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La cena della vigilia

La veglia natalizia

Nel presepe napoletano, tra pastori indaffarati, mercanti dal volto scavato, zampognari che soffiano fiati d’inverno e osti che rimescolano pentole fumanti, affiorano anche cibi d’ogni sorta. Sembrano parlare, con il loro silenzioso abbondare, e ci conducono alla cena della Vigilia di Natale, che ha anch’essa un profondo significato simbolico.

Questa cena porta con sé un significato profondo, al tempo stesso simbolico, culturale e religioso. Nelle comunità cristiane d’Italia e dei Paesi latini è un momento sospeso: una soglia di raccoglimento e purificazione, una preparazione dell’anima al Natale. Si celebra la nascita di Gesù, la luce che entra nel mondo, la speranza che si riaccende. In quello stesso spirito, si rivolgono pensieri a chi non c’è più: anime care che, secondo la promessa cristiana, rinasceranno nella vita eterna. La Vigilia diventa così un abbraccio di memoria, attesa e silenziosa tenerezza: un invito alla condivisione e alla riflessione sui valori dell’amore e della pace.

La parola “vigilia” viene dal latino vigiliae: veglia, attesa ed effettivamente il convivio serale del 24 dicembre è una veglia simbolica, una luce accesa nella notte in onore dell’imminente arrivo di Cristo.

In molte tradizioni cattoliche, la cena della Vigilia osserva la forma di un digiuno rituale: non una privazione, ma un gesto di rispetto. È la cosiddetta cena “di magro”, che rinuncia alla carne rossa, simbolo di opulenza e festa, e si rivolge invece a cibi più umili, più puri, come se la tavola dovesse imitare la povertà della grotta.

L’assenza di carne rossa deriva dalla tradizione del digiuno vigiliale, un retaggio antichissimo e largamente diffuso, perché la carne era simbolo di festa, ricchezza e piacere e rinunciarvi significava prepararsi alla luce con umiltà.

I piatti di magro, spesso a base di pesce, evocavano il Cristo ΙΧΘΥΣ (il pesce, simbolo dei primi cristiani). Da qui nascono tradizioni regionali molto radicate come la “serenata ai capitoni” a Napoli, il baccalà in Veneto, l’anguilla nel Lazio, lo stoccafisso e la “scanata” in Sicilia.

Tutto questo contrasta volutamente con l’abbondanza dell’osteria del presepe, dove il mondo continua la sua baldoria, mentre la famiglia si raccoglie in silenzio.

La Vigilia diventa anche questo: una grande chiamata alla famiglia. Non per caso si ripete da secoli: “Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi”. Forse, come ammiccano i più pratici, per ragioni climatiche; ma il cuore sa che Natale parla alle radici, alla casa, alle tradizioni domestiche che simboleggiano amore, unità, solidarietà tra i familiari e, più in generale, tra gli esseri umani.

Nella notte in cui il cielo sembra respirare insieme alla terra, la tavola della Vigilia e il presepe si rispecchiano: entrambi narrano il mistero di una nascita che appartiene al mondo e alla storia, ma anche alle nostre piccole cucine, ai nostri silenzi, ai nostri affetti.

 

La cena di magro

La cena della vigilia, rigorosamente “di magro”, si componeva a Napoli di varie portate:

 

I cibi di rito della cena della vigilia sono i vermicelli, il cavolfiore, i pesci di ogni specie, e massime il capitone e l’anguilla, gli struffoli (pasta dolce con miele e tagliuzzata), i mostaccioli, i susamielli, ogni sorta di seccumi, le ostriche, ed altri camangiari di magro, che s’imbandiscono a seconda del gusto e dell’agiatezza delle famiglie

 

Questo riporta Francesco Mastriani nel saggio “Natale a Napoli”, che si trova in “Costumi e tradizioni di Napoli e contorni descritti e dipinti”, un testo della fine dell’Ottocento diretto da Francesco De Bourcard.

Il banchetto della Vigilia e quello di Natale, in Campania, hanno un carattere religioso e, in particolare a Napoli, il cenone è intriso di una simbologia ricca di significati, gesti rituali e antiche tradizioni che affondano le loro radici in epoche remote. Le portate sono chiamate “divozione”, e ogni piatto è un segno di rispetto per antiche usanze. Ogni pietanza è un gesto rituale, un omaggio ad usanze così antiche da precedere il Cristianesimo stesso. Infatti molte ricette della Vigilia sono figlie dei riti propiziatori pagani di fine anno, quando gli uomini cercavano negli elementi della natura un segno di benevolenza per il futuro.

Per questo, alla Vigilia non si cucina mai carne bovina, la carne rossa, simbolo di ricchezza e sangue, ma si sceglie il pesce: cibo “puro”, ritenuto libero da spiriti maligni secondo le credenze popolari; creatura dell’acqua, che è l’elemento vitale per eccellenza, grembo della vita e simbolo di rinascita. Così il mare entra nelle case: vongole che schiudono desideri, baccalà che porta fortuna, capitoni che fendono la notte come serpenti addomesticati dalla fede.

