Blog Pagina 254

Crans-Montana: dalla tragedia evitabile alla responsabilità istituzionale. La prevenzione come diritto umano non derogabile

Riceviamo e pubblichiamo

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime il più profondo cordoglio per le quaranta giovani vite spezzate nella tragedia di Crans-Montana e si stringe, con rispetto e partecipazione, alle famiglie delle vittime, ai feriti e alle comunità colpite in Italia, in Svizzera e negli altri Paesi coinvolti. In modo particolare, il nostro pensiero va ai giovani cittadini italiani Achille Barosi, Chiara Costanzo, Giovanni Tamburi, Emanuele Galeppini, Riccardo Minghetti e Sofia Prosperi, i cui nomi non possono e non devono essere consegnati a una memoria fugace, ma assunti come monito permanente per le istituzioni e per la società civile.

Il rientro in patria delle salme, organizzato con il concorso dello Stato, e la partecipazione collettiva al lutto nazionale proclamato dalla Confederazione Elvetica rappresentano atti di doverosa vicinanza. Tuttavia, il dolore condiviso non può esaurirsi nella dimensione commemorativa. Le parole che hanno definito quanto accaduto una tragedia evitabile impongono una riflessione pubblica rigorosa, che chiama in causa il concetto stesso di responsabilità istituzionale e di tutela dei diritti fondamentali.

Quando la morte di ragazze e ragazzi, molti dei quali minorenni, è riconducibile a carenze strutturali, a inadeguate misure di sicurezza o a una cultura della prevenzione considerata secondaria, non siamo di fronte a una fatalità imprevedibile. Siamo di fronte a una violazione grave e sistemica del diritto alla vita, alla sicurezza e alla protezione della persona, diritti che non possono essere subordinati a interessi economici, a prassi approssimative o a un’accettazione rassegnata del rischio.

La sicurezza non è un atto burocratico né un adempimento episodico: è un dovere giuridico continuo e una responsabilità etica che riguarda enti pubblici, gestori privati, organi di controllo e decisori politici. In questa prospettiva, la prevenzione non è un’opzione, ma un diritto umano essenziale, la cui mancata attuazione produce conseguenze irreversibili. Ogni giovane vita perduta per negligenza rappresenta un fallimento collettivo che interroga la qualità delle nostre istituzioni e il grado di maturità democratica delle nostre società.

Come Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, riteniamo che questa tragedia debba tradursi in un’assunzione di responsabilità chiara, trasparente e verificabile. È necessario rafforzare le politiche di controllo, vigilanza e sicurezza, ma è altrettanto imprescindibile investire in una solida educazione ai Diritti Umani, alla legalità, alla prevenzione e alla responsabilità civica. La scuola, in quanto luogo di formazione della coscienza democratica, non può limitarsi a trasmettere conoscenze, ma deve contribuire a costruire una cultura della tutela della vita, del rispetto delle regole e della consapevolezza dei rischi.

Il silenzio composto delle commemorazioni, la dignità delle famiglie, la dedizione dei soccorritori, delle forze dell’ordine e del personale sanitario meritano riconoscenza e rispetto. Ma il rispetto più autentico per le vittime si realizza solo attraverso l’azione: nell’accertamento rigoroso delle responsabilità, nella revisione delle procedure, nella prevenzione concreta di nuove tragedie. Ogni ritardo, ogni ambiguità, ogni tentativo di archiviazione simbolica rappresenterebbe un’ulteriore ferita alla memoria dei giovani scomparsi.

Ricordare Achille Barosi, Chiara Costanzo, Giovanni Tamburi, Emanuele Galeppini, Riccardo Minghetti e Sofia Prosperi significa assumere un impegno pubblico e duraturo: fare della tutela della vita umana un principio non negoziabile e della prevenzione una priorità reale. Solo così il dolore potrà trasformarsi in coscienza civile, responsabilità istituzionale e impegno educativo, affinché nessun’altra notte si accenda di fiamme alimentate dall’indifferenza.

prof. Romano Pesavento

presidente CNDDU

Né Re, né Maghi (parte 5 di 5)

In movimento

I magi sono le uniche statuine “mobili” del presepe, nel senso che, posizionati inizialmente molto lontano dalla grotta, vengono spostati pian piano, ogni giorno, per avvicinarli alla mangiatoia, che raggiungeranno dodici giorni dopo il Natale, il 6 gennaio, provenendo da sinistra del presepe, ovvero dalla destra del Bambinello. l movimento quotidiano delle statuine non è un’invenzione moderna, ma una pratica attestata già nell’Ottocento.

