Qualche sera fa, sui gradoni dell’Anfiteatro “I Soldati”, lungolago di Anguillara Sabazia, al termine dell’ennesima serata che il nostro territorio ha dedicato a Francesco Guccini, mi è tornata in mente una considerazione che ho fatto nei giorni precedenti, la stessa che, nei saluti finali, ha espresso con grande efficacia e passione Emiliano Minnucci, figura storica della sinistra nel nostro territorio. La notizia della morte di Francesco Guccini ha prodotto un fenomeno raro: una mobilitazione spontanea, immediata, diffusa, quasi capillare. Piazze, circoli culturali, teatri, cinema, scuole, biblioteche, gruppi spontanei, cori improvvisati e perfino bar e ristoranti hanno organizzato letture, esecuzioni, incontri e serate in suo nome. Un’energia collettiva che, almeno con questa intensità, non si era vista per altri grandi cantautori italiani. Non accadde per Lucio Battisti, né per Fabrizio De André, Lucio Dalla, Pino Daniele, Pierangelo Bertoli, Franco Battiato, Gino Paoli, per citarne alcuni. Autori straordinari che hanno attraversato la nostra esistenza, traducendo in musica e parole, debolezze, speranze e inquietudini di intere generazioni. Quando muore un artista arrivano i comunicati ufficiali, le commemorazioni, gli omaggi televisivi. Con Guccini, invece, è successo qualcosa di diverso. Per comprenderne le ragioni bisogna entrare nella sua biografia, capire quale sia stata la funzione sociale delle sue canzoni e quale rapporto abbia saputo costruire con la sua comunità di appassionati ammiratori. Le iniziative dedicate a lui sono spuntate in ogni angolo del Paese: spontanee, disordinate, affettuose. Altri grandi cantautori, fermati troppo presto dal destino, sono diventati la voce di un unico tempo. Guccini, invece, ha dato voce a più generazioni. Per i ragazzi degli anni Settanta è stato la voce dei movimenti studenteschi e delle piazze. Per quelli degli anni Ottanta, è stato il protagonista dei concerti alle feste popolari, soprattutto in quelle del giornale L’Unità. Per i giovani degli anni Novanta, è stato il simbolo delle occupazioni. Per le generazioni successive è stato anche uno scrittore apprezzato e un intellettuale capace di parlare al presente. Ogni generazione ha trovato in lui una voce, un simbolo, un frammento della propria identità.

Per questo la sua scomparsa ha suscitato una risposta trasversale e partecipata, capace di unire età, sensibilità e mondi diversi. Ha offerto un’occasione rara: ritrovarsi attorno a qualcosa di condiviso, non divisivo, non aggressivo. Credo, ed è la cosa che più mi sta a cuore, che molti di questi omaggi spontanei siano nati da un bisogno più profondo: quello di ricostruire una comunità che negli ultimi anni si è progressivamente sfilacciata e che fatica a ritrovare ragioni e luoghi dello stare insieme. La scomparsa di Francesco Guccini ha reso possibile tutto questo, anche solo per qualche sera, anche solo attraverso il canto collettivo di canzoni che in tanti conoscono e che, da Nord a Sud, fanno ormai parte di una memoria comune. L’eredità culturale che ci lascia è profonda e duratura. Ha raccontato la politica senza ridurla a propaganda, la disillusione senza scivolare nel cinismo, la storia senza cedere alla retorica.

Soprattutto, ha saputo dare voce a un’Italia silenziosa ma pensante, fatta di persone che osservano, riflettono e non smettono di interrogarsi sul proprio tempo. È stato emozionante vedere tante persone raccolte davanti a musiche e testi. Molte non si erano mai incontrate prima, eppure conoscevano le stesse parole. Dovremmo raccogliere tutto questo a piene mani perché la speranza è che questi omaggi, le serate dedicate alle sue canzoni, le letture dei suoi testi e i raduni spontanei accompagnati dal suono di chitarre improvvisate, siano anche un modo per ricordare ciò che Guccini ci ha insegnato attraverso le sue canzoni: una comunità, quando si riconosce in una storia o in una canzone, in un frammento di memoria o in uno spazio condiviso, sa ancora ritrovarsi. E oggi, in un Paese sempre più frammentato, con una sinistra che trova sempre il modo di dividersi, non è un insegnamento da poco.
Lorenzo Avincola redattore L’agone