 

Un posto per chi non c’è più

Anticamente, in molte famiglie, la tavola restava apparecchiata anche dopo il cenone, con un posto in più. Non era per un ritardatario: era per i defunti, che, si diceva, nella notte di Natale tornavano a visitare i luoghi amati. Poiché non si sapeva sotto quale forma potessero presentarsi, si invitava a cena un povero, simbolo di Cristo ma anche possibile incarnazione dell’anima di un caro. Era un gesto di amore, di timore, di speranza: una porta socchiusa tra i mondi.

In questa notte che unisce vivi e morti, passato e presente, cucina e sacralità, la famiglia si raccoglie. Non per caso si ripete da secoli: Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”. Il Natale chiede radici: vuole la casa, la storia, la memoria. Vuole che ci si sieda vicini, non per abitudine, ma per ricordare che, come la nascita che si attende, anche noi possiamo rinascere, se abbiamo accanto qualcuno da amare.

 

Il simbolo del male

Il capitone (Anguilla anguilla), pesce osseo membro della famiglia degli Anguillidae, ha un corpo serpentiforme ed è la femmina dell’anguilla; può superare il metro di lunghezza e raggiungere i 6 kg di peso, mentre il maschio, molto più piccolo (circa 60 cm e 200 g), è detto “ceco”.

Da notare che le anguille migrano per raggiungere il Mar dei Sargassi (nell’Atlantico), dove depongono le uova e poi muoiono. I leptocefali, le larve schiuse dalle uova di questi pesci, migrano impiegando tre anni per tornare nel Mediterraneo, in Europa e in Nord Africa, da dove provenivano i loro genitori, risalendo la corrente dei fiumi. Nel presepe, il male è collocato nella parte superiore della rappresentazione, da dove provengono i fiumi, proprio là dove le anguille iniziano simbolicamente un nuovo ciclo di vita.

Il capitone ha un aspetto sinistro. In effetti, è un piatto interpretato come simbolo della paura dei cristiani: il serpente, simbolo del male nella Bibbia. Viene acquistato vivo (può resistere a lungo fuori dall’acqua), ucciso mozzandogli la testa, poi tagliato a fette per essere cucinato. Se ne consuma la carne cotta per esorcizzare le paure, sconfiggendo simbolicamente il diavolo e auspicando un periodo di pace e prosperità nel nuovo anno.

Motivi più pratici e materiali portano però a pensare che, dietro questa credenza, vi sia una motivazione pratica: il capitone è un pesce molto grasso, in passato davvero comune e accessibile anche a chi aveva pochi mezzi economici, ideale per chi necessitava di mangiare qualcosa di sostanzioso. Perciò, la superstizione ha avuto la funzione di incoraggiare la gente a nutrirsene. Attualmente l’anguilla europea è considerata una specie in pericolo critico di estinzione.

 

Il pasto dei Saturnali romani

Prima del dessert, quando il cenone sembra placarsi e il tempo rallenta il suo respiro, sulla tavola compaiono i piccoli tesori della frutta secca: fichi zuccherini, noci robuste, mandorle d’ambra, pistacchi dal cuore verde, nocciole rotonde e arachidi dal sapore rustico e con essi i datteri, scuri come la terra del deserto, lucenti come una promessa.

Non sono semplici bocconi di fine pasto: sono tracce di antichi banchetti, ombre lontane dei Saturnali romani, quando l’inverno si illuminava di feste e il mondo, per pochi giorni, si capovolgeva. In quei riti pagani si scambiavano noci come monete di buon augurio, fichi come simbolo di fertilità, frutti secchi come pegni di abbondanza. Nutrimenti che duravano a lungo, adatti ai mesi gelidi, carichi di significati nascosti, continuità culturale di antichi riti.

Ancora oggi, queste piccole ricchezze vengono portate in tavola prima del dolce, quasi fossero un ponte tra ciò che è stato e ciò che deve venire. La frutta secca racchiude il calore dell’estate, custodito in un guscio: è energia compressa, promessa di vita, auspicio di prosperità per l’anno che nasce.

I datteri, poi, aggiungono un soffio d’Oriente: ricordano le terre da cui provengono le radici del Natale, le oasi che salvano i viandanti, la dolcezza che si scopre dopo un cammino difficile. Sono cibo biblico e pagano insieme, memoria di carovane, di nomadi in viaggio verso una luce.

Un rito silenzioso che rinnova un’antica eredità: accogliere la buona sorte, ricordare gli antenati, invitare l’abbondanza a sedere con noi per l’anno che verrà.

 

Gli struffoli per interrompere la linearità del tempo

Fra i dolci del Natale, nessuno porta con sé un’eco più antica degli struffoli, piccole sfere dorate che scintillano di miele e memoria. La loro preparazione, come accade per il capitone, affonda le radici in un gesto rituale: l’impasto, prima filato in lunghi cordoni, viene tagliato a piccoli frammenti, quasi a riproporre, in forma simbolica, il corpo spezzato di un serpente.

