerto in cui Britti ripercorrerà le tappe più importanti della sua carriera attraverso i brani che hanno conquistato il pubblico nel corso degli anni: “La Vasca”, “Oggi sono io”, “7mila caffè” e molte altre.
Domenica 30 agosto chiude la 63esima edizione della Sagra dell’Uva e del Vino dei Colli Ceriti Max Giusti: il conduttore di “Caduta Libera” e “The Wall”, torna a Cerveteri con un nuovo spettacolo, tra gag e imitazioni. Una serata in cui il comico romano racconterà sé stesso, scherzerà su dubbi e problematiche di ogni giorno degli italiani, tra angosce, paure e modi di vivere, come sempre con intermezzi musicali e sketch tutti da ridere.
Tutti gli spettacoli si svolgeranno al Parco della Legnara, con inizio alle ore 21:30 e con ingresso gratuito.



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Il 26 agosto primo appuntamento della rassegna cinematografica nata dalla collaborazione tra
il Coordinamento ZittaMai di Anguillara Sabazia e il Cinema Palma di Trevignano Romano
Mercoledì 26 agosto, dalle 19.30, l’Arena Palma di Trevignano Romano ospita il primo appuntamento di “Rumore in Sala – Legami che liberano: trame di sorellanza”, la rassegna cinematografica promossa da ZittaMai, il Coordinamento di Anguillara Sabazia nato a seguito del femminicidio di Federica Torzullo.
Cinque film, cinque registe e cinque appuntamenti, da agosto a gennaio, che raccontano storie di donne, la forza delle relazioni, della solidarietà e della complicità femminile. Un percorso che parte dall’idea della sorellanza come pratica di resistenza e come possibilità concreta di trasformazione, attraverso il cinema e il confronto pubblico.
Ad aprire la rassegna sarà “Caramel” (2007) di Nadine Labaki, film ambientato in un salone di bellezza di Beirut, dove cinque donne si incontrano, condividono fragilità, desideri e difficoltà, costruendo tra loro una rete di complicità e sostegno. Un racconto intimo e corale che mette al centro l’amicizia, l’ascolto e la solidarietà tra donne.
La serata prenderà il via alle 19.30 con musica e letture, prima della proiezione. Al termine del film seguirà un dibattito con l’associazione Uno Spazio Per Te, per approfondire i temi, riflettere sul valore delle relazioni, sulla solidarietà e sulla possibilità di creare spazi sicuri nei quali incontrarsi, condividere esperienze e sentirsi ascoltate.
DALLA MEMORIA ALL’IMPEGNO
Il Coordinamento ZittaMai di Anguillara Sabazia è nato il 17 febbraio 2026, a seguito del femminicidio di Federica Torzullo, una tragedia che ha riaperto una ferita profonda in una comunità che aveva già vissuto, nel 2012, la morte della giovanissima Federica Mangiapelo.
Perché la sorellanza è anche questo: riconoscersi, sostenersi e trovare insieme la forza di trasformare ciò che da sole sembra impossibile cambiare.
Ingresso : € 3,50
Dal profilo Facebook di Michele Cardone

