Comunicato stampa


Giornale del Lago e della Tuscia edito dall'Associazione no-profit "L'agone Nuovo".
Comunicato stampa


Comunicato stampa
La direzione artistica di GERMINAZIONI: “Quello che cerchiamo di fare è organizzare un terreno protetto in cui chi partecipa possa lavorare andando fino in fondo”
Una conversazione con Chiara Favero e Luciano Colavero che animeranno il seminario-laboratorio di teatro contemporaneo al Delia Scala di Bracciano, dal 25 al 30 agosto
a cura dell’Assessorato alla Cultura de Comune di Bracciano
LUCIANO COLAVERO: Non so se parlerei di ottimismo, forse piuttosto di fiducia. Una germinazione non garantisce un risultato: si prepara un terreno, si mettono in relazione degli elementi e si vede che cosa nasce, senza voler progettare in anticipo che cosa potrà crescere. Il nostro ruolo, potremmo dire, è più quello di giardinieri che di costruttori.
CHIARA FAVERO: Quello che cerchiamo di fare è organizzare un terreno protetto in cui chi partecipa possa lavorare andando fino in fondo. Chiaramente abbiamo noi la responsabilità dell’organizzazione del campo di lavoro, però la richiesta che facciamo a chi partecipa è di portare dentro i propri semi e di farli crescere nel terreno comune.
Quali sono stati i criteri di selezione delle 120 richieste di partecipazione, da cui avete scelto i 12 partecipanti?
COLAVERO: Non abbiamo cercato dodici persone identiche, né necessariamente le dodici candidature che avrebbero potuto occupare i primi dodici posti di una graduatoria astratta. Abbiamo cercato di comporre un gruppo: persone provenienti da esperienze, generazioni e pratiche differenti, ma che ci sembrassero capaci di stare dentro un processo di ricerca e di far nascere qualcosa insieme. Non a caso, tra loro, c’è chi dirige e scrive, oltre a recitare. Alla base, però, tutte le persone coinvolte attraversano il teatro con il proprio corpo e la propria voce.
C’è un aspetto molto fisico nel vostro lavoro?
FAVERO: La peculiarità del teatro, la sua forza, è la sincronicità della presenza. Nel nostro lavoro si tratta sempre di passare attraverso il corpo. Siamo abituati a pensare che si tratti di fingere, ma io preferisco pensare che si tratti di giocare. Quando mia figlia, che ha cinque anni, gioca, non finge: fa passare la sua sconfinata immaginazione attraverso le sue gambe. Io provo a fare lo stesso.
Questa prima edizione è sottotitolata Tempeste. Perché?
FAVERO: Per lavorare abbiamo bisogno di qualcosa da cui partire. A volte è un testo, a volte un’idea o una parola. Quella delle tempeste, nella sua pluralità, ci è sembrata un’immagine che oggi valesse la pena di mettere sul tavolo di lavoro per vedere che cosa avrebbe portato con sé.
COLAVERO: Più ci lavoriamo, più ci sembra che una tempesta sia qualcosa di diverso da un’esplosione o da un trauma. Al momento ci appare piuttosto come un tempo nel quale stare a lungo, uno spazio da abitare, in cui la intensità non si concentra in un unico momento. Intensità e durata: forse è la loro combinazione a trasformare profondamente chi attraversa una tempesta. E può trasformare anche il nostro modo di pensarla: quello che diciamo oggi potrebbe non essere più vero alla fine dei cinque giorni.
L’azione è uno dei pilastri del vostro lavoro. Perché?
COLAVERO: Come regista mi interessa partire da ciò che accade realmente, non da ciò che una scena dovrebbe significare o raccontare. Un’azione non è semplicemente un movimento e nemmeno un gesto espressivo: qualcuno tenta realmente qualcosa. Trattenere, sedurre, nascondere, aspettare. E quello che accade mentre lo tenta diventa anche materiale di pensiero. Il lavoro in piedi, per noi, è prima di tutto pensare attraverso l’azione. Non avere prima un’idea e poi cercare il modo di rappresentarla, ma fare qualcosa, osservare che cosa produce, modificare le condizioni, vedere che cosa emerge.