In questo atto si cela un’antica speranza: interrompere la linearità del tempo, fermare per un istante il presente che scivola via, e aprire la porta a un ciclo nuovo, più giusto e propizio. Così ci ricorda Roberto De Simone, quando parla dei riti che attraversano sotterraneamente la tradizione partenopea, sopravvivendo sotto il velo del folklore.

 

Da antiche fonti collegate al mondo pagano sappiamo che molti cibi graditi ai morti possono essere costituiti dai semi. Oltre il melograno, frutto esemplare in tal senso, pietanze a base di fave e lupini, consumate in periodi particolari, rappresentano evidentemente dei cibi funerari: alimento a base di semi è anche tutta la cosiddetta frutta natalizia come mandorle, noci, nocciole, castagne, pinoli. Il senso infero di questi frutti si evince dal fatto che a essi, come leggiamo nella favolistica popolare, sono attribuiti straordinari poteri magici.” e ancora “Con ingredienti a base di mandorle, di miele e di zucchero sono confezionati i classici dolci natalizi – raffioli, torroni e confetti, pasta di mandorle o pasta reale. … rappresentativo della tradizione natalizia è anche il sesamello o susamiello, confezionato con fichi secchi e odorosi semi di sesamo: ingredienti che riconducono al mondo degli inferi. Un tempo v’era inoltre il rito di lasciare i dolci natalizi e la frutta secca a tavola anche dopo che si era sparecchiata la mensa, quasi dovessero rimanere a disposizione delle anime vaganti di notte”.

 

Una volta fritti, gli struffoli vengono raccolti in forme tonde, corone, montagne luminose, piccoli soli domestici, e il miele li avvolge come una benedizione. È un gesto che viene da lontano: il dolce d’api, simbolo di fecondità e buon auspicio nei culti mediterranei, diventa promessa di dolcezza per l’anno che nasce, collante reale e simbolico della comunità riunita attorno alla tavola.

Nell’antico Natale napoletano, soprattutto nei conventi femminili, preparare gli struffoli era un rito corale: mani diverse impastavano, friggevano, decoravano, creando migliaia di piccole offerte da donare a familiari e benefattori. Un gesto semplice che, nella sua umiltà, racchiudeva un intero universo di gratitudine e reciprocità.

Così gli struffoli non sono soltanto un dolce: sono un amuleto domestico, una piccola costellazione dorata che illumina la cucina nelle notti di dicembre. Ogni granello è un granello di tempo, un frammento di futuro, un augurio.

 

 

Brano tratto dal libro “Il senso nascosto del Presepe” disponibile solo on line al link: https://bookabook.it/libro/il-senso-nascosto-del-presepe/

Riccardo Agresti

Una serata speciale firmata Bracciano Basket

Riceviamo e pubblichiamo

Ieri sera abbiamo vissuto un momento di grande convivialità con la nostra cena di fine anno, dedicata allo scambio di auguri tra Serie C, staff, società e sponsor, alla presenza degli ospiti d’onore Lorenzo Fontana Presidente FIP Lazio, Alessandro Pellas V.Presidente CSI Roma e Marco Crocicchi Sindaco di Bracciano.

Un’occasione preziosa per celebrare insieme un anno ricco di successi, crescita e soddisfazioni, dentro e fuori dal campo.

La serata è stata anche l’occasione per festeggiare il compleanno del nostro Nicolò Cacciuni, che purtroppo si è reso protagonista di un brutto infortunio nell’ultima partita casalinga.

Per lui un regalo speciale, simbolo dell’unione del nostro club: un pallone firmato da tutti i giocatori, partendo dal settore giovanile fino alla prima squadra. Perché Bracciano Basket è questo: famiglia, supporto e spirito di squadra, sempre.

Consigli pratici per mantenere le piante natalizie

Tutti noi abbiamo in casa delle piante perché sono un perfetto adorno e perché ci piace prendercene cura non solo in casa ma anche in giardino.

Sono molte le piante che fioriscono in inverno spesso fiorite di splendidi colori come il rosso ad esempio che fa tanto Natale; infatti la pianta spesso preferita da regalare a natale è proprio la  euforbia pulcherrima  detta anche stella di Natale. Dalle splendide foglie rosse o brattee con all’interno infiorescenze che servono per l’impollinazione, questa pianta si conserva benissimo in casa mantenuta con acqua e con una forma di calore indiretta.

La stella di Natale dipendendo dalle sue dimensioni si presenta bene come centro tavola oppure sul pavimento come adorno nella nostra sala e regala subito quell’atmosfera che ci fa pensare che il Natale è vicino. Altra pianta molto invernale che fiorisce nel periodo di Natale è una pianta facente parte delle bromielacee e si chiama infatti “cactus di Natale o “natalina”.