Questo schema ha un preciso valore simbolico. Nelle convenzioni iconografiche, l’Oriente è collocato a sinistra, il luogo da cui sorge la luce. I Magi, provenienti dall’Oriente, entrano dunque da quella direzione. Nelle absidi e nei mosaici paleocristiani (ad esempio a Ravenna, Sant’Apollinare Nuovo, VI secolo), i Magi sono raffigurati in processione da sinistra verso la Vergine e il Bambino. Questo modello si è poi consolidato nei secoli. La tradizione popolare ha ereditato questa disposizione, anche se con varianti locali.

 

La Befana

Collegata ai Re Magi da un racconto religioso per bambini, esiste una figura misteriosa e un po’ stregata, che non compare mai nel presepe e che vive solo nella fantasia della penisola italiana. Eppure, merita di essere ricordata perché porta con sé un incanto tutto speciale: la Befana, la cui festa illumina la notte dell’Epifania.

Il suo nome, curioso e antico, non è altro che il dolce eco di ἐπιφάνεια, “rivelazione”, come se lei stessa fosse un segreto svelato tra le stelle d’inverno.

La Befana è una vecchina avvolta in stracci color della polvere, eppure nei suoi occhi brilla la luce dei miracoli. Nella notte più fredda dell’anno, quando il mondo sembra trattenere il respiro, ella monta la sua scopa volante e attraversa i cieli d’Italia. Passa di camino in camino per riempire le calze dei bambini buoni con dolciumi, frutta secca e piccoli giocattoli; e quando incontra chi non è stato gentile, lascia soltanto un pizzico di carbone o, talvolta, un ciuffo d’aglio birichino.

Si racconta che tutto ebbe inizio quando i Re Magi, durante il loro lungo viaggio verso Betlemme, bussarono alla porta di una casetta solitaria. Là abitava una vecchina dal cuore buono, sebbene un po’ diffidente, che si affacciò al chiarore della stella. I tre saggi le chiesero indicazioni per raggiungere il Bambino appena nato e la invitarono con loro, promettendole che avrebbero visto il Re destinato a cambiare il mondo. Ma la donna, timorosa come un pettirosso d’inverno, scosse il capo e chiuse piano la porta.

I Magi proseguirono, mentre la stella li guidava verso la mangiatoia.

Quella notte, però, la vecchina non riuscì a prendere sonno: il vento bussava alle finestre, come per rimproverarla, e il suo cuore si riempì di una tristezza luminosa. Allora raccolse in un sacco dolci, frutta e piccoli doni e uscì correndo nella notte gelida per raggiungere i tre viaggiatori. Corse e corse, ma ormai era tardi: i Magi erano già arrivati a Betlemme e i loro doni brillavano davanti a Gesù.

Affranta, la vecchina si fermò sotto il cielo trapunto di stelle. Poi, come se una dolce ispirazione le avesse sfiorato la fronte, sorrise.

Non avendo più modo di raggiungere il Bambino, avrebbe fatto qualcosa di ancora più grande: avrebbe donato i suoi regali a tutti i bambini che avrebbe incontrato, sperando che almeno uno di loro fosse, in qualche modo, il piccolo Gesù.

Così, da quella notte lontana, ogni anno, quando il freddo avvolge i tetti e le strade si riempiono di silenzio, la Befana vola di casa in casa sulla sua scopa antica. Porta dolci, sorrisi e un po’ di magia a tutti i bambini buoni, mentre nel suo cuore vive un desiderio che non sfuma: trasformare il rimpianto in dono, e l’attesa in luce.

Per questo, ancora oggi, nella notte del 6 gennaio, si dice che la Befana continui il suo viaggio, e che ogni battito d’ali della sua scopa sparga nell’aria un’ultima scintilla della magia del Natale.

 

Diana

L’origine della Befana è molto più antica del racconto cristiano che la lega ai Re Magi: affonda infatti le sue radici in un insieme di antichi riti propiziatori pagani ereditati dai Romani e, ancor prima, dai culti agrari dell’Europa mediterranea. La dodicesima notte dopo il solstizio d’inverno, un periodo considerato liminare e sacro, i Romani celebravano la morte e la rinascita della natura. Si credeva che in quelle notti alcune figure femminili, identificate con Diana e le sue ninfe, sorvolassero i campi per benedire i futuri raccolti e garantire fertilità per l’anno nuovo.