Che rapporto c’è tra ciò che un testo offre e ciò che l’attrice o l’attore può fare in scena?
FAVERO: Ogni testo è diverso, è fatto di una materia diversa: ci sono testi pieni di parole, testi con pochissime parole, testi fatti solo di didascalie. Io cerco sempre di agganciare nel testo che ho davanti ciò che per me è vivo: ciò che posso fare io, qui, ora, davanti a te, e da lì parto. Parto sempre da quello che c’è, da una piccola cosa, ma che sia onesta. E poi da lì lavoro, dilato, moltiplico, do tempo e spazio perché una piccola azione reale arrivi a trasformarsi in un mondo.
Come immaginate il rapporto tra chi scrive, chi dirige e chi recita all’interno di questo lavoro?
FAVERO: Mi pare che si vada sempre di più, per fortuna, verso una formazione di chi recita, scrive e dirige che tenga conto del mestiere del teatro come dialogo e incontro di immaginari, indipendentemente dal ruolo in cui si gioca. Si lavora insieme perché in scena accada qualcosa di vivo. Per me questo è l’unico modo di “comunicare” con il pubblico, nel senso reale della parola: condividere un’esperienza.
Nel programma che avete stilato si fa riferimento ad alcuni momenti aperti anche ai cittadini. Come funziona?
FAVERO: Abbiamo scelto di aprire due momenti della giornata e di proteggerne la parte centrale. Alle 10 del mattino sarà possibile partecipare al training. Alle 18 apriremo nuovamente le porte per condividere alcuni materiali, vedere a che punto siamo arrivati e capire che cosa può essere rilanciato il giorno dopo.
COLAVERO: Ci interessa che non siano due momenti costruiti appositamente per essere mostrati. Chi viene incontra il lavoro mentre sta accadendo. Questo significa anche poter assistere a qualcosa che non funziona ancora, a un tentativo, a una domanda, a una forma che il giorno dopo magari non esisterà più.
FAVERO: Allo stesso tempo abbiamo sentito la necessità di mantenere chiusa una parte della giornata. Una ricerca ha bisogno anche di non essere continuamente sottoposta allo sguardo esterno. Ha bisogno della possibilità di sbagliare, di perdersi, magari anche di annoiarsi per un’ora senza dover trasformare immediatamente quell’ora in qualcosa che valga la pena mostrare.
COLAVERO: Forse la struttura è questa: aprire senza trasformare la ricerca in spettacolo, proteggere senza renderla segreta.
L’esperienza di Germinazioni potrebbe avere una continuità nel tempo a Bracciano. Che ne pensate?
COLAVERO: Ci interessa molto capire che rapporto possa nascere con Bracciano. Germinazioni nasce già pensando a una possibile continuità, non necessariamente però alla replica dello stesso formato. Se torneremo, ci piacerebbe che il ritorno dipendesse anche da quello che sarà accaduto qui: dalle persone incontrate, da chi sarà entrato durante questi giorni, dalle relazioni che saranno eventualmente nate.
FAVERO: Sarebbe interessante se continuità significasse questo: tornare perché qualcosa ha messo radici, non perché abbiamo deciso in anticipo di ripetere lo stesso lavoro. Questa sarebbe una vera germinazione.
_______
Ecco gli orari dei due momenti quotidiani dedicati alla partecipazione del pubblico e dei cittadini interessati durante lo svolgimento di GERMINAZIONI:
10.00 – 11.00
Training aperto alla cittadinanza
Un’ora quotidiana di training aperta all’incontro tra partecipanti e
cittadini, come pratica di ascolto, presenza e relazione.
18.00 – 19.00
Incontri aperti alla cittadinanza
Visione di materiali video, letture, conversazioni, restituzione di composizioni,
partiture, frammenti studiati durante la giornata.
Il lungolago di Bracciano diventò isola pedonale in una giornata di luce inclinata, quando il vento scendeva dal castello non più come un semplice soffio, ma come un messaggero antico, portatore di memorie che nessuno ricordava di aver vissuto. Il lago, quel giorno, sembrò trattenere il fiato così a lungo che qualcuno giurò di aver visto la sua superficie vibrare per l’emozione.