Ovvero una pianta grassa che fa splendidi fiori e che ha per natura, bisogno di poca attenzione, ha bisogno di poca acqua ma di luce, è un simpatico adorno per i nostri mobili, da tenere in camera magari oppure sul nostro balcone, i suoi fiori sono bellissimi e colorati, di colore bianco, rosso, viola. L’ilex è un’altra pianta che con le sue tipiche bacche rosse può essere usata come segnaposto durante le nostre cene natalizie o come adorno per le festività.

L’helleborius più comunemente chiamato elleboro fa parte della famiglia delle ranunculacee anch’esso fiorisce in inverno ed ha fiori tra il bianco ed il rosa, anche i ciclamini sono assai graziosi e non meno importanti, di fioritura invernale preferiscono il freddo vanno conservati al fresco ed in un luogo a mezz’ombra.

Ma il re delle feste si sa è l’abete , ce ne sono bellissimi e d altissimi spesso nelle piazze delle grandi città proprio perché simboleggiano il Natale in tutta la sua essenza, l’abete tipico bianco o abies alba, è il genere più diffuso in Italia ma se reciso e addobbato non ha possibilità di sopravvivere e presto comincerà a perdere i suoi bellissimi aghi, meglio invece con le radici perché una volta finito il Natale se si ha spazio si potrà piantare in giardino ed avere così uno splendido albero di Natale l’anno successivo.

Ilaria Morodei

 

 

Un Natale di legami, memoria e comunità: pubblicata la graduatoria del bando per i Centri Sociali Anziani

Riceviamo e pubblichiamo
È stata pubblicata la graduatoria del bando per la concessione di contributi agli Enti del Terzo Settore della Città Metropolitana di Roma Capitale, gestori dei Centri Sociali Anziani comunali, dedicato alla realizzazione di iniziative che restituiscono al Natale il suo significato più autentico: stare insieme, riconoscersi, trasmettere memoria e umanità attraverso l’incontro fra generazioni.
Ad annunciarlo è il Sindaco della Città Metropolitana di Roma Capitale, Roberto Gualtieri, che sottolinea il valore umano e civile dell’iniziativa:
«Il Natale è, prima di tutto, un tempo di relazioni. Con questo bando abbiamo voluto sostenere luoghi che custodiscono la memoria viva delle nostre comunità e la trasformano in legame, accoglienza e futuro. I Centri Sociali Anziani non sono spazi di attesa, ma di presenza attiva, dove le storie diventano patrimonio comune e l’incontro tra generazioni costruisce una comunità più giusta e solidale».
A seguire, la Consigliera delegata alle Politiche sociali della Città Metropolitana di Roma Capitale, Tiziana Biolghini, evidenzia la portata sociale e territoriale dell’intervento:
«Queste risorse sostengono un’azione forte e diffusa che attraversa l’intero territorio metropolitano, da Roma Capitale ai 120 Comuni.
Le attività finanziate parlano di prossimità, inclusione e cura: sono occasioni concrete per contrastare la solitudine, rafforzare i legami e riconoscere il valore delle persone anziane come protagoniste della vita comunitaria. Il Natale diventa così un tempo di diritti, di dignità e di partecipazione».
Sono numerose le attività finanziate, distribuite in modo esteso e omogeneo tra Roma Capitale e i 120 Comuni della Città Metropolitana di Roma Capitale: un’azione forte, condivisa e radicata nei territori, che rende il Natale un’esperienza collettiva e inclusiva, capace di raggiungere anche i contesti più piccoli e periferici.
Le progettualità sostenute daranno vita a momenti di condivisione, ascolto e partecipazione, in un percorso che unisce memoria, tradizioni e futuro, mettendo al centro la cura delle persone e dei legami sociali.
La graduatoria è consultabile sul sito istituzionale della Città Metropolitana di Roma Capitale.

Il significato profondo dei regali, quando il dono nutre la crescita e quando invece diventa dipendenza. Intervista ad Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana

Di Marialuisa Roscino

Lucattini: “Accompagnare i bambini nel processo decisionale, guardare gli oggetti, confrontarli, chiedersi cosa davvero serve o cosa desiderano di più, rappresenta un piccolo laboratorio esperienziale e quindi mentale. Qui il bambino impara a desiderare, ma anche ad attendere, a rinunciare, a sopportare la frustrazione: competenze che costituiscono la base della maturazione del Super-Io e delle funzioni di autoregolazione”.

Dott.ssa Lucattini, in che modo un consumo consapevole, accompagnato e guidato dai genitori, può trasformarsi in un’occasione educativa che favorisce la maturazione emotiva e identitaria dei bambini?

Nella vita quotidiana, il momento degli acquisti è spesso visto come un’azione pratica scegliere un oggetto o valutarne il prezzo, pagare. Ma per un bambino, soprattutto se vissuto insieme a un genitore, questo momento può diventare molto di più: un vero spazio di apprendimento emotivo e relazionale. Nel contesto attuale, caratterizzato da stimoli continui e gratificazioni immediate, educare alla scelta è sempre più importante.

