In questo 2 giugno, così carico di significati che vanno oltre un semplice anniversario, l’Amministrazione comunale di Bracciano, quella che di solito si occupa di strade, scuole, bilanci e manutenzioni, è riuscita a fare qualcosa che certa politica nazionale non riesce più a fare: osservare la realtà che la circonda.



La cerimonia con cui il sindaco Marco Crocicchi, la presidente del Consiglio Giulia Sala, l’assessora Ida Maria Nesi e il consigliere Andrea Serralessandri hanno consegnato un attestato simbolico di ius soli, una copia della Costituzione e la bandiera italiana a un gruppo di bambini e bambine nati in Italia da genitori stranieri, va esattamente in questa direzione. L’assessore Massimo Guitarrini, impossibilitato a partecipare, ha inviato un saluto tramite video.



Sono gesti semplici ma potenti, compiuti nell’aula consiliare, che dovrebbero mettere in imbarazzo chi non li condivide. Perché la verità è elementare: quei bambini sono già italiani. Lo sono nella lingua, nei legami affettivi, nella scuola; lo sono nei giochi, nelle abitudini, perfino nei loro sogni. Eppure certa politica nazionale continua a trattare la cittadinanza come un terreno minato, un tabù da evitare, un rischio elettorale da non correre.



La cerimonia di Bracciano ha reso ancora più evidente una frattura che attraversa l’Italia da anni: da una parte la vita reale delle comunità, dall’altra un dibattito pubblico che si ostina a ignorarla. Nelle scuole, nelle associazioni, nei campi sportivi, nelle piazze, l’Italia è già un Paese plurale; nelle aule parlamentari, questa evidenza si trasforma in un “no grazie” o in un “non adesso”.



E mentre la politica nazionale rinvia e si divide, il Comune di Bracciano osserva. Vede bambini che crescono insieme, famiglie che lavorano, insegnanti che costruiscono integrazione ogni giorno. La legge resta ferma, ma i territori iniziano a parlare.


La consegna dell’attestato, della Costituzione e del Tricolore non cambia la normativa, ma dice qualcosa pubblicamente. Dice che l’Italia non può continuare a rimandare ciò che riguarda l’identità delle persone; che la cittadinanza non è un favore, ma un riconoscimento; che l’inclusione non è un rischio, ma un investimento. E soprattutto dice una cosa che la politica nazionale evita da anni: l’attuale legge sulla cittadinanza è inadeguata, e lo dimostra la vita quotidiana.


Che tutto questo avvenga il 2 giugno, Festa della Repubblica, è paradossale. Celebriamo una Repubblica fondata sulla partecipazione, ma continuiamo a escludere dalla cittadinanza migliaia di bambini che partecipano già alla vita del Paese. Celebriamo la Costituzione, ma ignoriamo l’articolo 3 quando riguarda chi è nato o cresciuto qui senza un documento che lo riconosca.
L’Amministrazione comunale di Bracciano, con il suo gesto, ha ricordato che la Repubblica è una comunità concreta. E una comunità che non riconosce i suoi figli è una comunità che si contraddice. La riforma della cittadinanza è da anni ostaggio di calcoli elettorali, paure costruite e slogan che non reggono alla prova dei fatti. Ma ogni volta che un Comune compie un gesto come quello di Bracciano, la distanza tra la realtà e la legge si fa più evidente, fino a diventare insostenibile.

La politica nazionale può continuare a rinviare. Le comunità, invece, hanno già deciso da che parte stare, e prima o poi costringeranno a guardare.
Bracciano, con la sua piccola cerimonia, ha raccontato il Paese per quello che è. E in quel racconto i bambini non erano un tema: erano la verità. Si capiva mentre avanzavano uno per volta, con passo sicuro, come personaggi chiamati a entrare nella storia; negli sguardi felici dei genitori, pronti a farsi una foto con i loro piccoli eroi; in quelli degli amministratori comunali, consapevoli che un gesto simbolico può valere più di una legge che non arriva.

C’era perfino qualcosa di letterario, in quella sala consiliare. E forse un giorno, quando l’Italia deciderà finalmente di riconoscere ciò che è già realtà, qualcuno ricorderà che tutto era cominciato così: con la consegna di un attestato, una Costituzione e una bandiera a un gruppo di bambini, proprio nel giorno dell’ottantesimo anniversario della Repubblica Italiana.
Lorenzo Avincola redattore L’agone


