Lo sviluppo sostenibile nei piani della città PUG, mobilità e piani ambientali: possiamo governare a pezzi una città che vive intera?

Comunicato stampa

A cura di Arch. Vincenzo Lombardi

Nei precedenti articoli ci siamo chiesti perché lo sviluppo sostenibile fatichi a diventare governo concreto.

Le intenzioni non mancano. Ma nessuna comunità diventa sostenibile perché lo dichiara. Prima di decidere cosa fare occorre accertare dove, perché e in quale misura il suo sviluppo sia insostenibile. Serve una diagnosi che trasformi la sostenibilità da principio evocato a conoscenza del problema.

La domanda è semplice: quale divario dobbiamo ridurre?

L’impronta ecologica aiuta a capirlo. Se tutti vivessero con consumi medi italiani, non basterebbe un pianeta: ne servirebbero circa due e mezzo. Dovremmo imparare a vivere con poco meno del quaranta per cento delle risorse che oggi consumiamo.

Non si tratta solo di “inquinare meno”, ma di riequilibrare consumi, produzione, mobilità, rifiuti, energia e suolo, costruendo un nuovo know-how sostenibile.

La parte più difficile è cambiare gli stili di vita. Non con prediche, ma modificando le condizioni che li rendono possibili. Quelle condizioni non si costruiscono sopra la testa delle persone: si costruiscono con loro. Il cittadino è parte della diagnosi e condivide la responsabilità delle scelte.

Da qui il ruolo dei piani. PUG, Piano del traffico, piani ambientali, rigenerazione urbana e opere pubbliche non possono procedere come stanze separate. La città vive intera; troppo spesso viene governata a pezzi.

Una previsione urbanistica non genera solo volumi: produce spostamenti, consumi e abitudini. Anche il traffico non è solo scorrimento. Ha senso muovere una tonnellata e mezza di metallo, gomma ed energia per una sola persona?

Lo stesso vale per i piani ambientali: non descrivono solo decibel, lampade o superfici. Parlano di salute, sicurezza, energia, ombra e qualità della vita. Se restano laterali, la città continua ad alimentarne le criticità.

È qui che cambia il senso della rigenerazione urbana. Rigenerare non è abbellire: significa risalire alle cause della fragilità, correggerle e restituire qualità della vita.

Un’opera conclusa resta un fatto. Diventa risultato quando riduce una criticità, modifica una condizione, rende possibile un comportamento diverso. La domanda da porre a ogni piano non è: che cosa realizzi? Ma: quale divario riduci?

La risposta, forse, non va scritta. Perché ciascuno risponde con il proprio operato.

Osservazione al PUG in itinere di Foggia

Premialità, piani ambientali e rigenerazione urbana: dalla trasformazione urbana alla qualità della vita

La presente osservazione sviluppa, in forma scritta, il contenuto dell’intervento predisposto per la Commissione Territorio dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Foggia, dopo aver preso atto dell’impostazione illustrata nelle note introduttive di Foggia Futura e, in particolare, del ruolo che si intende attribuire al sistema delle premialità volumetriche.

Le note introduttive delineano una visione certamente interessante: trasformazione urbana, sostenibilità, equità sociale, valorizzazione del patrimonio esistente, adattamento climatico, mobilità sostenibile, rigenerazione ecologica, abitare sostenibile. Sono temi condivisibili e coerenti con una città che voglia uscire dalla logica della sola espansione edilizia per orientarsi verso il miglioramento delle condizioni urbane esistenti.

Proprio per questo, però, occorre chiarire un punto di metodo.

La premialità volumetrica non può essere considerata, da sola, lo strumento capace di orientare la città verso lo sviluppo sostenibile. Può diventarlo solo se viene collegata a una diagnosi preventiva delle criticità ambientali e urbane e alla concreta riduzione di quelle criticità.

In caso contrario, il rischio è che la premialità incentivi trasformazioni formalmente corrette, magari anche animate da buone intenzioni, ma non necessariamente capaci di produrre qualità della vita.