Accompagnare i bambini nel processo decisionale, guardare gli oggetti, confrontarli, chiedersi cosa davvero serve o cosa desiderano di più, rappresenta un piccolo laboratorio esperienziale e quindi mentale. Qui il bambino impara a desiderare, ma anche ad attendere, a rinunciare, a sopportare la frustrazione: competenze che costituiscono la base della maturazione del Super-Io e delle funzioni di autoregolazione.

Scegliere un oggetto implica inevitabilmente lasciare da parte altro: questo gesto, apparentemente semplice, è in realtà un esercizio interno potente, che insegna a distinguere ciò che è prezioso da ciò che è superfluo e rafforza la costruzione di un Sé più stabile e coerente.

Quando il momento dell’acquisto viene vissuto all’interno della relazione con il genitore, il bambino sperimenta non solo la scelta in sé, ma soprattutto l’essere accompagnato nella scelta: un’esperienza affettiva che sostiene la crescita psicologica e crea sicurezza interna. Non è più una semplice transazione, ma una condivisione di significato, in cui si esplora la libertà, la responsabilità e la capacità di autoregolarsi.

Questi processi sono confermati anche dalla letteratura scientifica: uno studio molto influente pubblicato sul Journal of Youth Studies (2012) ha mostrato che un alto livello di consumerismo in preadolescenza si associa a maggiore vulnerabilità psicologica, minor benessere e maggiori difficoltà nella costruzione di un’identità stabile. Al contrario, i giovani guidati nella riflessione sulle proprie scelte di acquisto sviluppano maggiore autonomia emotiva, tolleranza alla frustrazione e capacità decisionali più mature.

Da cosa nasce, secondo Lei, nei bambini il desiderio insistente di avere molti giochi e come possiamo comprenderlo?

 Il desiderio pressante di ricevere continui oggetti non è solo un capriccio, spesso è l’espressione di un tentativo inconscio di colmare un vuoto interno, una tristezza o una sensazione di mancanza difficile da nominare. In psicoanalisi, i giochi possono assumere la funzione di oggetti transizionali, che aiutano il bambino a mantenere continuità affettiva e senso di sicurezza quando percepisce distanze, assenze o cambiamenti nella propria vita quotidiana (un genitore che lavora molto, l’arrivo di un fratellino, un trasloco, una separazione, ecc.).

A volte diventano veri oggetti-Sé, che il bambino usa per consolidare un senso di coesione psicologica ed evitare sensazioni di frammentazione emotiva: “se ho questo gioco con me, mi sento intero, tranquillo, forte”. Anche l’impulso al collezionismo, molto frequente nell’infanzia, rappresenta un modo di “ordinare il mondo interno” attraverso la ripetizione, la serie, l’accumulo: mettere in fila, catalogare, raccogliere, permette di dare una forma simbolica a emozioni e pensieri che, altrimenti, rischierebbero di essere percepiti come caotici.

Questa funzione regolativa degli oggetti nella vita psichica dei bambini è confermata anche da studi recenti sulla regolazione emotiva e sull’attaccamento agli oggetti: ad esempio, una ricerca di Fortuna e colleghi, pubblicata su Frontiers in Psychology (2014), ha mostrato come l’attaccamento a oggetti inanimati in bambini di 3 anni possa rappresentare un vero meccanismo di coping di fronte alla separazione dai caregiver e alle esperienze di stress legate al contesto di cura, sostenendo l’idea che questi oggetti contribuiscano a modulare ansia, senso di solitudine e insicurezza

Perché alcuni oggetti (dai giocattoli, ai videogiochi, ai vestiti) vengono vissuti dai bambini e soprattutto dai preadolescenti come veri e propri status symbol?

Nel passaggio dall’infanzia alla preadolescenza, gli oggetti iniziano ad assumere una funzione che va ben oltre il loro uso pratico. Giochi “di tendenza”, sneakers di marca, videogiochi desiderati diventano strumenti attraverso cui il bambino o il ragazzo si confronta con il mondo dei pari e cerca di definire la propria posizione all’interno del gruppo. In tali contesti, l’oggetto smette di essere un mero possesso: diventa un segno sociale, un linguaggio simbolico con cui affermare appartenenza, differenze, desiderio di riconoscimento.

Da una prospettiva psicoanalitica, questi oggetti possono rappresentare una forma di identificazione proiettiva positiva: il ragazzo investe simbolicamente nell’oggetto parte delle proprie aspirazioni, insicurezze o desideri di appartenenza, come se possederlo lo rendesse “adatto”, “in linea” con il gruppo, “riconosciuto”. Questo funzionamento può avere anche un ruolo evolutivo, infatti favorisce il consolidamento dell’identità personale e sociale, permette di sperimentare “immagini del Sé” diverse, di sentirsi inseriti, accolti.