Questi dodici giorni avevano un significato profondo: la terra era stanca, secca, vicina alla morte invernale, ma pronta a rinascere, proprio come la Luna, governata da Diana, che ogni mese muore e ritorna. Un ciclo di morte e rinascita che simboleggiava l’eterno rinnovarsi della vita naturale.

Con l’affermarsi del cristianesimo, questo mito non poteva essere accettato. I Padri della Chiesa condannarono presto la tradizione, perché legata a culti agrari e figure femminili pagane. Ma i riti contadini, radicati nella quotidianità, sono difficili da estirpare. Così la nobile e luminosa Diana, giovane vergine altera, fu inizialmente assimilata alla figura della strega. Nei villaggi la sua immagine cominciò a trasformarsi: da divinità lunare diventò una vecchina gobba, con naso adunco, capelli bianchi e svolazzanti, vestita di stracci e con scarpe rotte. Una figura che la Chiesa dipingeva come stregonesca, ma che la tradizione popolare continuò a immaginare buona, perché portatrice del senso antico del mito: la “madre terra” che, stremata dalle energie donate durante l’anno, si avvicina all’inverno per morire e rinascere.

Prima di scomparire, però, questa vecchia benevola volava ancora sui campi per fertilizzarli e distribuire doni, proprio come faceva Diana. È da qui che nasce la Befana come la conosciamo: una figura femminile che arriva a fine anno portando frutti, piccoli doni e auspici di prosperità.

La sua storia si intreccia poi con elementi cristiani: prese le forme popolari di una vecchina che passa nelle case la notte dell’Epifania, distribuendo dolci ai bambini buoni.

L’uso di portare il carbone ai bambini “cattivi”, invece, è una variazione relativamente recente. In origine carbone e cenere avevano un significato positivo: erano simboli di buon augurio nelle tradizioni contadine del Nord Europa, perché il carbone permetteva di scaldarsi nei mesi più rigidi, mentre la cenere, ricca di potassio, magnesio e calcio, veniva usata per fertilizzare i campi. Donare carbone e cenere significava augurare calore, vita e prosperità.

La figura della Befana non è isolata: in altre regioni europee esistono spiriti simili che visitano le case nei “dodici giorni” tra Natale e l’Epifania, come Perchta nelle regioni alpine o Frau Holle nelle tradizioni tedesche, anch’esse legate all’inverno, alla filatura e alla ciclicità della natura. Tutte incarnano la stessa idea: la vecchia dell’anno che muore, lasciando spazio al nuovo ciclo.

Tra Rinascimento ed età moderna la Befana si è lentamente trasformata da spirito ambivalente a presenza rassicurante: una sorta di nonna benevola, protagonista di feste popolari e rituali comunitari. Oggi, come allora, attraversa simbolicamente le case nella notte del 6 gennaio, portando doni, dolci e, per chi ha bisogno di un monito affettuoso, un pezzetto di carbone. Ma dietro il suo sorriso rugoso continua a sopravvivere il retaggio millenario della madre terra che muore e rinasce, portando con sé il mistero e la magia dell’inverno.

 

Brano tratto dal libro “Il senso nascosto del Presepe” disponibile solo on line al link: https://bookabook.it/libro/il-senso-nascosto-del-presepe/

Per leggere dall’inizio

Riccardo Agresti

Presentazione del libro “Il filo rosso e un bicchiere di sole” ad Anguillara

Riceviamo e pubblichiamo

 

LAZIO; D’AMATO: SU LISTE DI ATTESA ROCCA DICE IL FALSO, AUMENTANO LE DISEGUAGLIANZE.

 

Riceviamo e pubblichiamo

“Rocca sulla revisione degli ambiti di garanzia territoriale per le liste di attesa continua a dichiarare cose non vere, dicendo che avrebbe ereditato la decisione di offrire prestazioni sull’intera Regione dalla giunta precedente. Falso. Basta vedere gli atti ufficiali presenti nel Bollettino regionale n. 93 del 19.11.2019 per scoprire che non è come dice il presidente Rocca: delle due l’una, o è male informato o mente. La realtà è che vengono cancellati di fatto i distretti e si creano le macroaree, che porteranno così ad offrire prestazioni a lunghe distanze, costringendo molti cittadini a rifiutare, spingendoli verso il privato. Il Lazio negli ultimi due anni è la Regione con la più alta spesa pro capite privata per le famiglie”. Lo ha dichiarato il consigliere regionale di Azione, Alessio D’Amato.