La Regione Puglia aveva già indicato un metodo preciso con la L.R. n. 15/2005 in materia di inquinamento luminoso e risparmio energetico: individuare una criticità ambientale, dotarsi di un piano, inserirlo negli strumenti urbanistici provinciali e comunali, compresi PUG e PUE, e orientarlo allo sviluppo sostenibile della comunità regionale.

Il Regolamento regionale n. 13/2006 ha rafforzato questo percorso, prevedendo l’inserimento del piano per l’illuminazione a basso impatto ambientale e per il risparmio energetico nel PUG, “per tendere ad uno sviluppo sostenibile e migliorare la qualità della vita”, richiamando anche contabilità ambientale, bilancio ambientale, co-pianificazione e piano d’azione di settore. In questa impostazione, il piano non è un semplice elaborato tecnico, ma un programma di interventi, regole e comportamenti finalizzati a ridurre progressivamente una specifica criticità ambientale. Il report successivo alla realizzazione degli interventi dovrebbe quindi indicare quanto quelle azioni abbiano effettivamente avvicinato la città all’obiettivo di sostenibilità dichiarato.

Il metodo, quindi, non è: premio una trasformazione e poi vedo che effetti produce.

Il metodo è l’opposto: individuo la criticità, costruisco il piano, lo inserisco nel PUG e nei PUE, definisco azioni e regole, verifico nel tempo che quelle azioni riducono l’insostenibilità nella misura indicata dal piano.

Questo metodo, nato per illuminazione pubblica e risparmio energetico, se si vuole davvero realizzare la sostenibilità, dovrebbe essere assunto come criterio generale anche per gli altri piani ambientali: acustica, traffico, verde, energia, elettrosmog, vibrazioni, rifiuti, opere pubbliche, resilienza, e ripresa urbana. Per ciascun tema occorrerebbe dunque individuare la criticità, costruire un piano d’azione partecipato, definire norme tecniche di attuazione e misure di risanamento, inserirle nel PUG e nei PUE e prevedere report periodici per il miglioramento continuo.

Lo stesso ragionamento vale per la mobilità. La Direttiva ministeriale del 12 aprile 1995 sui Piani Urbani del Traffico non considera il PUT soltanto uno strumento per ordinare sensi unici, parcheggi, incroci o semafori, ma lo finalizza anche alla riduzione dell’inquinamento acustico e atmosferico e al contenimento dei consumi energetici, nel rispetto dei valori ambientali.

Di conseguenza, anche il Piano Urbano del Traffico deve entrare nel ragionamento del PUG non come allegato tecnico, ma come misura concretamente attuabile di qualità ambientale.

Un esempio può chiarire meglio il punto.

Si parla di rigenerazione urbana. Immaginiamo una piazza oggi abbandonata, poco frequentata, povera di servizi. Il progetto la migliora, la rende più gradevole, più attrattiva, più vissuta. Dopo l’intervento vediamo bambini che giocano, mamme che si intrattengono, giovani che si incontrano, persone che consumano bevande e ascoltano musica, attività commerciali che ritengono finalmente conveniente aprire in quella zona.

Tutto questo, apparentemente, è un successo.

Ma la domanda tecnica arriva subito dopo: dal punto di vista acustico, che cosa è successo?

Ce ne accorgiamo dopo, quando nascono le lamentele, oppure lo prevediamo prima, dentro il progetto di rigenerazione?

Applicare il piano di disinquinamento acustico non significa frenare la rigenerazione. Significa progettare qualità della vita. Se una piazza viene destinata a una maggiore frequentazione, occorre valutare prima gli effetti sui residenti, sui ricettori sensibili, sulle abitazioni più esposte, sulle attività e sui comportamenti che inevitabilmente si generano. Non dopo, quando il problema è già diventato conflitto. Individuare prima questi effetti consente anche di stimarne i costi e inserirli correttamente nel quadro economico dell’intervento, evitando che diventino problemi successivi, non previsti e non finanziati. E poiché ogni limite ambientale richiede anche comportamenti coerenti, chi abita a pochi metri da quella trasformazione dovrebbe partecipare alle fasi di co-programmazione e co-progettazione. Non per bloccare l’intervento, ma per contribuire a definire quale nuova qualità della vita si vuole costruire in quel luogo.