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Anche quest’anno la Sagra dell’Uva e del Vino dei Colli Ceriti, in programma da giovedì 27 a domenica 30 agosto nel Centro Storico di Cerveteri e giunta alla sua 63esima edizione, apre le porte alla storia con la rassegna “Patrimonio Unesco”, interamente dedicata alla valorizzazione e promozione del patrimonio culturale di Cerveteri. Grazie al lavoro della Cooperativa Artemide Guide, realtà leader nella promozione del territorio, da sempre le visite guidate speciali organizzate in concomitanza della Sagra, registrano numeri record in termini di presenze e adesioni, confermandosi come uno degli appuntamenti più attesi. Come sempre, il programma pianificato per la Sagra dell’Uva e del Vino dei Colli Ceriti del 2026 unirà tradizione, archeologia e musica in un cartellone di appuntamenti unici.
C’è la novità, ovvero “Tra Mito e Storia” di venerdì 28 Agosto alle ore 18:30: per la prima volta sarà possibile accedere alla Necropoli di Monte Abatone, mai aperta al pubblico. La serata proseguirà con degustazioni dei vini dei Colli Ceriti e musica sotto le stelle.
E poi c’è la conferma più bella e gradita, “L’Alba alla Necropoli” di domenica 30 agosto, l’esperienza emozionante di ammirare il sorgere del sole dai tumuli etruschi della Necropoli della Banditaccia.
Tornano anche le aperture serali al Museo Nazionale Cerite: giovedì 27, venerdì 28, sabato 29 e domenica 30 agosto dalle 20:30 alle 23:30 sarà possibile accedere al Museo con un ingresso agevolato a 4,00 €.
“Da sempre la Sagra dell’Uva e del Vino dei Colli Ceriti è occasione anche per conoscere e scoprire il nostro Patrimonio storico, artistico e culturale. Per questo motivo, anche quest’anno la Cooperativa Artemide ha programmato una serie di appuntamenti e di visite guidate davvero straordinarie. Ma soprattutto, dopo i sold-out registrati negli scorsi anni, torna ‘l’Alba alla Necropoli’: un’iniziativa emozionante, per ammirare insieme il sorgere del sole dai tumuli etruschi – ha dichiarato il Sindaco di Cerveteri Elena Gubetti – non mancheranno poi visite alla Necropoli Etrusca della Banditaccia e soprattutto al Museo Nazionale Cerite, che dallo scorso giugno ospita, oltre ai Capolavori di Eufronio, anche la prestigiosa mostra ‘Veder greco in Etruria, le Idrie di Cerveteri’, allestita dal Parco Archeologico Cerveteri e Tarquinia e che riunisce, per la prima volta in assoluto le idrie conservate al museo del Louvre, a Villa Giulia e al British Museum di Londra. Vi aspettiamo a Cerveteri, vi aspettiamo per scoprire il nostro patrimonio storico e archeologico”
Per informazioni e prenotazioni di visite guidate, è possibile contattare Artemide Guide recandosi presso il Punto di Informazione Turistica di Piazza Aldo Moro, oppure inviando un messaggio whatsapp al numero 3534107535 o inviando una e-mail a pitcerveteri@gmail.com
Dal profilo Facebook del deputato Andrea Casu del PD
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La direzione artistica di GERMINAZIONI: “Quello che cerchiamo di fare è organizzare un terreno protetto in cui chi partecipa possa lavorare andando fino in fondo”
Una conversazione con Chiara Favero e Luciano Colavero che animeranno il seminario-laboratorio di teatro contemporaneo al Delia Scala di Bracciano, dal 25 al 30 agosto
a cura dell’Assessorato alla Cultura de Comune di Bracciano
LUCIANO COLAVERO: Non so se parlerei di ottimismo, forse piuttosto di fiducia. Una germinazione non garantisce un risultato: si prepara un terreno, si mettono in relazione degli elementi e si vede che cosa nasce, senza voler progettare in anticipo che cosa potrà crescere. Il nostro ruolo, potremmo dire, è più quello di giardinieri che di costruttori.
CHIARA FAVERO: Quello che cerchiamo di fare è organizzare un terreno protetto in cui chi partecipa possa lavorare andando fino in fondo. Chiaramente abbiamo noi la responsabilità dell’organizzazione del campo di lavoro, però la richiesta che facciamo a chi partecipa è di portare dentro i propri semi e di farli crescere nel terreno comune.
Quali sono stati i criteri di selezione delle 120 richieste di partecipazione, da cui avete scelto i 12 partecipanti?
COLAVERO: Non abbiamo cercato dodici persone identiche, né necessariamente le dodici candidature che avrebbero potuto occupare i primi dodici posti di una graduatoria astratta. Abbiamo cercato di comporre un gruppo: persone provenienti da esperienze, generazioni e pratiche differenti, ma che ci sembrassero capaci di stare dentro un processo di ricerca e di far nascere qualcosa insieme. Non a caso, tra loro, c’è chi dirige e scrive, oltre a recitare. Alla base, però, tutte le persone coinvolte attraversano il teatro con il proprio corpo e la propria voce.
C’è un aspetto molto fisico nel vostro lavoro?
FAVERO: La peculiarità del teatro, la sua forza, è la sincronicità della presenza. Nel nostro lavoro si tratta sempre di passare attraverso il corpo. Siamo abituati a pensare che si tratti di fingere, ma io preferisco pensare che si tratti di giocare. Quando mia figlia, che ha cinque anni, gioca, non finge: fa passare la sua sconfinata immaginazione attraverso le sue gambe. Io provo a fare lo stesso.
Questa prima edizione è sottotitolata Tempeste. Perché?