Uno studio recente su Current Issues in Personality Psichology (2022) su adolescenti europei ha riscontrato che un alto livello di materialismo, cioè una forte importanza attribuita ai beni materiali, si associa con la costruzione del sé attraverso il consumo e con una maggiore propensione a interpretare gli oggetti come indicatori di identità.

Allo stesso tempo, questa dinamica può avere anche un potenziale “positivo”, almeno in senso evolutivo, se l’uso simbolico degli oggetti viene integrato in un contesto riflessivo e relazionale.

Attraverso la scelta e la negoziazione del consumo (per esempio con genitori consapevoli), l’adolescente può sperimentare il proprio desiderio, confrontarlo con la realtà, esercitare la capacità di simbolizzazione e investimento emotivo. In questo modo, l’“oggetto-status” non è solo segno di appartenenza o di competizione, ma può diventare anche un mezzo di espressione del Sé, un ponte tra il mondo interno e quello sociale, purché non coincida con l’unica fonte di valore del soggetto.

Come i genitori possono accompagnare i figli nella gestione dei desideri di acquisto e nell’attribuire un valore autentico agli oggetti, soprattutto in un contesto in cui il consumo è sempre più rapido e impulsivo?

Nella quotidianità familiare, il desiderio di nuovi oggetti emerge spesso con una certa urgenza: i bambini vivono immersi in stimoli continui (pubblicità, confronti con i coetanei) che amplificano il bisogno di “avere” per sentirsi all’altezza o per colmare momenti di noia o solitudine. In questo scenario, il ruolo dei genitori diventa centrale: sono loro i mediatori di realtà, coloro che aiutano il bambino a distinguere tra ciò che sembra indispensabile e ciò che realmente conta.

Dal punto di vista psicoanalitico, la trasmissione del valore degli oggetti non è un fatto materiale ma relazionale. Spiegare il senso di un regalo, raccontarne la storia, collegarlo a un momento vissuto insieme, permette al bambino di investire affettivamente l’oggetto, evitando che venga vissuto come un semplice riempitivo emotivo. Quando un dono porta con sé una narrazione del tipo “te lo do perché mi ricorda quanto sei stato coraggioso” oppure “questo libro lo leggevamo anche noi da piccoli”, il bambino impara che gli oggetti possono diventare ponti affettivi, contenitori di significati, non strumenti di compensazione immediata.

Questa capacità di simbolizzare gli oggetti e attribuire loro un valore interiore è fondamentale per sviluppare un rapporto sano con il consumo e con il desiderio.

Gli studi sulla vita familiare sul Current Perspectives in Psychology mostrano che routine e rituali condivisi (come scambiarsi regali significativi, leggere insieme, ricordare un evento attraverso un oggetto) aiutano i bambini a costruire una percezione stabile dei significati affettivi.

Qual è, invece, a Suo avviso, il valore di un regalo “pensato?

 I regali pensati, scelti considerando l’età, la personalità, i bisogni emotivi e i momenti significativi della crescita, hanno un effetto totalmente diverso. Un dono pensato diventa un oggetto narrativo, porta con sé un significato: racconta al bambino che è stato visto, ascoltato, considerato. Questo investimento affettivo permette all’oggetto di trasformarsi in simbolo, di acquisire profondità, di durare nel tempo nella mente del bambino.

Quando un oggetto è carico di senso, può svolgere una funzione evolutiva, sostiene nei momenti di cambiamento, aiuta a elaborare emozioni, diventa un punto di riferimento interno. Oggetti così investiti riducono la necessità di ricorrere continuamente a nuovi acquisti, perché nutrono il mondo interiore, anziché riempire vuoti momentanei.

Questa dinamica è confermata da studi psicologici reali che mostrano come i bambini sviluppino un legame più duraturo e meno consumistico con gli oggetti carichi di significati personali.

Un contributo fondamentale è dato dallo studio su Healthcare (2022), che mostra come gli oggetti associati a relazioni affettive sicure funzionino come regolatori emotivi gratificante, riducendo ansia, insicurezza e comportamenti impulsivi.

Quali consigli si sente di dare ai genitori?

-Dare un significato ai regali. Raccontare perché si è scelto un dono aiuta il bambino a viverlo come qualcosa di speciale e non come un oggetto qualunque, riducendo la ricerca compulsiva di nuovi acquisti;

-Stabilire occasioni precise per ricevere regali. Regole chiare (compleanni, feste, ricorrenze e “feste di non-compleanno”) aiutano a contenere il desiderio e a tollerare l’attesa, prevenendo richieste continue;

-Scegliere possibilmente insieme. Coinvolgere il bambino nella scelta lo aiuta a riflettere, confrontare e rinunciare, capacità fondamentali per la maturazione emotiva;

Parlare con chiarezza dell’influenza dei social e del mercato globale fin da piccoli. Guardare contenuti insieme e commentarli riduce l’effetto dei desideri “indotti” dagli influencer o dai coetanei online;

-Insegnare il valore e la cura per gli oggetti, riduce la tendenza a sostituirli rapidamente;

-Offrire sempre alternative non “materiali”. Proporre esperienze, giochi condivisi e tempo insieme insegna che la felicità non passa solo attraverso le cose;

-Essere un modello di consumo equilibrato. I bambini imitano ciò che vedono, genitori che comprano con consapevolezza aiutano i figli a sviluppare un rapporto più sano con il desiderio e con gli oggetti che li circondano.

