Comunicato stampa
“Confesso una mia inclinazione: tengo a difendere i giovani anche quando hanno torto, cercando però di capire e spiegare le ragioni che li spingono ad agire». Lo ha detto lo scrittore e attivista Mario Capanna, ospite questa sera de L’Elefante, il programma condotto da Peter Gomez su Rai 3 e disponibile su RaiPlay.
Commentando i disordini e le devastazioni avvenuti durante le manifestazioni giovanili a Milano e in altre città, Capanna ha invitato a guardare oltre la cronaca degli scontri. «I giovani violenti che hanno saccheggiato Milano rappresentano ciò che molti considerano indicibile, ma sono anche il prodotto di una società e di una democrazia che esercitano a loro volta forme di violenza».
L’ex leader del Movimento studentesco ha quindi allargato la riflessione alle crescenti disuguaglianze economiche e sociali. «Siamo arrivati a quella che i sociologi chiamano la società dell’1%, nella quale una ristretta élite concentra ricchezza e potere in misura mai vista prima. Non si è mai assistito a un accaparramento così oligopolistico delle risorse economiche e finanziarie».
Capanna ha messo a confronto l’esperienza della sua generazione con quella dei giovani di oggi. «Noi avevamo la sensazione di poter conquistare il futuro e, almeno in parte, ci siamo riusciti. Oggi molti ragazzi vivono una condizione completamente diversa: non vedono prospettive, faticano a immaginare il proprio domani e si trovano schiacciati da un senso di precarietà permanente. Oggi la prima causa di morte tra i giovani tra i 14 e i 24 anni è il suicidio».
Secondo Capanna, anche gli episodi di vandalismo vanno letti come il sintomo di un disagio più profondo. «Sono andati dove ci sono le boutique, nel centro di Milano. È come se dicessero: “spacco la vetrina, dunque esisto”. E la controprova è che poi tutti i media ne parlano». Un fenomeno che, a suo giudizio, richiama per certi aspetti il luddismo dell’Ottocento, quando gli operai distruggevano i macchinari che consideravano responsabili della loro emarginazione economica.
Pur senza giustificare gli episodi di violenza, Capanna ha concluso ribadendo la necessità di interrogarsi sulle cause sociali che li alimentano. «Se ci fermiamo alla condanna degli atti senza comprendere il malessere che li genera, rischiamo di non capire cosa sta accadendo a una parte importante delle nuove generazioni».