FAVERO: Per lavorare abbiamo bisogno di qualcosa da cui partire. A volte è un testo, a volte un’idea o una parola. Quella delle tempeste, nella sua pluralità, ci è sembrata un’immagine che oggi valesse la pena di mettere sul tavolo di lavoro per vedere che cosa avrebbe portato con sé.
COLAVERO: Più ci lavoriamo, più ci sembra che una tempesta sia qualcosa di diverso da un’esplosione o da un trauma. Al momento ci appare piuttosto come un tempo nel quale stare a lungo, uno spazio da abitare, in cui la intensità non si concentra in un unico momento. Intensità e durata: forse è la loro combinazione a trasformare profondamente chi attraversa una tempesta. E può trasformare anche il nostro modo di pensarla: quello che diciamo oggi potrebbe non essere più vero alla fine dei cinque giorni.
L’azione è uno dei pilastri del vostro lavoro. Perché?
COLAVERO: Come regista mi interessa partire da ciò che accade realmente, non da ciò che una scena dovrebbe significare o raccontare. Un’azione non è semplicemente un movimento e nemmeno un gesto espressivo: qualcuno tenta realmente qualcosa. Trattenere, sedurre, nascondere, aspettare. E quello che accade mentre lo tenta diventa anche materiale di pensiero. Il lavoro in piedi, per noi, è prima di tutto pensare attraverso l’azione. Non avere prima un’idea e poi cercare il modo di rappresentarla, ma fare qualcosa, osservare che cosa produce, modificare le condizioni, vedere che cosa emerge.
Che rapporto c’è tra ciò che un testo offre e ciò che l’attrice o l’attore può fare in scena?
FAVERO: Ogni testo è diverso, è fatto di una materia diversa: ci sono testi pieni di parole, testi con pochissime parole, testi fatti solo di didascalie. Io cerco sempre di agganciare nel testo che ho davanti ciò che per me è vivo: ciò che posso fare io, qui, ora, davanti a te, e da lì parto. Parto sempre da quello che c’è, da una piccola cosa, ma che sia onesta. E poi da lì lavoro, dilato, moltiplico, do tempo e spazio perché una piccola azione reale arrivi a trasformarsi in un mondo.
Come immaginate il rapporto tra chi scrive, chi dirige e chi recita all’interno di questo lavoro?
FAVERO: Mi pare che si vada sempre di più, per fortuna, verso una formazione di chi recita, scrive e dirige che tenga conto del mestiere del teatro come dialogo e incontro di immaginari, indipendentemente dal ruolo in cui si gioca. Si lavora insieme perché in scena accada qualcosa di vivo. Per me questo è l’unico modo di “comunicare” con il pubblico, nel senso reale della parola: condividere un’esperienza.
Nel programma che avete stilato si fa riferimento ad alcuni momenti aperti anche ai cittadini. Come funziona?
FAVERO: Abbiamo scelto di aprire due momenti della giornata e di proteggerne la parte centrale. Alle 10 del mattino sarà possibile partecipare al training. Alle 18 apriremo nuovamente le porte per condividere alcuni materiali, vedere a che punto siamo arrivati e capire che cosa può essere rilanciato il giorno dopo.
COLAVERO: Ci interessa che non siano due momenti costruiti appositamente per essere mostrati. Chi viene incontra il lavoro mentre sta accadendo. Questo significa anche poter assistere a qualcosa che non funziona ancora, a un tentativo, a una domanda, a una forma che il giorno dopo magari non esisterà più.
FAVERO: Allo stesso tempo abbiamo sentito la necessità di mantenere chiusa una parte della giornata. Una ricerca ha bisogno anche di non essere continuamente sottoposta allo sguardo esterno. Ha bisogno della possibilità di sbagliare, di perdersi, magari anche di annoiarsi per un’ora senza dover trasformare immediatamente quell’ora in qualcosa che valga la pena mostrare.
COLAVERO: Forse la struttura è questa: aprire senza trasformare la ricerca in spettacolo, proteggere senza renderla segreta.
L’esperienza di Germinazioni potrebbe avere una continuità nel tempo a Bracciano. Che ne pensate?
COLAVERO: Ci interessa molto capire che rapporto possa nascere con Bracciano. Germinazioni nasce già pensando a una possibile continuità, non necessariamente però alla replica dello stesso formato. Se torneremo, ci piacerebbe che il ritorno dipendesse anche da quello che sarà accaduto qui: dalle persone incontrate, da chi sarà entrato durante questi giorni, dalle relazioni che saranno eventualmente nate.
FAVERO: Sarebbe interessante se continuità significasse questo: tornare perché qualcosa ha messo radici, non perché abbiamo deciso in anticipo di ripetere lo stesso lavoro. Questa sarebbe una vera germinazione.
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Ecco gli orari dei due momenti quotidiani dedicati alla partecipazione del pubblico e dei cittadini interessati durante lo svolgimento di GERMINAZIONI:
10.00 – 11.00
Training aperto alla cittadinanza
Un’ora quotidiana di training aperta all’incontro tra partecipanti e
cittadini, come pratica di ascolto, presenza e relazione.
18.00 – 19.00
Incontri aperti alla cittadinanza
Visione di materiali video, letture, conversazioni, restituzione di composizioni,
partiture, frammenti studiati durante la giornata.
Il lungolago di Bracciano diventò isola pedonale in una giornata di luce inclinata, quando il vento scendeva dal castello non più come un semplice soffio, ma come un messaggero antico, portatore di memorie che nessuno ricordava di aver vissuto. Il lago, quel giorno, sembrò trattenere il fiato così a lungo che qualcuno giurò di aver visto la sua superficie vibrare per l’emozione.