 

“Il Natale di Maria” alla chiesa della Collegiata

Il Natale si sa non è veramente Natale se la città non è vestita a festa, addobbi, colori, l’albero di Natale al centro della piazza, certo questo crea una bella atmosfera ma ciò che ha reso veramente speciali queste feste sono state la stagione dei concerti natalizi offerti in abbondanza ad Anguillara Sabazia.

In particolare domenica ventuno dicembre si è  tenuto in forma gratuita il concerto  formato dall‘insieme vocale “Daltrocanto”  tutto al femminile e diretto da Elisabetta Bertini. Ai vari canti ispirati al Natale si sono alternate quattro fasi narranti la storia dell’avvento tratte dal libro di Erri De Luca “in nome della madre” le cui voci narranti durante lo spettacolo erano quelle di Carla Creo e Giovanni Rago.

Il coro  tutto al femminile ha fatto ottime esecuzioni ed è stato capace di farci respirare una vera atmosfera natalizia nella chiesa della collegiata di Anguillara Sabazia.  Il coro si è costituito negli anni duemila ove si pratica la musica a livello amatoriale ma si coltivano anche relazioni interpersonali.

Il concerto era indetto dall’associazione scuola orchestra che opera da circa trentacinque anni sul territorio di Anguillara Sabazia ed è stata fondata dal maestro Alfredo Bellaccini, Alessio Boni  e Angelo Moreno , nell’associazione ci sono vari gruppi di musica d’insieme come  cori e gruppi strumentali e vi possono accedere persone dai tre anni fino ai sessanta.

La presidente dell’associazione è Annarosa Sprocati mentre la vicepresidente si chiama Mara Scaperrotta. Nell’associazione si fanno varie attività strumentali , si organizzano diversi concerti durante il periodo natalizio poiché le offerte che si lasceranno dopo il concerto verranno dedicate a telethon.

L’associazione scuola orchestra collabora inoltre con molti cori ed è sempre partecipe ad iniziative solidali, i loro maestri insegnano canto sia lirico che leggero  , violino e chitarra , e la propedeutica per i bambini dai tre anni in poi. attualmente l’associazione conta di ben centocinquanta iscritti.

Ilaria Morodei

Agricoltura: approvata norma Nocco per rafforzare la sanità veterinaria pubblica

Riceviamo e pubblichiamo

Più tutele per la salute pubblica e animalepiù strumenti per contrastare epizoozie e zoonosi, più riconoscimento ai medici veterinari del territorio: sono questi gli obiettivi raggiunti grazie all’approvazione dell’emendamento a prima firma della senatrice Maria Nocco (Fratelli d’Italia), inserito nella Manovra durante i lavori in corso in Commissione Bilancio a Palazzo Madama.

La norma interviene in modo strutturale sul sistema sanitario nazionale, prevedendo che i medici veterinari specialisti ambulatoriali convenzionati – titolari al 1° gennaio 2026 di un incarico a tempo indeterminato da 38 ore settimanali e in possesso del titolo di specializzazione richiesto – possano, previo giudizio di idoneità, essere inquadrati nei ruoli dirigenziali delle aziende sanitarie, con il trattamento previsto dal contratto nazionale dell’area dirigenziale veterinaria.

L’obiettivo è duplice: rafforzare la capacità operativa della sanità veterinaria pubblica nei territori, sempre più esposta al rischio di emergenze sanitarie animali, e valorizzare le competenze maturate dai professionisti già attivi nel sistema, in una logica di riconoscimento dell’esperienza e di equità contrattuale.

Con questa norma rafforziamo la prima linea di difesa del nostro sistema sanitario contro le malattie animali che possono mettere a rischio intere filiere agroalimentari o trasformarsi in emergenze per la salute pubblica – dichiara la senatrice Maria Nocco (FdI) – La prevenzione passa da un presidio veterinario efficiente e diffuso sul territorio. L’emendamento che ho proposto – aggiunge – risponde a una duplice esigenza: quella di potenziare la risposta del SSN alle emergenze sanitarie e quella di valorizzare il lavoro quotidiano dei veterinari convenzionati, che troppo spesso sono rimasti invisibili nonostante l’impegno, la continuità e la qualità del loro servizio”.

L’inquadramento sarà possibile senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, grazie a un meccanismo di compensazione fondato sulla riduzione progressiva delle ore di specialistica convenzionata a seguito dei nuovi inquadramenti o delle cessazioni già intervenute. Le Regioni dovranno rendicontare annualmente gli inquadramenti effettuati, le risorse utilizzate e le ore convenzionali disattivate, garantendo così trasparenza e sostenibilità del processo.

