L’Analisi dell’impatto sociale odierno da un punto di vista psicoanalitico di Adelia Lucattini
Di Marialuisa Roscino
Le piazze italiane e internazionali continuano a riempirsi, raccontando quotidianamente una nuova stagione di mobilitazione. Dai cortei per il clima alle proteste per la pace, dalle occupazioni universitarie alle manifestazioni contro la precarietà, la Generazione Z si impone così attualmente, come assoluta protagonista di una complessa conflittualità sociale. “La dimensione pubblica della piazza rappresenta oggi l’esternalizzazione dei conflitti psichici che accompagnano il delicato percorso di crescita, separazione e individuazione” – spiega la psicoanalista Adelia Lucattini, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA). “Schiacciati tra l’eco-ansia, la precarietà esistenziale, l’eredità traumatica della pandemia e l’angoscia costante per i contesti bellici internazionali, – evidenzia Lucattini – i ragazzi trovano nella protesta l’unico canale espressivo per incanalare la propria sofferenza. Ridurre questi eventi come epidermiche contese politiche o come una fisiologica “ribellione giovanile” rischia tuttavia di farne smarrire il significato più profondo. Tra fragilità, spiccata sensibilità e un’insospettabile maturità, i giovani attualmente non chiedono semplicemente visibilità, ma avanzano un’accorata richiesta di ascolto dal mondo adulto”. Insieme alla Dott.ssa Adelia Lucattini, approfondiamo oggi le radici e le molteplici sfaccettature di questo fenomeno sociale.
Dott.ssa Lucattini, movimenti come Fridays for Future hanno rappresentato per molti adolescenti un’opportunità per mettere in discussione l’autorità e le promesse disattese del mondo adulto. Dal punto di vista psicoanalitico, in che modo la protesta ecologista ha risposto al bisogno evolutivo di separazione dai modelli genitoriali e di costruzione dell’identità?
Dal movimento Fridays for Future alla coscienza dei diritti sociali, è un percorso di crescita della Generazione Z verso una cultura della salute mentale, della solidarietà e della pace. La protesta ecologista si è configurata sul piano clinico come un potente dispositivo di elaborazione collettiva dell’angoscia individuale. Nell’istanza adolescenziale, la contestazione dell’autorità adulta non rappresenta un mero fenomeno oppositivo, bensì un passaggio strutturale fondamentale per i processi di separazione e individuazione. L’alleanza all’interno del gruppo dei pari mitiga il sentimento di vulnerabilità connesso all’emergere del Sé autonomo. La condivisione della minaccia ambientale permette di convertire il vissuto di impotenza in un’esperienza di efficacia e responsabilità. Si tratta di un salto evolutivo ampiamente documentato anche dalla letteratura scientifica recente sul Journal of Adolescence (2026), dove si evidenzia come l’appartenenza gruppale sia il fattore determinante per l’integrazione dell’ansia e la strutturazione dell’identità sociale.
E quale impatto ha avuto l’interruzione della dimensione collettiva causata dalla pandemia su questo processo di appartenenza e condivisione dell’angoscia?
Le misure di contenimento introdotte durante l’emergenza sanitaria hanno bruscamente interrotto i processi di rispecchiamento e di identificazione gruppale. L’adolescenza necessita fisiologicamente della presenza fisica e della mediazione del gruppo per l’elaborazione dei vissuti interni. La deprivazione relazionale ha costretto i soggetti a una gestione solipsistica dell’angoscia, determinando un incremento di quadri clinici caratterizzati da ritiro sociale, vissuti depressivi e stati d’ansia pervasivi. Le evidenze cliniche pubblicate sul Journal of Youth and Adolescence (2026) confermano come l’isolamento prolungato abbia esacerbato la percezione di precarietà esistenziale. La successiva riattivazione delle dinamiche di piazza va letta, dunque, come un tentativo di riparazione psichica collettiva, finalizzato a ricucire i legami interrotti e a reinvestire sul piano sociale la sofferenza accumulata.
I conflitti in Ucraina e Medio Oriente, che si trascinano da anni senza una chiara prospettiva di pace, riattivano nei giovani angosce profonde legate alla morte, alla ferita e alla distruzione del corpo e della mente. Come si lavora, in ambito psicoanalitico allora, per aiutare i giovani a tollerare l’ambivalenza affinché l’angoscia e la rabbia possano trasformarsi in un pensiero critico anziché in una pura e semplice reazione emotiva?
L’esposizione costante a scenari bellici intercetta e riattiva angosce arcaiche di frammentazione e di morte, minacciando l’integrità somato-psichica dei giovani. Dinanzi alla pervasività del trauma economico e geopolitico, l’apparato psichico tende a difendersi attraverso il meccanismo della scissione, polarizzando la realtà in categorie rigide e antitetiche. Il lavoro analitico si focalizza sulla tenuta e sulla tolleranza dell’ambivalenza affettiva. Si tratta di contenere l’investimento pulsionale rabbioso affinché non esiti in agiti distruttivi o in un ripiegamento apatico. Nelle sedi scientifiche, incluse le riflessioni ospitate dalla rivista Stress and Health (2025), si sottolinea l’importanza della funzione di contenimento terapeutico: solo la simbolizzazione della componente emotiva permette il passaggio dalla pura reazione reattiva allo sviluppo di un pensiero critico strutturato e di una partecipazione consapevole.
