Studente di Medicina all’Università Cattolica e componente del Direttivo del Gruppo Donatori Sangue “Francesco Olgiati” ODV, racconta l’impegno delle nuove generazioni tra formazione, volontariato e responsabilità verso la comunità.
Alla vigilia del nuovo anno accademico incontriamo Giuseppe Briscese, studente di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, rappresentante degli studenti e componente del Consiglio Direttivo del Gruppo Donatori Sangue “Francesco Olgiati” ODV.
Giuseppe, quanto si intrecciano il tuo percorso di Medicina e l’impegno per la donazione?
“Profondamente. L’università non è soltanto il luogo in cui acquisire conoscenze, ma anche quello in cui imparare ad assumersi responsabilità verso gli altri. Il volontariato mi ha insegnato a trasformare la consapevolezza in azione e a vivere già oggi i valori più autentici della professione medica”
Cosa frena maggiormente i giovani dal donare sangue?
“Non esiste un’unica causa. Servono più informazione, linguaggi capaci di parlare ai giovani e modalità compatibili con i loro tempi. Soprattutto, la donazione non può essere ricordata soltanto nelle emergenze: deve diventare un’abitudine civica e un gesto normale di responsabilità verso la comunità”.
Cosa vi ha insegnato l’esperienza di EMATRIDUUM?
“Che i giovani rispondono quando vengono realmente coinvolti. Con Federica Finetti abbiamo cercato di unire rigore scientifico, testimonianze e un linguaggio accessibile. Oggi ci prepariamo alla quarta edizione ed EMATRIDUUM è diventato un appuntamento riconosciuto all’interno dell’università”.
Il volontariato può contribuire alla formazione di un futuro medico?
“Certamente. I libri insegnano patologie e terapie, il volontariato permette di incontrare le persone che stanno dietro quelle pagine. La preparazione scientifica non può separarsi dalla sensibilità umana: curare significa anche ascoltare, comprendere e riconoscere la dignità della persona”.
Quale messaggio rivolgeresti a un giovane che pensa: “Ci penserà qualcun altro”?
“I giovani non sono soltanto il futuro: sono già parte del presente e devono poter incidere. Non servono gesti eroici. Una piccola parte del nostro tempo può significare per qualcuno una terapia, un intervento o una speranza. Non chiederti se qualcun altro andrà a donare. Chiediti se, questa volta, quel qualcuno puoi essere tu”.