Assunzione a tempo determinato di coadiutori della ASL RM 4; precisazioni

Riceviamo e pubblichiamo

In merito all’avviso per assunzione a tempo determinato presso la Asl Roma 4 di coadiutori il Direttore Generale, dottoressa Rosaria Marino, tende a precisare quando segue:
“Questa è l’ultima dichiarazione della ASL Roma 4 su un tema di cui si è troppo parlato e sparlato. È arrivato il momento di porre fine a polemiche inutili e fuorvianti. Nella ASL come in tutte le Amministrazioni Pubbliche si entra al lavoro solo attraverso concorso pubblico e non a mezzo di selezioni “private”. Questa è la norma e le leggi si applicano sempre, non solo quando fanno comodo. Durante il Covid, ovviamente si è dovuto operare con schemi eccezionali, ma per fortuna è finito quel periodo e si è tornati alla normalità.
Sono stati espletati concorsi pubblici per personale OSS ed amministrativo a cui hanno partecipato o potevano farlo i dipendenti di ACAPO e NUOVA SAIR, e non è certo per colpa della ASL o della Regione se le posizioni acquisite in graduatoria da chi ha concorso non gli consentono di essere assunti dalla ASL Roma 4.
Tuttavia per pura solidarietà ai lavoratori, che durante il Covid tanto hanno dato all’Azienda, la Regione ha autorizzato due procedure per garantire la prosecuzione del lavoro almeno ad una parte di operatori. Il percorso è stato condiviso, in particolare, con gli OSS attraverso numerose riunioni, a cui l’Azienda sta dando puntualmente seguito. In particolare è stata bandita la gara per la gestione sanitaria del penitenziario che sarà aggiudicata entro il 20 gennaio.
Deve essere precisato relativamente all’anzianità di servizio del personale ACAPO e NUOVA SAIR in forza in ASL, che solo il 40% è stato assunto prima del 2023, perché tutti gli altri, il 60% sono stati assunti nel 2024.
Infine mi rammarico per lo sciacallaggio operato da alcune persone sui social, nei confronti dei vincitori dell’avviso per amministrativi, bollati come raccomandati pur avendo ottenuto per merito la loro posizione, perché il merito esiste e nella ASL Roma 4 si applica. Tutti dovrebbero esserne compiaciuti, anche quando ciò può essere scomodo.
Al solo scopo di dirimere eventuali questioni ancora poco chiare se sarà richiesto, una delegazione di soli lavoratori di ACAPO e NUOVA SAIR potrà essere ricevuta dalla direzione aziendale della ASL il giorno 8 alle ore 14,30”.

Mercante in Fiera: il 6 gennaio a Piazza della Vita mercatino, street food e un gesto di attenzione per l’Epifania

Riceviamo e pubblichiamo

In occasione della giornata dell’Epifania, martedì 6 gennaio 2026, Civitavecchia ospita per la prima volta l’appuntamento con “Mercante in Fiera”, in Piazza della Vita, con mercatino e street food a partire dalle ore 9.30. Nel pomeriggio, dalle 16.00 alle 19.00, presso il Teatrino delle Marionette, è prevista anche una distribuzione gratuita di calze a cura dell’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Civitavecchia, con la collaborazione della Croce Rossa Italiana – Comitato di Civitavecchia, per affiancare alla festa un momento concreto di attenzione e vicinanza verso le bambine e i bambini della città.

“È bello che, proprio nel giorno dell’Epifania, Civitavecchia possa accogliere per la prima volta un’iniziativa come Mercante in Fiera, capace di unire socialità e animazione cittadina a un gesto semplice ma significativo”, dichiara l’Assessore alle Politiche Sociali Antonella Maucioni. “Abbiamo voluto affiancare alla giornata di festa anche la distribuzione gratuita delle calze, grazie alla collaborazione della Croce Rossa Italiana – Comitato di Civitavecchia, per condividere lo spirito dell’Epifania e portare un sorriso alle bambine e ai bambini della nostra città. Ringrazio la Croce Rossa per la disponibilità e l’Ufficio Servizi Sociali del Comune per il lavoro di coordinamento e l’impegno quotidiano con cui segue le iniziative dedicate alle famiglie e ai più piccoli”.