Poco fa, Lei ci spiegato come, quando la possibilità di fare progetti a lungo termine viene continuamente minata da incertezze future, può accadere che si generino vissuti depressivi, senso di impotenza e profonde ferite narcisistiche. Crede che la protesta dei giovani di oggi nei confronti delle istituzioni possa essere letta come un’accorata richiesta di riconoscimento rivolta agli adulti?
Sì, la fenomenologia della protesta racchiude in sé una profonda istanza di riconoscimento rivolta al mondo adulto. Il deficit di prospettive credibili da parte delle istituzioni mina la capacità di programmazione a lungo termine dei soggetti in crescita, traducendosi in gravi ferite narcisistiche e sentimenti di svalutazione del Sé. La mobilitazione collettiva diventa l’argine contro la destrutturazione interna, un tentativo di riattivare il senso di agentività. Come rilevato nelle indagini di settore sul Journal of Youth and Adolescence (2025), l’azione politica consente di riappropriarsi di una quota di controllo sul proprio destino. Non si può valutare tale dinamica unicamente attraverso la lente del disordine pubblico; occorre decodificarla come una domanda di ascolto e di legittimazione del diritto al futuro.
In questo scenario complesso, qual è la responsabilità del mondo adulto, sia esso rappresentato dalle famiglie, dalle scuole o dalle istituzioni di fronte alle richieste della Generazione Z?
La principale responsabilità del mondo adulto risiede nel superamento della tendenza alla patologizzazione e alla psichiatrizzazione del dissenso. La manifestazione del disagio non va interpretata aprioristicamente come un indice di morbilità individuale, bensì come una risposta reattiva a un contesto oggettivamente traumatico. Come evidenziato negli studi pubblicati da Youth & Society (2026), le agenzie educative e le istituzioni devono configurarsi come punti di riferimento autorevoli, capaci di tollerare l’attacco e il conflitto generazionale senza ricorrere alla svalutazione difensiva. L’ascolto non deve risolversi in una prassi formale o in un atteggiamento di accondiscendenza terapeutica, ma deve tradursi nell’offerta di spazi reali di cittadinanza e di co-decisione.
In che modo, la psicoanalisi può porsi come spazio d’ascolto capace di sostenere i giovani nel passaggio dal diritto all’autonomia al riconoscimento della propria responsabilità individuale e sociale?
Il setting analitico si pone oggi come uno dei rari spazi di neutralità e di sospensione del giudizio, dove il giovane può essere accolto nella propria specificità clinica e soggettiva. Attraverso il legame terapeutico, e in linea con quanto documentato dai contributi sul Journal of Clinical Psychology (2026), si favorisce l’esplorazione dei conflitti inconsci e l’integrazione delle quote di angoscia. Il transito dall’autonomia rivendicata alla responsabilità etica e sociale si compie nel momento in cui il soggetto, superata l’istanza puramente narcisistica, riconosce l’alterità e i limiti della realtà, giungendo a una scelta consapevole circa la propria collocazione nel legame sociale.
Oggi alla luce di questo malcontento e di questi scontri e contestazioni frequenti nel centro delle piazze italiane e internazionali, quali consigli si sente di dare ai ragazzi e ai loro genitori?
-Difendere i propri ideali. Incoraggiare i giovani a coltivare ideali di pace, giustizia sociale e tutela dell’ambiente, riconoscendoli come espressione di sensibilità, maturazione affettiva e responsabilità verso le generazioni future;
-Trasformare l’eco-ansia in impegno concreto. Sostenere comportamenti ecologicamente responsabili, evitando che la preoccupazione per il pianeta si trasformi in angoscia paralizzante o senso di impotenza;
-Restituire valore allo studio. Riconoscere nell’istruzione, nella formazione universitaria e nella cultura strumenti fondamentali di emancipazione personale e di mobilità sociale, affinché lo studio possa tornare a essere un autentico ascensore sociale;
-Non rinunciare a progettare il futuro. Aiutare i giovani a costruire prospettive esistenziali, affettive e professionali, anche nell’incertezza, sostenendo la fiducia nelle proprie capacità e nella possibilità di realizzare i propri desideri;
-Coltivare il pensiero critico. Incoraggiare il confronto tra opinioni differenti, distinguendo la legittima contestazione dalla violenza e favorendo il passaggio dalla reazione emotiva alla riflessione autonoma;
-Sostenere i processi di separazione e individuazione. I genitori riconoscano il bisogno dei figli di differenziarsi dai modelli familiari, accettando il conflitto generazionale come parte del processo di maturazione e costruzione dell’identità;
-Trasformare la protesta in responsabilità sociale. Aiutare i ragazzi a comprendere che rivendicare i propri diritti significa anche riconoscere quelli degli altri, sviluppando solidarietà, capacità di cooperazione e partecipazione consapevole alla vita democratica.
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