Non fu un cambiamento improvviso: era nell’aria da anni, come una promessa che il paese aveva fatto a se stesso e poi dimenticato in un cassetto. Finché, un giorno, Bracciano si svegliò con la certezza che non poteva più rimandare. Le nuvole nere, minacciose, provenienti dal mare, rimasero lontane e si assaporò il silenzio. Un silenzio così nuovo da sembrare un ospite inatteso. Le auto furono costrette a fermarsi ai parcheggi non lontani, una dopo l’altra, non senza esitazione, come creature metalliche che avvertivano di non essere più le benvenute.



Rimase soltanto il rumore delle scarpe sul terreno, il ronzio delle biciclette sulla pista ciclabile, il vociare dei bambini che correvano come se il lungolago fosse diventato un regno appena scoperto. Il lago, liberato dal frastuono, cominciò a parlare: fruscii provocati dai colpi di remi delle barche e dalle pedalate dei pedalò, battiti d’ali, piccoli schiocchi dell’acqua contro i pali delle caratteristiche palafitte. Suoni che parevano uscire da un tempo sospeso.


Le famiglie e gli anziani furono i primi a intuirlo. Si sedettero sulle panchine come se quelle panchine li avessero chiamati per nome, una a una. Davanti a loro scorreva una piccola umanità che passeggiava, prendeva il sole, giocava sul bagnasciuga o nuotava nel lago, e qualcuno mormorò che il lungolago aveva finalmente ritrovato la sua misura umana.


Le auto e le navette, necessarie per arrivarci, tranne per quei giovani che sceglievano di scendere a piedi, lungo un percorso panoramico, restavano in una giusta distanza, confinate dove non potevano disturbare. I negozianti, superata la diffidenza iniziale, scoprirono che la gente entrava più volentieri nei loro locali, come se guardare il lago senza il filtro dei parabrezza rendesse tutto più vero, più vicino.



La trasformazione non fu solo urbanistica ma anche sociale: le persone cominciarono a riconoscersi, a salutarsi, a condividere lo stesso spazio come se fosse un grande salotto all’aperto. Il lungolago divenne un corridoio d’incontri e di possibilità: coppie che si ritrovavano, ragazzi che scoprivano un luogo dove stare tranquilli senza doversi preoccupare del passaggio delle auto, famiglie che, per lo stesso motivo, camminavano come se stessero imparando un nuovo ritmo. Di sera, quando le luci si accendevano una a una, il lungolago sembrava sollevarsi di qualche centimetro, come un molo sospeso tra acqua e cielo. L’assenza delle auto rendeva tutto più nitido: il profumo dell’acqua, il passo dei passanti, la musica che usciva dai locali e s’intrecciava al canto dei grilli.


Qualcuno disse che il lago sembrava più grande, come se avesse ripreso a respirare. Qualcun altro giurò che l’acqua fosse diventata più chiara, quasi luminosa. Forse era solo un’impressione, ma era un’impressione condivisa, e questo sembrava renderla reale. Certo, non tutti erano convinti. C’era anche chi rimpiangeva la comodità, chi temeva per il proprio negozio, chi vedeva nella pedonalizzazione un capriccio da paese in cerca di charme e qualcuno di loro continuava a osservare l’orizzonte sperando in un avvicinamento delle nuvole nere che continuavano a rimanere minacciose ma sempre a un’innocua distanza. Ma col tempo anche loro si accorsero che il lungolago non era stato sottratto: era stato restituito.


Non tolto alle auto, ma riconsegnato alle persone e al lago stesso. Così, un passo dopo l’altro, Bracciano scoprì che la pedonalizzazione non era una chiusura, ma un’apertura. Un modo per dire che il lago tornava protagonista, che poteva respirare più profondamente, e proprio per questo vivere meglio. Alla fine, nessuno ricordava più com’era prima. O forse sì, ma come si ricordano le cose che non ci somigliano più.