Perché la sostenibilità non si realizza con una delibera, né con un elaborato ben scritto. Parte da ciò che il cittadino comprende, condivide ed è disposto a fare. Se questo passaggio manca, l’amministrazione può anche approvare il piano migliore, ma quel piano resterà carta.

Anche questo passaggio è centrale nel metodo: il piano acustico non va applicato “dopo”, ma prima, nella progettazione, nella formazione, nell’informazione e insieme ai cittadini e alle attività residenti.

Lo stesso vale per altri aspetti che spesso restano laterali. Una piazza più frequentata significa più persone, più telefonate, più dispositivi connessi, maggiore sollecitazione delle reti, maggiore domanda energetica, maggiore illuminazione, maggiori esigenze di pulizia, sicurezza, accessibilità e gestione dello spazio pubblico.

Questi effetti fanno parte della rigenerazione oppure no?

Se fanno parte della rigenerazione, allora devono entrare nella progettazione. Se non entrano, rischiamo di chiamare rigenerazione ciò che è soltanto riqualificazione fisica dello spazio, lasciando fuori le conseguenze sulla vita quotidiana di chi quel luogo lo abita.

Analogo ragionamento vale per l’energia. Non basta produrre energia sul territorio se il beneficio non ricade sulla comunità locale. Il tema non può essere ridotto alla corsa verso grandi impianti eolici o fotovoltaici, soprattutto quando il cittadino continua semplicemente ad acquistare energia senza vedere un sollievo concreto. Occorre invece individuare e quantificare la criticità energetica, formare e informare i cittadini, costruire un piano di azione partecipato e inserirlo nel PUG/PUE, collegando energia, autoconsumo, comunità energetiche, edifici pubblici, patrimonio edilizio e qualità della vita.

Da qui discende l’osservazione principale.

Le premialità previste dal PUG non dovrebbero essere collegate soltanto alla trasformazione edilizia, alla cessione di aree o alla realizzazione di opere, ma alla dimostrazione che l’intervento contribuisce a ridurre una criticità ambientale, energetica, acustica, acqua, sociale o urbana preventivamente individuata.

In altri termini, la premialità dovrebbe essere riconosciuta quando produce un risultato misurabile: meno rumore, meno consumi, meno inquinamento luminoso, più verde effettivamente utile, più permeabilità, meno dipendenza dall’auto, migliore accessibilità, minore esposizione a criticità ambientali, maggiore qualità dello spazio pubblico, maggiore beneficio per la comunità locale.

Si propone pertanto che il PUG introduca, accanto al sistema delle premialità, una verifica di coerenza ambientale e prestazionale fondata sui piani esistenti e su quelli da aggiornare o redigere. Ogni intervento premiale dovrebbe dichiarare:

quale criticità intende ridurre;

quale piano ambientale o settoriale viene assunto come riferimento;

quale effetto positivo produce sulla qualità della vita;

quali cittadini, attività o ricettori sensibili sono interessati;

quali misure di prevenzione, mitigazione o compensazione vengono previste;

come sarà verificato nel tempo il risultato prodotto.

In conclusione, il PUG di Foggia ha certamente il compito di governare la trasformazione urbana. Ma trasformare non significa necessariamente migliorare.

Senza diagnosi dell’insostenibilità e senza applicazione reale dei piani ambientali, il PUG rischia di continuare a disegnare trasformazioni che, pur formalmente corrette, lasciano intatte le cause che oggi riducono la qualità della vita urbana.

La domanda finale, allora, va posta senza giri di parole: vogliamo un PUG che continui ad accompagnare lo sviluppo insostenibile della città, oppure vogliamo un PUG che applichi finalmente leggi, piani e strumenti già disponibili per orientare Foggia verso lo sviluppo sostenibile e il miglioramento concreto della qualità della vita?