L’Amministrazione comunale invita cittadine e cittadini a partecipare alla giornata, che unisce animazione, commercio e convivialità con un’iniziativa dal forte valore comunitario, rafforzando lo spirito dell’Epifania come momento di condivisione.

Dalla parte del diritto internazionale, fermiamo subito l’escalation.

Riceviamo e pubblichiamo

Condanniamo con forza le violazioni del diritto internazionale e quanto avvenuto in Venezuela. Non possiamo accettare un ordine mondiale basato sulla Guerra e sulla violenza come strumento di risoluzione delle controversie internazionali.

Abbiamo sempre condannato il governo di Maduro ma non intendiamo tacere quando questi principi vengono calpestati, principi che sono alla base della nostra Costituzione Repubblicana.

Per questo come Partito Democratico di Roma lunedì 5 alle 17.30 saremo con la CGIL in Piazza Barberini.

No a chi vuole trasformare le relazioni internazionali nel Far West. Si al primato della diplomazia e del diritto.

Né Re, né Maghi (parte 4 di 5)

Come siamo fatti

Ferma restando l’intercambiabilità nell’associazione nome/caratteristica, prendendo spunto dalla “Legenda aurea” di Jacopo da Varagine, con il suo passo sui nomi dei magi:

 

Appena nato il Signore, vennero a Gerusalemme i tre Re Magi, i cui nomi sono in ebraico Attelius/Appelius, Amerius, Damascus; in greco Galgalat, Malgalat, Sarathin; in latino Caspar, Balthasar, Melchior” (De Epiphania Domini, 14,2).

 

provo a riportare la sintesi delle caratteristiche degli ormai definitivamente diventati “Tre Re Magi” che simboleggiano tutti gli uomini, di tutte le età e di tutti i continenti (almeno quelli conosciuti all’epoca) che vanno ad onorare Gesù, fermo restando che la descrizione riportata non trova alcun riscontro storico se non scambiando le varie caratteristiche fra i vari personaggi.

Melchiorre, “il re della luce”, è anziano (60 anni), in abito multicolore, normalmente con la barba lunga e bianca, cavalca un cavallo nero e dona l’oro, omaggio a Cristo sovrano dell’universo. È “Re di Tarso, terra di mercanti” sulla costa mediterranea della moderna Turchia ed è il primo in fila a inginocchiarsi per adorare Gesù, secondo una tradizione che risale allo pseudo-Bonaventura:

 

“e allora riverentemente e devotamente gli baciarono i piedi” (Meditationes vitae Christi, X ).

 

Gaspare, “colui che ha il tesoro”, in abito color giacinto, è di mezza età (40 anni), cavalca un cammello e dona incenso dall’Arabia per il Cristo divino. Spesso posto poco dietro Melchiorre e nell’atto di inginocchiarsi.

Baldassarre, “il protetto del Signore”, in veste gialla, è un giovane imberbe (20 anni), cavalca un elefante, molto spesso raffigurato con pelle nera, proveniente da Aksum o comunque dall’Africa, e porta la mirra da Saba (moderno Yemen meridionale), per il Cristo taumaturgo. Generalmente è l’ultimo del trio, rappresentato ancora in piedi dietro Gaspare

 

Le nostre reliquie

Secondo una leggenda, i magi sarebbero ritornati anni dopo a Gerusalemme, allo scopo di testimoniare la loro fede.

Le loro spoglie sarebbero poi state ritrovate da sant’Elena, trasportate a Costantinopoli e in seguito donate a Eustorgio, vescovo di Milano dal 343 al 355 circa. Si racconta che Eustorgio si recò a Costantinopoli dall’Imperatore Costante I per ottenere l’approvazione al suo episcopato a Milano. Insieme al consenso, ricevette in dono un enorme sarcofago contenente i corpi dei magi, che portò a Milano. Giunto ormai in prossimità della città, durante il trasporto, il carro che trasportava il sarcofago con le reliquie improvvisamente si fermò, poiché i buoi che lo trainavano collassarono per sfinimento. Eustorgio prese la cosa come volontà divina di erigere in quel luogo la basilica. Fece così costruire la chiesa, ora a lui dedicata, proprio nel posto del fonte battesimale della primitiva comunità cristiana, in zona Porta Ticinese. Lì fece collocare l’arca marmorea dove i resti rimasero fino al 1164 (o forse solo fino a due anni prima, perché, per sicurezza, durante la guerra, probabilmente le reliquie furono spostate all’interno delle mura di Milano, nella chiesa di San Giorgio al Palazzo). In quell’anno, Federico Barbarossa fece traslare le reliquie a Colonia, in Germania, nel Santuario dei Re Magi, all’interno della Cattedrale di San Pietro. Solo nel 1903 alcune parti furono restituite a Milano, grazie all’intervento del cardinale Ferrari.