Il lago, finalmente, poteva guardare la sua riva senza il velo del traffico, come un vecchio amico che, sollevando quel velo, ritrova il volto di chi ama e lo osserva con un sorriso dolce, ricordando, facendo un simpatico occhiolino e sempre sottovoce, che adesso questo lungolago è l’unico dei tre paesi a non avere una strada di scorrimento parallela alla passeggiata. Poi qualcuno si fermò a osservarla questa lunga passeggiata, qualcun altro rivolse lo sguardo al lago e alcuni, quasi senza voce, mormorarono: non può essere reale. Quel pensiero s’ingrossò rapidamente, attraversando tutti, come l’onda che si alza al passaggio della motonave Sabazia II. Troppo bello, troppo silenzioso, troppo perfetto: doveva essere un sogno.


Un sogno condiviso. Poi una donna immerse i piedi nell’acqua e scoprì che era fredda, sorprendentemente reale. Un anziano si sedette su una panchina e sentì la solidità del legno come un ritorno alla terra. Un ragazzo abbracciò un’amica e fu attraversato da un calore che nessun sogno sa imitare. Un uomo, al ristorante, gustò un piatto di pesce di lago che sembrava raccontare la riva. Un bambino, in una delle aree giochi, rise: una risata così piena da spezzare l’incantesimo, troppo viva per appartenere a un sogno.