“È una svolta attesa e concreta, che risolve una criticità segnalata da anni dai territori e dalle associazioni di categoria, che ringrazio per la collaborazione e il sostegno – conclude Nocco –. Mettiamo fine a un’inspiegabile sottovalutazione del ruolo dei veterinari nella sanità pubblica e investiamo con coraggio nella prevenzione, nella sicurezza alimentare e nella tutela della salute collettiva. È così che si difende davvero l’agricoltura italiana”.

CIAMPINO. COMPLIMENTI A ELETTI CONSIGLIO COMUNALE DEI GIOVANI

Riceviamo e pubblichiamo

Voglio inviare a tutte le elette e gli eletti del Consiglio Comunale dei giovani di Ciampino e al neo Presidente del Consiglio, Lorenzo Fanasca, i miei complimenti e il mio in bocca al lupo per questo bellissimo traguardo. Hanno una ‘missione’ importantissima, fondamentale soprattutto oggi: dare nuovo slancio e nuova linfa a quel concetto di partecipazione che purtroppo tra i più giovani rischia di annacquarsi.

A loro anche il compito di essere parte attiva nelle scelte dell’amministrazione collaborando in maniera propositiva e fattiva con l’energia, le idee e i progetti che li hanno fin qui contraddistinti.

Lo dichiara la consigliera regionale del Pd Lazio, Michela Califano

PLURALISMO E LIBERTA’: “PROFONDO CORDOGLIO PER LA SCOMPARSA DI GIOVANNI MASOTTI”

Riceviamo e pubblichiamo

“Esprimiamo profondo cordoglio per la scomparsa di Giovanni Masotti, volto storico del giornalismo televisivo, morto oggi a Roma all’età di 74 anni”. Così in una nota il Coordinamento nazionale di Pluralismo e Libertà, presente in Stampa Romana, Fnsi, Inpgi e Casagit.

“Professionista di grande esperienza, Masotti ha lavorato nelle principali testate italiane e per decenni in Rai, dove è stato inviato, conduttore e vicedirettore del Tg2, oltre a corrispondente dall’estero”, ricordano gli esponenti di Pluralismo e Libertà, “Negli ultimi anni aveva guidato la testata viterbese Lamiacittànews, tornando a un giornalismo vicino ai territori. Pluralismo e Libertà ricorda Giovanni Masotti per il rigore, la passione civile e l’indipendenza di giudizio che hanno guidato tutta la sua carriera. Ai familiari, ai colleghi e a quanti lo hanno conosciuto e stimato porgiamo le nostre più sentite condoglianze”.

Progressioni verticali per il personale del Comune di Cerveteri: da categoria C a D

Riceviamo e pubblichiamo

L’Assessore al Bilancio e Personale Alessandro Gazzella: “Un riconoscimento non tanto sul lato economico, ma su quello del prestigio e delle prospettive future”

“Una misura che punta a promuovere e valorizzare il personale del nostro Ente. In questi giorni è stato pubblicato un bando di progressione verticale, con il quale gli istruttori di Categoria C a tempo indeterminato ed in possesso dei requisiti previsti dalla norma, di diventare una Categoria D, passaggio che consentirà loro di poter ambire in ottica futura a ruoli ed incarichi di maggiore spessore quali quelli di elevata qualificazione”. A dichiararlo è Alessandro Gazzella, Assessore al Personale e al Bilancio del Comune di Cerveteri.

“Sono interessati dal bando tutti i dipendenti a tempo indeterminato del Comune di Cerveteri, inclusi tecnici, personale amministrativo e personale in forza al corpo della Polizia Locale – ha aggiunto l’Assessore Alessandro Gazzella – è chiaro che il riscontro per il personale interessato non è tanto dal lato economico, ma lo è più dal lato del prestigio e delle prospettive lavorative future.

Un riconoscimento che crediamo sia doveroso per il lavoro e l’impegno grazie al quale ogni giorno affiancano l’Amministrazione comunale nel portare avanti e nel raggiungere gli obiettivi programmatici”.

“Una progressione verticale questa estremamente attesa dai nostri Dipendenti – aggiunge l’Assessore Gazzella – una manovra che già alcuni anni fa, sempre durante questo mandato, è stata applicata, quando il mio ruolo era ricoperto da Alessandro Gnazi, con i dipendenti che si trovavano in Categoria B, verticalizzati poi in C. Un impegno anche questo che avevamo preso con il nostro personale e che abbiamo mantenuto.

Ci tengo con l’occasione a ringraziare il Segretario Generale, Dottoressa Giuseppina Antonelli, il Dirigente Dottor Emiliano Magnosi, la Responsabile del Servizio Risorse Umane Dottoressa Gloria Cesarini,  e l’Ufficio Risorse Umane che hanno lavorato affinché venisse raggiunto questo obiettivo”.