Una parte delle reliquie dei magi è conservata anche presso la chiesa di San Bartolomeo, nella cittadina di Brugherio. Il motivo è che sant’Ambrogio, come segno d’affetto e devozione verso la sorella, Santa Marcellina, che nel 353 aveva deciso di ritirarsi dal mondo, volle donarle tre falangi dei Magi, uniche loro reliquie che mai hanno soggiornato in Germania.

 

Festeggiamo!

Il giorno più festeggiato del periodo natalizio in Spagna è quello della Cabalgata de Reyes Magos, una cavalcata in costume con musica, a cavallo o su carri, che sfila per le vie delle città distribuendo dolci e caramelle ai più piccini. La cavalcata considerata la più antica nacque ufficialmente a Alcoy nel 1866. I bambini spagnoli scrivono ai Magi lettere come si fa con Babbo Natale.

Il 6 gennaio è “obbligo” consumare il dolce Roscón de Reyes, parte della tradizione natalizia spagnola, che si consuma abitualmente nel giorno dell’arrivo dei Re Magi. Questo dolce di solito contiene una fava (chi la trova deve pagare il dolce) o una figurina del Re (chi la trova è “re” per un giorno).

Dal 1416, anche a Firenze si tiene una cavalcata in costume, ormai riproposta in molte città italiane. La celebrazione moderna, ripresa dagli anni ’90, coinvolge centinaia di figuranti in costume storico.

In Germania, adulti e bambini girovagano di casa in casa vestiti da Re Magi, raccogliendo doni per opere caritatevoli. I bambini che vanno casa per casa sono chiamati Sternsinger (“cantori della stella”) e tracciano sulle porte la benedizione “C+M+B”, che non significa “Caspar, Melchior, Balthasar”, ma: “Christus Mansionem Benedicat” cioè: “Cristo benedica questa casa”. La somiglianza coi nomi dei Magi ha favorito l’equivoco.

A Milano, dal 1960, esiste la tradizione della Processione della Stella, che il giorno dell’Epifania parte da Piazza del Duomo e arriva alla Chiesa di Sant’Eustorgio, riconoscibile per la presenza di una stella a otto punte posta, in luogo della rituale croce, sulla sommità del campanile.

 

 

Brano tratto dal libro “Il senso nascosto del Presepe” disponibile solo on line al link: https://bookabook.it/libro/il-senso-nascosto-del-presepe/

 

Per leggere dall’inizio

Per leggere l’ultima puntata

 

Riccardo Agresti

Di cosa abbiamo bisogno?

In termini di diritto internazionale, quale differenza sostanziale separa l’invasione dell’Ucraina dal rapimento del presidente venezuelano? Due atti di forza, voluti da due uomini che governano non per servire il popolo che rappresentano, ma per dominare. Due gesti che si compiono nel nome di popoli illustri, ma che non portano alcun beneficio ai cittadini che quei nomi dovrebbero rappresentare. Due violenze giustificate da una giustizia che non esiste, da una retorica che maschera l’interesse personale dietro l’interesse nazionale.

Non è difficile notare e non è nemmeno più utile sottolineare che entrambi agiscono per sé, non per il mondo che li circonda. Uccidono, destabilizzano, impongono, nel nome di una verità che non è condivisa, di una sicurezza che non è universale, di un potere che non è legittimo.

Il potere, quando si concentra in una sola mano, tende a deformare la realtà. Non rappresenta più il bene comune, ma la proiezione di un ego che si crede sovrano. Così, si uccide in nome della pace, si invade in nome della sicurezza, si rapisce in nome della libertà. Ma nessuna di queste parole conserva il suo significato originario: diventano gusci vuoti, riempiti di propaganda e paura.

 

Eppure, la soluzione esisterebbe. Non utopica, ma semplicemente non ancora voluta perché limiterebbe il potere che si ha o cui si aspira. Un mondo senza frontiere, dove il potere non sia concentrato nelle mani di un solo uomo, ma affidato a un coro di voci, a un collegio di menti, a un gruppo di “presidenti” provenienti da ogni angolo del pianeta. Un’assemblea di coscienze, dove il dissenso non sia punito ma ascoltato, dove la critica non sia temuta ma cercata, dove le decisioni non siano affrettate ma meditate, temperate, condivise.

