Dietro le quinte de “Il sorpasso”

Christian Uva, professore ordinario al Dams dell’Università Roma Tre dove insegna Cinema italiano e Cinema e tecnologia, parla del lungometraggio del 1962 di Dino Risi “Il sorpasso” e di come ripercorrere il nostro cinema e la commedia all’Italiana sia un viaggio attraversando la storia del Bel Paese. Il docente ne parla nel suo libro “L’ultima spiaggia. Rive e derive del cinema italiano” (Marsilio, 2021) che pone il focus sul topos della spiaggia in un excursus dai cinegiornali del periodo fascista al cinema della prima Repubblica fino ai giorni nostri, passando per il Neorealismo, la commedia all’italiana e persino per certo cinema politico degli anni Settanta.

Dal dopoguerra alla fine della prima Repubblica – e oltre – ciò che è accaduto sulle spiagge del cinema italiano ha una puntuale corrispondenza con ciò che è accaduto alla collettività italiana e ai suoi vertici come un esatto spaccato del nostro paese: una proiezione del macrocosmo nazionale sul microcosmo della spiaggia. Inoltre, spesso è stato proprio dalle spiagge che sono incominciati determinati fatti: un esempio emblematico è la crisi di governo, due anni fa, gestita dallo stabilimento balneare Papeete e in tempi attuali una crisi di governo in piena estate che chissà non porti proprio dalle spiagge notizie di campagna elettorale.

 Quali sono le basi su cui si fonda questa corrispondenza?

«Sono basi di natura antropologica e sociologica, dico questo perché la mia stessa ricerca si è fondata su tutta una serie di letture che andavano in questa direzione. Due volumi in particolare mi fa piacere ricordare: uno, di Asterio Savelli, “Sociologia del turismo balneare” e l’altro, di Alessandro Sistri, “Antropologia balneare riminese” che, oltre a contenere una serie di testi di grande interesse, prevede un apparato fotografico che ripercorre la storia del turismo sulla riviera romagnola nel corso del Novecento. Da lì sono partito, ci sono state poi tante altre letture, penso ad esempio a “L’invenzione del mare” di Alain Corbin (testo fondamentale che insieme agli altri è naturalmente riportato nella bibliografia del mio libro). Tutti lavori di carattere scientifico che dimostrano come questa zona di confine che è la spiaggia presenti un potenziale simbolico straordinario proprio per questa sua posizione mediana tra il mare, con la sua natura selvaggia – come direbbero gli americani, la wilderness – “eterno indistinto” per definizione, e l’entroterra che è fondamentalmente la città, il luogo delle regole, delle norme sociali che scandiscono le nostre vite. La spiaggia è a metà strada o, se vogliamo, al confine tra questi due spazi antitetici, capace di metterli d’accordo costituendo una specie di terra di nessuno in cui temporaneamente, e direi anche illusoriamente, abbandoniamo l’habitus che connota la nostra vita quotidiana e borghese diventando tutti uguali come nel carnevale di cui parla Bachtin nel suo studio “L’opera di Rabelais e la cultura popolare”. Come nella condizione carnevalesca, in quella balneare si raggiunge lo stesso tipo di risultato: siamo tutti uguali – almeno apparentemente – con la differenza che nel carnevale indossiamo un costume, una maschera, mentre in spiaggia ci denudiamo (ma indossando comunque un costume, da bagno, e una maschera, per andare in acqua…).

La spiaggia è quindi, da questo punto di vista, un luogo straordinario sul piano della possibilità di osservare i comportamenti umani in tale condizione mediana in cui da un lato siamo liberi – ci mettiamo a nudo facendo così emergere tutte le nostre contraddizioni – e dall’altro continuiamo pur sempre a perpetuare certi riti della vita sociale cittadina (come accade in quella forma estrema di antropizzazione della spiaggia rappresentata dagli stabilimenti balneari).

La spiaggia quindi non può che essere un laboratorio straordinario in cui è possibile comprendere tutta una serie di dinamiche sociali, antropologiche e persino politiche, perché la spiaggia è anche il luogo in cui si parla, oltre che di gossip e di calcio, di politica (in riva al mare i politici stringono o disfano accordi, o magari si fanno cadere i Governi, come è accaduto nel 2019 al Papeete di Milano Marittima, e chissà che anche quest’anno da qualche spiaggia non si dia l’avvio a una nuova stagione governativa…).

Non c’è dubbio che siamo un paese balneare, non solo perché siamo circondati dal mare ma anche perché la nostra cultura, la nostra essenza di italiani è profondamente balneare».

Come nasce l’idea di seguire il fil rouge della spiaggia nel cinema italiano?