Le nuvole nere tentarono una nuova disperata avanzata ma il rumore provocato del tuono ebbe un effetto non voluto, inaspettato, perché mostrò una realtà viva, e allora, proprio come un lampo che attraversa la mente, arrivò la rivelazione: non stavano sognando, era tutto vero. Il lungolago, libero dal fruscio del traffico, apparteneva a chi aveva deciso di attraversarlo lentamente, sembrava un sogno che, per una volta, aveva deciso di non svanire al risveglio.
La Redazione
Dal profilo Facebook del comune di Trevignano
Comunicato stampa
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione dell’Amministrazione scolastica sulla condizione di forte tensione con cui numerosi docenti stanno vivendo, in questi ultimi giorni di agosto, le procedure di assegnazione provvisoria interprovinciale per l’anno scolastico 2026/2027.
Le segnalazioni pervenute al Coordinamento descrivono un’attesa particolarmente gravosa, soprattutto per insegnanti con molti anni di servizio che, nonostante una lunga esperienza professionale, continuano a confrontarsi con la possibilità di dover lavorare a notevole distanza dalla propria famiglia.
L’incertezza sulla sede non rappresenta, per queste persone, un problema esclusivamente organizzativo. Significa non sapere ancora se sarà possibile ricongiungersi ai figli, al coniuge o ai familiari oppure se occorrerà affrontare un nuovo periodo di lontananza, organizzare una partenza, cercare un alloggio e sostenere ulteriori costi di viaggio e permanenza.
È una condizione che, quando si ripete negli anni, può determinare un carico psicologico molto forte. A pochi giorni dall’avvio del nuovo anno scolastico, molti docenti si trovano ancora nell’impossibilità di programmare aspetti essenziali della propria vita. L’attesa degli esiti, la consultazione continua delle pubblicazioni e la ricerca di informazioni sulle disponibilità accrescono una pressione che non può essere considerata un elemento marginale delle procedure amministrative.
Tra le questioni maggiormente segnalate vi è quella relativa ai posti che possono rendersi disponibili nel corso delle operazioni e alla loro eventuale utilizzazione nelle assegnazioni provvisorie interprovinciali. Il CNDDU ritiene necessario affrontare tale aspetto con prudenza e senso delle istituzioni. Occorre attendere la conclusione delle operazioni prima di formulare valutazioni su specifici comportamenti degli uffici, evitando di trasformare preoccupazioni e informazioni ancora da verificare nell’affermazione preventiva di eventuali irregolarità.
Rimane tuttavia essenziale che, una volta concluse le procedure, sia possibile comprendere con chiarezza quale trattamento sia stato riservato alle disponibilità sopravvenute. Non ogni posto che si libera determina necessariamente una nuova assegnazione, poiché occorre considerarne la natura, il momento in cui la disponibilità interviene e la sequenza prevista dalle disposizioni vigenti. Ogni decisione dovrebbe però risultare ricostruibile sulla base di criteri chiari e uniformi.
La trasparenza assume in questi giorni un valore particolarmente importante. Quando le informazioni ufficiali non sono sufficientemente tempestive, l’incertezza viene facilmente alimentata da interpretazioni, comunicazioni informali e notizie frammentarie, aumentando ulteriormente la preoccupazione di chi attende una decisione dalla quale dipende l’organizzazione della propria vita familiare.
Il CNDDU ritiene inoltre che una maggiore chiarezza possa contribuire a prevenire il contenzioso. La tutela davanti al giudice costituisce una garanzia fondamentale e resta naturalmente disponibile quando un lavoratore ritenga lesi i propri diritti, ma non dovrebbe diventare lo strumento attraverso il quale ottenere anzitutto la ricostruzione di una procedura amministrativa. Un docente deve poter conoscere gli elementi essenziali che hanno determinato la propria posizione e valutare consapevolmente le eventuali iniziative da intraprendere.
Il Coordinamento auspica pertanto che gli uffici scolastici, nella conclusione delle operazioni, assicurino la massima chiarezza possibile rispetto alle disponibilità utilizzate e a quelle eventualmente sopravvenute. Saranno gli esiti definitivi e gli atti amministrativi a consentire una valutazione puntuale delle situazioni segnalate.
In questa fase, tuttavia, riteniamo necessario non perdere di vista la dimensione umana della vicenda. Dietro una domanda di assegnazione provvisoria vi sono spesso anni di servizio prestato lontano dal proprio territorio, viaggi, sacrifici economici e periodi prolungati di separazione dagli affetti. L’anzianità professionale non sempre coincide con una raggiunta stabilità territoriale e molti insegnanti, pur avendo dedicato una parte considerevole della propria vita alla scuola pubblica, continuano a vivere l’avvicinarsi di settembre con l’incertezza di una nuova partenza.
L’Amministrazione non può garantire a ogni docente l’esito desiderato e le esigenze personali non possono sostituire le regole che disciplinano la mobilità. È però possibile garantire che quelle regole siano applicate in maniera coerente e comprensibile e che le informazioni necessarie raggiungano gli interessati nel modo più tempestivo possibile.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani seguirà pertanto con attenzione la conclusione delle operazioni. Soltanto allora sarà possibile verificare se le preoccupazioni manifestate in questi giorni trovino effettivo riscontro.
Nel frattempo riteniamo doveroso richiamare l’attenzione su una condizione che merita considerazione istituzionale: molti docenti, anche con una lunga storia professionale alle spalle, stanno vivendo questi giorni con un peso psicologico considerevole, nell’attesa di sapere se potranno ricongiungersi alla propria famiglia o se dovranno affrontare un altro anno scolastico lontano dagli affetti.
La certezza delle procedure tutela l’Amministrazione; la tempestività e la trasparenza tutelano anche le persone. Tenere insieme queste esigenze significa riconoscere la dignità professionale e umana di chi, spesso attraverso rilevanti sacrifici personali e familiari, assicura quotidianamente il funzionamento della scuola pubblica.
Prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU
Comunicato stampa
Comunicato stampa
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione sulla condizione della classe di concorso A-46 – Scienze giuridico-economiche e, più in generale, sul ruolo riconosciuto alla formazione giuridica ed economica nella scuola italiana. Una questione che non riguarda soltanto gli organici o la posizione professionale dei docenti, ma investe la qualità dell’offerta formativa e la capacità del sistema scolastico di rispondere ai cambiamenti che interessano le nuove generazioni.
La crescente attenzione istituzionale e sociale verso la violenza giovanile, il bullismo e il cyberbullismo, le discriminazioni, l’aggressività nelle relazioni e i comportamenti lesivi della dignità della persona negli ambienti digitali impone una riflessione sugli strumenti educativi messi a disposizione degli studenti. Sono fenomeni complessi, che non possono essere ricondotti a un’unica causa né affrontati esclusivamente attraverso interventi successivi o misure sanzionatorie. La prevenzione richiede un lavoro educativo continuativo sul significato della libertà, della responsabilità, del rispetto e dei diritti altrui.
In tale contesto appare necessario interrogarsi sulla posizione delle discipline giuridiche ed economiche nell’ordinamento scolastico. Il DPR 14 febbraio 2016, n. 19, individua la A-46 quale classe di concorso relativa alle Scienze giuridico-economiche, un ambito disciplinare che comprende conoscenze direttamente connesse alla Costituzione, all’ordinamento giuridico, ai diritti e ai doveri, alle istituzioni e ai rapporti economici e sociali.
La legge 20 agosto 2019, n. 92, che ha introdotto l’insegnamento scolastico dell’Educazione civica, ha inoltre attribuito un ruolo centrale alla conoscenza della Costituzione e delle istituzioni dell’Unione europea, alla legalità e alla cittadinanza consapevole. La stessa normativa prevede almeno 33 ore annuali di Educazione civica e, nella scuola secondaria di secondo grado, riconosce uno specifico ruolo ai docenti abilitati nelle discipline giuridico-economiche, ove disponibili nell’organico dell’autonomia.
Questo quadro rende ancora più evidente la necessità di una riflessione sulla coerenza tra gli obiettivi educativi assegnati alla scuola e gli spazi effettivamente riconosciuti alle competenze giuridiche. Mentre aumenta la responsabilità delle istituzioni scolastiche nell’Educazione civica, nella cittadinanza digitale, nella promozione della legalità e nella prevenzione delle discriminazioni, in diverse realtà territoriali viene segnalata una contrazione degli spazi disponibili per la classe A-46.
L’Educazione civica deve conservare la propria dimensione interdisciplinare e coinvolgere l’intera comunità scolastica. Tale impostazione, tuttavia, non dovrebbe comportare una perdita di riconoscibilità delle competenze specialistiche. La preparazione dei docenti A-46 costituisce una risorsa professionale che può contribuire in modo qualificato alla comprensione dei principi costituzionali e delle regole della convivenza democratica.
La questione assume particolare rilievo considerando l’esperienza quotidiana degli studenti. Diffusione non autorizzata di immagini, offese online, violazioni della riservatezza, discriminazioni e lesioni della reputazione mostrano quanto sia importante comprendere precocemente che l’esercizio della libertà comporta responsabilità e incontra necessariamente i diritti dell’altro.
Insegnare il diritto non significa anticipare tecnicismi, ma fornire strumenti per interpretare la realtà. Comprendere il principio di uguaglianza aiuta a riconoscere una discriminazione; conoscere il significato della responsabilità permette di valutare le conseguenze dei propri comportamenti; conoscere i propri diritti significa anche imparare a rispettare quelli degli altri.
Merita quindi attenzione il fatto che non tutti gli studenti incontrino nel proprio percorso un insegnamento sistematico delle discipline giuridiche ed economiche. Occorre chiedersi se tale configurazione sia ancora pienamente adeguata alle esigenze di una generazione che si confronta precocemente con questioni riguardanti diritti, responsabilità, cittadinanza e partecipazione.
Alla luce di tali considerazioni, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani rivolge al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, e al Sottosegretario di Stato, Paola Frassinetti, la richiesta di valutare un concreto potenziamento della classe di concorso A-46, accompagnato da una ricognizione nazionale dell’andamento degli organici e del monte ore, così da accertare attraverso dati ufficiali l’effettiva evoluzione della presenza delle discipline giuridico-economiche nei diversi territori.
Il CNDDU auspica inoltre che possa essere valutato il consolidamento di tali discipline negli indirizzi nei quali sono già presenti e, in prospettiva, la loro introduzione, con modalità e contenuti adeguati alle differenti fasce d’età, anche nei percorsi scolastici nei quali oggi non trovano uno specifico spazio curricolare.
Non si tratta di una richiesta esclusivamente settoriale. Potenziare la A-46 significa interrogarsi sullo spazio che la scuola italiana intende riconoscere alla conoscenza dei diritti, dei doveri, delle istituzioni e della responsabilità personale, proprio mentre alla stessa scuola viene richiesto un impegno crescente nella prevenzione della violenza, delle discriminazioni e dei comportamenti lesivi della dignità della persona.
Investire nella cultura giuridica significa investire nella formazione di cittadini capaci di comprendere non soltanto l’esistenza delle regole, ma la funzione che esse svolgono nella tutela della libertà, dell’uguaglianza e della dignità di ogni persona.
Prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU
Dal profilo Facebook del comune di Vejano
Dal profilo Facebook del comune di Bracciano