La democrazia non è il dominio della maggioranza, ma l’ascolto del dissenso. La giustizia non è la vendetta legalizzata, ma la cura del fragile. La sicurezza non è il controllo, ma la fiducia reciproca.

 

Ma il pifferaio magico dell’autoritarismo suona ancora la sua melodia. La Nazione forte, il Dio che ci guida, il nemico da abbattere: queste sono le note che incantano le masse ignoranti generate da una scuola che ha paura di insegnare, che spengono il pensiero, che soffocano la domanda più semplice e più vera.

 

Allora, la domanda che resta sospesa è questa: Il mio bene, la mia pace, la mia sicurezza… derivano davvero da guerre globali, da conflitti locali, da attentati che nascono come ombre dalle ceneri di queste violenze dalla guerra? O forse, da una forma più sana e più alta di egocentrismo. Quello che ci spinge a voler vivere. Quello che ci spinge a voler proteggere ciò che amiamo. Quello che dovrebbe farci dire: “no, non in mio nome. Non con il mio silenzio.”. Quello da cui potrebbe nascere una nuova etica del potere?

 

Ciò di cui abbiamo bisogno è un Mondo che non abbia bisogno di confini, né eroi solitari, ma solo di esseri umani capaci di pensare insieme.

 

Riccardo Agresti

Jim Jarmush ed il cinema detox con “Father Mother Sisther Brother”

 

È ormai disponibile nelle sale italiane da qualche settimana il nuovo film di Jim Jarmush: “Father Mother Sister Brother”. La pellicola, già acclamatissima dalla critica, tanto da vincere l’ultimo Festival del Cinema di Venezia, si pone come un unicum vero e proprio nel panorama cinematografico internazionale.

Ma andiamo con ordine. Innanzitutto, la trama: tre storie familiari con soggetti ed ambientazioni altrettanto diverse. Il primo ritratto di famiglia, che prende il nome di “Father”, racconta di un fratello e di una sorella che vanno a trovare l’ormai anziano padre, che vive da solo in una casa nel nord degli Stati Uniti. In una di quelle “desolandie” che più volte verranno citate all’interno dell’opera.

“Mother” è una storia che presenta tre personaggi femminili: una madre e le sue due figlie. Le tre, nonostante abitino tutte nella stessa città, Dublino, trovano l’occasione di vedersi una sola volta l’anno. Infine “Sister Brother”, dove fratello e sorella, tra l’altro gemelli, vivono a Parigi gli ultimi ricordi legati ai genitori, scomparsi recentemente in maniera improvvisa.

Ad accomunare le tre slices of life è la maniera con la quale il regista di “Solo gli amanti sopravvivono” mostra ciò che accade sullo schermo. Jarmush non giustifica, né tantomeno ha la pretesa di spiegare o condannare le azioni dei suoi personaggi. In un mondo dove qualsiasi cosa, compreso il cinema, sembra andare sempre a duecento all’ora, il regista statunitense (che ha, tra l’altro, recentemente chiesto la cittadinanza francese per “evadere” dagli Stati Uniti) sceglie di raccontare quei silenzi imbarazzati ed imbarazzanti che tanto possono mettere in difficoltà, soprattutto nelle situazioni famigliari.

Un cinema “detox”, dunque, che riesce a disintossicare da quella marea di stimoli ai quali siamo continuamente sottoposti: dai social media alle situazioni di convivialità quotidiana.

E non è un caso quindi, che il film sia uscito nelle sale proprio nel periodo natalizio, quando attorno al focolare di casa, tra sorrisi e chiacchere, sempre più sono coloro che si sentono estranei a quel tipo di dinamiche.

È un tipo di cinema sempre meno popolare quello di Jarmush, che sembra rifarsi a quelle pellicole lente, dove il silenzio gioca da padrone, come quelle del maestro Yasujirō Ozu, probabile fonte d’ispirazione di Jim.

L’ora del thé nel salotto di casa, un caffè preso in un bar, diventano occasioni per raccontare la difficoltà nel relazionarsi con quelle che dovrebbero essere le persone a te più care, e che invece con il passare del tempo possono diventare sempre più simili a degli estranei.

Davide Catena, redattore L’agone