«Sulla base delle premesse sopra menzionate, non è un caso che il nostro cinema sia tra quelli più ricchi di spiagge. Oltre ai casi più eclatanti e macroscopici, i film italiani che contemplano almeno una scena ambientata in spiaggia – magari una scena chiave del film – sono innumerevoli soprattutto a partire dal dopoguerra, quando si scopre finalmente il tempo libero e ci si emancipa dal tempo irreggimentato del fascismo scoprendo quella specie di terra promessa che è appunto la spiaggia. Sono rimasto particolarmente sorpreso, man mano che facevo ricerca, di quanto questa filmografia diventasse sempre più ampia e sempre più incontenibile e di difficile gestione (da questo punto di vista, è stato uno dei libri in cui ho avuto più difficoltà per l’elaborazione della struttura)».

Con straordinari risultati, direi!

Siamo giunti a Ferragosto, sessant’anni dopo l’uscita di ‘Il Sorpasso’ e anche l’anno del centenario della nascita di Vittorio Gassman che nel suddetto film incarna l’infantilismo – a tratti giovanilismo – maschile (per usare termini a lei cari) che vediamo portare sugli schermi da molti attori della commedia all’italiana; lei ne parla in modo approfondito nel libro. Cosa rappresenta e che legame c’è tra l’espressione rappresentativa di tale caratteristica e la spiaggia?

 «“Il sorpasso” è un film fondamentale da tanti punti di vista, è la quintessenza della commedia all’italiana. Si colloca in un momento cruciale riuscendo a fotografare in maniera straordinariamente lucida la transizione dall’euforia del boom alla disforia della “congiuntura” che porterà, qualche anno dopo, alla stagione degli “anni di piombo”. Il personaggio di Gassman gioca un ruolo fondamentale rispetto anche all’età anagrafica che porta sullo schermo, il classico quarantenne della commedia all’italiana. Bruno Cortona è un personaggio ai margini del boom economico che tuttavia vorrebbe a tutti i costi farsi travolgere dall’onda del “miracolo” senza di fatto, causa la sua inguaribile cialtroneria, riuscirci. Lo stesso si può dire del suo giovane “amico” Roberto (Jean-Louis Trintignant): nel suo caso, contrariamente a Bruno, è il carattere introverso a portarlo ad essere spettatore e mai protagonista degli eventi, tranne che in quello sprazzo di evasione dalla sua vita regolare che proprio Cortona gli regala durante il loro viaggio di fuga dalla “normalità”.

Se Roberto è ancora giovane, Bruno è affetto da giovanilismo, o forse da vero e proprio infantilismo, come la maggior parte dei quarantenni presenti in questi anni sugli schermi del cinema italiano. Pasolini, a proposito delle figure incarnate da Alberto Sordi già negli anni ’50, parlava di “infantilismo deviato”. Nel mio libro mi soffermo molto su questo aspetto mettendolo in relazione con il topos della spiaggia perché quest’ultima, come ci ricordano gli antropologi e i sociologi, è anche il luogo dove si attua una vera e propria regressione dell’essere umano a uno stadio primordiale e dunque anche infantile. Non a caso, per tornare al “Sorpasso”, la spiaggia per Bruno Cortona è, dopo l’automobile, il luogo in cui egli si sente più a proprio agio, a differenza del Roberto di Trintignant che testimonia il suo disagio restando, pure in riva al mare, per tutto il tempo vestito: la sua ritrosia e incapacità di mimetizzarsi nei riti della spiaggia (e quindi della stessa modernizzazione) la ritroviamo perfettamente in questa sua impossibilità di spogliarsi.

Non va del resto dimenticato che sono proprio questi quarantenni a sostituire sugli schermi italiani dell’epoca i bambini del Neorealismo. A un certo punto questi ultimi scompaiono dagli schermi del cinema italiano e vengono sostituiti da “bambinoni” che sono appunto i Cortona, i Berlinghieri (de “La voglia matta”), i Versini (de “Il giovedì”) e da tanti altri che spesso e volentieri vivono al meglio questa loro condizione infantile e infantilistica proprio in spiaggia».

 Oggi, se c’è, quale è la figura del cinema italiano che ha acquisito su di sé l’eredità del quarantenne infantilistico derivazione di quei bambini del Neorealismo?

 «Se si guarda al cinema italiano degli ultimi decenni, magari ripensando ai tanti film in cui le spiagge continuano ad apparire, abbiamo di fronte personaggi che, pur non essendo più necessariamente i quarantenni della commedia dell’epoca d’oro e presentando magari un’età anagrafica più elevata, restano pur sempre figure affette da infantilismo: una questione che resta e resterà sempre un tratto tipicamente italiano. Naturalmente il complesso di Peter Pan è universale, ma la declinazione che esso ha assunto in Italia è peculiare, soprattutto per ciò che riguarda gli anni Cinquanta e Sessanta: i quarantenni di allora sono infatti coloro che, nati durante il regime  fascista, si sono all’improvviso ritrovati ad esperire “traumaticamente” la transizione dalla dittatura alla democrazia sentendosi di fatto impreparati a entrare nella nuova “età adulta” che finalmente l’Italia si apprestava a vivere…».
Marzia Onorato
Redattrice L’agone

 

 

 

 

 

 

 

 

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