Comunicato stampa
L’estate civitavecchiese ha preso il via, e lo ha fatto nel segno della partecipazione: la festa e i colori del Pride hanno aperto una stagione che accompagnerà la città per tre mesi.
Dopo questo avvio la macchina organizzativa si concede una breve pausa — il tempo necessario a definire e ad aggiungere gli ultimi appuntamenti — prima di entrare nel vivo del programma. Il cartellone, del resto, non è un elenco chiuso: nelle prossime settimane non mancheranno sorprese fuori programma. L’appuntamento, come da tradizione, è alla Marina, sul lungomare di Civitavecchia, che per tre mesi ospiterà oltre quaranta eventi.
Partiamo, e rivendichiamo con convinzione la scelta che sta dietro a questo programma. È vero, le risorse a disposizione sono limitate; ma sarebbe un errore leggere questa stagione come il frutto obbligato di un bilancio ristretto. Anche con mezzi più ampi la direzione sarebbe la stessa, perché qui non c’è un ripiego: c’è una precisa idea di città.
È una scelta politica, nel senso più alto del termine. Significa decidere che le risorse pubbliche servono a far crescere la comunità e il territorio, non a finanziare l’apparizione di un nome che arriva da fuori, incassa e riparte. Significa mettere al centro le energie artistiche, culturali e commerciali della città — i suoi artisti, le sue associazioni, le sue attività — e restituire ai cittadini non lo spettacolo di una sera, ma un’estate intera da vivere insieme.
Il vero grande evento, allora, non è la singola serata da copertina: è l’insieme delle iniziative che animano Civitavecchia giorno dopo giorno, e con esse l’immagine di una comunità viva, accogliente e capace di contare sulle proprie forze.
E non è una scelta ideologica, né improvvisata: è il punto d’arrivo di ciò che la migliore letteratura sul turismo e sugli eventi va dicendo da anni. Economisti come Victor Matheson hanno mostrato come le stime sui grandi eventi tendano a gonfiarne i benefici, trascurando l’effetto di spiazzamento, i ricavi che finiscono a operatori esterni al territorio e i costi pubblici regolarmente sottostimati. Holger Preuss ha ricordato che una valutazione seria deve considerare non solo chi arriva per l’evento, ma anche chi, proprio a causa di quell’evento, rinuncia a visitare la città. Shina Li e Leo Jago, in una nota meta-analisi, hanno dimostrato che i vantaggi attesi sono quasi sempre più modesti del previsto e dipendono in modo decisivo dalla metodologia adottata. E gli studi di Nola Agha e Marijke Taks giungono a una conclusione che parla esattamente alla nostra scelta: una città trae più beneficio da molti eventi medio-piccoli, diffusi sul territorio, che da pochi grandi nomi.
Sul versante giornalistico, l’inchiesta di Cristina Nadotti «Il turismo che non paga» (Edizioni Ambiente) ci ricorda, infine, che neppure il turismo è una formula magica: lasciato a sé stesso può produrre costi sociali, ambientali e abitativi, e va perciò governato con misura, attenzione ai costi e senso del territorio.
Questa è la strada che abbiamo scelto di percorrere: con ambizione, ma anche con prudenza, umiltà e senso della realtà. Una strada che chiede costanza — i risultati si costruiscono negli anni, non in una stagione — e che parte da una convinzione semplice: la vera ricchezza di una comunità è, prima di tutto, ciò che essa sa esprimere di proprio.
Pietro Alessi
Assessore al Lavoro e al Turismo


