Le politiche scolastiche degli ultimi giorni hanno perfezionato un metodo: prendere leggi già esistenti, e riesumarle come se ci fossero minacce imminenti. È una strategia governativa che non risolve nulla, ma crea rumore: si fabbricano emergenze dal nulla, si gonfiano dettagli fino a farli sembrare fratture istituzionali, si alimenta un clima di allarme permanente che serve più alla propaganda che alla scuola. E in questo gioco di specchi manca l’essenziale: manca l’anima, manca il cuore verso i bambini, i ragazzi, le madri e i padri che ogni giorno tengono insieme la scuola reale con una presenza che certa politica militante non vede più. È come se la vita quotidiana delle famiglie fosse diventata un dettaglio trascurabile, sacrificabile sull’altare della pura identità nazionale. Prima l’allarme sulla “eccessiva presenza degli stranieri nelle classi”, poi la crociata contro il burqa e niqab a scuola, indumenti che nessuno indossa, che nessun dirigente ha mai dovuto vietare, che nessun insegnante ha mai visto in classe, eppure diventa materia di annunci, di decreti, d’indignazione costruita a tavolino. Il punto è che non c’è nulla di nuovo. Le norme che regolano la distribuzione degli alunni stranieri esistono da anni (Circolare ministeriale n° 2 dell’8 gennaio 2010): indicano soglie, criteri, modalità per evitare concentrazioni eccessive. Non sono perfette, non sempre applicate, ma ci sono. Allo stesso modo, il divieto di accedere agli edifici scolastici con il volto coperto è già previsto dalla Legge Reale n° 152 del 1975 (E si potrebbe tornare molto indietro fino all’articolo 85 del Testo Unico di Pubblica Sicurezza, Regio Decreto n° 773 del 1931): sono norme che riguardano chiunque, non certo soltanto un burqa che nessuno ha mai indossato. Non è un tema culturale: riguarda semplicemente la chiarezza visiva. Ma si preferisce spostare il discorso sul rischio rappresentato dal diverso, alimentando un allarme che nella scuola non ha fondamento. Si ripropone ciò che è già scritto, quello che è già operativo, conosciuto, perché serve a far credere che la scuola sia attraversata da tensioni identitarie, da simboli religiosi invasivi, da presenze “troppo numerose” che minacciano la qualità dell’insegnamento. Come in tanti altri casi, ancora una volta l’obiettivo è spostare l’attenzione dai problemi veri. Nel caso della scuola si preferisce evitare di parlare degli organici insufficienti, degli edifici fatiscenti, delle classi da trenta alunni, della dispersione scolastica crescente. Questo governo insiste con la politica dei problemi inesistenti perché è comoda: permette di mostrarsi inflessibili senza modificare nulla. Si continua a vietare ciò che è già vietato, a regolamentare ciò che è già regolato, a proclamare come novità ciò che è in vigore da anni e si finisce per alimentare un clima di sospetto, s’insinua che gli studenti stranieri siano un fattore di rischio, una presenza da contenere, invece che giovani da formare. Rilanciare norme già esistenti come se fossero una risposta a un’emergenza, finisce per legittimare l’idea che l’emergenza esista davvero. Si annunciano provvedimenti per l’eccesiva presenza di bambini stranieri e si finisce per giustificare classi separate mentre si vuole cancellare un burqa che non esiste, al solo scopo di costruire l’illusione che la scuola sia una trincea culturale da presidiare. Il risultato è che un luogo nato per mescolare, integrare, far crescere, diventa improvvisamente un confine da difendere, come se la convivenza fosse un rischio e non la sua ragion d’essere. Intanto, mentre si discute di burqa inesistenti e di percentuali di bambini stranieri già stabiliti per legge, le scuole continuano a chiedere ciò che davvero manca: insegnanti, mediatori culturali, spazi adeguati, percorsi seri d’inclusione linguistica. Ma questi temi non producono i titoloni sui giornali, non accendono polemiche nei salotti TV, non permettono di recitare la parte dei difensori dell’identità nazionale. La scuola non ha bisogno di nuovi divieti: ha bisogno di nuove priorità. E finché una parte politica continuerà a combattere fantasmi, gli unici a pagare saranno gli studenti italiani e stranieri che ogni giorno entrano in edifici che spesso cadono a pezzi, in classi troppo piene, in un sistema che preferisce discutere di ciò che non accade invece di affrontare ciò che succede davvero.
Lorenzo Avincola redattore L’agone