Non fu un cambiamento improvviso: era nell’aria da anni, come una promessa che il paese aveva fatto a se stesso e poi dimenticato in un cassetto. Finché, un giorno, Bracciano si svegliò con la certezza che non poteva più rimandare. Le nuvole nere, minacciose, provenienti dal mare, rimasero lontane e si assaporò il silenzio. Un silenzio così nuovo da sembrare un ospite inatteso. Le auto furono costrette a fermarsi ai parcheggi non lontani, una dopo l’altra, non senza esitazione, come creature metalliche che avvertivano di non essere più le benvenute.



Rimase soltanto il rumore delle scarpe sul terreno, il ronzio delle biciclette sulla pista ciclabile, il vociare dei bambini che correvano come se il lungolago fosse diventato un regno appena scoperto. Il lago, liberato dal frastuono, cominciò a parlare: fruscii provocati dai colpi di remi delle barche e dalle pedalate dei pedalò, battiti d’ali, piccoli schiocchi dell’acqua contro i pali delle caratteristiche palafitte. Suoni che parevano uscire da un tempo sospeso.


Le famiglie e gli anziani furono i primi a intuirlo. Si sedettero sulle panchine come se quelle panchine li avessero chiamati per nome, una a una. Davanti a loro scorreva una piccola umanità che passeggiava, prendeva il sole, giocava sul bagnasciuga o nuotava nel lago, e qualcuno mormorò che il lungolago aveva finalmente ritrovato la sua misura umana.


Le auto e le navette, necessarie per arrivarci, tranne per quei giovani che sceglievano di scendere a piedi, lungo un percorso panoramico, restavano in una giusta distanza, confinate dove non potevano disturbare. I negozianti, superata la diffidenza iniziale, scoprirono che la gente entrava più volentieri nei loro locali, come se guardare il lago senza il filtro dei parabrezza rendesse tutto più vero, più vicino.