Intervento Transizione Energetica

Vorrei provare a formulare una proposta operativa, partendo da un punto che considero preliminare.

La transizione energetica non è soltanto un insieme di interventi finanziabili, né semplicemente una risposta alle direttive europee. È la strategia attraverso la quale proviamo a rendere sostenibile la componente energetica dello sviluppo.

Questo è il motivo per cui anche la transizione energetica dovrebbe seguire il metodo proprio dello sviluppo sostenibile: individuare la criticità, costruire un piano d’azione, inserirlo ove possibile negli strumenti urbanistici e misurare nel tempo quanto ciascun intervento realizzato avvicini la comunità alla sostenibilità. È un metodo che la Regione Puglia, almeno per l’illuminazione pubblica e il risparmio energetico, aveva già indicato con la L.R. 15/2005 e con il relativo regolamento attuativo. Il primo passaggio dovrebbe essere quindi il bilancio energetico per sapere quanta energia consumano: edifici pubblici, abitazioni, condomìni, uffici, le attività di una comunità, e quanta se ne può risparmiare e quanta bisogna produrre con energie rinnovabili per essere sostenibili.

Senza questo bilancio rischiamo di finanziare interventi anche utili, ma senza sapere quale criticità riducano, quale risultato producano e di quanto ci avvicinino realmente allo sviluppo sostenibile.

Qui entra anche il tema della resilienza. Una comunità che consuma meno energia, spreca meno, produce una quota del proprio fabbisogno e riduce la dipendenza dall’esterno, è una comunità più resistente: resiste meglio all’aumento dei costi, alle crisi, alle fragilità del mercato energetico e alle dipendenze che non governa.

Ma tutto questo richiede un altro passaggio, che spesso manca.

I principi europei della democrazia e della responsabilità prevedono che i cittadini devono partecipare e condividere le responsabilità delle scelte che riguardano la comunità. Questo significa che le scelte non possono essere soltanto prescritte, finanziate o progettate. Devono essere comprese e condivise da chi dovrà applicarle nella vita quotidiana.

Se la transizione energetica deve farla il cittadino — perché è il cittadino che abita la casa, accende l’impianto, paga la bolletta, decide se intervenire, modifica o non modifica i propri comportamenti — allora il cittadino deve essere informato e formato prima. Diversamente, anche la migliore direttiva, il miglior finanziamento e il miglior progetto rischiano di restare sulla carta, e ne abbiamo ampie dimostrazioni.

Ed è proprio qui che vedo uno spazio operativo importante.

Questo passaggio di informazione, formazione e accompagnamento del cittadino oggi non è sufficientemente strutturato e, a tratti, manca del tutto. Potrebbe farsene carico il sistema bancario, insieme agli architetti, costruendo un percorso che non si limiti a finanziare l’intervento.

La banca porterebbe gli strumenti finanziari. L’architetto porterebbe il metodo progettuale.

Perché l’architetto? Non per sostituire le altre competenze, che restano indispensabili. Ma perché l’architetto è il progettista dello spazio per antonomasia. È abituato a leggere insieme edificio, uso, contesto, comportamento, trasformazione possibile e qualità della vita. Non guarda soltanto l’impianto, la classe energetica o il singolo intervento; prova a costruire una sintesi tra la realtà presente e l’evoluzione futura.

In questo modo il percorso potrebbe diventare chiaro e replicabile: informazione del cittadino, individuazione della criticità, bilancio energetico, progetto, finanziamento, intervento, report finale sul risultato ottenuto.

Il punto non è dire soltanto: abbiamo finanziato un intervento energetico.

Il punto è poter dire: abbiamo ridotto una criticità, abbiamo reso una famiglia o una comunità più resiliente e abbiamo avvicinato quella comunità allo sviluppo sostenibile dell’x per cento.

Questa, secondo me, può essere la vera opportunità: trasformare il credito da semplice prodotto finanziario per la transizione energetica, a strumento concreto per raggiungere lo sviluppo sostenibile e migliorare qualità della vita.

 

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