Dopo aver visitato, in questo equinozio d’autunno, la nuova e bellissima stazione della metro C alla fermata Colosseo, risalendo verso il monumento ho notato qualcosa di insolito: tanti turisti, ma tutti fermi all’esterno, come trattenuti da un confine invisibile.


Poco più in là, i mezzi della Rai parcheggiati mi hanno fatto pensare a riprese in corso dentro l’anfiteatro Flavio. Ho tirato dritto, convinto che fosse solo l’ennesima classica giornata nel cuore di Roma. La sera, invece, la classica giornata si è frantumata. La notizia era semplice e terribile: un giovane lavoratore di ventidue anni era precipitato da circa dieci metri mentre stava lavorando in quota all’istallazione di un nuovo impianto d’illuminazione al Colosseo. Non è caduto durante una visita. Non era un turista distratto, né un ragazzo in cerca di uno scatto spettacolare. Stava lavorando. Ventidue anni, dieci metri d’altezza, impegnato in un intervento tecnico che dovrebbe essere protetto da procedure rigorose, dispositivi adeguati, controlli reali che spesso non ci sono. E mentre svolgeva un compito che dovrebbe essere sicuro, è precipitato nel vuoto. Un’altra morte sul lavoro: la trentaquattresima solo a Roma, la cinquantaduesima nel Lazio dall’inizio del 2026. Il bollettino continua ad aggiornarsi, giorno dopo giorno, senza tregua. Un numero che cresce come una linea rossa che nessuno riesce a interrompere. In Italia la frequenza è diventata quotidiana, e non di rado la stessa giornata porta con sé più nomi, più famiglie spezzate, più responsabilità eluse. Ancora una volta questa morte riguarda tutti noi ma soprattutto lo Stato che scrive le leggi sulla sicurezza sul lavoro, che stabilisce gli standard, che decide quali dispositivi devono essere obbligatori, quali controlli devono essere effettuati, quali procedure devono essere rispettate. Riguarda il governo nazionale, che da anni promette una stretta sulle morti bianche e poi lascia che un ventiduenne cada da un’altezza di dieci metri in uno dei luoghi più sorvegliati del Paese. C’è un punto che non può più essere rimandato: il controllo e la formazione vera degli operai. Non quella finta, burocratica, fatta di attestati consegnati come fossero un modulo da archiviare. La formazione che salva la vita è pratica, continua, verificata. È la capacità di riconoscere un rischio prima che diventi un incidente. Senza una preparazione concreta, quotidiana, interiorizzata, ogni operaio viene lasciato solo davanti al pericolo. E il controllo non è un dettaglio. È il cuore della prevenzione. Senza ispettori che possano entrare nei cantieri, fermare i lavori, contestare irregolarità, sospendere appalti, la sicurezza resta una parola vuota. In Italia i controlli sono pochi, le verifiche rare, le sanzioni spesso inefficaci. Quando il sistema dei controlli è debole, il rischio può trasformarsi in tragedia. Non ci stancheremo mai di dire che quando qualcuno muore mentre lavora, non è mai una fatalità. È una catena di responsabilità che parte dall’alto. Perché se un giovane può trovarsi a operare a dieci metri senza che ogni singolo elemento, imbracatura, supervisione, formazione, protocolli, sia garantito e verificato, allora non è il destino a uccidere. È la mancanza di norme efficaci. È la debolezza dei controlli. È la superficialità di chi dovrebbe proteggere i lavoratori e invece si limita a semplici dichiarazioni. La soglia della tolleranza è stata superata da tempo. La sicurezza dipende dalla solidità delle norme che regolano cantieri, appalti, interventi tecnici. Dipende da chi quelle norme le scrive e da chi ha il compito di farle rispettare fino all’ultimo dettaglio. È indispensabile che nessuno, tantomeno un ragazzo di ventidue anni, perda la vita mentre, in questo caso, svolge un lavoro necessario a valorizzare un patrimonio che appartiene a tutti. Ogni volta che un lavoratore muore, si attiva la solita sequenza: cordoglio ufficiale, promesse di interventi, controlli annunciati. Poi tutto scivola nell’abitudine. Bisognerebbe interrompere questa cattiva abitudine.

Un ragazzo è morto mentre lavorava a dieci metri d’altezza. Non è un episodio isolato: è l’ennesima pagina di una strage silenziosa che continua perché chi potrebbe fermarla sceglie di non farlo. La morte di questo giovane non è solo una ferita, una perdita. È un segnale che punta dritto a chi dovrebbe garantire condizioni sicure e invece lascia che il rischio diventi un dramma. Finché questo dovere resterà oscillante, continueremo a contare vittime e a chiamarle fatalità, quando sono il prodotto di responsabilità che nessuno vuole assumere.
Lorenzo Avincola redattore L’agone