La trasformazione non fu solo urbanistica ma anche sociale: le persone cominciarono a riconoscersi, a salutarsi, a condividere lo stesso spazio come se fosse un grande salotto all’aperto. Il lungolago divenne un corridoio d’incontri e di possibilità: coppie che si ritrovavano, ragazzi che scoprivano un luogo dove stare tranquilli senza doversi preoccupare del passaggio delle auto, famiglie che, per lo stesso motivo, camminavano come se stessero imparando un nuovo ritmo. Di sera, quando le luci si accendevano una a una, il lungolago sembrava sollevarsi di qualche centimetro, come un molo sospeso tra acqua e cielo. L’assenza delle auto rendeva tutto più nitido: il profumo dell’acqua, il passo dei passanti, la musica che usciva dai locali e s’intrecciava al canto dei grilli.


Qualcuno disse che il lago sembrava più grande, come se avesse ripreso a respirare. Qualcun altro giurò che l’acqua fosse diventata più chiara, quasi luminosa. Forse era solo un’impressione, ma era un’impressione condivisa, e questo sembrava renderla reale. Certo, non tutti erano convinti. C’era anche chi rimpiangeva la comodità, chi temeva per il proprio negozio, chi vedeva nella pedonalizzazione un capriccio da paese in cerca di charme e qualcuno di loro continuava a osservare l’orizzonte sperando in un avvicinamento delle nuvole nere che continuavano a rimanere minacciose ma sempre a un’innocua distanza. Ma col tempo anche loro si accorsero che il lungolago non era stato sottratto: era stato restituito.


Non tolto alle auto, ma riconsegnato alle persone e al lago stesso. Così, un passo dopo l’altro, Bracciano scoprì che la pedonalizzazione non era una chiusura, ma un’apertura. Un modo per dire che il lago tornava protagonista, che poteva respirare più profondamente, e proprio per questo vivere meglio. Alla fine, nessuno ricordava più com’era prima. O forse sì, ma come si ricordano le cose che non ci somigliano più.


Il lago, finalmente, poteva guardare la sua riva senza il velo del traffico, come un vecchio amico che, sollevando quel velo, ritrova il volto di chi ama e lo osserva con un sorriso dolce, ricordando, facendo un simpatico occhiolino e sempre sottovoce, che adesso questo lungolago è l’unico dei tre paesi a non avere una strada di scorrimento parallela alla passeggiata. Poi qualcuno si fermò a osservarla questa lunga passeggiata, qualcun altro rivolse lo sguardo al lago e alcuni, quasi senza voce, mormorarono: non può essere reale. Quel pensiero s’ingrossò rapidamente, attraversando tutti, come l’onda che si alza al passaggio della motonave Sabazia II. Troppo bello, troppo silenzioso, troppo perfetto: doveva essere un sogno.


Un sogno condiviso. Poi una donna immerse i piedi nell’acqua e scoprì che era fredda, sorprendentemente reale. Un anziano si sedette su una panchina e sentì la solidità del legno come un ritorno alla terra. Un ragazzo abbracciò un’amica e fu attraversato da un calore che nessun sogno sa imitare. Un uomo, al ristorante, gustò un piatto di pesce di lago che sembrava raccontare la riva. Un bambino, in una delle aree giochi, rise: una risata così piena da spezzare l’incantesimo, troppo viva per appartenere a un sogno.


Le nuvole nere tentarono una nuova disperata avanzata ma il rumore provocato del tuono ebbe un effetto non voluto, inaspettato, perché mostrò una realtà viva, e allora, proprio come un lampo che attraversa la mente, arrivò la rivelazione: non stavano sognando, era tutto vero. Il lungolago, libero dal fruscio del traffico, apparteneva a chi aveva deciso di attraversarlo lentamente, sembrava un sogno che, per una volta, aveva deciso di non svanire al risveglio.
La Redazione